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“Franco Battiato sta bene, vuole stare tranquillo”

Franco Battiato e Juri Camisasca

In questo momento sono all’aperto, sotto un albero, alle pendici dell’Etna che oggi è calmo”. Mi risponde così Juri Camisasca quando lo chiamo domenica mattina a due giorni dall’uscita del nuovo disco di Franco Battiato con l’inedito Torneremo Ancora, brano che Battiato ha scritto con Camisasca.

Da quasi cinquant’anni Juri Camisasca è la persona più vicina a Franco Battiato, compagni e complici di vita spirituale e musicale. I due si sono conosciuti appena maggiorenni durante il servizio militare a Udine e non si sono più persi di vista. Da anni vivono nella stessa zona della Sicilia, vicini di casa. “Ma sai che non abbiamo mai litigato?” mi dice Juri, “ci siamo sempre rispettati anche nella diversità d’idee. Ciascuno di noi ha la propria esistenza in questa vita nell’Universo”.

Leggere alcune cose che sono state scritte in questi giorni gli ha fatto male, anche se Battiato, racconta Juri, “è ben protetto da queste cattiverie”. L’eco però può arrivare lo stesso. “Mi ha fatto vomitare leggere che qualcuno ha detto che teniamo in vita una cosa morta. Un po’ di rispetto e dignità, verso sé stessi e gli altri. Franco sta bene, ha avuto due brutti incidenti, vuole stare in pace e in questo momento non ha voglia di scrivere altra musica”.

Ma cosa ti ha detto in questi giorni dopo l’uscita della canzone e del disco?

Io e Franco ci vediamo praticamente tutti i giorni, è contento di questa uscita del disco. Ma stiamo parlando di Battiato, è abituato a queste cose.

E l’attenzione, l’affetto dei fan è arrivato?

Certo, sì. Io però dico sempre a questi ragazzi di non essere troppo ossessivi. A volte anche il troppo amore può diventare fastidioso. Franco ha bisogno di stare tranquillo, lui le sente queste cose. Ha fatto la sua carriera, ora è stanco e sente il bisogno di staccarsi. Franco ha avuto un paio di incidenti che lo hanno messo con le spalle al muro, due brutte cadute. 

So che corrono tante voci, ma sono fantasie di mitomani, gente che millanta conoscenze o amicizie che in realtà non esistono. Sento tante di quelle assurdità. Pensassero un po’ alla salvezza della loro anima, che forse è un po’ in bilico. Ciascuno di noi deve pensare prima di tutto alla propria evoluzione.

Evoluzione… tu e Franco Battiato avete un percorso di vita comune lungo 50 anni, com’è nata questa ultima canzone, Torneremo Ancora?

Una premessa: un conto è l’amicizia, un conto è l’intesa musicale. Tante cose abbiamo in comune io e Franco e alla base c’è il rispetto dell’essere umano, delle idee dell’altro. Io ho avuto una formazione e una crescita teologica sul piano del cristianesimo, Franco sulle filosofie orientali. Al di là di ciò, questa canzone è nata perché il brano doveva finire ad Andrea Bocelli, inizialmente era stato pensato per lui, poi la cosa non è andata in porto. Caterina Caselli e Bocelli non lo hanno ritenuto adatto.

Le canzoni nascono anche attraverso input di discorsi che si fanno nella vita e io e Franco stavamo parlando dei migranti, della migrazione, che è un problema molto grande dal punto di vista politico. Ne abbiamo discusso e poi ci siamo detti che non era nelle nostre corde parlarne in una canzone su un piano politico e così l’abbiamo spostata sul piano universale.

Da qui è uscita l’idea di fare una canzone sulla migrazione dell’anima più che sulla migrazione del corpo. Abbiamo pensato di parlare della trasmigrazione dell’essere umano dopo l’esistenza terrena. Inizialmente il brano doveva chiamarsi I migranti di Ganden, dal nome del monastero di Ganden che è uno dei tre principali monasteri universitari del Tibet, quello dove il Dalai Lama ha dato i suoi ultimi esami di teologia. Tutto questo prima della presa cinese, quando i monaci sono stati costretti ad andarsene.

Quando si parla dei migranti di Ganden che scendo dai monti, ecco quello è un flash, un riferimento, perché questi monaci diventano il simbolo di una trasmigrazione sia politica che spirituale. Nel brano diciamo “i migranti di Ganden in corpi di luce su pianeti invisibili”, cioè dopo questa esistenza si presume, in particolare nelle filosofie orientali, che ci siano altri piani spirituali e altri mondi, altri pianeti.

