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In Italia la tortura non è reato. Una vergogna

Tanja, manifestante tedesca, aveva 22 anni quando venne portata, insieme a molti altri, alla caserma Bolzaneto, durante il G8 di Genova 2001.

Persone a cui vennero privati i diritti costituzionali, che subirono violenze, percosse, umiliazioni e torture tra la “macelleria messicana” alla scuola Diaz, accompagnata dalla costruzione di false prove, e l’inferno di Bolzaneto. Nonostante tutto ciò l’Italia, vergognosamente, non ha ancora una legge sulla tortura.

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La scuola Diaz

In questi giorni la giudice del tribunale civile di Genova Paola Luisa Bozzo Costa ha riconosciuto che Tanja subì “condotte di vera e propria tortura e ci fu la volontà di cagionare dolore, nell’abusare delle posizioni di potere e autorità”. Per questo ha condannato lo Stato a pagarle 175mila euro per danni fisici e morali subiti. Si tratta del risarcimento più alto finora concesso in sede civile.

La sentenza ha accolto le tesi dei legali di Tanja, gli avvocati Carlo Malossi di Modena e Antonluca Crovetto di Genova. E’ l’avvocato Malossi a raccontare come la sua assistita Tanja venne trattata a Bolzaneto: “Tanja è stata tenuta per ore e ore in piedi con le braccia e le gambe allargate, pochissimo cibo e acqua, obbligata a ascoltare urla di altre persone… picchiate. La paura di essere violentata, quando è stata trasferita, isolata in un piccola cella… e poi le hanno impedito di comunicare con i suoi famigliari , con un legale…”

Ascolta qui l’intervista integrale all’avvocato Carlo Malossi

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Questo un passaggio del documento della sentenza del giudice che certificano le “ misure vessatorie ed a trattamenti inumani e degradanti”.

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La negazione dei diritti fondamentali, le umiliazioni che Tanja subì e le violenze alle quali ha assistito, le hanno provocato un disturbo da stress post traumatico che si manifesta in paura “alla comparsa di una persona in divisa e di disagio quando qualcuno le si avvicina troppo”.

La sentenza di Genova è importante e si va aggiungere ad altre dove, sia nel caso della scuola Diaz (dove avvenne la “macelleria messicana”) sia in quello di Bolzaneto, i tribunali italiani hanno qualificato le violenze commesse come “tortura”. Ma non essendo reato, i responsabili delle violenze, dei pestaggi, non sono stati condannati penalmente. Per alcuni reati “minori” invece è scattata la prescrizione.

Una legge contro la tortura sarebbe sarebbe fondamentale per la qualità della nostra democrazia.

Il senatore del Pd Luigi Manconi da tempo si batte per una buona legge sulla tortura.

Senatore perché non abbiamo ancora una legge sulla tortura?

“Non abbiamo ancora una legge sulla tortura perché la classe politica italiana vive in una condizione di sudditanza psicologica nei confronti delle forze di polizia. Cioè, ne accetta il discorso, ne subisce le argomentazioni, ne accoglie sostanzialmente l’ideologia. Questa reticenza a riconoscere la tortura quando c’è tortura viene giustificata solo ed esclusivamente con il rischio che finirebbe col sanzionare – come viene detto con qualche volgarità – ‘qualunque ceffone meritato da qualunque delinquente’, laddove invece si dimentica che la tortura è stata definita a livello internazionale, esiste una giurisprudenza inequivocabile. Invece si rende difficile l’identificazione del reato, perché non si ha il coraggio di affrontare con serietà l’enorme problema della democratizzazione delle forze di polizia e soprattutto il rispetto da parte di queste dei diritti fondamentali della persona”.

L‘Italia, 15 anni dopo Genova 2001, non ha ancora una legge sulla tortura.

“Non si tratta solo di 15 anni dopo Genova. Si tratta di 28 anni dopo la ratifica della Convenzione internazionale delle Nazioni Unite (varata nel 1984 e sottoscritta dall’Italia nel 1988, ndr). Quindi possiamo solo aggiungere vergogna a vergogna”.

