Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

  • PlayStop

    GR di mar 10/12 delle ore 22:31

    GR di mar 10/12 delle ore 22:31

    Giornale Radio - 12/10/2019

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di mar 10/12

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 12/10/2019

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di mar 10/12 delle 19:49

    Metroregione di mar 10/12 delle 19:49

    Rassegna Stampa - 12/10/2019

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Notte Vulnerabile di mar 10/12

    Notte Vulnerabile di mar 10/12

    Notte vulnerabile - 12/11/2019

  • PlayStop

    L'altro martedi' di mar 10/12

    L'altro martedi' di mar 10/12

    L’Altro Martedì - 12/10/2019

  • PlayStop

    Wi-Fi Area del mar 10/12

    Wi-Fi Area del mar 10/12

    Wi-fi Area - 12/10/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mar 10/12 (prima parte)

    La manifestazione di Milano contro tutte le forme di odio con Liliana Segre, Beppe Sala e seicento sindaci italiani (prima…

    Ora di punta – I fatti del giorno - 12/10/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mar 10/12 (seconda parte)

    Ora di punta di mar 10/12 (seconda parte)

    Ora di punta – I fatti del giorno - 12/10/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mar 10/12

    La manifestazione di Milano contro tutte le forme di odio con Liliana Segre, Beppe Sala e seicento sindaci italiani

    Ora di punta – I fatti del giorno - 12/10/2019

  • PlayStop

    Esteri di mar 10/12

    Esteri di mar 10/12

    Esteri - 12/10/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mar 10/12 - In piazza con Liliana Segre

    La manifestazione di Milano contro tutte le forme di odio con Liliana Segre, Beppe Sala e seicento sindaci italiani

    Ora di punta – I fatti del giorno - 12/10/2019

  • PlayStop

    Malos di mar 10/12 (prima parte)

    Malos di mar 10/12 (prima parte)

    MALOS - 12/10/2019

  • PlayStop

    Malos di mar 10/12 (seconda parte)

    Malos di mar 10/12 (seconda parte)

    MALOS - 12/10/2019

  • PlayStop

    Due di due di mar 10/12 (prima parte)

    Due di due di mar 10/12 (prima parte)

    Due di Due - 12/10/2019

  • PlayStop

    Due di due di mar 10/12 (seconda parte)

    Due di due di mar 10/12 (seconda parte)

    Due di Due - 12/10/2019

  • PlayStop

    Jack di mar 10/12 (seconda parte)

    Jack di mar 10/12 (seconda parte)

    Jack - 12/10/2019

  • PlayStop

    Jack di mar 10/12 (prima parte)

    Jack di mar 10/12 (prima parte)

    Jack - 12/10/2019

  • PlayStop

    Considera l'armadillo mar 10/12

    Si parla con Rosario Balestrieri, Segretario di Ciso Centro Italiano Studi Ornitologici, di Giornata Internazionale per i Diritti Animali, del…

    Considera l’armadillo - 12/10/2019

  • PlayStop

    Radio Session di mar 10/12

    Radio Session di mar 10/12

    Radio Session - 12/10/2019

  • PlayStop

    Memos di mar 10/12

    «Società ansiosa di massa, stratagemmi individuali, scomparsa del futuro, pulsioni antidemocratiche, uomo forte». E’ solo un elenco parziale delle espressioni…

    Memos - 12/10/2019

  • PlayStop

    Tazebao di mar 10/12

    Tazebao di mar 10/12

    Tazebao - 12/10/2019

  • PlayStop

    Cult di mar 10/12 (seconda parte)

    Cult di mar 10/12 (seconda parte)

    Cult - 12/10/2019

  • PlayStop

    Cult di mar 10/12 (prima parte)

    Cult di mar 10/12 (prima parte)

    Cult - 12/10/2019

Adesso in diretta
Programmi

Approfondimenti

“Franco Battiato sta bene, vuole stare tranquillo”

Franco Battiato e Juri Camisasca

In questo momento sono all’aperto, sotto un albero, alle pendici dell’Etna che oggi è calmo”. Mi risponde così Juri Camisasca quando lo chiamo domenica mattina a due giorni dall’uscita del nuovo disco di Franco Battiato con l’inedito Torneremo Ancora, brano che Battiato ha scritto con Camisasca.

Da quasi cinquant’anni Juri Camisasca è la persona più vicina a Franco Battiato, compagni e complici di vita spirituale e musicale. I due si sono conosciuti appena maggiorenni durante il servizio militare a Udine e non si sono più persi di vista. Da anni vivono nella stessa zona della Sicilia, vicini di casa. “Ma sai che non abbiamo mai litigato?” mi dice Juri, “ci siamo sempre rispettati anche nella diversità d’idee. Ciascuno di noi ha la propria esistenza in questa vita nell’Universo”.

Leggere alcune cose che sono state scritte in questi giorni gli ha fatto male, anche se Battiato, racconta Juri, “è ben protetto da queste cattiverie”. L’eco però può arrivare lo stesso. “Mi ha fatto vomitare leggere che qualcuno ha detto che teniamo in vita una cosa morta. Un po’ di rispetto e dignità, verso sé stessi e gli altri. Franco sta bene, ha avuto due brutti incidenti, vuole stare in pace e in questo momento non ha voglia di scrivere altra musica”.

Ma cosa ti ha detto in questi giorni dopo l’uscita della canzone e del disco?

Io e Franco ci vediamo praticamente tutti i giorni, è contento di questa uscita del disco. Ma stiamo parlando di Battiato, è abituato a queste cose.

E l’attenzione, l’affetto dei fan è arrivato?

Certo, sì. Io però dico sempre a questi ragazzi di non essere troppo ossessivi. A volte anche il troppo amore può diventare fastidioso. Franco ha bisogno di stare tranquillo, lui le sente queste cose. Ha fatto la sua carriera, ora è stanco e sente il bisogno di staccarsi. Franco ha avuto un paio di incidenti che lo hanno messo con le spalle al muro, due brutte cadute. 

So che corrono tante voci, ma sono fantasie di mitomani, gente che millanta conoscenze o amicizie che in realtà non esistono. Sento tante di quelle assurdità. Pensassero un po’ alla salvezza della loro anima, che forse è un po’ in bilico. Ciascuno di noi deve pensare prima di tutto alla propria evoluzione.

Evoluzione… tu e Franco Battiato avete un percorso di vita comune lungo 50 anni, com’è nata questa ultima canzone, Torneremo Ancora?

Una premessa: un conto è l’amicizia, un conto è l’intesa musicale. Tante cose abbiamo in comune io e Franco e alla base c’è il rispetto dell’essere umano, delle idee dell’altro. Io ho avuto una formazione e una crescita teologica sul piano del cristianesimo, Franco sulle filosofie orientali. Al di là di ciò, questa canzone è nata perché il brano doveva finire ad Andrea Bocelli, inizialmente era stato pensato per lui, poi la cosa non è andata in porto. Caterina Caselli e Bocelli non lo hanno ritenuto adatto.

Le canzoni nascono anche attraverso input di discorsi che si fanno nella vita e io e Franco stavamo parlando dei migranti, della migrazione, che è un problema molto grande dal punto di vista politico. Ne abbiamo discusso e poi ci siamo detti che non era nelle nostre corde parlarne in una canzone su un piano politico e così l’abbiamo spostata sul piano universale.

Da qui è uscita l’idea di fare una canzone sulla migrazione dell’anima più che sulla migrazione del corpo. Abbiamo pensato di parlare della trasmigrazione dell’essere umano dopo l’esistenza terrena. Inizialmente il brano doveva chiamarsi I migranti di Ganden, dal nome del monastero di Ganden che è uno dei tre principali monasteri universitari del Tibet, quello dove il Dalai Lama ha dato i suoi ultimi esami di teologia. Tutto questo prima della presa cinese, quando i monaci sono stati costretti ad andarsene.

Quando si parla dei migranti di Ganden che scendo dai monti, ecco quello è un flash, un riferimento, perché questi monaci diventano il simbolo di una trasmigrazione sia politica che spirituale. Nel brano diciamo “i migranti di Ganden in corpi di luce su pianeti invisibili”, cioè dopo questa esistenza si presume, in particolare nelle filosofie orientali, che ci siano altri piani spirituali e altri mondi, altri pianeti.

A un certo punto dite “cittadini del mondo cercano una terra senza confine”, che mi sembra anche un riferimento all’attualità politica come dicevi. Poi il brano si apre, c’è questa ascesa, anche negli archi, nella parte strumentale, e la canzone va verso l’alto…

Sì, certamente, è così. Intanto diciamo che strutturalmente da un punto di vista melodico e di arrangiamento si è pensato ad una cosa molto semplice proprio per dare spazio all’emozione che esce con il canto. È un arrangiamento molto semplice, senza fronzoli, proprio per dare spazio a questo modo che ha Franco di cantare molto emozionante.

Juri Camisasca e Franco Battiato negli anni ottanta durante il periodo di "Genesi". Foto di Camisasca.
Juri Camisasca e Franco Battiato negli anni ottanta durante il periodo di “Genesi”. Foto di Camisasca.

Cantate “finché non saremo liberi torneremo ancora, ancora e ancora”: cosa vuol dire? Quando saremo liberi?

Bisogna tenere presente la filosofia orientale, la vita samsarica. Siamo all’interno di una circolarità esistenziale che i buddisti chiamano Samsara, che è la vita condizionata dal karma. Franco dice “ritorneremo ancora finché non saremo liberi” dal karma, liberi dalla consequenzialità degli effetti della nostre azione. Quando ti liberi non ritorni più e a quel punto sei l’essenza dell’Universo. Ma il cammino è lungo.

Torniamo in un certo senso alla migrazione dell’anima che citavi all’inizio…

Sì certo, finché non saremo liberi. Anche se l’anima è già libera di suo, siamo noi che la teniamo incatenata alle nostre limitatezze mentali, intellettuali ed anche emozionali.

Hanno detto e scritto che questo sarà l’ultimo brano di Franco Battiato. Cosa ne pensi?

Io frequento Franco praticamente quotidianamente e ti posso dire che in questo momento non ha voglia di scrivere musica. A volte io gli dico “dai Franco facciamo ancora qualcosa” ma vedo che non ne ha voglia. Poi non so in futuro, ma ora come ora non ha voglia di scrivere nuova musica, men che meno di fare concerti. Su questa cosa c’è tanto allarmismo, ma Franco sta bene, fisicamente sta meglio di me, ma in questo momento non ha voglia di mettersi in gioco e scrivere nuova musica.

Altra cosa detta e scritta è che questa canzone è il testamento di Battiato…

Questa è una grande stupidata. Per mia grande fortuna non seguo i social network ma mi riferiscono amici che ad esempio qualcuno ha scritto di essere in possesso dell’ultimo inedito di Franco. Se io dovessi aprire il cassetto con tutti in brani che abbiamo fatto insieme… ma lasciamo perdere. Franco sente gli echi di queste cose e lo disturbano. Una volta eravamo a tavola, è arrivato il postino e ha consegnato un pacchetto con dentro un cd. Franco lo ha guardato ma non lo ha neanche aperto, come dire “ragazzi lasciatemi in pace”.

Come dicevo, di fare nuova musica non ne ha voglia. Questo lo si deve abbinare al fatto che deve recuperare una certa quota di energia, ma da qui a dire, come ha detto qualche stupido in una articolo, che “tengono in vita una cosa morta”, beh questa cosa mi ha fatto venire il vomito. Mi ha proprio fatto venire il vomito. Tanto per iniziare un essere umano non è una cosa. Una cosa è un posacenere, un bidone dell’immondizia, un oggetto. Un essere umano è una persona. Per cortesia, ci sia almeno un pochino di rispetto e dignità verso sé stessi e verso le persone che chiedono di rimanere in pace, tranquille. Anche se devo dire che Franco è molto protetto, dall’ambiente famigliare e dalla grazia, da una grazia invisibile.

Prima di salutarlo, chiedo a Juri se lo rivedremo in concerto a Milano, la sua quasi città natale (è nato a Melegnano il 9 agosto del 1951). L’ultima volta lo avevamo visto a giugno 2018 al festival Zuma invitato da Davide Domenichini di Black Sweat records. “Sì, a metà novembre uscirà un mio disco nuovo e sto cercando una data anche a Milano. Mi era piaciuto molto lo Zuma festival, mi aveva fatto un grande piacere suonare con degli amici come Federico Sanesi e Roberto Mazza.

Abbiamo suonato un po’ come facevamo ai vecchi tempi, quando non ci ponevamo il problema di cosa fare. Si saliva sul palco e si suonava. Così è successo a Zuma. Quando c’è una sintonia di un certo tipo ci si incontra tra musicisti, c’è un altro tipo di linguaggio. A volte magari non ci si incontra sul piano razionale, si discute e ciascuno ha le sue idee, ma musicalmente ci sono delle sintonie che quando si trovano ti portano loro in una certa direzione: è la musica che ti porta ad avere il feeling con la persona. La musica è un mondo a sé”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A JURI CAMISASCA

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Orlando: “Salvini è il giovane Mussolini”

Leoluca Orlando

“Il 25 aprile c’entra con l’antimafia, ma lasciamolo dire ai partigiani, non a Salvini che è il giovane Mussolini”.

Così ai microfoni di Radio Popolare il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha risposto al ministro degli Interni Matteo Salvini che ha annunciato di voler andare in Sicilia il 25 aprile per festeggiare “la liberazione dalla mafia”. (altro…)

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Picchiato da neofascisti a Milano: il racconto

forza nuova

“Mi sono avvicinato e gli ho chiesto cosa stessero facendo, se stavano facendo propaganda. Uno di loro mi è venuto incontro e mi ha preso a pugni e calci“. Inizia così il racconto di F. a Radio Popolare sul pestaggio subito giovedì sera in piazzale Gorini a Milano. “Stavo tornando verso casa, ho visto questo gruppo di persone davanti al totem delle affissioni, erano in una dozzina. Avvicinandomi ho capito che erano manifesti di Forza Nuova e gli ho chiesto cosa stessero facendo, se stavano facendo propaganda”. Sulle bacheche dedicate alle affissioni comunali di piazzale Gorini sono comparsi nella notte decine di manifesti di Forza Nuova.

WhatsApp Image 2019-03-29 at 13.51.18 (1)

WhatsApp Image 2019-03-29 at 13.51.18

“Non sono stato provocatorio, questa persona ha avuto una reazione subito violenta nei miei confronti. Mi ha preso a pugni e poi mi ha tirato due calcioni. Gli altri mi insultavano, mi dicevano cose tipo ‘zecca di merda’. Mi è caduto il telefono e mi hanno preso anche quello”. F. nel suo racconto a Radio Popolare dice anche: “Mi sono avvicinato e gli ho fatto quella domanda perché sono sensibile al tema e la risposta che ho avuto sono stati pugni e calci”.

Il ragazzo nella mattinata di venerdì è andato a farsi medicare all’ospedale Humanitas dove gli sono stati dati sette giorni di prognosi. Nel pomeriggio ha sporto denuncia alla polizia. “Mi sembrava il minimo fare denuncia, mi hanno detto che indagheranno per trovare i responsabili”.

“Abbiamo visto di nuovo in azione una squadraccia – dichiara Matteo Prencipe segretario provinciale di Rifondazione Comunista – solo pochi giorni fa è stato concesso il suolo pubblico per celebrare la nascita del fascismo. Serve una mobilitazione generale e determinata per frenare questa pericolosa deriva anche in vista della imminente campagna elettorale”.

Questo il racconto della vittima:

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’odio social che parte dai vecchi media

Mentre Salvini fa il bullo con Rami, il tredicenne che ha sventato la strage dell’autobus, “si faccia eleggere in Parlamento se vuole lo Ius Soli” ha detto il ministro, i suoi sostenitori insultano e minacciano via social Stefania Bonaldi, sindaca di Crema, città per cui lavora la società di trasporti di cui era dipendente l’autista-sequestratore Ousseynou Sy. (altro…)

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Alla Giunta lombarda piace la boxe neofascista?

È stata la giunta lombarda a dare il patrocinio all’incontro di pugilato organizzato dall’associazione Wolf of the Ring che fa parte della galassia neofascista di Lealtà Azione.

Inizialmente si era pensato a un patrocinio del Consiglio Regionale, ma da una discussione via Twitter con gli account ufficiali della Regione è emerso il dettaglio che a dare il patrocinio è stata direttamente la giunta guidata dal presidente Attilio Fontana. (altro…)

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

In migliaia, fuori dai partiti, contro Salvini

La manifestazione di Milano contro l’apertura del centro per i rimpatri dei migranti è stata una manifestazione fatta di persone perlopiù lontane dai partiti e stanche dell’immobilismo della sinistra.

20 mila per gli organizzatori, qualcuna in meno in realtà, ma non era scontato un risultato così oltre le aspettative degli organizzatori. Una manifestazione nei giorni scorsi ignorata dai media, cresciuta nelle scorse settimane tra assemblee e incontri offline, poi anche su Facebook.

Un corteo senza alcuna ambiguità: chi era in piazza ieri a Milano aveva protestato anche due anni fa contro i centri di detenzione in Libia e l’istituzione dei CPR fatta dall’ex ministro PD Minniti. C’erano allora e ci sono stati oggi, con la consapevolezza che però tutto sta peggiorando.

Qualche bandiera di partito c’era, Rifondazione Comunista, Possibile, Liberi e Uguali, Potere al Popolo. Non c’era il PD e l’amministrazione del sindaco Sala ha sostanzialmente ignorato questa mobilitazione che è stata poco supportata anche dalla rete Insieme Senza Muri vicina all’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino, da sempre contrario alla riapertura del CPR. Molte delle associazioni che fanno parte di Insieme Senza Muri hanno però aderito ed erano presenti al corteo.

È stata una manifestazione per nulla istituzionale, ma non antagonista. I centri sociali c’erano, mischiati alle 200 associazioni che hanno dato la loro adesione al corteo. Tra queste, tante sono associazioni cattoliche. C’erano gli insegnanti delle scuole d’italiano per stranieri, gli operatori dei centri d’accoglienza, i sindacati di diverse categorie. Tanti gli studenti, lo spezzone d’apertura: è stato un corteo con un’età media bassa. Una generazione abituata a viaggiare per il mondo senza problemi che ritrova a crescere in un Paese che chiude i confini.

Due i prossimi obbiettivi di chi ha promosso questa giornata: impedire l’apertura del CPR a Milano ed estendere la protesta a livello nazionale. La cornice è quella del decreto sicurezza-immigrazione che nei giorni scorsi l’Anpi ha definito “apartheid giuridico”. Obbiettivi ambiziosi quelli che si sono dati gli organizzatori di questa campagna NO CPR e difficili da realizzare visto il consenso di cui gode questo Governo. Una popolarità che sembra raccontare un paese senza opposizione. Sembra.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

900 famiglie senza riscaldamento nel Municipio 8

riscaldamento

A Milano circa 2000 persone stanno vivendo al freddo. Nelle loro case il riscaldamento non si è mai acceso, a causa di una disputa legale tra l’ex società di gestione dell’impianto e l’amministrazione. Si tratta di circa 900 famiglie che vivono in 8 palazzi dislocati tra via Mac Mahon, via Bramantino, via Jacopoino da Tradate e via De Predis, nel Municipio 8. Una quota degli appartamenti è di pertinenza di Aler.

