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Cadute e bugie

“Un colpo di caldo”. “Polmonite”.

Tra queste due diagnosi diversissime sta un problema che diventa ogni giorno più urgente per Hillary Clinton: quello della trasparenza.

Dopo aver lasciato la cerimonia per ricordare le vittime dell’11 settembre a New York, i collaboratori di Clinton avevano fatto sapere che la candidata democratica era stata vittima di un “colpo di caldo”. Un episodio che non doveva destare preoccupazione e dal quale Clinton si sarebbe presto ripresa.

La stessa candidata, uscendo dall’appartamento newyorkese della figlia Chelsea, aveva sorriso, fatto una foto con una bambina e annunciato: “Va tutto bene. E a New York è una splendida giornata”.

In realtà non andava tutto bene, come hanno potuto chiaramente vedere milioni di persone grazie al video postato su Twitter da un giornalista. Nel video, una ventina di secondi, si vede Clinton immobile, appoggiata a una transenna, attendere la macchina dopo aver lasciato la cerimonia. Quando la vettura arriva, Clinton fa un passo, cade, viene sorretta dagli agenti del Secret Service e condotta via. Verso casa della figlia Chelsea, come abbiamo saputo più tardi.

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Per 90 lunghissimi minuti, il team di giornalisti che segue Clinton in ogni occasione pubblica non ne ha saputo più nulla. Dove si trovava. Come stava.

Probabilmente, se non ci fosse stato il video dello svenimento, l’episodio sarebbe passato inosservato e soprattutto non sarebbe stato reso pubblico.

Ma nell’era dei social e dei cellulari che registrano ogni cosa, è difficile celare qualcosa, e anche Clinton alla fine è stata costretta a rivelare quello che è davvero successo. E cioè, che ha preso la polmonite.

C’è però un dettaglio che lascia perplessi. L’episodio dello svenimento di Clinton a New York avviene alle 11 del mattino. Per ore, i suoi collaboratori insistono sulla versione del “colpo di caldo”. E’ soltanto alle 17.15 del pomeriggio che, anche di fronte all’evidenza del video, la campagna Clinton ammette che la situazione è più grave. Lisa Bardack, il medico personale, spiega che Clinton è in cura per una polmonite da venerdì, che la candidata “ha avuto un colpo di caldo e si disidratata” ma che ora “si sta riprendendo bene”.

Dalle 11 del mattino, fino alle cinque del pomeriggio, il team di Hillary Clinton ha dunque mentito. Di più, il team, e ovviamente la candidata, sanno della polmonite da venerdì, da quando Clinton ha avuto un accesso di tosse compulsiva attribuito a “un’allergia”.

Sapevano, ma non hanno detto la verità.

La cosa è stata immediatamente notata da buona parte della stampa americana. “Avrebbero dovuto dirlo. Non si tratta di un raffreddore”, ha spiegato Chuck Todd di NBC. “Non capisco perché i collaboratori di Clinton non hanno detto al mattino che si trattava di polmonite”, ha aggiunto Brian Stelter.

Il fatto è che la polmonite è una bruttissima notizia per Hillary Clinton. Non solo perché interrompe la campagna elettorale a meno due mesi dal voto. Non soltanto perché sarà sicuramente usata da Donald Trump e dai repubblicani per diffondere dubbi sulla sua effettiva capacità di sostenere fisicamente le fatiche di una presidenza. Ma soprattutto perché accentua l’impressione di scarsa trasparenza di cui la candidata è stata spesso accusata. Che si tratti delle mail inviate da un server privato da segretario di stato, che si tratti dei fatti di Bengasi, che si tratti degli affari della Clinton Foundation o dei compensi ottenuti per i suoi discorsi alle imprese, c’è sempre un’ombra di non detto, di non completamente chiaro nelle azioni di Hillary Clinton.

Ora arriva la storia della polmonite, gestita malissimo, tenuta colpevomente nascosta fino a quando non era più possibile nasconderla.

Per una candidata il cui punto debole è appunto un’impressione di insincerità, il “colpo di caldo” è un ulteriore, pericoloso, passo falso.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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