Il presidente del Consiglio Renzi, a Genova il 14 aprile 2015, aveva promesso una legge sulla tortura…

“Non è la sola promessa che non è stata rispettata. Voglio ricordare che è stato ribadito più volte che si dovesse affrontare e approvare una legge sulla cittadinanza, e anche lì siamo lontanissimi. Bisogna tener conto di un fatto elementare: che la situazione caotica delle forze politiche, una situazione delle alleanze, alla Camera ma in particolare al Senato, fa sì che c’è da temere quando si affrontano queste tematiche”.

Facciamo i nomi…

“Per quanto riguarda la legge sulla tortura, c’è una responsabilità formidabile, ancor prima che di un partito, di un ministro, il ministro dell’Interno Angelino Alfano”.

Quindi c’è il veto di Alfano su questa legge?

“Direi che è Alfano che ha messo il suo corpo a impedimento di questa approvazione, perché – diciamo così – nel suo rapporto non facile con le forze di polizia, ha ritenuto opportuno promettere il suo impegno a che non venisse approvata una legge sul codice identificativo per le forze di polizia in servizio d’ordine pubblico e per rendere la legge sulla tortura la più lontana possibile da quello che era il testo originario, quello presentato da me al Senato, che costituisce il contenuto fondamentale della Convenzione internazionale delle Nazioni Unite, ratificata dall’Italia nel 1988.

Ma non c’è solo il ministro Alfano e il suo partito, il Nuovo Centro Destra: all’interno dell’area centrista le posizioni sono tante, all’interno del centrodestra compattamente c’è ostilità, e anche qualche perplessità si è palesata, poi fortunatamente superata, all’interno del Partito democratico. Perplessità rientrata quando al Senato il Pd ha assunto un atteggiamento risoluto. Ma tutto ciò non è stato sufficiente. La legge è stata comunque rinviata e non credo che questa legislatura approverà la legge sulla tortura. E – aggiungo, ed è ciò che mi preoccupa di più – non so cosa augurarmi perché se questa legislatura, questo Parlamento, dovesse approvare una legge sulla tortura ho fondate ragioni per pensare che sarebbe una brutta legge”

A note reading "Don't Clean Up The Blood" hangs in the headquarters of the umbrella anti-globalisation protest movement, the Genoa Social Forum (GSF), 22 July 2001 after an overnight police raid in Genoa. Activists at the scene appeared shaken and horrified by the police action, calling it an unprovoked and brutal attack, as a helicopter hovering at rooftop height lit up the streets with floodlights. AFP PHOTO GERARD JULIEN

  • Autore articolo
    Piero Bosio
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    La Filarmonica della Scala apre al pubblico la sua prova per la Fondazione Giulia Cecchettin

    Il prossimo 18 gennaio la Filarmonica del Teatro alla Scala terrà una Prova Aperta straordinaria il cui ricavato andrà alla Fondazione "Giulia Cecchettin" per i progetti di educazione all’affettività realizzati dalla Fondazione, in risposta all’emergenza della violenza di genere. Sul podio ci sarà il maestro Riccardo Chailly, al pianoforte Alexandre Kantorow, con un programma che comprenderà opere di Sergei Prokof'ev e di Petr Il'ic Čajkovskij. Le Prove Aperte della Filarmonica della Scala sono ormai una vera stagione musicale che ogni anno permette al pubblico di assistere alla messa a punto di grandi concerti a prezzi contenuti, contribuendo allo stesso tempo a importanti progetti nel campo del sociale. In 14 edizioni ne sono state realizzate 74, con la partecipazione di quasi 138.000 spettatori che hanno permesso di raccogliere oltre 1 milione e 700 mila euro. Dal 2010 l’iniziativa ha sostenuto 58 associazioni. Quattro appuntamenti in abbonamento, dal 22 febbraio al 25 ottobre 2026, che anticipano i rispettivi concerti della stagione dell’orchestra Filarmonica della Scala e raccolgono fondi per altrettanti progetti di associazioni non profit milanesi. Il ciclo di quest’anno è dedicato a enti del Terzo Settore che a Milano realizzano progetti finalizzati al contrasto alla povertà educativa, oltre alla già citata Prova Aperta inaugurale dedicata appunto alla Fondazione "Giulia Cecchettin". Ira Rubini ha intervistato Daria Fallido sulle attività della Fondazione Giulia Cecchettin.

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