Tra i residenti ci sono una donna incinta al nono mese, disabili, ultranovantenni e cardiopatici per i quali la situazione è diventata insostenibile. Non solo, al piano terra di uno dei palazzi in via De Predis ha sede un asilo nido comunale, che in queste settimane è stato chiuso. I bimbi sono stati dirottati su altri asili del quartiere, non tutti i genitori però riescono a portarli nelle altre sedi, e così restano a casa.

Gli abitanti si stanno scaldando come possono, con stufette elettriche, pompe di calore o caloriferi ad olio. Ma il sovraccarico di energia richiesta per alimentare queste soluzioni alternative ha causato diversi black out, soprattutto alla sera, con le persone costrette non solo al freddo ma anche al buio.

Con l’abbassamento delle temperature è aumentato il rischio per la salute, soprattutto dei più fragili.

L’impianto sarebbe pronto a partire, ma il punto di distribuzione del gas è stato piombato e i tempi della giustizia sono troppo lunghi per le 900 famiglie esasperate, che chiedono alle istituzioni di intervenire.

Questa situazione grottesca non può più essere ritenuta un problema condominiale. Qui il problema è ormai di natura pubblica, ci sono migliaia di persone al freddo con queste temperature, ci sono anche asili che vivono in condizioni non degne di un paese civile, è ovvio che dobbiamo intervenire” – dice a Radio Popolare Enrico Fedrighini, assessore all’ambiente del Municipio 8 – “Come zona interverremo subito, iniziando a fare pressione tra i privati e l’Amministrazione centrale, perché la situazione si sblocchi. Non intendiamo sostituirci agli amministratori di condominio, ai gestori e erogatori di energia, né ai giudici civili, né aspettare sentenze, porremo la priorità della tutela della salute pubblica e della decenza dell’igiene urbana”.

Ascolta l’intervista con l’assessore Fedrighini

intervista Enrico Fedrighini

riscaldamento

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’opportunità di avere Macao a Milano

macao

La giunta di Milano rischia un brutto testacoda sul futuro di Macao.

Sgomberarlo significherebbe scaricare e sacrificare una delle esperienze politico-culturali più significative della città per… per cosa? Fare cassa? Raccogliere consenso tra i cittadini pro-sgomberi? Dimostrare che la legalità viene prima di tutto? Forse. Oppure potrebbe anche voler dire che semplicemente, a chi governa questa città, di Macao non gli importa sostanzialmente nulla. È appunto sacrificabile.

Sarebbe piuttosto miope e, nel caso di un’amministrazione come quella milanese che sta raccontando al mondo di una Milano città aperta, una sconfitta. Grande o piccola, ciascuno giudicherà secondo propri parametri.

Macao in questi anni ha avuto il merito di interrogare il Pubblico e l’amministrazione pubblica su cosa significa essere uno spazio pubblico oggi in una città globale come Milano. Qualcosa che dovrebbe essere un’opportunità per una città progressista.

In una città mosaico fatta di spazi pieni e vuoti, amministrata da 2011 dal centrosinistra, il possibile sgombero di Macao racconta di un’opportunità non colta, ma con qualcosa in più: la beffa. Perché Macao è stato lo spazio sociale che più si è speso in questa città per immaginare e praticare nuove forme di gestione dello spazio pubblico, è stata la realtà che, arrivando dal mondo delle occupazioni, più ha dialogato con il Comune, contribuendo a scrivere una delibera innovativa per l’assegnazione e l’Uso Civico di spazi pubblici che nonostante il sostegno di alcuni consiglieri comunali di maggioranza non è stata mai votata.

Più recentemente Macao ha proposto di percorrere la via dell’acquisto della palazzina di viale Molise attraverso l’organizzazione tedesca Mietshäuser Syndikat che investe in progetti di acquisizione di immobili per toglierli dal mercato immobiliare. Ma si sa, prima o poi il mercato torna a bussare e nell’estate del 2018 l’assessore al bilancio Roberto Tasca ha aperto quella porta decidendo di mettere in vendita la palazzina Liberty occupata da Macao. Non è chiaro quanto sia stata condivisa con il resto della giunta  quella decisione, quanto il sindaco Sala sia d’accordo con il suo assessore. Per il momento possiamo pensare ad un silenzio assenso.

Quelli di Macao ovviamente non l’hanno presa bene e guardando agli anni spesi a proporre soluzione innovative e dialogare con l’amministrazione hanno decretato morta la sinistra neoliberale, invitando tutti a un simbolico funerale venerdì 5 ottobre quando in consiglio comunale dovrebbe iniziare la discussione sulla delibera che porterebbe allo sgombero di Macao.

Certo in gioco c’è Macao, ma c’è anche la città di Milano, c’è anche la possibilità di ricostruire e immaginare uno spazio politico a partire dalle vite e dai sogni e bisogni delle persone” hanno scritto in un comunicato e spiegato anche da questi microfoni. “Non stiamo parlando solo di difendere posizioni, luoghi e percorsi, per quanto possiamo amarli. Non possiamo lasciarci trascinare da un’amministrazione di sinistra in questo sepolcro” dicono gli attivisti di Macao. L’appello è a quel luogo disintegrato che è la sinistra che oggi non sa cosa essere.

Per questo Macao è un’opportunità da non liquidare con un colpo di penna e manganello. La sfida che propongono è ridare immaginazione e forza ad una politica progressista, non morire di contabilità e repressione in una città davanti a un bivio. La svolta a destra porta alla Lega.

Recentemente la sindaca di Barcellona Ada Colau e il sindaco di Londra Sadiq Khan hanno pubblicato sul Guardian una riflessione sul Diritto alla Città. “Solo quando si sarà capito che coloro che creano la vita urbana hanno in primo luogo il diritto di far valere le loro rivendicazioni su ciò che essi hanno prodotto e che una di queste rivendicazioni è il diritto a costruire una città più conforme ai loro intimi desideri, solo allora potrà esserci una politica urbana che abbia senso” scrivono i due sindaci.

“Le città non sono semplicemente una collezione di edifici, strade e piazze. Sono anche la somma della gente che le vive. Sono loro che aiutano a creare legami sociali, costruiscono comunità e si evolvono nei luoghi in cui siamo così orgogliosi di vivere”.

Parole che possiamo traslare anche su Milano e che richiamano i temi sollevati da Macao. Non vederne l’opportunità sarebbe un errore.

[Macao dall’occupazione di Torre Galfa nel 2012 ad oggi ha ospitato artisti, musicisti, attori, scrittori, umanità varia da tutto il mondo. Sono migliaia le persone che sono transitate nei suoi spazi. Mercoledì 26 settembre in occasione del concerto dei Wolf Eyes abbiamo incontrato i ragazzi e le ragazze del Tavolo Suono, uno dei collettivi che organizza concerti dentro Macao, tra cui il festival Saturnalia, e che hanno lanciato la campagna di sostegno We Insist! (da uno dei più bei dischi di Max Roach). Ne è uscita una lunga chiacchierata sul fare comunità, musica, eventi in uno spazio come Macao, in una città come Milano. Le musiche sono tutte tratte dai video realizzati da Ursss, un’entità nomade che da anni presiede le prime file dei concerti più coraggiosi di Milano. Dentro Macao ha trovato un luogo accogliente dove filmare e restituire a tutti decine di concerti]

Il suono di Macao: We Insist! Ascolta qui:

We Insist_Macao

 

macao

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Ti ricordi di Abba?

Abdoul Guibre

Il 14 settembre del 2008 Abdoul Guiebre, Abba, veniva ucciso a sprangate a Milano in via Zuretti. Era notte, con degli amici stava andando a piedi al Leoncavallo e si fermò nel bar Shining. Accusato di aver rubato un pacchetto di biscotti venne inseguito dai due proprietari del bar – padre e figlio – e poi preso a sprangate.

Le ultime parole che si sentì urlare contro furono “sporco negro”. I due vennero condannati a 15 anni di carcere ma senza l’aggravante del razzismo. Abba aveva 19 anni, era nato in Italia, viveva con la sua famiglia a Cernusco sul Naviglio. I genitori erano originari del Burkina Faso, dove ora è sepolto.

I fratelli e le sorelle di Abba oggi vivono in Francia, hanno lasciato l’Italia nel 2014 perché non sentivano più questo Paese come casa loro.

Voi dite che sono passati dieci anni, per noi no. Il dolore è fortissimo” ci dice Adiaratou Guiebre, la sorella di Abba. L’abbiamo raggiunta al telefono a Grenoble, dove ora vive. Nei prossimi giorni sarà a Milano per partecipare alle iniziative in ricordo di Abba, tra cui la posa di una targa in via Zurretti, lì dove suo fratello è stato ucciso. La posa avverrà venerdì 14 settembre con il comitato Abba Vive e il Comune di Milano.

Adiaratou ha 35 anni e ricorda gli anni felici dell’infanzia e dell’adolescenza a Cernusco sul Naviglio. Poi però qualcosa è cambiato, ha sentito intolleranza e cattiveria crescere attorno a sé e ai suoi bimbi piccoli. “Non avevo mai sentito diversità per il colore della mia pelle“. Secondo lei la colpa è di chi ci ha governato negli ultimi 10/15 anni: tutti. “L’Italia non è come prima, l’hanno rovinata. L’Italia è un Paese bellissimo con bellissime persone, ma al governo ci sono delle genti senza cuore. Noi abbiamo conosciuto italiani bravissimi, ma la politica ha rovinato l’Italia e io ho dovuto lasciarla“.

Gli episodi di intolleranza e discriminazione sono cresciuti, racconta. “Una signora un giorno sulla strada mi ha fatto capire di tornare al mio Paese, che però è l’Italia. C’era il suo cane vicino a me, io mi sono allontanata, lei ha sputato e mi ha detto di tornarmene al mio Paese. Ho pensato che non potevo crescere i miei figli in un paese così“. Ora in Francia va meglio, “ho ritrovato me stessa“. Quando può torna a Cernusco sul Naviglio a trovare la mamma, “ma non riuscirei a vivere lì. Sento che chi governa sta lanciando messaggi negativi. Ho dei bei ricordi dell’Italia e li tengono stretti“.

Adiaratou dice anche un’altra cosa: “Questa situazione non va bene neanche per gli italiani, non è solo un problema degli stranieri”. E lei italiana lo è, ma con la pelle nera. Come lo era suo fratello Abba. “Immagina di lasciare un paese dove avevi tutto, casa, famiglia, amici. Ho iniziato a lavorare a 17 anni, ho pagato le tasse. Avevo tutto qui in Italia, dover lasciare così è triste, ma dovevo crescere i miei figli da qualche parte“.

Abdoul Guibre

Ascolta l’intervista completa a Adiaratou Guiebre, sorella di Abba:

Adiaratou Guibre

Dal 7 al 16 settembre Milano ricorderà Abba grazie al comitato Abba Vive, al Centro Sociale Cantiere e al sindacato USB. Il 22 settembre ci sarà il corteo “per non dimenticare Abba”.

Tutte le iniziative su abbavive.org.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La prima squadra di rifugiati iscritta alla Figc

Si chiama St. Ambroeus Football Club e nonostante non abbia ancora giocato la sua prima partita ufficiale ha già messo a segno due primati: è la prima squadra di calcio a iscriversi alla Figc con un presidente africano e i giocatori richiedenti asilo e rifugiati.

Il presidente si chiama Kalilou Koteh, ha 24 anni, arriva dal Gambia, lavora in un ristorante in provincia di Milano e le indiscrezioni lo danno anche come capitano di questa milanesissima squadra che vi porterà in giro per l’Africa: Camerun, Guinea, Senegal, Gambia, Togo, Costa d’Avorio, Guinea Biseeau, Nigeria, Benin, Sierra Leone, Somalia, Libia sono alcuni dei paesi d’origine dei componenti della St. Ambroeus FC.

Un nome che strizza l’occhio al St. Pauli e al patrono di Milano, una compagine che nasce dalla fusione di alcune delle squadre nate negli ultimi cinque anni all’interno dei centri di accoglienza milanesi e dell’hinterland. Ci sono la ASD Black Panthers FC, iscritta da due anni al campionato Uisp e premiata nel 2016 dalla fondazione della Regione Lombardia ISMU come miglior progetto di integrazione nella città di Milano, la ASD Corelli Boys FC, la squadra del Cas di Via Corelli, i Corelli Lions del Cas Mancini, la Thomas Sankarà FC di Trezzano Sul Naviglio, i Blue Boys di Cascina Gobba, la Hope Ball, la Aquila FC, e altre.

Conterà su un vivaio di oltre 60 calciatori con un’età media di 23-24 anni. Molti di loro sono rifugiati, altri stanno aspettando la risposta della Commissione territoriale che esaminerà le loro richieste di asilo o protezione. La grande maggioranza di loro arriva dall’Africa, ma ci sarà anche qualche calciatore italiano da diverse generazioni. Da sempre lo sport è strumento di convivenza, integrazione e riscatto, coincidenza vuole che questa squadra esordirà in campo con Matteo Salvini al governo.

Vogliamo ridicolizzare il razzismo” ci racconta Davide Salvadori, già animatore della squadra Black Panthers e tuttofare della St. Ambroeus. “Sul campo da calcio le uniche regole che contano sono quelle dello sport e ci piace usare il calcio come strumento di lotta contro forme di discriminazione e razzismo”. L’ambizione è quella di diventare una sorta di scuola di calcio, ci dice Davide.

“Siamo l’unione di tante squadre, non saremo solo la prima squadra di africani in Figc che esordirà a settembre nel campionato ufficiale, ma vogliamo seguire anche tutti gli altri campionati, come quelli del calcio popolare, delle periferie, da cui anche noi arriviamo. Vorremmo diventare qualcosa di simile a una scuola calcio”.

Tante squadre, tanti giocatori. L’allenatore, Luis, dei Corelli Boys, avrà il suo bel da fare a scegliere gli 11 da mettere in campo. “Ci siamo dati una regola” dice Davide “non prenderemo i più forti ma quelli che ci metteranno più passione nel progetto. Partiremo dalla terza categoria della Figc, il gradino più basso. Altri decidono di comprare titoli e partire più in alto, noi ci teniamo a fare tutti i passi per far crescere questo progetto”.

st ambroeus 1

Il nome è stata l’ultima cosa scelta, “ci piace molto St. Ambroeus” dice il presidente Kalilou Koteh “siamo milanesi anche noi”. Sarà una squadra multi-lingue e multi-dialetti, un bello spaccato di chi vive oggi a Milano. “Agli italiani e a chi ci governa voglio dire che siamo tutti umani” dice Kalilou.

Il calendario ufficiale della Figc non è ancora disponibile, la St.Ambroeus esordirà ufficialmente a settembre e si appresta a un caldo ritiro estivo tutto milanese. “Non ci sposteremo dalla città, i ragazzi lavorano, frequentano i corsi e non possono lasciare Milano. Ne approfitteremo per fare qualche amichevole di preparazione all’esordio ufficiale. La prima sarà contro una squadra milanese, l’Orione, il 27 giugno” racconta Davide.

La prima grande sfida da superare è quella economica. L’iscrizione alla Figc, le visite mediche dei giocatori, i campi da calcio su cui allenarsi hanno un costo. Per questo hanno aperto una raccolta fondi su Produzioni dal Basso sostenuta anche da Banca Etica. Potete sostenerli qui.

Il primo grande aiuto che chiediamo a tutti è tifare la squadra per incoraggiare questa nuova esperienza, ai ragazzi fa un grande piacere sentirsi sostenuti. E poi se qualcuno volesse farci da sponsor o sostenerci in altri modi non esiti a contattarci“. Il modo più veloce è contattarli tramite la pagina Facebook https://www.facebook.com/stambroeus/.

st ambroeus 4

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

3 anni di carcere per aver lanciato un casco

Tre anni di carcere per aver lanciato un casco contro lo scudo di un agente. Sono le pesantissime condanne di primo grado arrivate a due manifestanti milanesi per resistenza aggravata in concorso. I fatti si riferiscono a trenta secondi di tensione il 13 febbraio 2017 fuori dal Municipio 4 di Milano dove si stava svolgendo un’iniziativa sulle foibe con associazioni vicine al gruppo neofascista Lealtà e Azione.

Quella sera alcune decine di manifestanti antifascisti contestarono l’iniziativa e ci fu un contatto tra la celere e la prima fila di manifestanti. Non ci furono feriti o danneggiamenti, un casco finì contro lo scudo di un agente. Ieri le pesanti condanne a 3 anni per resistenza aggravata in concorso. I due condannati sono attivisti del centro sociale Lambretta e del Comitato Abitanti Barona. “È una condanna fantascientifica” dice Matteo Colò di Milano in Movimento:

Nel video si vedono i celerini manganellare per 30 secondi e la cosa finisce lì. Non è stato refertato nessun poliziotto quella sera. Ci sono stati invece contusi tra i manifestanti. La strategia di Questura e Procura di Milano è caricare sugli attivisti milanesi decine di processi per fatti un tempo considerati minori o irrilevanti. Condanne di questo tipo vengono date per fatti di piazza di ben altro tipo. Ora faremo ricorso in appello anche se non abbiamo molta fiducia visto il clima generale nei confronti dei processi al movimento milanese.

L’avvocato dei manifestanti è Mirko Mazzali, parla di sentenza incomprensibile, oltre ogni ragionevole misura:

Il reato era resistenza aggravato dal numero delle persone, ed è una prima stranezza perché gli episodi contestati sono solo i due della condanna. Non è successo altro. Non sono state concesse la attenuanti generiche, e questa è una linea di condotta della Procura di Milano che stiamo vedendo in diversi processi contro manifestanti. Quella sera non ci furono feriti tra le forze di polizia. Tre anni è una pena che rischia di aprire davvero le porte del carcere, una condanna oltre ogni ragionevole misura. Pene che non vediamo per i morti sul lavoro, per gli inquinatori o altri fatti violenti alle persone. Il lancio del casco contro lo scudo di un agente non può ricevere tre anni di carcere. È una sentenza incomprensibile. Nel processo per i fatti di corso Buenos Aires dell’11 marzo 2006, per fare un esempio, ci furono condanne a quattro anni, ma in quel caso ci furono scontri prolungati, auto incendiate, agenti feriti. Quando muore un operaio non si arriva a condanne di tre anni.

Quello che rilevano sia l’avvocato Mirko Mazzali che gli attivisti di Milano In Movimento è la particolare attenzione che investigatori e Procura di Milano hanno nei confronti del movimento milanese. Dice ancora Mazzali:

Dal primo maggio 2015 le indagini e i processi si svolgono molto velocemente e finiscono con condanne pesanti. Una velocità del tutto anomala rispetto ai tempi della giustizia italiana e per fatti più ben più gravi. Velocizziamo i processi per le morti sul lavoro, per gli inquinatori, per gli evasori, non per fatti di piazza minori.

