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In Gran Bretagna Uber assume 70mila autisti

In molti paesi, da qualche anno, i lavoratori della cosiddetta gig economy, che in italiano può essere tradotta come “economia dei lavoretti”, si stanno battendo per migliorare le proprie condizioni lavorative e per far valere i propri diritti. La lotta con le multinazionali dei lavoretti è serrata e complicata, per questo la vittoria di oggi dei lavoratori britannici di Uber, è ancora più importante. Dopo cinque anni di battaglie giudiziarie, un mese fa la Corte Suprema inglese aveva stabilito con una sentenza storica che gli autisti di Uber avevano tutto il diritto di essere considerati lavoratori dipendenti e, quindi, di godere di alcuni diritti come il minimo salariale, le ferie pagate e i contributi pensionistici. Dopo la sentenza, la società statunitense aveva controbattuto, sostenendo che quanto stabilito fosse da applicare unicamente agli autisti direttamente coinvolti nel processo (circa una trentina) e che non sarebbe quindi stata obbligata ad estenderlo a tutti gli altri lavoratori. Poi l’azienda ha preso una decisione che rappresenta un po’ una pietra miliare nella lotta per i diritti dei lavoratori: 70mila autisti Uber britannici verranno considerati lavoratori dipendenti. O meglio, lavoratori.

Il diritto del lavoro britannico, infatti, prevede una sorta di terra di mezzo per quanto riguarda le categorie di lavoratori. Ci sono i Self – Employed – ovvero i lavoratori indipendenti – gli Employees – i lavoratori dipendenti a tutti gli effetti che godono di tutti i diritti – e i Workers, che godono di alcuni di questi diritti e rappresentano una zona grigia che non esiste in altri paesi. In questa categoria intermedia rientreranno gli autisti di Uber, e questo aspetto rende più difficile stabilire se questa decisione potrà applicarsi anche in altri paesi. Certamente, però, si tratta di un cambio di passo importante che verosimilmente spingerà anche altre aziende del settore ad apportare cambiamenti del genere, ma ci sono ancora alcuni punti che devono essere analizzati. Innanzitutto, rimane irrisolta la questione su cosa, effettivamente, viene considerato orario lavorativo. Uber, infatti, ha stabilito che il salario minimo, in termini di tempo, verrà calcolato da quando il conducente accetta una chiamata, a quando porta a termine il viaggio. Non verrà quindi considerato lavoro tutto il tempo in cui l’autista aspetta di ricevere una chiamata. In sintesi, ciò che si chiede è che il tempo lavorativo sia calcolato dal momento in cui un conducente accede all’app. I sindacati, infatti, hanno calcolato che il tempo speso ad aspettare le chiamate, potrebbe rappresentare fino al 50% del guadagno totale.

Non è chiaro, poi, in che modo questa decisione influenzerà il modello di business di Uber, che si basa, come per il resto delle gig economy, su un basso costo del lavoro che permette di mantenere prezzi relativamente bassi. Su questo, l’azienda non si è espressa chiaramente. Per il momento ha fatto sapere che la decisione non ha alterato i suoi obbiettivi finanziari per il 2021, e che il prezzo delle corse non sarà aumentato. È evidente, però, che oggi il mondo della gig economy ha subito uno scossone: qualcosa dovrà necessariamente cambiare e che ogni movimento, da ora in poi, dovrà essere osservato da vicino.

Foto | I “cabs” inglesi protestano contro Uber, nel 2016

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    Martina Stefanoni
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