A un certo punto dite “cittadini del mondo cercano una terra senza confine”, che mi sembra anche un riferimento all’attualità politica come dicevi. Poi il brano si apre, c’è questa ascesa, anche negli archi, nella parte strumentale, e la canzone va verso l’alto…

Sì, certamente, è così. Intanto diciamo che strutturalmente da un punto di vista melodico e di arrangiamento si è pensato ad una cosa molto semplice proprio per dare spazio all’emozione che esce con il canto. È un arrangiamento molto semplice, senza fronzoli, proprio per dare spazio a questo modo che ha Franco di cantare molto emozionante.

Juri Camisasca e Franco Battiato negli anni ottanta durante il periodo di "Genesi". Foto di Camisasca.
Juri Camisasca e Franco Battiato negli anni ottanta durante il periodo di “Genesi”. Foto di Camisasca.

Cantate “finché non saremo liberi torneremo ancora, ancora e ancora”: cosa vuol dire? Quando saremo liberi?

Bisogna tenere presente la filosofia orientale, la vita samsarica. Siamo all’interno di una circolarità esistenziale che i buddisti chiamano Samsara, che è la vita condizionata dal karma. Franco dice “ritorneremo ancora finché non saremo liberi” dal karma, liberi dalla consequenzialità degli effetti della nostre azione. Quando ti liberi non ritorni più e a quel punto sei l’essenza dell’Universo. Ma il cammino è lungo.

Torniamo in un certo senso alla migrazione dell’anima che citavi all’inizio…

Sì certo, finché non saremo liberi. Anche se l’anima è già libera di suo, siamo noi che la teniamo incatenata alle nostre limitatezze mentali, intellettuali ed anche emozionali.

Hanno detto e scritto che questo sarà l’ultimo brano di Franco Battiato. Cosa ne pensi?

Io frequento Franco praticamente quotidianamente e ti posso dire che in questo momento non ha voglia di scrivere musica. A volte io gli dico “dai Franco facciamo ancora qualcosa” ma vedo che non ne ha voglia. Poi non so in futuro, ma ora come ora non ha voglia di scrivere nuova musica, men che meno di fare concerti. Su questa cosa c’è tanto allarmismo, ma Franco sta bene, fisicamente sta meglio di me, ma in questo momento non ha voglia di mettersi in gioco e scrivere nuova musica.

Altra cosa detta e scritta è che questa canzone è il testamento di Battiato…

Questa è una grande stupidata. Per mia grande fortuna non seguo i social network ma mi riferiscono amici che ad esempio qualcuno ha scritto di essere in possesso dell’ultimo inedito di Franco. Se io dovessi aprire il cassetto con tutti in brani che abbiamo fatto insieme… ma lasciamo perdere. Franco sente gli echi di queste cose e lo disturbano. Una volta eravamo a tavola, è arrivato il postino e ha consegnato un pacchetto con dentro un cd. Franco lo ha guardato ma non lo ha neanche aperto, come dire “ragazzi lasciatemi in pace”.

Come dicevo, di fare nuova musica non ne ha voglia. Questo lo si deve abbinare al fatto che deve recuperare una certa quota di energia, ma da qui a dire, come ha detto qualche stupido in una articolo, che “tengono in vita una cosa morta”, beh questa cosa mi ha fatto venire il vomito. Mi ha proprio fatto venire il vomito. Tanto per iniziare un essere umano non è una cosa. Una cosa è un posacenere, un bidone dell’immondizia, un oggetto. Un essere umano è una persona. Per cortesia, ci sia almeno un pochino di rispetto e dignità verso sé stessi e verso le persone che chiedono di rimanere in pace, tranquille. Anche se devo dire che Franco è molto protetto, dall’ambiente famigliare e dalla grazia, da una grazia invisibile.

Prima di salutarlo, chiedo a Juri se lo rivedremo in concerto a Milano, la sua quasi città natale (è nato a Melegnano il 9 agosto del 1951). L’ultima volta lo avevamo visto a giugno 2018 al festival Zuma invitato da Davide Domenichini di Black Sweat records. “Sì, a metà novembre uscirà un mio disco nuovo e sto cercando una data anche a Milano. Mi era piaciuto molto lo Zuma festival, mi aveva fatto un grande piacere suonare con degli amici come Federico Sanesi e Roberto Mazza.

Abbiamo suonato un po’ come facevamo ai vecchi tempi, quando non ci ponevamo il problema di cosa fare. Si saliva sul palco e si suonava. Così è successo a Zuma. Quando c’è una sintonia di un certo tipo ci si incontra tra musicisti, c’è un altro tipo di linguaggio. A volte magari non ci si incontra sul piano razionale, si discute e ciascuno ha le sue idee, ma musicalmente ci sono delle sintonie che quando si trovano ti portano loro in una certa direzione: è la musica che ti porta ad avere il feeling con la persona. La musica è un mondo a sé”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A JURI CAMISASCA

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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