 

Sull’iniziativa alla palazzina Liberty anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala espresse parere contrario in una lettera inviata al presidente di Municipio 4 Paolo Bassi. Ospiti e organizzatori della serata erano vicini al gruppo neofascista Lealtà e Azione. A curare il programma della serata patrocinata dal Municipio 4 fu l’associazione A.D.ES. il cui presidente, Daniele Ponessa, è un frequentatore assiduo delle iniziative di Lealtà e Azione, l’associazione emanazione degli Hammerskin che alle ultime elezioni milanesi ha stretto un patto con la Lega Nord facendo eleggere un suo militante, Stefano Pavesi, al Municipio 8, e che alle ultime elezioni regionali ha sostenuto il candidato della Lega Max Bastoni.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Verso il rinvio della rievocazione nazista

Si va verso il rinvio della rievocazione storica nazista a Cologno Monzese. Sindaco e Giunta hanno convocato una conferenza stampa per mercoledì 10 aprile alle 14.30, in quella sede il sindaco leghista Angelo Rocchi dovrebbero ufficializzare il rinvio.

Le proteste degli antifascisti, il clamore nazionale sollevate dalla provocazione alla viglia del 25 aprile ha cambiato le cose. Pressione sulla giunta per un passo indietro sarebbero arrivate da diversi livelli istituzionali. “Spiegheremo tutto in conferenza stampa” dicono dal comune di Cologno. Possibile che il sindaco scaricherà tutto su questioni di “ordine pubblico”, investendo le opposizioni di questa presunta responsabilità.

In realtà problemi di ordine pubblico non ce ne sono. Ci sono invece il finanziamento comunale alla rievocazione storica, la vicinanza al 25 aprile, l’aver affidato ad una associazione specializzata in rievocazioni con soldati nazisti l’organizzazione della due giorni.

L’amministrazione di Cologno avrebbe messo 3mila per l’iniziativa, come scritto in una determina dirigenziale del 3 aprile 2018. Determina dalla quale emergeva come la stessa organizzazione della manifestazione fosse stata tutta della giunta.

Tutto era patito dal logo dell’amministrazione comunale amministrata dalla Lega sull’iniziativa di rievocazione storica per rappresentare la vita in un campo di soldati nazisti. Inizialmente a curare l’organizzazione dell’evento era l’associazione ’36 Fusilier Kompanie’, specializzata nelle rievocazioni storiche delle attività dei militari nazisti. Poi un primo tentativo di correggere il tiro, con il richiamo all’armata rossa e ai partigiani e una nuova locandina. Di questi ultimi però nella determina scritta dalla giunta il 3 aprile non c’è traccia. Ci sono solo riferimenti al “campo militare della Wehrmacht”.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Soldi del Comune per la rievocazione nazista

Ora spunta anche il finanziamento.

L’amministrazione di Cologno Monzese metterà 3mila euro per la rievocazione storica di un campo di soldati nazisti alla vigilia del 25 Aprile. È tutto scritto nella determina 344 del 3 aprile 2018, dalla quale emerge anche un’altra novità: è la giunta stessa ad organizzare la rievocazione.

La storia è nota. Il Comune di Cologno Monzese, amministrato dalla Lega, ha messo il suo logo sull’iniziativa di rievocazione storica per rappresentare la vita in un campo di soldati nazisti. L’iniziativa si svolgerà sabato 21 e domenica 22 aprile. Inizialmente a curare l’organizzazione dell’evento era l’associazione ’36 Fusilier Kompanie’, specializzata nelle rievocazioni storiche delle attività dei militari nazisti. Tra questi, quelli della famigerata ’36° Waffen Grenadier Division der SS’, unità delle SS naziste composta da criminali e impiegata nella lotta anti partigiana.

La due giorni prevede: la dimostrazione di attività di primo soccorso, la preparazione del rancio ‘con ricette d’epoca’, la narrazione di ‘racconti, miti e leggende del nord’ e una ‘cerimonia di consegna onorificenze’. Sono previsti anche dei ‘banchi didattici’. Il sindaco Angelo Rocchi e l’assessore Dania Perego sono del partito di Salvini e leghista è anche un altro assessore, Simone Rosa, appassionato di rievocazioni storiche che condivide sui social sue foto nella divisa di un soldato nazista.

Dopo le reazioni di associazioni partigiane e partiti, dopo che il caso ha assunto dimensioni nazionali, la giunta ha tentato di camuffare quanto fatto. È quindi comparso un nuovo manifesto: assieme al campo dei soldati della famigerata 36a brigata delle SS è previsto che vengano rappresentati soldati dell’Armata Rossa e i partigiani del Corpo Volontari della Libertà. Di questi ultimi però nella determina scritta dalla giunta il 3 aprile non c’è traccia. Ci sono solo riferimenti al “campo militare della Wehrmacht”. Cambia anche l’associazione che curerà la rievocazione storica, non più i 36 Fusilier Kompanie, ma l’associazione “Rivivere il Passato”, con sede a Crevalcore, di cui in rete non c’è traccia.

La determina della giunta è chiara: il Comune di Cologno Monzese organizza la rievocazione storica in occasione della festa della Liberazione e ci mette 3mila euro di tasca sua.

Il documento dell’amministrazione

 

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Morire in fabbrica a Pasqua

Si chiamavano Giuseppe Legnani e Giambattista Gatti i due operai morti alla Ecb di Treviglio, in provincia di Bergamo. Il primo di Casirate d’Adda, il secondo di Treviglio, entrambi lasciano due figli.

Non è ancora chiaro cosa sia successo attorno alle 10. Da una prima ricostruzione i due operai, tra i più anziani ed esperti in azienda, sarebbero intervenuti per un malfunzionamento. Sarebbero intervenuti dopo la segnalazione dagli abitanti della zona di cattivi odori provenire dall’azienda. L’incidente è avvenuto nel reparto di produzione, il serbatoio è esploso per cause da accertare. Si tratta di un serbatoio a pressione, un’autoclave.  La prima ipotesi è che ci sia stata una saturazione anomala del contenitore che avrebbe provocato l’esplosione. La produzione era stata fermata alle 6 di domenica mattina e oggi l’azienda sarebbe dovuta restare chiusa.

Una delle vittime, Giuseppe Legnani, è di Casirate d’Adda. “Era il papà di un mio consigliere comunale, una persona che conosco personalmente” ci dice il sindaco di Casirate Mauro Faccà. “È un dramma che sento mio. Era una persona conosciuta, padre di due figli”. Giuseppe Legnani lavora da tempo alla Ecb. “A quanto mi hanno riferito questa mattina era stato chiamato come manutentore insieme al suo capo squadra, Giuseppe era uno dei lavoratori più esperti. Poi quando tornava a casa andava a lavorare nei campi”.

Nei 30 Km che separano Milano da Treviglio è un susseguirsi di campi e capannoni.

Per ore dall’azienda si è sprigionato un fumo molto chiaro. Il sindaco di Treviglio Juri Imeri, sentiti i tecnici dell’Azienda Sanitaria Locale, ha escluso rischi per la salute e l’ambiente. “L’azienda era chiusa, una situazione d’emergenza ha portato qui le due persone dopo una segnalazione di cattivi odori nell’aria” dice il sindaco. L’inchiesta è affidata al pubblico ministero Fabio Pelosi.

Fuori dalla fabbrica alcuni degli autisti che lavoravano per la Ecb. “Non ricordiamo altri incidenti negli ultimi anni, e io faccio l’autista per loro da 16 anni” ci dice uno di questi autisti, accorso qui appena avuta la notizia.

La Ecb è stata fondata nel 1966 da Lorenzo e Franco Bergamini. Lo scorso anno è stata acquisita dal gruppo tedesco Saria, produttore internazionale di prodotti agroalimentari.

 

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Forza Nuova entra nelle istituzioni di Milano

Per la prima volta Forza Nuova entra nelle istituzioni politiche di Milano. Non con i suoi voti ma con un cambio di casacca, quella dell’ex capogruppo della Lega Nord in Consiglio di Municipio 5 Roberta Perrone che ha aderito ufficialmente a Forza Nuova portando il partito neofascista nelle istituzioni milanesi.

Forza Nuova in quella zona, Milano sud, ha una sede in locali di proprietà dell’Aler, l’azienda regionale per le case popolari, in via Palmieri. Il 25 aprile 2017 esposero lo striscione con scritto “Partigiani assassini e stupratori”. I vertici dell’Aler sono nominati dal centrodestra regionale guidato dalla Lega. Si conferma la vicinanza tra Lega e movimenti di estrema destra. Da poco Lealtà e Azione ha festeggiato l’ingresso in consiglio regionale del candidato leghista da loro sostenuto, Max Bastoni. Ora l’ex leghista Roberta Perrone fa entrare Forza Nuova nelle istituzioni politiche municipali di Milano. “Questa decisione è il frutto del mio percorso politico e personale che nasce dal mondo del volontariato” ha detto la neo consigliera di Forza Nuova, “una realtà che si sposa perfettamente con i miei ideali a favore degli italiani”.

“Una provocazione alle istituzioni milanesi” dice la vicesindaco di Milano Anna Scavuzzo:

Anna Scavuzzo

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

A Fontana i voti dei fascisti di Lealtà e Azione

Vi ricordate le frasi di Attilio Fontana sulla difesa della razza bianca? “Dobbiamo decidere se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se deve essere cancellata”. Il candidato presidente del centro destra in Lombardia le pronunciò a Radio Padania il 14 gennaio scorso. Qualche giorno dopo spiegò che quelle frasi gli portarono “fama e consenso”.

Ora Fontana incassa anche l’appoggio e i voti del gruppo neofascista Lealtà e Azione, l’esperimento milanese emanazione dei neonazisti Hammerskin. I fondatori del gruppo, Stefano Del Miglio, Emanuele Bisogni e Giacomo Pedrazzoli, stanno lavorando alla campagna elettorale di Max Bastoni, leghista di lungo corso vicino a Mario Borghezio. È l’ala destra della Lega Nord, un partito che ha stretto un patto con Lealtà e Azione, come raccontavamo qui. Alle comunali milanesi del 2016 elessero in Municipio 8 un proprio militante, Stefano Pavesi, passato dai saluti romani alle commemorazioni dei morti di Salò, ai banchi delle istituzioni milanesi. A differenza di Casapound, Lealtà e Azione ha scelto di non fare un partito e appoggiare candidati della Lega o candidare propri militanti nel partito di Salvini. Alle prossime regionali lombarde hanno scelto di portare i loro voti a Max Bastoni e al candidato presidente Attilio Fontana. Per Bastoni si tratta di una conferma, le idee del candidato leghiste erano chiare dai tempi della campagna per le comunali milanesi quando si distinse per lo slogan “Bastoni contro l’immigrazione”.

Max Bastoni è anche tra gli animatori di Terra Insubre, un’associazione identitaria padana frequentata anche da Attilio Fontana.

I militanti di Lealtà e Azione stanno partecipando ai banchetti elettorali di Bastoni nei mercati milanesi e stanno pubblicizzando il candidato dalle loro pagine Facebook. Dopo aver portato Casapound in piazza Duomo a ottobre 2014, la Lega si appresta a portare altri neofascisti in centro Milano il 24 febbraio. Sono attesi anche i militanti di Lealtà e Azione alla manifestazione della Lega in piazza Duomo con Salvini e Fontana.

 

Edit: “Terra Insubre ci chiede di precisare che è un’associazione che lavora sulla salvaguardia delle identità lombarde, alpine e prealpine e che Max Bastoni non è un animatore dell’associazione, come erroneamente scritto nel pezzo, né è mai stato iscritto all’associazione o ha svolto per conto di essa alcuna attività. Ci scusiamo con i lettori

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Negri di merda”. E poi botte

“Eravamo in discoteca, un ragazzo mi ha spinto. Gli ho chiesto che problemi aveva, mi ha tirato uno schiaffo e mi ha detto di andarmene che ero un negro di merda. Poi sono arrivati altri suoi amici, erano in quattro, i buttafuori li hanno fatti uscire dalla discoteca. Ci hanno aspettati fuori e aggrediti. Hanno continuato a insultarci per il colore della nostra pelle. Io ero insieme ad amici arabi e italiani, una compagnia mista. Poi è arrivata la polizia, anche gli agenti hanno sentito gli insulti razzisti. Pensavamo fosse finita, invece i quattro ragazzi hanno chiamato i rinforzi. Poco dopo ci hanno raggiunti in circa 15 persone, alcune di loro con testa rasata e bomber. Sul collo di due di loro ho visto tatuata una tartaruga, sembrava come il simbolo di Casapound. Non li conosco personalmente ma sono personaggi legati ai fascisti pavesi. L’ho detto anche alla polizia che mi ha mostrato foto di estremisti fascisti che frequentano Pavia. C’erano telecamere in strada, spero abbiano ripreso quanto ci è successo. Una rissa inizia in discoteca e finisce in discoteca, questi invece sono stati chiamati apposta per darci una lezione, per picchiare dei negri”.

S. ha 22 anni, da quattro è cittadino italiano. L’aggressione denunciata è avvenuta venerdì notte, iniziata dentro alla discoteca Camillo di Pavia e proseguita fuori. La Digos della Questura di Pavia sta indagando, ha sentito il ragazzo e sentirà anche gli amici che erano con lui.

S. ha raccontato ai nostri microfoni in modo dettagliato quanto successo. Questa è la sua versione:

ragazzo pavia aggressione razzista

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Ema, cosa dice il ricorso di Milano

Annullamento e sospensione immediata. Sono due le mosse del Comune di Milano per portare l’Ema, l’Agenzia europea del Farmaco, da Amsterdam a Milano. Ricorsi che viaggiano indipendenti ma paralleli a quello presentato dal Governo.

Le parole del direttore dell’Ema Guido Rasi hanno riaperto le speranze italiane. Rasi ha detto che Amsterdam, a due mesi dall’assegnazione, è in ritardo con la preparazione della sede dove dovranno trasferirsi da marzo 2019 i 900 dipendenti dell’Agenzia. La soluzione transitoria proposta da Amsterdam “non è ottimale”, ha spiegato Rasi perché dimezza lo spazio attualmente usato nella sede di Londra. “Entrambe le parti hanno convenuto che gli edifici inizialmente proposti non erano pienamente adatti allo scopo e che, pertanto, i nostri partner olandesi hanno dovuto trovare un’altra opzione. Ciò ha richiesto più tempo del previsto, ma sono lieto che ora abbiamo trovato una soluzione. Tuttavia questa non è una soluzione ottimale, avremo solo la metà dello spazio rispetto alla nostra sede attuale a Londra”. Il doppio trasloco comporterà un aggravio dei costi e allungherà i tempi.

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha detto che “quando gli olandesi hanno fatto la loro proposta probabilmente erano consapevoli che non sarebbero stati pronti. Non hanno giocato pulito”. Milano ha così preparato due provvedimenti: un ricorso di annullamento al Tribunale dell’Unione Europea e un’istanza di sospensione immediata dell’aggiudicazione ad Amsterdam. Su quali basi? “La procedura è illegittima, non ha consentito di valutare la migliore offerta possibili” ci dice Massimo Condinanzi, docente di Diritto dell’Unione Europea alla Statale di Milano, che ha lavorato ai ricorsi insieme all’avvocato Francesco Sciaudone. Se il Governo contesta nel merito la scelta di Amsterda, Milano contesta “le modalità del sorteggio, l’effettuazione del sorteggio e la violazione dei principi di trasparenza e buon funzionamento della pubblica amministrazione”.

Professor Condinanzi, su cosa si basa il ricorso di Milano?

Riteniamo che la procedura utilizzata non ha garantito ai cittadini europei la miglior offerta possibile perché la soluzione offerta da Amsterdam sembra essere pregiudizievole per gli interessi di Ema. In particolare il Comune di Milano contesta la modalità, l’effettuazione del sorteggio e i principi di trasparenza e buon funzionamento della pubblica amministrazione.

Quindi non una critica nel merito, rispetto a quanto promesso da Amsterdam?

Amsterdam dichiarò fin dall’inizio di avere disponibilità di una sede provvisoria. Poi la situazione è apparsa ulteriormente aggravata, sembrano essere ancora più in ritardo. E allora ci siamo chiesti come fosse stata svolta questa selezione delle offerte e riteniamo che questa operazione vista a posteriori non abbia consentito l’individuazione dell’offerta migliore. Andando a sindacare tutto il procedimento riteniamo che ci siano profili di illegittimità.

Cosa intende con illegittimità?

Riteniamo che quella decisione sia invalida e debba essere annullata dai giudici dell’Unione Europea.

Quanto c’entrano le parole del direttore dell’Ema Guido Rasi a proposito della soluzione “non ottimale” e dei ritardi?

C’entrano perché le sue parole hanno definitamente confermato che la sede di Amsterdam non era la più idonea e siccome sappiamo che Milano ha una sede con migliori caratteristiche ci siamo chiesti come sia stato possibile arrivare a quella decisione. Andando a verificare riteniamo che quella procedura sia viziata da alcuni elementi. Le modalità del sorteggio e la stessa scelta sono elementi sindacabili sul piano della legittimità.

Cosa c’è di diverso rispetto al ricorso del Governo?

Il ricorso del Governo è fondato su elementi di merito, quindi il sospetto che i dati forniti da Amsterdam siano incompleti.

Quali sono i tempi per la valutazione dei ricorsi?

Per il giudizio del Tribunale di Lussemburgo ci vorrà parecchio tempo, superiore ad un anno. Nel caso del Governo italiano i tempi saranno più brevi. Il comune di Milano ha presentato anche un’istanza di sospensione e su questa la pronuncia arriverà molto prima.

E se questa istanza di sospensione dovesse essere accolta cosa accadrà?

Quel processo non potrà essere portato al suo completamento, rimarremmo in stand by fino a che il giudice non giudicherà nel merito. Sarebbe una decisione anche nell’interesse dell’Olanda perché stanno comunque cercando di andare avanti a tappe forzate, per colmare i deficit della proposta, spendendo soldi ed energie, e sarebbero energie e soldi sprecati se poi il giudice dovesse darci ragione.

Ascolta l’intervista al professor Massimo Condinanzi, docente di Diritto Europeo all’Università Statale di Milano:

Massimo Condinanzi

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Milano, danneggiate di nuovo le pietre d’inciampo

Qualcuno ha danneggiato la pietra di inciampo per Angelo Fiocchi, posata il 20 gennaio in vista della Giornata della Memoria. Il Comune di Milano ha posato 26 nuove pietre d’inciampo in 18 luoghi della città. Angelo Fiocchi viveva in viale Lombardia con la famiglia, venne arrestato per la sua attività antifascista condotta anche all’interno dell’Alfa Romeo, l’azienda per cui lavorava. Venne arrestato prima che potesse raggiungere le formazioni partigiane in montagna. Venne deportato a Mauthausen l’11 marzo 1944 e morì a Ebensee il 7 aprile 1945, un mese prima della liberazione del campo.

