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La nuova guerra, dalle armi al blocco economico

Bakhmut è nella regione di Donetsk. Siamo nell’est dell’Ucraina, ancora in territorio controllato dal governo di Kiev. La linea del fronte, dove esercito ucraino e ribelli filo-russi combattono ormai da tre anni, è a una ventina di chilometri. Qui a Bakhmut c’è uno dei principali blocchi organizzati dai veterani di guerra per fermare gli scambi commerciali con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk.

Il blocco è lungo la ferrovia. Qui passa una delle linee ferroviarie che arriva fino a Donetsk. In questi anni, nonostante il conflitto, i treni, soprattutto i convogli merci, hanno continuato a collegare le due parti. Sulle rotaie ci sono dei sacchi di sabbia e una locomotiva. Intorno bandiere gialle e blu (la bandiera nazionale ucraina) e le bandiere rosse e nere di Pravy Sector, il Settore Destro, un’organizzazione di estrema destra che in questi anni ha fatto discutere molto dentro e fuori il Paese.

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Su un piccolo promontorio, proprio sopra la ferrovia, gli organizzatori hanno costruito il loro accampamento permanente. Sono qui da gennaio. Tende color verde militare, tavoli, sedie, cumuli di legna, fuoco per cucinare. Tutto chiuso con assi di legno e filo spinato. La popolazione locale viene quotidianamente a portare cibo, a lavare la biancheria e a esprimere il suo appoggio a questa azione di protesta partita dal basso.

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Il mese scorso, dopo averla criticata a lungo, il presidente Petro Poroshenko ha dovuto seguire la protesta. Da metà marzo il governo ha infatto istituzionalizzato il blocco commerciale con i ribelli filo-russi. La risposta di Donetsk e Lugansk ai blocchi è stata la nazionalizzazione di decine d’imprese e miniere che erano ancora gestite dagli oligarchi fedeli al governo centrale, primo fra tutti Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco del Paese.

Nell’accampamento sopra la linea ferroviaria di Bakhmut non si vedono armi. Ci sono solo dei secchi pieni di bottiglie molotov pronte all’uso. I secchi sono posizionati dentro dei grossi copertoni. In mezzo alla tende ci sono civili ed ex militari.

Il comandante Boguslav
Il comandante Boguslav

“L’unico modo per vincere questa guerra – ci spiega il comandante Boguslav, responsabile di questo accampamento – è mettere in pratica un vero blocco economico. In questi tre anni gli scambi commerciali non si sono mai fermati, ma ne hanno beneficiato solo il governo e i tanti oligarchi che fanno affari con lo Stato. Le armi non servono più, bisogna cambiare strategia”.

Il bene più importante passava su queste rotaie era il carbone. L’Ucraina ha estremamente bisogno del carbone delle regioni dell’est. Le serve per produrre elettricità e per alimentare le industrie metallurgiche. Più del 15 per cento dell’energia prodotta in Ucraina deriva dal carbone. Le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk hanno invece bisogno di venderlo per riempire le loro casse statali, sempre più vuote. Insomma, si tratta di un blocco che in realtà danneggia l’economia da entrambe le parti. Il carbone è quindi diventato l’ultimo simbolo di questa strana guerra.

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Bakhmut, che fino a poco tempo fa si chiamava Artyomovsk – un nome di origine sovietica – racconta quindi la fragilità e la debolezza delle autorità di Kiev. I nazionalisti, qui guidati dal comandante Boguslav, hanno fatto la guerra anche per conto di Poroshenko, ma oggi lo contestano e sostengono che non sia più in grado di chiudere questa guerra.

Kiev ha appena ottenuto una nuova linea di finanziamento dal Fondo Monetario Internazionale, un miliardo di dollari. L’FMI ha un piano per l’Ucraina da 17 miliardi, ma gli ultimi pagamenti sono stati sospesi più volte, proprio per l’incertezza legata ai blocchi commerciali. La Banca Centrale ha già tagliato le stime di crescita per il 2017. Dopo un anno di leggera ripresa l’economia ucraina sembra destinata a tornare nuovamente in recessione. A maggio, per far fronte alla carenza di carbone, Kiev potrebbe importarlo da Sud Africa, Stati Uniti e Australia.

Cambiare i nomi delle città dal russo all’ucraino, come è successo qui a Bakhmut, serve ben poco. La guerra nell’est ha fatto un salto di qualità ma nessuno sa cosa succederà dopo.

  • Autore articolo
    Emanuele Valenti
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    Strage di Lampedusa: identificata la vittima 186

    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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