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Genova per noi

porto di genova

C’era stato un tempo in questo nostro secolo in cui Genova era grande tra le città del mondo, scrive Maurizio Maggiani nello splendido “La regina disadorna”.

Oggi arrivando alla Superba col treno da Milano si vedono gli spezzoni del Ponte Morandi crollato il 14 agosto, che stringono il cuore prima ancora di ferire lo sguardo. Nulla è stato finora fatto, e neppure si sa che cosa dovrebbe essere fatto, almeno con una ragionevole certezza. Quindi scendendo fino al porticciolo di Nervi, dove abito quando vengo a Genova, incontro i rifiuti portati dalla mareggiata che giacciono sulla spiaggia.

Da lì camminando mi avvio verso la passeggiata Anita Garibaldi, meravigliosa sul mare a picco, il cui primo troncone nacque nel 1862 sulla traccia di un antico sentiero usato dai pescatori. Alle spalle si stendono alcuni dei parchi più belli, mentre la passeggiata sospesa al di sopra degli scogli, è costellata di simpatici caffè bar e baretti. Tutta Genova viene a passeggiare respirando il mare e godendosi i colori, dal blu delle onde al bianco delle schiume al verde degli alberi, in tutte le sfumature. Ma oggi la passeggiata è impraticabile. Onde furiose alte tra i sette e nove metri l’hanno letteralmente fracassata in più punti.

Il Ponte Morandi e la passeggiata Anita Garibaldi, due simboli della città a pezzi. Il viadotto incarnava la vocazione della città ai commerci, dal porto snodandosi la mobilità delle merci verso Ponente fino a Francia e Spagna, e a Levante verso il Nord Italia e in Europa fino alla Norvegia da un verso e la Russia dall’altro. Nonché il ponte significava l’unità della città tra Levante e Ponente, fondamentale per la mobilità urbana.

La passeggiata era il luogo di fratellanza tra la città, i suoi abitanti e il mare, non quello lontano che da secoli portavano le navi e i piroscafi, ma quello vicino dove tuffarsi, nuotare, muoversi con le canoe, o le barche con la vela latina o quella fenicia. Il mare di famiglia, il mare sottocasa. Prima del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, quando ogni onda rischia di diventare uno tsunami. Le onde sono figlie del vento, e l’aumento della temperatura nell’atmosfera si trasforma in venti sempre più violenti. Infatti un grado e mezzo di aumento, che è quello attuale, significa una grande quantità di energia di movimento, iniettata nell’aria rispetto a quella presente fino a ieri. Perchè la temperatura è proporzionale all’energia cinetica media delle molecole del gas, e quindi queste vanno molto più svelte, ovvero si generano venti molto più veloci cioè più potenti che quando scendono sul mare producono non le increspature del dolce zefiro d’antan, ma onde alte come case a due o tre piani e oltre, cariche di energia capaci di sollevare barche e panfili scagliandoli sulla costa, scardinare e spazzare via impianti balneari, e anche la veranda del ristorante dove vado a pranzo non c’è più.

Piero 21, così si chiama questa antica trattoria, sta sul mare, là sotto a circa otto-nove metri che rumoreggia, ma oggi non troppo. Hanno lavorato sodo a rimettere in sesto almeno la sala da pranzo in muratura, quindi postando su Facebook il risultato talché i molti clienti abituali potessero tornare, essendo che ha un rapporto qualità/prezzo eccezionale in un ambiente cordiale e intelligente.

Si tratta di un luogo popolare nel senso migliore del termine, con una clientela quasi interamente locale, piuttosto di persone che comunque, persino se parlano russo, qui abitano, vivono, lavorano e spesso amano Genova – crocevia di molte nazionalità. Popolare e molto vivo. Un ottimo punto d’osservazione per gli umori della città.

Andando oltre, arriva Boccadasse, dove il mare ha invaso la spiaggia, la strada e letteralmente assedia le case, con un nuovo problema: le fogne. Il sistema di spurgo è allagato e intasato, gli odori nauseabondi e soprattuto il mare, anche se oggi è quasi calmo, appare minaccioso guardato dalle finestre lambendo le porte delle case. Ricorda certi film di fantascienza, con le acque sotto i grattacieli di New York che pare aspettino solo il momento buono per salire ai piani alti. Ma non è fantascienza, non più: è il cambiamento climatico rispetto al quale Genova appare fragile e in difficoltà. Eppure a coabitare con le acque dovrebbe essere abituata.

Ma dicevo degli umori, e opinioni, della gente. Dal taxista, alle chiacchere ascoltate in autobus, alle conversazioni al ristorante, alle considerazioni degli amici e dei vicini è possibile trovare un denominatore comune? Mi par di sì. Al di là dei brontolii per le mancanze delle autorità e istituzioni, dal governo al sindaco, dei partiti che non fannno nulla e Grillo genovese non sfugge anzi, del fatto che il ponte interrotto sta ancora lì che pencola mentre il traffico impazzisce, e “chissà per quanto, ma ci crede lei che faranno in fretta, in un anno o poco più?”.

No, nessuno ci crede, nemmeno una persona che io abbia sentito, o orecchiato. Non sarà scientifico, però colpisce. È vero che la Liguria disegna un sorriso rovesciato, ma qui sembra un digrignar di denti impotente. Però c’è qualcosa di più profondo e comune che mi par di percepire. Una sfiducia non tanto nelle istituzioni e organizzazioni tecniche o politiche che siano, ma nella città, nelle sue strutture, oserei dire nel suo spaziotempo, nella sua topologia così come è venuta costituendosi nel corso dei secoli. Che vuol poi dire anche sfiducia dei cittadini in sè stessi.

Questione è che Genova per il riscaldamento climatico sul fronte del mare, e per le infrastrutture di mobilità barcollanti e spezzettate, schiacciata dalla montagna da dove l’acqua non è che scorre a valle: precipita, e schiaffegiata dalle onde tanto alte che così nessuno le aveva mai viste, appare allo stato attuale in balia degli eventi, una sorta di laboratorio per le catastrofi. Se poi aggiungiamo che la città già era in crisi per la chiusura e/o il ridimensionamento delle grandi fabbriche, con la scomparsa della classe operaia, e al porto con l’introduzione dei container quella dei camalli – che furono i protagonisti in piazza del luglio ’60 contro il congresso del MSI e il governo Tambroni – e in seguito le varie azioni urbanistiche, sociali, culturali e politiche tese a ridefinire le coordinate di una comunità, di un comune sentire, un po’ hanno funzionato un po’ no.

Adesso il problema è diventato urgente, perchè senza il viadotto Morandi e senza la passeggiata Anita Garibaldi la città rischia la depressione dell’immaginario. Ovvero di restare senza idee, proprio quando di idee nuove avrebbe un gran bisogno. Per l’intanto il turismo, una delle risorse, si sta assottigliando e le cancellazioni alberghiere non si contano, così come le presenze al grande acquario diminuiscono a vista d’occhio. Sarebbe il momento per Genova di riaccendere la Lanterna.

porto di genova

  • Autore articolo
    Bruno Giorgini
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