La pietra d’inciampo per Angelo Fiocchi si trova in viale Lombardia 65. Sono targhe poste a terra davanti alle abitazioni dove vissero deportati nei campi di sterminio nazisti.

Diana Santini ha intervistato la nipote di Angelo Fiocchi, Marina Gamborini.

Ascolta qui l’intervista 

marina gamborini nipote angelo fiocchi

IL PRECEDENTE. Esattamente un anno fa, il 23 gennaio 2017, venne danneggiata la pietra d’inciampo in ricordo di Dante Coen posta in via Plinio 20. In quel caso venne ricoperta di vernice nera. Pochi giorni dopo migliaia di persone sfilarono in corteo in difesa della Memoria, una manifestazione lanciata dal Municipio 3 e promossa anche da Radio Popolare.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“L’allarme non è suonato, li abbiamo trovati a terra”

Sono arrivati che ancora era buio, alle 7. Pasquale è rimasto fino a notte fonda all’ospedale San Raffaele di Milano dove è ancora ricoverato in gravissime condizioni Giancarlo Barbieri, 62 anni. Nell’incidente ha perso il fratello Arrigo, il primo a scendere nel forno attorno alle 15 insieme all’elettricista Marco Santamaria, anche lui deceduto. L’allarme è stato dato alle 16.50, cosa sia successo è materia di indagine della Procura di Milano che indaga per omicidio colposo plurimo. La magistratura ha messo i sigilli a tutta l’azienda, non solo al forno dove hanno perso la vita gli operai. Il fascicolo è nelle mani del procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliano, a capo del pool ‘ambiente, salute e lavoro’, e del pm Gaetano Ruta. Le indagini si stanno concentrando sui dispositivi di allarme che non sarebbero entrati in funzione. Nessuno ha sentito suonare l’allarme e i sistemi non hanno bloccato la fuga di azoto o metano. Gli operai stavano lavorando, intervenuti forse per un problema al forno, all’interno della vasca, che si trova due metri sotto terra. Si raggiunge con una scala, una decina di gradini. Sono forni raggiunti da azoto e metano, servono per riscaldare l’acciaio. Se sia stato l’azoto o il metano a uccidere gli operai lo si potrà capire con l’autopsia e le indagini. I colleghi possono solo fare ipotesi: un malfunzionamento del sistema di sicurezza, oppure qualcosa che non ha funzionato durante l’intervento del capo reparto e dell’elettricista. L’aria all’interno del forno è diventata presto irrespirabile, satura. E così sono stati male anche i colleghi giunti a soccorrere i primi due.

“Noi siamo stati richiamati dal direttore dello stabilimento” ci raccontava Vito, uno dei colleghi delle vittime. “Gridava ‘aiuto, aiuto’. Abbiamo visto due persone stese a terra, forse già morte. Le ho viste stese all’interno del forno, non si sentiva alcun odore e non abbiamo sentito l’allarme. Non abbiamo sentito niente”. Vito lavora da tre mesi alla Lamina, “da novembre. Erano delle belle persone, buoni colleghi, si scherzava, si rideva, ci si mandava a quel paese anche. Mai avremmo immaginato una cosa del genere. “Ora non sappiamo cosa succederà” ci dice Vito “se l’azienda riaprirà e quando. Andremo in cassa integrazione e poi chissà”.

operaio lamina

Tutti i lavoratori della Lamina con cui abbiamo parlato raccontano di un’azienda attenta alla sicurezza. Il forno in cui è avvenuto l’incidente veniva manutenuto due volte l’anno dall’azienda austriaca che li produce. Nel 2017 erano stati fatti gli interventi di manutenzione. Ma qualcosa, nell’impianto di sicurezza, nella procedura da seguire, non ha funzionato, come spiega Marco Verga, funzionario Fiom che segue l’azienda Lamina.

VERGA FIOM

Le tre vittime sono Marco Santamaria, 43 anni, Giuseppe Setzu 49 e Arrigo Barbieri, 58 anni.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La Fake News del Natale scippato a Milano

Una scuola di Milano decide di aggiungere una festa a quelle di fine anno. La chiama “Festa delle Buone Feste”. L’idea, spiega la dirigente scolastica Dorotea Russo, nasce dai comitati genitori della scuola dopo alcuni episodi di bullismo. La scelta era tra “Festa dell’Inverno” e “Festa delle Buone Feste”. Vince la seconda. Visto il periodo natalizio nel volantino ci finiscono anche l’albero di Natale e l’agrifoglio. È una festa pensata per coinvolgere il maggior numero di bambini e genitori, nel volantino è scritto che in quel week end non verranno assegnati compiti, ci sono cuori, stelle, mani colorate. Si parla di musica, danza, teatro, bancarelle di artigianato. “Uno per tutti, tutti per uno, non resti indietro nessuno” è scritto ancora sul volantino. Si invita a portare “dolci tipici, decorazioni e soprattutto… voi stessi”.

Tutto bene, no? No.

La scuola, l’Istituto comprensivo materna-elementari-medie Italo Calvino, si trova in zona Viale Monza, zona 2 di Milano. Una zona descritta a seconda dei momenti come Bronx infernale o come la creativa NoLo. Il presidente del Municipio 2 della Lega Nord Samuele Piscina scrive un post su facebook dove denuncia lo scippo del Natale. “Così smantellano le nostre tradizioni, le scuole dovrebbero essere le prime custodi delle nostre tradizioni, in questo modo si fomenta l’intolleranza verso la nostra cultura. Si cancella la parola Natale per non offendere le nostre tradizioni”.

Così una festa di fine anno decisa dai genitori di una scuola diventa la festa del Natale scippato, inizia a girare in rete, gira, gira, finisce online sulle pagine milanesi dei quotidiani nazionali, viene ricommentata dai politici di destra per poi inzupparsi questa mattina nel Caffè di Gramellini. Che prende la fake news leghista e la commenta in prima pagina sul Corriere: “trovo illuminante la decisione della scuola milanese Italo Calvino di chiamare la festa di Natale grande festa delle Buone Feste per non urtare la sensibilità di chi non festeggia il Natale”. Questo l’incipit del pezzo che poi prosegue “ironizzando” sul non-Natale, il non-compleanno, la grande festa che discrimina quelle piccole e altre brillanti battute. Alla fine la tesi di un presidente di Municipio della Lega (e del suo capo Salvini che ha prontamente rilanciato su facebook) diventa il pensiero del corsivista di punta del principale quotidiano italiano. Che poi nel pezzo in cronaca spiega bene la vicenda. Forse bastava leggerlo quel pezzo, o forse Gramellini pensa davvero che alla Italo Calvino abbiano voluto togliere la festa del Natale ai bimbi e che questo sia l’esempio dello scontro di… boh, che cosa? in atto.

Qui trovate tutte le iniziative sul Natale della scuola Italo Calvino: iniziative Natale.

Qui la circolare che spiega senso e convocazione della festa: festa delle Buone Feste.

Questo il flyer completo:

volantino_allegato_circ._74_FESTA_BUONE_FESTE

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Sono la voce del bambino che non ce l’ha fatta”

Come funzionano i soccorsi in mare, come agiscono le ong sempre sotto accusa in questo periodo, cosa significa avvicinarsi a un gommone in difficoltà, vedere i corpi di chi non ce l’ha fatta, cercare di salvare più gente possibile? Dai nostri studi è passato Gennaro Giudetti, volontario a bordo della nave Sea Watch, arrivato a Milano ospite del Naga. Questa è la sua testimonianza.

“La mattina del 6 novembre, intorno alle 7.30, siamo stati chiamati da Emrcc, che è la centrale di controllo di Roma che coordina tutti i salvataggi nel Mediterraneo. Ci hanno detto: ‘Avete un gommone carico di migranti a un’ora/un’ora e mezza di distanza da voi. Siete autorizzati a fare il salvataggio. Andatelo a recuperare’. E’ importante sapere che tutti i salvataggi passano dalla centrale di Roma, non è che una ong prende e va a recuperare persone in mare in maniera anarchica, di sua iniziativa. E ci hanno anche detto: ‘Coordinatevi con un elicottero della Marina militare italiana e con una nave del programma europeo Unav for Med’. Quindi ci siamo coordinati, noi siamo partiti con due gommoni di salvataggio, io ero a bordo del primo perché come mediatore culturale dovevo fare da tramite tra i migranti e i soccorritori. Arrivati nel punto esatto, abbiamo visto i primi corpi galleggiare e ci siamo detti: ‘Non pensiamo più ai morti, perché purtroppo ormai è tardi, pensiamo ai vivi che ancora gridavano aiuto in maniera disperata in acqua’. Solo che tra questi cadaveri c’era anche il corpo di un bambino piccolino. Allora ci siamo fermati un attimo, abbiamo raccolto il corpo del bambino, solo per dare un po’ di dignità a quel corpo troppo piccolo. In acqua erano veramente tanti, tanti, tanti. Ne abbiamo salvati 59. Però c’era un problema: quando siamo arrivati abbiamo visto che il gommone rotto era attaccato con delle corde alla nave della guardia costiera libica. Chi si intende di salvataggi sa benissimo che un gommone così fragile e vulnerabile non lo puoi attaccare con delle corde a una nave così grande, e per di più con un mare agitato”.

Quindi nel frattempo era arrivata anche la guardia costiera libica. Chiamata da chi?

“Da nessuno. Loro hanno intercettato le comunicazioni via radio e si sono diretti verso il gommone senza coordinarsi con nessuno di noi, né con la guardia costiera italiana, né con i francesi. E nemmeno con la Marina militare italiana a Roma che dovrebbe coordinarsi con le autorità libiche. Non so cosa sia andato storto”.

E’ come se la guardia costiera libica li avesse inseguiti lungo il loro tragitto per raggiungerli al momento del salvataggio.

“Sì, sì, infatti i libici sono arrivati prima di noi perché hanno una nave più veloce, hanno sentito via radio quello che noi stavamo per fare, e ci hanno anticipati”.

Ma era una nave adatta per un soccorso di quel tipo?

“La nave libica aveva  a bordo un gommone adatto per quel tipo di salvataggio, ma non l’hanno utilizzato. Hanno fatto un salvataggio molto discutibile. Per esempio, non sono scesi in acqua, ma lanciavano dei giubbotti dall’alto ma non a tutti; con delle corde hanno attraccato il gommone rischiando di danneggiarlo, come infatti è successo. In più quando noi siamo arrivati ci hanno gridato contro, allontanato, scacciato, ci hanno tirato addosso delle patate e delle ciambelle di salvataggio per impedirci di avvicinarci”.

Perché loro volevano prendere i migranti per riportarli in Libia.

“E’ così. Ma fintanto che riescono a salvarli tutti e li riportano in Libia non è un problema. Il problema è che non hanno salvato le persone che stavano annegando. Noi invece ci siamo occupati di quelli. C’erano migranti che cercavano di risalire sulla nave, scalandola, aggrappandosi a delle corde, pur di non morire affogati”.

Chi governa i salvataggi nelle acque al largo della Libia? E’ l’Italia? I libici intervengono senza autorizzazione?

“Nelle acque internazionali la centrale operativa di Roma coordina il salvataggio. Ma quando tu li recuperi devi portarli in un porto sicuro, ovvero tornare in Italia. Quindi loro non sarebbero autorizzati a tornare in Libia con le persone recuperate a bordo. Purtroppo però è una situazione poco chiara anche perché la Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra, quindi per loro le acque internazionali non esistono. In maniera arbitraria dicono: ‘Trenta miglia, sono acque nostre’, ma non è corretto”.

Però in questo momento la guardia costiera libica è finanziata dall’Unione europea per mettere in atto gli accordi sottoscritti con il governo italiano. Soldi europei, gestiti dal governo italiano, che arrivano anche alla guardia costiera libica sotto forma di imbarcazioni, addestramento delle truppe, corsi di formazione. Quindi, chi gestisce i salvataggi e come deve comportarsi, con quali criteri, con quali ordini e con quali competenze, è un punto molto importante.

“E’ questo l’assurdo. Le navi libiche sono le nostre. Noi italiani abbiamo pagato quelle navi con le nostre tasse. Io infatti, da cittadino italiano, volontario, sto denunciando quello che ho visto: i libici hanno picchiato i migranti, non li hanno salvati, o li hanno lasciati morire. E tutto è avvenuto davanti a una nave francese del programma europeo e a un elicottero italiano che più volte ha detto (ci sono le registrazioni): ‘Stop, fermate i motori. C’è un uomo sul vostro lato che sta per morire. Fermatevi. Coordinatevi con Sea Watch!’ Loro non si sono mai preoccupati. Anzi, hanno accelerato in direzione Tripoli e non si sono più fermati”.

Ma sempre con il gommone dei migranti attaccato con le corde?

“No, a quel punto il gommone si era già staccato. Loro sono partiti quando hanno visto che l’uomo era disperatamente attaccato a una corda, sul lato della nave, mentre cercava di raggiungere il nostro gommone. Non sapendo nuotare si è attaccato alla stessa corda della nave libica. Al che la nave libica ha accelerato di botto e non si è più fermata. E noi abbiamo perso i contatti con l’uomo e con la guardia costiera libica”.

Con quale criterio, se c’è, avete salvato i sopravvissuti dall’acqua?

“Anche questo è assurdo. Perché devo essere io a decidere chi salvare o chi no, in base a dove arriva la mia mano, se arrivo in tempo, se non mi scivola. La vita di queste persone non può essere appesa alla mia prontezza, alla mia rapidità, a quanto è lungo il mio braccio. Nel 2017 la gente deve essere libera di scegliere dove andare a vivere, come facciamo tutti noi. Tocca dare una risposta a queste persone, soprattutto con i soldi nostri”.

Quelle persone che avete salvato adesso dove sono?

“Sono in Italia. Siamo arrivati a Pozzallo e poi sono stati smistati in vari centri di accoglienza del nostro paese”.

Dicevi che sei un mediatore culturale. Sei riuscito a parlare con loro durante e dopo il salvataggio?

“Io a bordo ho dovuto lavorare più che altro sugli aspetti tecnici e logistici, soprattutto per lo sbarco a Pozzallo, per coordinarci con Roma e con le sedi di Sea Watch in Italia e in Germania. Gli unici scambi che ho avuto con i sopravvissuti riguardavano le violenze, le torture subite in Libia, che ormai non sono una novità nemmeno per noi. Purtroppo siamo assuefatti, non ci impressiona più che dei ragazzi vengano venduti come schiavi. Muoiono 50 persone e non ci facciamo più caso. Sono numeri. Cerchiamo invece di trasformare questi numeri in nomi, in persone a cui vogliamo bene, per le quali vogliamo fare qualcosa. E si può fare qualcosa”.

Era la prima volta che ti imbarcavi con Sea Watch?

“No, era il secondo. Lo avevo già fatto a giugno, prendendomi tutte le ferie, perché per me è tutto volontariato. Ho passato 18 giorni nel mar Mediterraneo”.

Hai visto delle differenze tra la tua prima e seconda esperienza? Perché nel frattempo sono stati firmati gli accordi Italia-Libia e si è scatenato il dibattito pubblico contro le Ong.

“Sì, le differenze ci sono. Nei salvataggi di giugno a cui ho partecipato, le autorità libiche presenti non hanno mai interferito, guardavano, controllavano, mentre noi recuperavamo le persone”. Oggi invece le Ong sono diventate il problema. Chi salva vite umane è un problema”.

Perché hai deciso di partire?

“Perché volevo dare una risposta in prima persona, vedere con i miei occhi quello che stava succedendo e denunciare, perché non mi fido sempre di quello che vedo in tv o leggo sui giornali. E poi, quel mare ha fatto la nostra storia, non deve essere un posto dove la gente ha paura e muore. Non accetto questo sistema e ho voluto dare il mio contributo per provare a cambiarlo”.

E ti ha cambiato un po’ questa esperienza?

“Sicuramente. E infatti cerco di diffondere la voce del bambino che non ce l’ha fatta, della mamma che si è salvata, di tutte le persone che sono scomparse che stanno nei fondali del mar Mediterraneo. Di portare quelle voci a Bruxelles e al parlamento europeo. Quindi invito tutti a firmare la lettera aperta che contiene una petizione perché io possa andare a parlare al parlamento europeo”.

Podcast: https://www.radiopopolare.it/podcast/agitpop-di-mer-2911/

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Come si muore ammazzati oggi in Libia

In Libia si muore in tanti modi, Diawara Jallow è morto con due pallottole nel petto.

“Gli hanno sparato le milizie paramilitari, gli Asma Boys” racconta Lamin, suo fratello. Lui è arrivato a Milano a fine 2014, vive in una delle strutture d’accoglienza del Comune di Milano e gioca a calcio nella squadra di richiedenti asilo Black Panthers. “Asma è un modo di dire per attirare l’attenzione, come dire amico amico, ma con il fucile in mano. Sono delle bande armate che rapiscono i migranti per ottenere riscatti”.

Diawara arrivava dal Gambia, era a Tripoli da sei mesi, non riusciva a lasciare il paese. Come altre migliaia di persone non poteva andare né avanti, imbarcarsi verso l’Europa, né indietro, tornare al suo paese d’origine. Gli accordi tra il governo italiano e quello libico hanno reso difficili, quasi impossibili, le partenze. L’Onu ha recentemente definito “disumana” la condizione dei migranti nei campi libici.

Fuori dai campi di detenzione le cose non vanno meglio, la storia di Diawara racconta questo. Diawara è morto fuori dalla casa in cui viveva con altri gambiani, ammazzato mentre stava cercando di scappare dalle milizie degli Asma Boys. Aveva 27 anni, studiava inglese, tifava Real Madrid. Lavorava a Tripoli nel quartiere di Grigaras, faceva il muratore, aveva un cellulare, stava mettendo da parte i soldi per partire. Le milizie se ne sono accorte, sono entrate nella casa dove viveva per ricattarlo, non era la prima volta. Lui ha cercato di scappare e gli hanno sparato due colpi nel petto.

Quando a Lamin hanno scritto che suo fratello era stato ammazzato non ci ha voluto credere. Lo aveva sentito la notte prima, giovedì 9 novembre, alle 23. Si erano mandati dei messaggi vocali, si erano salutati e avevano scherzato sul cibo italiano. Diawara sosteneva che quello libico fosse più buono, “perché non hai ancora assaggiato quello italiano” lo aveva ammonito Lamin. Poche ore dopo le milizie sono entrate nella sua stanza per chiedergli soldi e gli hanno sparato mentre cercava la fuga.

Venerdì mattina Lamin ancora non sapeva che suo fratello era morto, aveva solo notato che nel gruppo WhatsApp della squadra di calcio del loro paese in Gambia il consueto “buongiorno” del mattino non era arrivato. Come tutti noi, anche Diawara aveva i suoi gruppi WhatsApp e ogni mattina salutava gli altri con frasi, vocali e meme. Non ne sono più arrivati. Diawara resterà per sempre in Libia e i suoi famigliari non rivedranno mai più il suo corpo.

