Approfondimenti

Il rebus dell’indipendenza catalana

C’è molta confusione intorno alla crisi catalana. Non solo sembra impossibile fare previsioni su quello che succederà. Ci sono enormi difficoltà anche nel comprendere quello che sta succedendo adesso.

Per semplificare dobbiamo fare un esercizio intellettuale ardito, che alcuni potrebbero bollare di fantapolitica, ma in questo momento non ci sono alternative.

A prescindere da quello che succederà oggi e nei prossimi giorni, e a prescindere dal possibile arresto di Carles Puigdemont e dei suoi più stretti collaboratori, ci sono alcuni elementi che ci permettono di dipingere un quadro non così indecifrabile.

Primo. Siamo in Europa Occidentale nel 2017. Non era possibile immaginare una secessione violenta. Il fronte indipendentista – che in queste ore tutti i media e tutti gli analisti spagnoli danno per morto e oltretutto caduto nel ridicolo – non ha abbandonato il suo progetto. Semplicemente perché così gli chiede la sua base sociale. Ma visto che la rottura violenta non era possibile e visto che il piano pratico per l’indipendenza non era pronto, Puigdemont e i suoi potrebbero aver scelto di giocare, ancora per qualche settimana, nel territorio segnato dal governo spagnolo.

Secondo. In quest’ottica si spiegano una serie di cose. La dichiarazione d’indipendenza della Catalogna era sì nella risoluzione votata venerdì scorso dal parlamento di Barcellona. Ma era contenuta nel suo preambolo, che ufficialmente non è stato votato. La presidentessa del parlamento catalano, Carme Forcadell, ha letto proprio quel passaggio, andando in mondovisione, ma quelle righe, almeno formalmente, non sono state messe ai voti. Non solo. Subito dopo la dichiarazione, venerdì pomeriggio, il governo catalano si è riunito, ma senza approvare alcun decreto attuativo per dar seguito all’indipendenza. Nei due giorni successivi l’esecutivo, destituito con l’articolo 155 della costituzione spagnola, ha tenuto un profilo molto basso. Carles Puigdemont ha registrato un breve messaggio trasmesso da TV3, la televisione pubblica catalana, nel quale non ha sfidato apertamente lo stato spagnolo. “Difendiamo pacificamente il nostro progetto”. Era un messaggio per la sua base.

Terzo. Proprio in queste ore i partiti indipendentisti stanno valutando se e come partecipare alle elezioni regionali convocate da Madrid dopo aver preso il controllo della Catalogna. Le elezioni saranno il 21 dicembre. La mossa di Mariano Rajoy ha messo pressione su Puigdemont e sulla classe politica catalana favorevole alla secessione. In questo momento, visto che l’indipendenza non può essere operativa, potrebbero accettare di partecipare al voto. Il governo di Madrid racconterà che tutti hanno finalmente accettato il sistema costituzionale spagnolo e che la scommessa indipendentista è svanita per sempre. Una versione che la base indipendentista non accetterà mai, e che oltretutto, trattandosi di un problema politico secolare, non corrisponderebbe al vero.

Quarto. Da questo punto di vista la dichiarazione di venerdì scorso nel parlamento di Barcellona potrebbe essere stata usata per placare la base e studiare le prossime mosse. Ovviamente in un contesto complicatissimo. Le facce tese di Puigdemont e i suoi, venerdì, lo confermerebbero. Non erano certo le facce di chi aveva appena coronato il sogno di una vita. In questa direzione interpretativa va anche un articolo pubblicato ieri su un giornale catalano (El Punt Avui) a firma di Oriol Junqueras, il vice di Puigdemont. “Dobbiamo prendere delle decisioni difficili, che non saranno d’immediata comprensione. Non escludo mai il ricorso alle urne”. Un’altra volta un messaggio per la base indipendentista.

In sostanza per uscire dall’angolo gli indipendentisti catalani devono studiare una strategia alternativa che si potrebbe concretizzare proprio nella partecipazione alle elezioni del 21 dicembre – quelle convocate da Madrid – presentandole però come elezioni costituenti e allo stesso tempo come un plebiscito per l’indipendenza. Come se fosse il famoso referendum concordato con il governo spagnolo, che sappiamo non ci sarà mai. I partiti indipendentisti si potrebbero presentare in un’unica coalizione, compresi gli anti-capitalisti della CUP, e secondo alcune analisi che cominciano a circolare a Barcellona potrebbero anche candidare esponenti della società civile, non i politici tradizionali. La presidentessa del parlamento catalano, questa mattina, avrebbe confermato che l’organo è stato sciolto, indicando in sostanza di aver accettato il 155.

Quinto e ultimo punto. Anche le organizzazioni e le associazioni della società civile, che in questi anni hanno rappresentato la spina dorsale del movimento indipendentista, stanno tenendo un profilo molto basso. Una fonte all’interno del comitato direttivo dell’Assemblea Nazionale Catalana (quella che ha convocato tutte le grandi manifestazioni a Barcellona e il cui presidente, Jordi Sanchez, è in carcere) ha detto a Radio Popolare che sono sempre in allerta, ma che al momento il messaggio è “andare avanti con la vita normale di tutti i giorni, con molta calma”.

Il passaggio è molto stretto. La strategia potrebbe fallire. Partecipare alle elezioni potrebbe anche essere letto da molti come una resa. Ma visto che non possiamo dare per morto un movimento che coinvolge almeno la metà della società catalana (ieri sera in alcun centri fuori Barcellona si sono tenute assemblee pubbliche per strada) e visto che di fronte all’aggressività di Madrid potrebbero votare per l’indipendenza anche coloro che finora avevano difeso solo un il referendum per l’autodeterminazione, il risultato finale potrebbe essere un nuovo grande colpo di scena. Il rischio c’è. Tra due mesi potremmo ritrovarci nella stessa situazione di oggi. Perché a un certo punto, se si vuole fare una Catalogna indipendente, la rottura ci dovrà essere, e questa volta sul serio. Il movimento indipendentista spera di ampliare ulteriormente la sua base sociale, di mettere Madrid di fronte al fatto compiuto, e di raccogliere qualche tipo di appoggio dalla comunità internazionale. La partita a scacchi è destinata a continuare ancora qualche settimana, ma non può andare avanti all’infinito.

  • Autore articolo
    Emanuele Valenti
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    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

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