“È una situazione insostenibile, il governo italiano ha invertito l’ordine delle priorità dimenticando i diritti umani” ha commentato il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury.

Ascolta l’intervista a Lamin:

LAMIN JALLOW intervista Libia

L’intervista a Lamin è andata in onda all’interno della trasmissione Agitpop. Ascolta qui tutta la parte dedicata a questa vicenda

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Rogoredo è ancora la più grande piazza di eroina

A un anno di distanza siamo tornati a Rogoredo, la più grande piazza di spaccio al dettaglio di eroina e cocaina del nord Italia. Qui ogni giorno vanno e vengono dal boschetto di via Cassinis tra le 500 e le 1.000 persone.

C’è chi ha un lavoro, una casa, ma il tossicodipendente che viene a comprare a Rogoredo vive per lo più ai margini, in strada, in edifici abbandonati. Età media, 25 anni, tantissimi i minorenni. Era così un anno fa, è così oggi.

Abbiamo rivisto Piombo con la sua sacca di vestiti e coperte, Carlo, zoppicante per un fuorivena nella gamba che gli ha lasciato un buco di un centimetro nell’inguine, Andy l’americano, “mi salva il mio passaporto a me”, Leo, che ci ha raccontato di come gli spacciatori accettino anche i Ticket Restaurant. I più giovani vanno nel boschetto a gruppetti di tre/quattro, i tossici storici da soli.

Nel nostro pomeriggio a Rogoredo abbiamo rincontrato Andrea e Francesco della cooperativa Lotta All’Emarginazione nel loro punto d’osservazione: il muretto sulla banchina del binario 1 dove fanno riduzione del danno distribuendo siringhe nuove, acqua, tamponi e stagnola. Abbiamo sentito l’assessore all’urbanistica di Milano Pierfrancesco Maran, perché il Comune ha avviato un progetto di riqualificazione del parco insieme all’associazione Italia Nostra sul modello di quanto fatto anni fa in un altro luogo di spaccio e consumo milanese, il parco delle Cave. La giornalista Giulia Cavaliere ci ha raccontato Rogoredo vista dal finestrino del treno Pavia-Milano che ogni giorno da lì transita. E poi il dott. Riccardo Gatti, uno dei massimi esperti di dipendenze a Milano, coordinatore dei progetti sulle droghe di diverse aziende sanitarie milanesi.

Un viaggio a Rogoredo, l’allarme sull’eroina purissima in circolazione, il nuovo commercio clandestino dei farmaci oppiacei, i progetti di riqualificazione del parco.

Ascolta e scarica il podcast:

Rogoredo Reportage

https://www.radiopopolare.it/podcast/lapprofondimento-di-metroregione-di-ven-1310/

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La guerra del sindaco di Oggiono a tre profughi

Lo scorso autunno aveva minacciato di fare le barricate, durante l’estate ha emanato un’ordinanza contro l’accoglienza diffusa e ha scelto di tenere il comune che amministra fuori dal sistema nazionale dello Sprar. Roberto Ferrari è un giovane sindaco della Lega NordOggiono è un comune in provincia di Lecco con novemila abitanti e qui porta avanti a suo modo la battaglia contro l’invasione, che nel comune lecchese si traduce nell’arrivo di tre richiedenti asilo.

Si è dovuta mettere in mezzo la Prefettura di Lecco, che dopo aver chiesto al sindaco di fare la propria parte come previsto dal piano di ridistribuzione provinciale, ora ha dato il via libera all’ospitalità di tre persone. Saranno accolte in un appartamento gestito dalla cooperativa Itaca, sindaco permettendo. Ferrari non ci sta, promette battaglia e annuncia “sanzioni e guai grossi”. L’ordinanza fatta in estate prevede fino a 15mila euro di multa per chi ospita profughi e richiedenti asilo senza rispettare le regole restrittive imposte dal sindaco. Sono quelle ordinanze anti-accoglienza bocciate recentemente dalla prefettura di Milano. Annunciate dal capo della Lega Salvini a fine agosto, si stanno materializzando in diversi comuni amministrati dal Carroccio. È la sfida leghista allo Stato: ostacolare e rendere difficile l’ospitalità a colpi di burocrazia.

Ogni tentativo di dialogo con il sindaco è stato inutile”, ha spiegato la direttrice della cooperativa Itaca Silvia Rumi alla Provincia di Lecco. “Cerchiamo sempre la migliore collaborazione possibile con le amministrazioni locali, ma con il sindaco di Oggiono ogni tentativo è stato vano”. La coop ha anche incontrato Ferrari in Comune, ma è servito solo a far ribadire al sindaco l’indisponibilità ad accogliere migranti. Tenendo ferma la regola fissata dal Governo di assegnare tre richiedenti asilo ogni mille abitanti a Oggiono ne potrebbero arrivare ventisette, ma per fare la guerra all’invasione ne bastano tre.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Una proposta contro la “paura dello straniero”

Quando nel 2009 il leghista Roberto Maroni era ministro dell’Interno fece una sanatoria per 750mila immigrati irregolari. Erano persone arrivate illegalmente in Italia e che lavoravano o avrebbero voluto lavorare come tutti gli altri cittadini. Alla fine, complici regole restrittive, furono poco più della metà a uscire dall’illegalità. Il Maroni ministro mise a suo modo una pezza all’illegalità diffusa creata nel 2002 dalla legge Bossi-Fini.

Quella legge è ancora in vigore e consegna di fatto migliaia di migranti all’illegalità, allo sfruttamento e alla criminalità. Una legge perfetta alleata di chi vuole alimentare la paura dello straniero.

L’obbiettivo della campagna Ero Straniero è il superamento della Bossi-Fini, il mezzo la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare. Sono 34mila le firme fino ad ora raccolta, 50 mila quelle necessarie a portare la proposta di legge in Parlamento. Tutte le informazioni e i banchetti dove firmare le trovate qui e qui. La campagna è promossa dai Radicali Italiani con Emma Bonino, Fondazione Casa di Carità, Acli, Arci, Asgi, Cnca, A buon diritto e altre organizzazioni impegnate sul fronte dei diritti dei migranti e dell’accoglienza. Qui l’elenco completo delle associazioni che hanno aderito.

20170913_120305

“Dobbiamo fare un sforzo per aiutare la gente a ragionare con la testa e non solo con la pancia” ha detto l’ex ministro degli Esteri Emma Bonino oggi alla Casa della Carità di Milano dove è stato fatto il punto sulla raccolta firme. Con lei c’erano il direttore della Casa della Carità don Virginio Colmegna, il promotore di Campo Progressista Giuliano Pisapia, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori e l’assessore milanese Pierfrancesco Majorino. “Questa piattaforma ha come obiettivo mettere nel nostro paese legalità e legalizzazione al centro della politica” ha detto Bonino. “Vogliamo lavorare sugli irregolari che o lavorano in nero oppure finisco nella criminalità, narcotraffico, prostituzione obbligata”. L’assessore ai servizi sociali del comune di Milano Pierfrancesco Majorino ha ricordato che “il superamento della Bossi-Fini è una proposta su cui tanti in Parlamento si sono impegnati da anni e un impegno preso più volte in campagna elettorale ma mai realizzato”. Nei giorni scorsi il ministro dell’Interno Minniti ha annunciato un piano per l’integrazione, “ma non devono essere le briciole per i buoni” ha detto Majorino, “il governo deve intendere questa partita prioritaria come le altre”.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Incendio Mortara: nessun controllo in due anni

La Eredi Bertè di Mortara non era mai stata ispezionata dall’Arpa, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente. Il primo controllo sarebbe dovuto avvenire mercoledì mattina, ma gli ispettori si sono trovati davanti una montagna di rifiuti in fiamme. La Eredi Bertè era entrata nell’elenco delle aziende soggette ad AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) a metà 2015 e dal 2016 era stata inserita nella programmazione dei controlli Arpa. Prima smaltiva rifiuti di competenza provinciale, i controlli spettavano quindi alla Provincia di Pavia. Da metà 2015 sono passati due anni, 48 mesi in cui l’azienda ha lavorato senza controlli nonostante il passaggio a una categoria di smaltimento rifiuti più pericolosa, e per questo soggetta ai controlli Arpa. Tempi tecnici, spiegano dall’agenzia regionale. Ci sono gli adeguamenti degli impianti, la burocrazia, le direttive della Regione Lombardia che determinano le ispezioni, spiegano. “Il 6 settembre era previsto l’avvio della visita ispettiva ordinaria 2017 secondo la programmazione dei controlli fatta dalla Regione Lombardia ed effettuata sulla base dei criteri stabiliti dalD.Lgs.152/06” ha scritto Arpa in una nota.

Ma due anni senza controlli per un impianto di rifiuti speciali in mezzo alle case non sono un po’ troppi? Sono impianti delicati, potenzialmente dannosi per la salute pubblica se non funzionanti correttamente. Le foto e i racconti dei cittadini di Mortara dicono che in quel piazzale era ammassata una vera e propria montagna di rifiuti di diverso tipo. Qualcuno dice “troppi, troppo vicini, troppo diversi”. Probabilmente non lo sapremo mai essendo bruciato tutto. Il tema dei controlli è cruciale e la Regione Lombardia deve mettere l’Arpa nelle condizioni di lavorare meglio.

La sequenza di incendi in impianti di trattamento rifiuti è impressionante, nel 2017 in Lombardia un incendio al mese. Questo l’elenco ricavato facendo una veloce ricerca online:

Piattaforma Ecologica, Bolgare, Bergamo, gennaio 2017

Ex-Rilecart, Alzano, Bergamo, febbraio 2017

Specialrifiuti, Calcinatello, Brescia, marzo 2017

Sasom, Gaggiano, Milano, aprile 2017

Aboneco, Parona, Pavia, maggio 2017

Piazzola Ecologica, Stradella, Pavia, giugno 2017

EcoNova, Bruzzano, Milano, luglio 2017

Galli, Senago, Milano, luglio 2017

Rottami Metalli Italia, Arese, Milano, agosto 2017

Eredi Bertè, Mortara, Pavia, settembre 2017

“Abbiamo chiesto la convocazione urgente della commissione ambiente” dice il consigliere pavese del PD Giuseppe Villani.

Lo abbiamo intervistato partendo dalla questione della lentezza dei controlli:

Giuseppe Villani

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

A Sesto San Giovanni festa negata ai musulmani

A Sesto San Giovanni la nuova amministrazione di centrodestra sta portando avanti una battaglia contro la comunità islamica locale. Dalle promesse elettorali sta passando ai fatti, dopo lo stop alla costruzione della nuova moschea ora è arrivato anche il divieto di usare il Palasport per la Festa del Sacrificio.

Il comune a nord di Milano sta diventando un laboratorio di discriminazione per la comunità musulmana. A colpi di interpretazione di norme restrittive, applicazione alla lettera di norme controverse votate dalla Regione Lombardia guidata dal leghista Maroni.

L’appiglio anche in questo caso è burocratico-legale: la domanda per utilizzare il Palasport di Sesto sarebbe arrivata in ritardo.

“È stato deciso di non fare deroghe”, ha spiegato l’amministrazione. Dall’opposizione di centrosinistra fanno sapere che la giustificazione dell’amministrazione è pretestuosa perché “il preavviso di 60 giorni riguarda la gestione futura dell’impianto e non quella attuale”.

Questioni regolamentari che poco cambiano il senso politico dell’operazione: mortificare la comunità islamica e isolarla dal resto della cittadinanza. Dopo lo stop alla costruzione della moschea, questo è il secondo colpo ai quattromila sestesi di fede musulmana.

La questione finirà a Roma, il senatore del PD Franco Mirabelli ha presentato un’interrogazione al ministero dell’Interno e alla Prefettura. “Questa mattina abbiamo chiesto al ministero degli Interni e alla Prefettura di intervenire con urgenza per impedire che a Sesto San Giovanni l’amministrazione comunale privi una intera comunità di un diritto fondamentale come quello che garantisce la libertà di culto e il suo esercizio a tutti i cittadini e a tutte le confessioni religiose”, ha spiegato Mirabelli.

Dal 2010 la comunità islamica di Sesto San Giovanni celebrava la Festa del Sacrificio al Palasport, non c’erano mai stati problemi o tensioni.  ‘”Credo che senza un intervento delle istituzioni che richiami il sindaco di Sesto ai propri doveri e per ristabilire la legalità e il rispetto dei diritti”, ha detto il senatore del PD, “si rischi di alimentare un clima di conflitto oltre che consumare una ingiustizia. Per questo auspichiamo dal ministro e dal Prefetto un intervento urgente che consenta la celebrazione della Festa che è programmata per il 1 settembre”.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Bruzzano, l’ incendio appiccato in più punti

È quasi certamente doloso l’incendio del deposito di rifiuti Econova di via Senigallia a Milano, zona Bruzzano. Lo pensano gli assessori all’ambiente della Regione Lombardia e del Comune di Milano, Claudia Terzi e Marco Granelli. I due assessori ai microfoni di Radio Popolare aggiungono un elemento: l’incendio sarebbe partito da diversi punti dell’azienda. I vigili del fuoco sono intervenuti in circa quindici minuti dalla prima chiamata e arrivati sul posto hanno trovato un incendio già di vaste dimensioni. Nel 2013 nello stesso impianto c’era già stato un incendio ma le fiamme si erano fermate ai materiali inerti. Lunedì sera le fiamme hanno avvolto completamente la struttura in pochi minuti.

“Mi hanno riferito che l’incendio non si è sviluppato in un solo punto – ci ha detto Claudia Terzi, assessora all’ambiente di Regione Lombardia – Sono notizie da confermare ma che si susseguono mano a mano che passano le ore”. Ascolta

TERZI INCENDIO MILANO

Stessa ipotesi per  l’assessore del Comune di Milano Marco Granelli: “I vigili del fuoco hanno parlato di un incendio molto aggressivo ed era esteso a tutto il magazzino. Confermo quanto detto da Terzi, a cosa sia dovuto lo diranno le indagini”. Ascolta

GRANELLI INCENDIO MILANO

La Econova è classificata come azienda a medio rischio, può stoccare rifuti speciali non pericolosi, come gli ingombranti, materassi, mobili. Risulta iscritta alla white list antimafia della Prefettura di Milano dal 27 maggio 2015.

L’Arpa, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, esclude lo sprigionamento nell’aria di sostanze pericolose come ammoniaca, idrocarburi, solventi, anidride carbonica e acido solfidrico. Il deposito conteneva molta plastica, i primi risultati sulla concentrazione di diossina nell’aria si avranno venerdì. L’Arpa non ha diffuso alcun allarme sanitario.

L’impianto era stato autorizzato dalla Regione Lombardia nel 2001, dal 2006 la competenza è passata alla Provincia di Milano e ora alla Città Metropolitana. Sulle autorizzazioni c’è stata una polemica tra Comune e Regione, il comune sostiene di aver espresso un parere negativo sulla localizzazione dell’impianto.

 

 

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Un altro fascio littorio alle elezioni

Spunta un altro caso dopo quello dei Fasci Italiani del Lavoro nel mantovano. A Mura, in provincia di Brescia, il Partito Socialista Nazionale – Movimento Fascismo e Libertà ha partecipato alle elezioni amministrative ed è entrato in consiglio comunale con tre consiglieri. Come nel caso di Sermide il simbolo della lista è un fascio littorio. Il partito fascista ha preso l’11,81%, 41 voti sufficienti a portare in consiglio comunale 3 esponenti del movimento.

psn mura

In un Comune dove non conoscevamo una sola persona, nonostante le infamie della stampa locale per tutta la durata della campagna elettorale, qualcosa come l’11,81% dei votanti sceglie il Fascio. E chissà quanti altri ce n’erano fra le schede annullate”, ha commentato il partito sul suo sito internet.

Come a Sermide, anche a Mura la sottocommissione circondariale di Salò, competente per la Valsabbia e il Garda, aveva dato il via libera alla lista, nonostante il fascio littorio come simbolo. Il 31 maggio il deputato del Gruppo Misto Luigi Lacquaniti aveva sollevato il caso presentando un’interrogazione al ministro dell’Interno Minniti a cui ad oggi non è arrivata alcuna risposta. “Chiederò un incontro urgente al Prefetto di Brescia perché anche da noi si assuma il medesimo provvedimento preso a Sermide e venga sciolta la Commissione elettorale competente per Mura”, ha commentato dopo le elezioni Lacquaniti, che ha scritto una lettera al Prefetto.

[iframe id=”https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fluigi.lacquaniti%2Fposts%2F10213136171267707&width=500″]

Il Coordinamento antifascista e antirazzista di Brescia e provincia aveva denunciato la presenza della lista Fascismo e Libertà e scriverà una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini per segnalarle il caso.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il maxi blitz contro i migranti in stazione Centrale

Il cancello d’ingresso della stazione Centrale chiuso, chiusi anche gli ingressi della metropolitana in piazza Duca D’Aosta. Le persone fatte filtrare dai due ingressi laterali.
La celere è arrivata poco prima delle 15.30, è entrata nel piazzale e ha bloccato un gruppo di un centinaio di migranti, circondandoli. Li ha controllati e una sessantina di loro, numeri ancora non ufficiali, sono stati caricati sui bus della polizia e portati in Questura.
È stata una grossa operazione di polizia e di “pulizia”. Gli agenti hanno portato via i migranti senza documenti o su cui fare accertamenti, l’Amsa ha ripulito parti della stazione e ha buttato via coperte e borsoni lasciati a terra.

Un maxi blitz di queste dimensioni non si era ancora visto. Controlli nelle ultime settimane nella zona della stazione ci sono stati, mai di queste dimensioni.“È l’applicazione del decreto Minniti”, hanno commentato educatori e attivisti antirazzisti arrivati sul posto. “È il primo di una serie di controlli di questo tipo”, ci ha detto una delle responsabili di polizia che ha coordinato l’operazione. I migranti caricati sugli autobus urlavano “libertà”.

Il Comune di Milano dice di non essere stato avvisato del blitz. L’assessore ai Servizi sociali Pierfrancesco Majorino ha detto che non ne sapeva nulla, “non voglio pensare che il questore voglia metterci in difficoltà”, ha detto a Radio Popolare in riferimento alla manifestazione “Insieme senza muri” del 20 maggio prossimo.
Ascolta qui l’intervista di Silvia Giacomini a Pierfrancesco Majorino
Anche l’assessora alla sicurezza Carmela Rozza non ha apprezzato il metodo, e non se lo spiega.
Ascolta qui l’intervista di Silvia Giacomini a Carmela Rozza
Il segretario milanese del Pd Pietro Bussolati, in linea con il governo, ha subito dato pieno sostegno all’operazione della polizia.
L’accoglienza in stazione Centrale sta cambiando, l’hub di via Sammartini che ha accolto fino a 700 persone contemporaneamente non sarà più centro di transito ma un Cas, un centro di accoglienza straordinario. E ospiterà solo 150 posti per richiedenti asilo. Il numero di migranti attorno alla stazione potrebbe aumentare e aumenteranno anche i controlli.
A febbraio aveva fatto discutere la circolare ministeriale che chiedeva  rintracciare e identificare cittadini nigeriani irregolari per riempire un volo charter diretto a Lagos, Nigeria.
[iframe id=”https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Froberto.maggioni.5%2Fvideos%2F10207593788876873%2F&show_text=0&width=400″]
[iframe id=”https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Froberto.maggioni.5%2Fvideos%2F10207593954801021%2F&show_text=0&width=400″]
  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La parata fascista che le autorità non hanno visto

Nessuno si sarebbe accorto di nulla.

Il giorno dopo i saluti romani al cimitero Maggiore di Milano la Questura non commenta quanto avvenuto. Nessuna dichiarazione su come sia stato possibile che centinaia di fascisti si siano radunati al Campo X senza che nessuna delle autorità competenti si sia accorta di questi spostamenti. In una giornata in cui le attenzioni sui militanti di destra sono massime: il 29 aprile in centinaia arrivano a Milano per ricordare l’uccisione del giovane del Movimento Sociale Italiano Sergio Ramelli, ucciso negli anni settanta da estremisti di sinistra. “La manifestazione non era autorizzata” è quanto riferiscono dalla Questura milanese. Dalla parte opposta della città, in viale Argonne, erano in corso i preparativi del concerto nazi-rock in memoria di Ramelli dove poi sono confluite le persone presenti al Campo X.

I militanti hanno aggirato i divieti arrivati il 25 aprile dalla prefetta di Milano Luciana Lamorgese e la manifestazione impedita il giorno della Liberazione si è svolta ieri aggirando i divieti. Al Campo X sono sepolti morti repubblichini e criminali di guerra nazisti.

La parata è stata fatta da militanti di Casapound e di Lealta e Azione. Gli estremisti sono entrati nel cimitero in corteo, davanti, in prima fila, c’erano i leader nazionali dei due gruppi: Gianluca Iannone di Casapound e Stefano Del Miglio di Lealtà e Azione. Le foto che li ritraggono sono sui profili Facebook delle due organizzazioni.

fascisti campo X corteo

L’azione è avvenuta verso le 15 ed è durata una ventina di minuti. La Digos non era presente al cimitero Maggiore e non avrebbe quindi prodotto materiale video o fotografico. Le indagini partiranno da quanto postato sui social network dai militanti.

La prefetta di Milano Luciana Lamorgese ha detto che chi ha fatto il saluto romano sarà denunciato. “Coloro che al Campo X di Milano si sono esibiti nel saluto romano saranno denunciati all’Autorità Giudiziaria. Le forze di polizia – precisa – hanno già accertato che non erano presenti stendardi e vessilli. Per coloro che hanno effettuato il saluto romano, una volta identificati, si procederà alla denuncia”.

“Le manifestazioni fasciste in Italia non possono essere consentite” ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini “né il 25 Aprile, né in qualsiasi altro giorno dell’anno. Lo Stato non si fa deridere dai nostalgici”.

“Una scena inaccettabile” dice il presidente dell’Anpi Milano Roberto Cenati. Che aggiunge: “sono perplesso che nessuna delle autorità competenti si sia accorta di nulla”. Cenati chiede che i promotori della manifestazione vengano denunciati.

Ascolta l’intervista completa a Roberto Cenati, presidente dell’Anpi Milano:

-Roberto Cenati

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La K-Flex chiude i cancelli agli operai

80 giorni di sciopero, 80 giorni senza stipendio. In presidio da mattina a sera davanti ai cancelli dell’azienda. Dentro i macchinari fermi che i vertici di K-Flex avrebbero voluto portare altrove. In Polonia.

Oggi alle sei di mattina, con il primo turno, gli operai hanno cercato di rientrare in fabbrica. Avrebbero voluto riprendere quel lavoro che l’azienda gli nega. Ad attenderli le guardie private davanti al cancello chiuso. “K-Flex dice che si trova costretta a rifiutare la nostra disponibilità a riprendere l’attività lavorativa”, ci raccontano i lavoratori.

IMG-20170413-WA0002

La decisione di rientrare al lavoro dopo 80 giorni di sciopero era nata ieri dopo che i sindacati hanno presentato un ricorso contro l’azienda per comportamento antisindacale. “In attesa del pronunciamento del tribunale avremmo voluto riprendere i nostri posti”. Un ricorso presentato perché l’azienda, dicono si sindacati, non ha rispettato l’accordo aziendale di dicembre 2016 e non ha aperto una trattativa sui licenziamenti collettivi. Sono 187 le persone che resteranno a casa, le lettere di licenziamento individuali arriveranno dopo il 26 aprile. I vertici di K Flex non si sono mai presentati agli incontri al ministero dello sviluppo economico, sollevando le critiche della viceministro Teresa Bellanova che non è riuscita, però, a far cambiare idea a un’azienda che negli ultimi tre anni ha preso 36 milioni di finanziamenti pubblici.

Lo scorso 28 dicembre K-Flex e sindacati avevano firmato un accordo secondo cui la proprietà dell’azienda si impegnava a mantenere i livelli occupazionali e la produzione nello stabilimento di Roncello almeno per un altro anno. Carta straccia.

La proposta dell’azienda sono 15mila euro a lavoratore come incentivo all’uscita.

Questa mattina la trasmissione Snooze è tornata a Roncello dagli operai tenuti fuori dal loro posto di lavoro. Il presidio andrà avanti, “veniteci a trovare, supportateci, non lasciateci soli“.

L’intervista ad Antonio è di Alessandro Braga:

antonio klfex

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Macao e Temporiuso, parla l’assessore Maran

“Sogemi ha il mandato di sistemare la zona e stiamo aspettando la sua proposta per decidere come procedere”. In un’intervista a Radio Popolare l’assessore all’urbanistica milanese Pierfrancesco Maran spiega a che punto è la vendita degli ex mercati di viale Molise, le palazzine Liberty di proprietà della Sogemi dove hanno trovato casa Macao, Temporiuso e altre associazioni.

Non ci sono sgomberi o sfratti imminenti, lo aveva escluso a febbraio anche il sindaco Giuseppe Sala. Ma il mandato che la Sogemi – società controllata dal Comune di Milano – ha ricevuto dalla giunta è di vendere le palazzine e sistemare la zona.

Quale futuro per chi in questi anni ha lavorato in quei locali? Temporiuso è un’associazione culturale che si occupa di progetti di riuso temporaneo, il contratto con Sogemi scadrà a fine aprile e, fanno sapere dall’associazione, dovrebbe essere prorogato fino a luglio. Macao occupa la palazzina al civico 68 da giugno 2012, dopo lo sgombero della Torre Galfa. In questi anni, in entrambi i casi, le palazzine sono state ristrutturate e hanno ospitato associazioni, collettivi artistici, politici e musicali. Un patrimonio artistico-culturale unico in questo momento in città.

Temporiuso ha organizzato una serie di incontri per raccogliere idee sul futuro delle palazzine e ha chiesto al Comune di dichiarare pubblicamente quali sono i progetti dell’amministrazione su viale Molise. Macao ha lanciato la proposta di acquistare l’ex macello. Un progetto unico in Italia per provare a rendere invendibili i locali e sottrarli permanentemente al mercato. Un’operazione fatta con il supporto di Mietshäuser Syndikat, un’organizzazione tedesca che investe in progetti di acquisizione di immobili per toglierli dal mercato immobiliare. Negli ultimi 20 anni ha acquistato con le comunità di cittadini interessati 121 palazzi in Germania, Olanda, Francia e Austria.

In questa intervista Emanuele Braga di Macao ci ha raccontato come lavora Mietshäuser Syndikat e qual è il progetto d’acquisto proposto da Macao:

emanuele braga macao

Per formalizzare questa proposta d’acquisto nei giorni scorsi Macao ha spedito una lettera a Sogemi e Comune e aperto le pre-iscrizioni online alla nuova associazione che farà la proposta. “Il primo passo è creare una coalizione di cittadini, artisti, sostenitori nella forma dell’associazione che possa fare leva sulle istituzioni e configurare giuridicamente ed economicamente il soggetto che porterà alla proposta d’acquisto della palazzina” spiegano gli attivisti di Macao.

Il timore degli attivisti è che Sogemi, con il silenzio-assenso dell’amministrazione, metta a bando le palazzine per incassare quanto più possibile, incurante di quanto fatto da Macao, Temporiuso e dalle altre associazioni in questi anni. Cifra e modalità di vendita determineranno i possibili acquirenti e segneranno il destino di quelle aree.

“Temporiuso fa un’attività regolare, è per un uso temporaneo” dice l’assessore Maran “vedremo se c’è modo di lavorare in quegli spazi, altrimenti cercheremo una nuova sede“. Su Macao “bene la lettera e la proposta che hanno fatto” dice Maran “li incontreremo e ascolteremo senza pregiudizi”.

Al momento, però, incontri ufficiali non ce ne sono.

Ascolta l’intervista completa di Silvia Giacomini all’assessore Pierfrancesco Maran:

Pierfrancesco Maran viale Molise

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Anteprima documentario “Echoes”

“Echoes” è il film documentario che verrà presentato anteprima nazionale giovedì 23 marzo alle 21.30 al cinema Oberdan di Milano all’interno del Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina.

 

Grecia 2016. Ungheria, Serbia e Macedonia chiudono i loro confini a migliaia di persone in fuga, spezzando cosi un’antichissima via migratoria, la rotta balcanica.

 

Lungo il filo spinato del confine macedone, uomini, donne e bambini si riuniscono nei campi profughi, immense tendopoli autogestite, dove NGO, volontari e attivisti sfidano il gioco delle mafie di trafficanti di esseri umani. Echoes racconta il giorno prima dello sgombero di Eko Station, l’ultimo campo informale rimasto nel nord della Grecia,un limbo dove alla disperazione di un futuro sospeso,si contrappone una resistenza vitale e ostinata, e dove, attraverso le frequenze di una radio pirata, parole e canti ribelli rieccheggiano nel silenzio imposto dalla fortezza Europa.

 

Radio Popolare è presente nel documentario con una serie di audio delle dirette realizzate durante quei giorni. 

 

[iframe id=”https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fechoesdocufilm%2Fvideos%2F264385707339772%2F&show_text=0&width=560″]

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

K-Flex, prendi i soldi e scappa

“La trattativa con l’azienda? Sì, certo. La proprietà è passata di qui più volte, ci siamo confrontati dai vetri chiusi delle loro macchine. Ecco come ci siamo confrontati”.

K-Flex di Roncello, provincia di Monza e Brianza. Giorno 51 di sciopero.

Quando alle 15 arriva la telefonata dai sindacalisti in trattativa a Roma tra gli operai in presidio davanti ai cancelli dell’azienda c’è ancora un po’ di speranza. Speranza che 51 giorni di sciopero siano serviti a far cambiare idea all’azienda, che i 187 licenziamenti siano ritirati e che quel cancello che hanno presidiato giorno e notte possa riaprirsi, i macchinari dentro riaccendersi.

“Come sapete l’azienda non ha partecipato all’incontro al ministero dello Sviluppo Economico”, spiega megafono in mano Luisa Perego, funzionaria della Filctem Cgil. Ha appena parlato con i suoi colleghi a Roma. “I licenziamenti non sono stati ritirati, il ministero si impegna a convincere l’azienda ad attivare gli ammortizzatori sociali”.

Non sono le parole che avrebbero voluto sentirsi dire. “Abbiamo perso”, dice qualcuno sottovoce. “E ha perso anche lo Stato, incapace di tenere in Italia un’azienda che ha sostenuto economicamente fino all’altro giorno”.

C’è delusione, “ma la lotta va avanti, da qui non ci muoviamo”.

Ora la palla passa alle istituzioni, nei prossimi giorni azienda e sindacati saranno riconvocati in Assolombarda, Regione Lombardia con il presidente Maroni ha detto di essere pronta al piano B: avviare tutte le politiche attive per formazione e ricollocamento. Di ritiro dei licenziamenti non se ne parla.

Con le sue 31 nazionalità diverse, raccontare la K-Flex è raccontare il mondo in miniatura. Provenienze diverse, religioni diverse, seduti al tavolo del presidio si sentono tutte queste lingue e questi accenti mischiarsi.

I lavoratori le lavoratrici della K-Flex sono in sciopero da 51 giorni. Oggi è una giornata particolarmente simbolica: è il 15 del mese e sarebbe dovuto essere il giorno di paga. Sarà invece il primo senza stipendio, poi verrà aprile. Lo sciopero costa, fisicamente, economicamente e psicologicamente. “Ma è l’unica arma che abbiamo”.

20170315_144134

La K Flex è una fabbrica di isolanti che funziona, non è in crisi. Ha un fatturato annuo di 320 milioni di euro e punta ad aumentarlo nei prossimi anni. Ha duemila dipendenti sparsi per il mondo e alcuni di questi operai che l’azienda oggi vuole buttare in strada sono tra quelli che hanno aperto le altre sedi e collaudato i macchinari. Anche in Polonia, dove la dirigenza di K-Flex ha deciso di trasferire la produzione fatta fino ad oggi qui a Roncello. Non è una sede qualunque questa di Roncello, è quella dove l’azienda è nata, ed è cresciuta insieme a queste persone che oggi non hanno più un lavoro.

“L’anno scorso abbiamo fatto 200 ore di straordinario”, ci dice Antonio. “Non sto esagerando, 200. Questa è un’azienda che negli ultimi anni ha preso 36 milioni di finanziamenti pubblici e ora se ne va così”.

36 milioni di finanziamenti pubblici. Il governo non è riuscito fino ad oggi a far valere al tavolo della trattativa questo prezioso aiuto pubblico per impedire la delocalizzazione.

La chiusura dello stabilimento di Roncello significa 187 persone a casa. Resteranno in organico una sessantina di dipendenti tra amministrazione e uffici.

20170315_150601

“Negli anni abbiamo dato tutto, abbiamo fatto straordinari. La proprietà non sta concedendo niente. Dicono che i licenziamenti sono irrevocabili. Non si presentano al ministero perché la loro linea non cambia, lo dicono loro stessi”.

La proprietà in queste settimane l’hanno vista solo dai finestrini chiusi delle auto che ogni tanto la mattina entrano in azienda.

Noi non possiamo abbandonare il presidio perché dobbiamo controllare che i macchinari non vengano portati in Polonia” ci dicono gli operai. “Dobbiamo vigilare che i beni dell’azienda restino in azienda”.

La multinazionale brianzola, colosso della gomma isolante, sostiene che per restare competitiva non c’è altro modo che delocalizzare. Oltre al danno c’è la beffa. “La proprietà è arrivata a dire che vogliono chiudere perché hanno un problema logistico, una grave perdita dal tetto dell’azienda. Una perdita in un’azienda di isolanti termici. Ma vi rendete conto?”.

Domani sarà un nuovo giorno di sciopero e i lavoratori si ritroveranno in assemblea per discutere di quanto uscito dall’incontro al ministero dello Sviluppo Economico.

In mezzo a queste persone si sente quanto la politica sia distante e inadeguata a gestire situazioni di questo tipo.

20170315_150530

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Sciopero a Tim contro tagli e precarizzazione

Erano in migliaia, con le giubbe rosse aziendali, in sciopero per la terza volta da ottobre. I lavoratori e le lavoratrici della Tim hanno manifestato a Milano in contemporanea a un corteo a Roma. Sono arrivati nel capoluogo lombardo da Piemonte, Liguria, Emilia, Toscana, Veneto, Friuli , oltre che dalla Lombardia. Si sono ritrovati davanti alla sede Tim di piazza Einaudi a Milano e hanno sfilato fino a piazza Affari.

Tre scioperi in cinque mesi, una protesta arrivata anche al festival di Sanremo “ma i mezzi d’informazione non parlano della nostra lotta – dicono i lavoratori – perché Tim è un cliente e un inserzionista importante per le maggiori testate”.

Ci sono tante storie dentro questa protesta. La motivazione generale è la revoca del contratto aziendale che ha portato a tagli su bonus, ferie, salario, buoni pasto. “Un’azienda in contratto di solidarietà da sei anni –  hanno spiegato i rappresentanti sindacali della Slc Cgil che ha promosso lo sciopero – mentre l’azienda ha macinato 6,7 miliardi di utili”. C’erano i 200 lavoratori di Torino e Milano a cui pochi giorni fa è stato annunciato il trasferimento a Roma, c’erano i tecnici genovesi a cui l’azienda vorrebbe applicare il “controllo a distanza”, c’erano i toscani infuriati contro “i bonus dati ai manager”.

20170314_104521 20170314_104631

 

“Ci stiamo muovendo ora mentre ci tagliano salario e diritti”, spiegano i lavoratori. “Temiamo che questa politica di tagli porterà l’azienda verso il baratro”. Una protesta per i diritti e la qualità del lavoro.

Ascolta le storie raccolte in manifestazione:

Voci lavoratori Tim

20170314_103253 20170314_103115 20170314_103027

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Macao, il Comune apre al dialogo

Non c’è alcuno sgombero imminente per Macao, lo spazio sociale che occupa la palazzina Liberty di viale Molise 68 a Milano. O almeno, non per il sindaco Sala.

Nei giorni scorsi era circolata la notizia del possibile sgombero e dello sfratto delle altre associazioni che in questo momento hanno casa nelle palazzine Liberty di proprietà della Sogemi, la società del Comune di Milano che gestisce l’Ortomercato e i mercati milanesi.

“Lo sgombero non dipende da noi ma è nel nostro interesse e solleciteremo le azioni necessarie” ha detto a Repubblica il presidente di Sogemi, Cesare Ferrero. Annunciando entro due o tre mesi un primo bando di assegnazione o vendita delle palazzine per fare cassa e sistemare il bilancio della società.

Per il sindaco Sala non c’è questa urgenza, l’amministrazione, secondo quanto risulta a Radio Popolare, è pronta a dialogare con tutti, anche con gli attivisti di Macao. Un confronto per trovare soluzioni che offrano benefici per la città compatibili con il rispetto delle regole, è il pensiero del sindaco.

Un confronto che potrebbe aprirsi già nelle prossime settimane se l’ipotesi di vendita delle palazzine messa in campo da Sogemi andrà avanti, o se ci saranno accelerazioni sul fronte dell’ordine pubblico.

Macao occupa il civico 68 da giugno 2012, dopo la storica occupazione lampo della Torre Galfa. In questi anni la palazzina è stata ristrutturata, hanno trovato casa collettivi artistici, politici e musicali.

“I progetti di Sogemi sulle palazzine di viale Molise non sono una novità” hanno scritto gli attivisti di Macao in un comunicato. “Non ci è mai interessato assecondare, attraverso pratiche di riusi temporanei, i movimenti del mercato immobiliare: al contrario, ciò che vogliamo è sottrarre, in modo permanente, Macao e pezzi di territorio a quelle dinamiche, per trasformarli in beni comuni. Da tempo stiamo lavorando in questa direzione, sulla possibilità di osare e formalizzare risposte nuove”. Osare e formalizzare risposte nuove che saranno al centro del dialogo con il Comune.

Posizione diversa per altri inquilini delle palazzine Liberty, come Temporiuso, associazione culturale per la promozione di progetti di riuso temporaneo di spazi in abbandono. Il loro contratto con Sogemi scadrà il 26 aprile e rischiano lo sfratto. La società pare infatti intenzionata a non rinnovare il contratto e mettere in vendita anche le palazzine utilizzate dall’associazione, che in questi anni ha aperto alla collaborazione di altre realtà milanesi che hanno trovato casa in quegli spazi. Anche su questo sfratto il Comune frena Sogemi.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Perché l’Anac indaga sui fondi Expo

L’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone sta indagando sui fondi governativi Expo assegnati al Tribunale di Milano senza gare pubbliche. Si tratta di appalti per 16 milioni di euro.

La Guardia di Finanza mercoledì 8 e giovedì 9 febbraio ha acquisito in Comune a Milano atti e informazioni sulle gare d’appalto relative a questi 16 milioni stanziati e spesi per servizi telematici e infrastrutture informatiche per il Palazzo di Giustizia.

Gli accertamenti amministrativi dell’Anac fanno seguito a segnalazioni arrivate dalla Corte d’Appello e dalla Procura generale di Milano. Le perquisizioni sono state fatte negli uffici di Palazzo Marino perché il Comune di Milano è stato la stazione appaltante nella gestione di quei fondi e di quegli appalti. Fondi stanziati dal governo nel 2009 e distribuiti dalle giunte Moratti e Pisapia per ammodernare e informatizzare il Tribunale in vista di Expo 2015 sulla base del protocollo sottoscritto dal “Tavolo Giustizia” firmato nel dicembre del 2009.

La legge prevede la possibilità di non fare gare pubbliche anche per appalti al di sopra di 40mila euro, ma se si scavalca questa asticella l’affidamento diretto diventa un’eccezione da spiegare con “adeguata motivazione nella delibera o determina a contrarre”. L’Anac vuole verificare che tutto si sia svolto correttamente e se emergeranno profili penali li segnalerà all’autorità giudiziaria.

I primi ad accorgersi di questa montagna di soldi Expo affidati senza gare furono quelli di Giustiziami.it, blog su cui scrivono cronisti di giudiziaria milanesi. Il primo luglio 2014 pubblicarono un’inchiesta dal titolo “Milioni di fondi Expo per il Tribunale assegnati senza gara. Perché?”.

“Alcuni milioni di fondi governativi sono stati destinati al Tribunale di Milano nel nome di Expo col meccanismo degli appalti diretti, lo stesso che viene indicato nelle inchieste della Procura di Milano sull’Esposizione Universale come la possibile anticamera delle tangenti. E’ una storia lunga quella che vi stiamo per raccontare, iniziata molti mesi fa da un passaparola nei corridoi del Palazzo. “C’è qualcosa che non quadra sui fondi Expo”. Abbiamo bussato alle porte di alcuni uffici giudiziari e a quelle del Comune per capire come siano stati spesi i 12,5 milioni di euro destinati a rendere scintillante il Tribunale. La gestione del denaro è avvenuta su un doppio fronte, politico e giudiziario: da un lato la magistratura milanese e il Ministero della Giustizia, dall’altro Palazzo Marino. Non è stato facile capirci qualcosa. La richiesta di esaminare le carte degli appalti formulata al Presidente della Corte d’Appello Giovanni Canzio è stata ritenuta “irricevibile” con l’invito di rivolgersi al Comune. In Comune, il funzionario che si occupa degli appalti degli uffici giudiziari, Carmelo Maugeri, ci ha rimandati all’assessore ai Lavori Pubblici Carmela Rozza. Quest’ultima, con molto garbo e appellandosi alla “trasparenza” dell’amministrazione, di fronte alle ritrosie di Maugeri  ha consentito l’accesso, con divieto di farne copia, a un file stracolmo di documenti, delibere, determinazioni.  Un mare di burocrazia.”

Inizia così l’inchiesta di Giustiziami.it che puntualmente ha scritto sulla vicenda qui, qui e qui. Abbiamo intervistato l’autrice di queste inchieste, la giornalista Manuela D’Alessandro.

Perché la Finanza ha fatto questi acquisizioni proprio nella sede del Comune di Milano?

“È andata a Palazzo Marino su mandato dell’Anac perché stanno cercando documenti che riguardando tutti gli appalti che hanno portato all’assegnazione di 16 milioni di fondi governativi Expo. Il Comune di Milano era la stazione appaltante, i fondi erano destinati al miglioramento della giustizia milanese in vista dell’Esposizione. L’Anac vuole capire perché non sono state fatte le gare”.

Di cosa vi eravate accorti a luglio 2014?

“Siam partiti da voci di corridoio in tribunale, siamo andati in comune e l’assessore Rozza con grande trasparenza ci ha messo a disposizione tutte le carte. Ci siamo accorti che questi 16 milioni erano stati assegnati con affidamenti diretti anche quando erano per lavori superiori a 40 mila euro. Una fattispecie che la legge consente in condizioni eccezionali. Secondo noi quelle condizioni non c’erano. La segnalazione che ha portato Anac a Palazzo Marino parte dalla Corte d’Appello. Di solito si cerca il contraente migliore tramite gara quando ci sono di mezzo così tanti soldi, in questo caso non è stato fatto”.

Chi ha stanziato questi 16 milioni?

“Il Governo nel 2009. La stazione appaltante era il Comune di Milano, gli uffici giudiziari hanno segnalato le loro necessità individuate in particolare nel miglioramento del processo civile telematico. Ma ci sono anche casi clamorosi come quello dei quasi 200 monitor appesi per tutto il tribunale di Milano, costati oltre 2 milioni di euro e ancora spenti e non funzionanti. Si voleva aiutare il cittadino a orientarsi nel labirinto del Palazzo di Giustizia, non sono mai stati accesi”.

Quindi non sono fondi stanziati da Expo Spa?

“No, sono fondi del Governo stanziati in nome di Expo. Poi c’è stato un doppio canale: Comune di Milano e uffici giudiziari milanesi che hanno deciso come utilizzare questi soldi”.

Il Tar lombardo aveva bocciato una parte di questi fondi.

“Sì, aveva stabilito che una società bolognese aveva agito in modo discriminatorio non rispettando le regole della concorrenza, ottenendo una fetta importante degli appalti soprattutto sul fronte del processo civile telematico”.

Ma almeno sono stati soldi ben spesi?

“Dello scandalo dei monitor abbiamo già detto, sul processo civile telematico ci sono tante lamentele. Qualche miglioramento c’è stato, ma restano ancora tante lacune e il dubbio che questi soldi potessero essere spesi meglio e assegnati diversamente”.

Ascolta l’intervista completa a Manuela D’Alessandro

Manuela D’Alessandro

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Salta il concerto nazirock. Iniziativa al Municipio 4

Dopo lo stop all’uso della palazzina Liberty arrivato dal Comune di Milano, l’iniziativa sulle foibe patrocinata dal Municipio 4 di Milano cambia sede e non ci sarà il concerto del cantautore neofascista Skoll.

La serata si svolgerà lunedì 13 febbraio nel Municipio 4 in via Oglio 18. Non ci sarà il concerto di Federico Goglio, in arte Skoll, che avrebbe dovuto accompagnare la serata con alcune canzoni sul tema delle foibe. Goglio è un esponente del rock identitario dell’ultradestra, nel novembre 2015 è stato condannato dalla quinta sezione penale del Tribunale di Milano per apologia di fascismo: insieme ad altri camerati fece il saluto romano durante la commemorazione di Sergio Ramelli il 29 aprile 2013.

A parlare di foibe saranno Lucillo Sidari, esule istriano dell’associazione Libero comune di Pola in Esilio, il professor Francesco Paolo Menna e il presidente dell’associazione A.D.ES. Daniele Ponessa, organizzatore della serata. È stato Ponessa a chiamare gli ospiti e curare l’organizzazione della serata, A.D.ES. è un’associazione che collabora e fa iniziative con Lealtà e Azione, Ponessa ammise nel 2012 la sua vicinanza all’organizzazione di estrema destra.

Per questo l’associazione Memoria Antifascista conferma il presidio al Municipio 4 giovedì 9 febbraio alle h18.00 in occasione della riunione del consiglio di municipio. “Per ribadire il nostro no alla concessione di spazi pubblici alle associazioni animate da organizzatori neofascisti, come A.D.E.S, il cui presidente Daniela Ponessa è un militante di Lealtà e Azione” scrive l’associazione. “Noi diciamo no a chi ogni anno, con il pretesto del “ricordo”, professa odio e razzismo, rifacendosi a uno dei periodi più bui della storia dell’uomo”.

Il presidente del Municipio 4 Paolo Bassi avrebbe voluto fare l’iniziativa alla palazzina Liberty, dal comune è arrivato lo stop per motivi tecnici: il Municipio non avrebbe inoltrato la richiesta entro i 20 giorni previsti dal regolamento.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Chi c’è dietro al concerto nazirock di Milano

Non sono solo gli ospiti ad essere vicini alla destra neofascista milanese, anche gli organizzatori della serata in ricordo delle Foibe alla palazzina Liberty di Milano sono vicini al gruppo neofascista Lealtà e Azione.

A curare il programma della serata patrocinata dal Municipio 4 è l’associazione A.D.ES. il cui presidente, Daniele Ponessa, è un frequentatore assiduo delle iniziative di Lealtà e Azione, l’associazione emanazione degli Hammerskin che alle ultime elezioni milanesi ha stretto un patto con la Lega Nord facendo eleggere un suo militante, Stefano Pavesi, al Municipio 8.

Nel 2012 Ponessa, secondo quanto riportato dal Giornale di Vimercateammise pubblicamente la sua vicinanza al gruppo neofascista Lealtà e Azione a margine di una polemica con l’Anpi di Vimercate, Monza e Arcore dove, riportano le cronache locali, aveva accusato l’Associazione partigiani di “negare le foibe”. Ponessa compare anche in diverse foto di iniziative di Lealtà e Azione visibili su Facebook.

È stato Daniele Ponessa a contattare gli ospiti della serata, tra cui il cantautore Federico Goglio, in arte Skoll, condannato in primo grado nel novembre 2015 dalla quinta sezione penale del Tribunale di Milano per apologia di fascismo. Insieme ad altri camerati fece il saluto romano durante la commemorazione di Sergio Ramelli il 29 aprile 2013.

Questo è il documento allegato alla delibera di giunta del Municiapio 4 del 26 gennaio 2017 che ha dato il via libera all’iniziativa alla palazzina Liberty curata da A.D.ES e dal suo presidente.

patrocinio

In passato alle serate organizzate da A.D.ES. sono comparsi i simboli di Lealtà e Azione, come avvenuto in questa iniziativa del 26 febbraio 2016 al Teatro Villoresi di Monza. Le due associazioni fanno parte dello stesso mondo dell’ultra destra, Lealtà e Azione pubblicizza dal suo sito le iniziative di A.D.ES.

L’alleanza tra Lega Nord e Lealtà e Azione è ormai cosa nota. Il partito di Matteo Salvini ha aperto le porte delle istituzioni ai militanti del gruppo. Un rapporto consolidato con l’elezione di Stefano Pavesi al Municipio 8 e che prosegue passando anche da iniziative come quella alla palazzina Liberty del 13 febbraio, patrocinata dal presidente leghista del Municipio 4 Paolo Bassi.

Dopo aver fallito con la protesta anti-profughi alla caserma Montello, Lealtà e Azione si è spostata proprio in zona 4, dove governa la Lega con una maggioranza di centrodestra, e recentemente ha manifestato contro tossicodipendenti e immigrati alla stazione di Rogoredo, non lontano dal cosiddetto “boschetto della droga”, annunciando di voler fare un’altra manifestazione nella stessa zona.

Sul concerto alla palazzina Liberty anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala in una lettera al presidente di Municipio 4 Paolo Bassi ha espresso la sua contrarietà all’iniziativa.

I Sentinelli hanno organizzato un presidio giovedì 9 febbraio alle 18.30 fuori dal municipio 4 per protestare contro l’iniziativa. L’evento Facebook qui.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

A Milano il BiciBus chiude per smog

La bici è il mezzo più comodo e meno inquinante per muoversi in città, ma in questi giorni pedalare (e respirare) a Milano nuoce particolarmente alla salute.

Da settembre 2013 esiste un BiciBus, soprannominato Massa Marmocchi e fatto da genitori e attivisti della bici, che ogni giorno accompagna i bimbi a scuola in alcune zone della città. Un’iniziativa nata dal basso da una mamma che aveva chiesto “la scorta” agli attivisti della Critical Mass per accompagnare i bimbi a scuola sfidando il traffico automobilistico milanese, e che da subito si è estesa ad altri genitori e altre scuole.

[iframe id=”https://www.google.com/maps/d/embed?mid=1Dh8jVukBw8kv5MxRYYyDxtpCXHc”]

Da oggi il BiciBus chiude per smog, una scelta sofferta ma necessaria, raccontano i genitori, “per tutelare la salute di tutti, a partire dai più esposti, i bambini”. Le bici non resteranno ferme in cortile per tutti, ma l’evento collettivo non si farà più. Fino a quando? “Vedremo” ci racconta Katiuscia, una delle mamme di Massa Marmocchi. “Non è facile spiegare ai bambini perché le auto continuino a circolare. Ti guardano e chiedono perché continuano a prendere la macchina se l’aria è irrespirabile?“. Secondo Katiuscia la politica dovrebbe fare di più e aiutare i cittadini a cambiare abitudini “anche con provvedimenti forti se necessario”.

Ascolta l’intervista a Katiuscia, mamma di Massa Marmocchi:

Katiuscia mamma Massa Marmocchi

“In questi giorni è difficile stare per strada a Milano e respirare” ci dice anche Marco Mazzei, tra i fondatori della Massa Marmocchi. “Chiacchierando tra amici siamo arrivati alla conclusione che forse questo tema non è così sentito perché siamo tutti narcotizzati, non c’è una reale percezione di quanto la situazione sia drammatica”.

Nell’evento Facebook BiciBus annullato per smog gli organizzatori scrivono: “noi ce la mettiamo proprio tutta, cerchiamo ogni giorno di declinare in azione i nostri buoni propositi fornendo alternative concrete e cercando quanto più possibile di essere positivi. Ma davanti al sostanziale immobilismo dei nostri interlocutori istituzionali c’è ben poco da fare, se non aspettare la pioggia”.

Perché non si prendono decisioni radicali?” si chiedono quelli della Massa Marmocchi.

“Interventi strutturali e nell’immediato devono viaggiare insieme” dice Mazzei “il blocco del traffico mi sembra il minimo in questo momento, almeno nel week end. E poi mettere in pratica il piano urbano della mobilità sostenibile che parla ad esempio di scuole car free, zone attorno alle scuole in cui non si possa andare in macchina durante le ore di entrata e uscita”.

Ascolta l’intervista a Marco Mazzei di Massa Marmocchi:

Marco Mazzei

Le polveri sottili Pm10 sono da quindici giorni consecutivi al di sopra dei limiti di legge, livelli tre volte sopra i 50 microgrammi per metrocubo fissati come limite sanitario dall’Unione Europea.

Il tema non è ovviamente solo milanese, la pianura Padana ha una conformazione favorevole all’accumulo degli inquinanti, c’è poi la politica regionale che non sta affrontando il problema come un’emergenza e non ha reso obbligatori i divieti antismog come chiesto dai sindaci dell’Anci. In questa intervista a Radio Popolare l’assessore all’ambiente Claudia Maria Terzi ribadisce di non voler rendere obbligatori i provvedimenti antismog che scattano dopo sette giorni consecutivi di sforamento dei livelli di Pm10.

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il presidente Anpi indagato per un presidio antifascista

C’è anche il presidente dell’Anpi di Pavia Claudio Spairani tra i cinquanta indagati per aver partecipato al presidio antifascista del 5 novembre scorso.

Quella sera un intero quartiere di Pavia divenne zona rossa, la Questura autorizzò un corteo della destra neofascista per ricordare un militante missino ucciso negli anni Settanta e vietò il presidio degli antifascisti.

L’Anpi invitò alla disobbedienza civile e con gli antifascisti pavesi decise di manifestare lo stesso a ridosso della zona rossa. Parteciparono al presidio anche il sindaco di Pavia Massimo De Paoli e alcuni assessori.

Per permettere il passaggio del corteo neofascista la polizia caricò, gli antifascisti presero le manganellate, ci furono alcuni contusi e un ferito alla testa con otto giorni di prognosi, il docente di fisica e primo ricercatore del CNR Paolo Walter Cattaneo. Anche lui è tra gli indagati.

ferito-pavia-549x380
Paolo Cattaneo, ferito e indagato

Ora arriva il resto del conto con queste cinquanta denunce. Quella sera scese in piazza un fronte ampio, unitario, anomalo per certi versi, dal Pd, all’Anpi, alle associazioni antifasciste, i partiti della sinistra radicale, i centri sociali e tanti cittadini comuni. Tutti sfidarono il divieto della Questura.

“Le denunce sembrano una punizione esemplare verso chi ha scelto di stare in piazza nonostante i divieti” dicono alcuni tra gli antifascisti pavesi.

“C’è persino l’istigazione a delinquere, una cosa ridicola accusare l’Anpi di istigare a delinquere” ci dice rammaricato Claudio Spairani, il presidente dell’Anpi indagato. E la disobbedienza, il presidio fatto nonostante i divieti della Questura? “Rifarei tutto” dice Spairani.

L’intervista al presidente dell’Anpi di Pavia Claudio Spairani:

Claudio Spairani Anpi Pavia

Sono otto le accuse mosse contro gli antifascisti, sommate potrebbero arrivare a 35 anni di carcere. Si va dalla resistenza a pubblico ufficiale, all’istigazione a delinquere, all’istigazione a disobbedire alle leggi, alla violenza, all’oltraggio a pubblico ufficiale e a un corpo amministrativo, politico o giudiziario dello Stato.

“Vengono contestati reati disapplicati da decenni, come l’istigazione a disobbedire alle leggi” dice Luca Casarotti, giurista, anche lui dell’Anpi pavese. “Per come sono andate le cose era ipotizzabile una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale, il resto è sconcertante”.

L’intervista a Luca Casarotti:

Luca Casarotti giurista

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Cosa abbiamo capito della manif di Forza Nuova

Che a “scendere in piazza per la sovranità” sono stati circa 300 militanti. Una manifestazione nazionale, annunciata da settimane, con la presenza del segretario nazionale del partito.

Che intruppati e schierati come un battaglione, non hanno attirato la curiosità di alcun passante. L’isolamento era sostanziale e materiale.

Che buona parte della loro campagna elettorale sarà contro il Movimento 5 Stelle e la Lega. Lì pensano di pescare qualche voto in più.

Che già lo sapevamo, ma l’amore verso Vladimir Putin e il “modello russo” è sempre più forte.

Che vogliono una “Italia cristiana, mai musulmana”. Le frontiere chiuse, il protezionismo economico e la famiglia “tradizionale”.

Che il gender e le coppie gay che si sposano sono il “mondo che sta finendo” perché “un’Europa nuova sta sorgendo”.

Che “l’imperialismo marxista e americano sono finiti”.

Che “l’avversario non c’è più per strada e sono finite le giornate difficili per Forza Nuova a Milano”.

Che sì, sabato hanno manifestato in centro a Milano con estrema facilità in un luogo evocativo come l’Arco della Pace.

Che concedere un corteo, seppur di alcune centinaia di metri, è stato un cedimento che chi ha gestito l’ordine pubblico poteva evitare.

Che l’antifascismo milanese è un po’ rituale e poco incisivo.

 

E poi abbiamo visto un gruppetto di adolescenti tra i 12 e i 16 anni, abituati a fare piazza il sabato pomeriggio sotto l’Arco della Pace, cresciuti con adolescenti come loro arrivati da altri paesi, che i discorsi dei neofascisti li hanno liquidati come “allucinanti” e gli insulti a uno di loro nero “fuori dal mondo”. In una piazza deserta, è toccato a loro “fronteggiare” i militanti di Forza Nuova deridendoli per quelle parole alle loro orecchie incomprensibili.

Avevano una piccola cassa portatile e a un certo punto hanno sparato a tutto volume “Non pago affitto” di Bello FiGo, la canzone che sta facendo impazzire i razzisti italiani dopo l’apparizione in Tv con Alessandra Mussolini e che sta mobilitando comitati di destra per far saltare i concerti del ventiduenne italo-ghanese.

Adolescenti che, tra un rapper nero che piglia per il culo tutti e la Mussolini, sanno da che parte stare. E che prima di essere cacciati via dal servizio d’ordine hanno dabbato i forzanovisti deliziosamente.

https://www.instagram.com/p/BPQZROrgH2O/

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Amianto alla Pirelli, tutti assolti

“E’ una giustizia di classe, gli operai muoiono, i padroni sono sempre assolti”.

È arrabbiato e amareggiato Michele Michelino, ma non rassegnato. Ha lavorato negli anni Sessanta nel reparto cavi della Pirelli, poi per oltre vent’anni nel reparto forgia della Breda di Sesto San Giovanni. Ha visto ammalarsi e morire decine di operai che lavoravano con lui. È il presidente del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e Territorio e da anni si batte per ottenere giustizia in tribunale per i colleghi morti di mesotelioma e altre forme tumorali dovute all’esposizione all’amianto.

Oggi la quinta sezione del Tribunale di Milano ha assolto i nove ex manager della Pirelli imputati per le morti per amianto nell’azienda. Erano accusati di omicidio colposo e lesioni gravissime per 28 casi di operai morti o ammalati a causa dell’amianto, dopo aver lavorato negli stabilimenti milanesi dell’azienda tra gli anni ’70 e ’80. “Il fatto non sussiste o non hanno commesso il fatto”, ha scritto nella sentenza la giudice Annamaria Gatto. Il pm Maurizio Ascione aveva chiesto condanne a pene comprese tra i 4 anni e mezzo e i 9 anni. A essere assolti sono stati ex manager come gli ex amministratori delegati negli anni ’80 Ludovico Grandi e Gianfranco Bellingeri, e poi Piero Giorgio Sierra, Omar Liberati, Gavino Manca.

“Faremo ricorso alla Corte Costituzionale”, ci dice. Michele Michelino. “È una cosa vergognosa. La cosa grave è che lo stesso giudice aveva nominato un perito che durante i dibattimenti ha detto le stesse cose che sostenevamo noi e la sentenza va contro quanto detto da questo perito”. Per Michelino c’è una verità storica emersa in aula che non corrisponde alla verità giuridica. “Questo Tribunale continua ad assolvere in processi di questo tipo, come quello per la Franco Tosi, la Fribonit o lo stesso primo processo Pirelli. È anche un brutto segnale ai familiari e ai colleghi di lavoratori morti in circostanze simili: non spendete soldi e tempo in lunghi procedimenti che porteranno solo ad assoluzioni”.

Ascolta l’intervista a Michele Michelino del Comitato Salute e Territorio:

michele-michelino-amianto-pirelli

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il progetto a rischio con Sala sospeso

Se per la giunta non dovrebbero esserci rallentamenti, assicura la sindaca pro tempore Anna Scavuzzo, sui provvedimenti in consiglio comunale decideranno i consiglieri. In ballo ci sono i dossier A2A, gli scali ferroviari, il post Expo, ma il primo in ordine di tempo ad andare al voto, e rischiare lo stop, è la fase due del progetto di Cascina Merlata: la costruzione del più grande centro commerciale milanese sull’area che ha ospitato fino al 31 ottobre 2015 i parcheggi dei bus turistici di Expo.

Torna come un incubo l’esposizione universale e per Beppe Sala torna nel suo duplice ruolo: quello di commissario straordinario di Expo ieri, quello di sindaco oggi. O meglio, di sindaco sospeso oggi. Per questo le opposizioni chiedono che progetti importanti per la città che hanno visto coinvolto Sala in prima persona, e la vicenda Expo/Cascina Merlata è una di questi, si fermino in attesa del rientro del sindaco nelle sue piene funzioni.

Il voto in consiglio comunale della delibera sul mega centro commerciale di Cascina Merlata era previsto per lunedì 19 dicembre. Le opposizioni chiedono di fermare tutto, ma anche Sala avrebbe espresso dubbi ai capigruppo durante la riunione di venerdì: “è un bene per la città continuare con il voto o è un danno?”. Valuteranno i capigruppo che si riuniranno proprio lunedì a mezzogiorno per decidere se portare il testo in aula oppure no. I tempi sono stretti, la delibera scade il 24 dicembre.

Di cosa si tratta? Di una variante all’accordo che nel 2011 diede il via alla costruzione del nuovo quartiere di Cascina Merlata, al voto c’è un cambio di destinazione d’uso da residenziale/ricettivo a commerciale su un’area di 55 mila metri quadrati. E’ l’area che ha ospitato i parcheggi per i bus turistici durante Expo.

Il vecchio Accordo di Programma su Cascina Merlata prevedeva la costruzione di un albergo su quei terreni, poi nel 2013 successe qualcosa: chi stava lavorando al dossier Expo si accorse che nessuno aveva ancora pensato ai parcheggi per i grossi bus turistici.

Il 7 ottobre 2013 il commissario di Expo Sala invia una lettera agli enti interessati all’Accordo su Cascina Merlata in cui spiega l’urgenza di dover realizzare su quell’area dei parcheggi a disposizione di Expo. La zona risultava perfetta per la vicinanza al sito espositivo. Cascina Merlata Spa, proprietaria dei terreni, viene scelta come soggetto attuatore per la realizzazione dei parcheggi temporanei per Expo.

Il 26 novembre 2013 Sala, nelle sue funzioni di commissario Expo, firma il provvedimento che da il via libera alla costruzione dei parcheggi. Cascina Merlata Spa chiede di bilanciare le perdite di questa cessione temporanea dei terreni con una trasformazione delle volumetrie e della destinazione d’uso: non più strutture ricettive ma un nuovo centro commerciale di 55 mila metri quadrati. Per concludere l’affare serve però un passaggio in consiglio comunale, cosa ancora non avvenuta.

La delibera con la variante è rimasta nei cassetti di Palazzo Marino, il consiglio comunale precedente nel frattempo boccia la delibera sugli scali ferroviari e un nuovo provvedimento urbanistico, con dentro l’ennesimo centro commerciale nell’area milanese, rischiava il secondo stop. Tutto resta quindi fermo fino a poche settimane fa, quando il consiglio comunale riprende in mano il testo. Durante l’ultima seduta le opposizioni si erano viste bocciare sei emendamenti proprio sulla variante del centro commerciale,contestando anche alla maggioranza che con il cambio d’uso il comune perderebbe un milione di euro di oneri di urbanizzazione.

Il progetto è in mano a Euromilano, società immobiliare di cui fanno parte Intesa San Paolo, Unipol, Prospettive Urbane, Brioschi. Gli interessi e gli interessati sono diversi e trasversali. Così diversi che arrivano fino in Arabia Saudita. Euromilano nei mesi scorsi ha infatti firmato un preliminare di vendita del centro commerciale con Fawaz Abdulaziz al Hokair Real Estate Co, società della famiglia reale saudita Al Saud, che recentemente ha concluso un accordo per costruire un centro commerciale anche sull’area ex Falck di Sesto San Giovanni. Un azzardo o un modo per chiedere al consiglio comunale di fare in fretta a votare quella delibera rimasta per tanto tempo nel cassetto. Dove ora rischia di ritornarci, e a quel punto potrebbe saltare l’intesa con i sauditi e l’intera operazione.

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Sala indagato si sospende da sindaco

beppe sala

Autosospeso Sala, sospesa la città che attende di capire gli effetti questa clamorosa decisione.

La notizia esce ieri sera dopo le 22: Beppe Sala indagato per concorso in falso ideologico e falso materiale nell’inchiesta sull’appalto più importante di Expo 2015, quello per la costruzione della Piastra, l’ossatura su cui si è retta l’Esposizione Universale, e che ora rischia di franare rovinosamente.

Sala, un’ora più tardi, dice non sapere nulla di questa indagine. Non avrebbe quindi ricevuto alcun avviso di garanzia. Dice di aver appreso tutto da fonti giornalistiche e di non conoscere l’ipotesi investigativa. Tra poche ore andrà dal prefetto di Milano per autosospendersi.

Cosa succederà? Il prefetto dovrebbe prendere atto di questa decisione. Quanto tempo durerà questa sospensione lo sapremo solo tra qualche ora.

Sappiamo che l’inchiesta da cui nasce l’indagine su Sala è stata prorogata dalla Procura Generale, e non dalla Procura della Repubblica di Milano che chiedeva invece l’archiviazione, e a questo punto si apre anche una clamorosa divergenza di vedute tra i due organi della magistratura. L’inchiesta è stata prorogata per sei mesi. Quindi, al momento, l’unico limite temporale che abbiamo è questo: sei mesi.

Un’inchiesta che nasce quattro anni fa, ottobre 2012, dall’allora procuratore aggiunto Alfredo Robledo. Finirà poi al centro dello scontro tra Robledo stesso e il suo capo Edmondo Bruti Liberati, che poi tolse il fascicolo a Robledo e congelò le indagini nei sei mesi di Expo.

Perché Expo andava fatta, il primo maggio 2015 doveva essere inaugurata. Non come altre opere pubbliche, in cui il ritardo è sistemico. Con Expo la gestione emergenziale è diventata normalità. È questo l’elemento che determina e condiziona tutta questa vicenda. Fare, fare in fretta, dopo aver perso anni in piccole beghe di potere, a costo di forzare le regole. Expo è stata costruita derogando 82 norme del codice degli appalti pubblici, la metà dei lavori sono stati affidati senza gara. Alcuni dei fedelissimi di Sala, allora commissario e amministratore delegato, sono stati arrestati. Ma fino a ieri sera Sala era rimasto fuori dalle inchieste, con l’eccezione dell’indagine lampo, subito archiviata, dell’appalto per la ristorazione assegnato a Eataly senza gara.

Il comportamento di Sala nella gara sulla Piastra -270 milioni di lavori vinti dal gruppo Mantovani col ribasso record del 42%- in una nota della guardia di finanza del 2014 veniva definito “non irreprensibile e lineare”.

Pur “con gradi di responsabilità diversi – scriveva la Guardia di Finanza – attraverso le loro condotte fattive ed omissive hanno comunque contribuito a concretizzare la strategia volta a danneggiare indebitamente la Mantovani per tutelare e garantire, più che la società Expo il loro personale ruolo all’interno della stessa”. Sala, poi, come ha messo a verbale l’ex dg di Infrastrutture Lombarde Spa Antonio Rognoni, avrebbe detto al manager che “non avevano tempo per potere” verificare la congruità dei “prezzi che erano stati stabiliti da Mantovani” nel corso dell’esecuzione del contratto con l’inserimento di costi aggiuntivi, e “per verificare se l’offerta era anomala o meno”. Insomma, i lavori erano in ritardo e non c’era tempo per fare ulteriori verifiche su quel ribasso record del 42%. Decisioni che Sala prendeva in quanto rappresentante della società Expo e del governo, in quanto commissario. Le richieste di Rognoni di ulteriori verifiche, si scoprirà poi, erano per far cercare di far assegnare l’appalto a Impregilo, seconda classificata.

La Piastra era finita anche al centro di una impietosa indagine di audit  interna, affidata a due società di consulenza, che rilevarono quindici anomalie nella gestione di quella gara. Probabilmente è in queste anomalie che la Procura Generale vuole vederci chiaro.

Una indagine che ne potrebbe aprire altre. C’è una vicenda in particolare con ancora molti punti da chiarire, quella sui costi gonfiati delle bonifiche dell’area Expo.

 

 

 

 

 

 

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Minacce, annullato il concerto di Bello FiGo

Fino a due settimane fa Bello FiGo Gu lo conoscevano quasi esclusivamente i teenager divertiti dal suo LOL Rap: canzoni in bassissima fedeltà, ironiche, demenziali o geniali a seconda dei gusti di chi le ascolta. Le sue canzoni più cliccate si intitolano “Pasta con tonno”, “Mi faccio una SeGha”, “Kebab”, “Referendum Costituzionale”, e rendono abbastanza bene il mondo di gag, più o meno ironiche, dentro cui si muove il personaggio. Quello che fa, il suo stile,  lui lo chiama Swag, parola per indicare qualcosa di figo. Se volete capirne qualcosa di più, in questo pezzo di dicembre 2013 Mattia Costioli scandaglia alcuni dei testi di Bello FiGo Gu.

Poi, come dicevamo, succede qualcosa. Il primo dicembre scorso Bello FiGo appare nel tempio del populismo televisivo italiano, la trasmissione “Dalla vostra parte” di Rete 4. Ospite in studio Alessandra Mussolini, collegato in diretta un comitato di cittadini di quelli del tipo “prima gli italiani”. Tema della puntata, l’ultima canzone di Bello FiGo, che si intitola “Non pago affitto”. In quel brano Bello FiGo dice di essere arrivato in Italia con la barca, che nel suo paese non c’è la guerra, che non vuole lavorare, non vuole pagare l’affitto, dice di vivere in albergo, di votare Renzi, e -probabilmente la colpa più grave- di volere il Wifi. O meglio, il WiFFi.

belo-figo-wifi

Un corto circuito pazzesco: il peggiore incubo dei razzisti, il profugo che vive sulle spalle degli italiani e vuole addirittura il Wifi, gli si era materializzato davanti, nella persona di Bello FiGo.

“Allora esiste davvero!”, devono aver pensato.

“Sei da prendere a calci in culo”, gli ha urlato contro subito una inferocita Alessandra Mussolini. Pensate come avrebbe reagito se Bello FiGo gli avesse detto che tempo fa aveva fatto una canzone anche su suo nonno.

“Tagliati quel ciuffo biondo e tornatene al tuo paese”, gli ha urlato gesticolante un paio di volte.

Peccato che il suo paese sia l’Italia, arrivato qui dodici anni fa dal Ghana. Bello FiGo prova a dirlo, coperto dalle urla degli ospiti in studio. E dice anche un’altra cosa: “È la vita stessa dei profughi una provocazione”. Ma nessuno sembra sentire queste parole.

bello-figo-dab

“La sua stessa presenza in studio ha distrutto vent’anni di narrazione politica sui migranti, di destra e di sinistra” ha scritto Alessio Banini.

Che il personaggio possa piacere o meno è lecito, le minacce fasciste ai gestori di un locale che hanno deciso di farlo suonare fanno emergere tutta la violenza dei razzisti italiani, e sono inaccettabili.

Non si tratta solo di insulti da social, i gestori del locale -che preferiscono non rilasciare interviste- fanno capire che il clima attorno alla data era diventato pesante, “vere e proprie minacce”. Anche la Questura di Brescia è stata avvisata di quanto successo.

Questo è il comunicato del locale Latteria Molloy di Brescia che annuncia l’annullamento del concerto:

“Siamo spiacenti di comunicare che lo spettacolo di Bello Figo previsto per venerdì 23 dicembre alla Latteria Molloy è stato annullato. Al di là delle possibili polemiche, che erano state messe in conto, abbiamo ricevuto vere e proprie minacce che non ci permettono di far svolgere il concerto serenamente e garantire la sicurezza per il pubblico. Il clima di svago e divertimento che quell’evento avrebbe dovuto creare è stato irrimediabilmente compromesso. In questi primi 10 anni di attività la Latteria è sempre stata un luogo di aggregazione, e non di divisione e di conflitto. Da qui la scelta di cancellare il concerto, o quantomeno di rimandarlo a tempi più sereni. Grazie a chi comprende e ci supporta. Vi lasciamo con un disegno che Davide Toffolo aveva realizzato per l’occasione”.

bello-figo

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La guerra nei Balcani e i Nirvana a Muggia

Il tour era quello di Nevermind, uscito in Europa un paio di mesi prima. Mtv mandava “Smells like teen spirit” quotidianamente.

I Nirvana in Europa ci tornavano per la seconda volta, la prima era stata nel 1989, sempre novembre, a pochi giorni dalla caduta del muro di Berlino.

Due anni dopo a iniziare a sbriciolarsi era un Paese, la Jugoslavia, a partire dalla sua regione più a nord, la Slovenia. Il 25 giugno la dichiarazione d’indipendenza, l’invasione delle truppe dell’allora Armata Popolare Jugoslava, in maggioranza composta da serbi e dove tanti furono gli sloveni, anche tra i sottufficiali, che non obbedirono agli ordini di Belgrado. Seguì la “guerra dei dieci giorni”, 27 giugno – 6 luglio. Le truppe serbe lasciarono definitivamente la Slovenia solo a fine ottobre 1991, quando in Croazia i combattimenti erano solo all’inizio.

E’ in quei primi mesi del ’91 che all’agenzia di concerti slovena Buba Booking Promotion arriva un fax dagli Stati Uniti con la proposta di organizzare una data ai Nirvana.

Il 20 marzo l’agenzia slovena propone tre date al tour manager, la guerra non era ancora iniziata.

nirvana-fax-3

Quattro mesi dopo, il 16 luglio, gli sloveni riscrivono alla band: “La situazione nei Balcani è altamente instabile, credo voi abbiate perso tutte le speranze di far venire la band da queste parti”. Nel fax l’agenzia Buba spiega la situazione in cui si trova la Slovenia, indicando fine ottobre come possibile ritorno alla normalità e proponendo di fare comunque una data sola a Lubiana.

nirvana-fax-1

L’instabilità jugoslava aveva però già portato i Nirvana a rinunciare alla data, spostando il concerto del 16 novembre in Italia.

La band, e soprattutto il bassista Krist Novoselic, di origini croate, non vuole rinunciare al pubblico della ex Jugoslavia. Chiedono quindi un concerto in una città vicina al confine, così da permettere a tutti di assistere al live. Si pensa a Trieste, ma il locale individuato aveva solo posti a sedere: impensabile per un gruppo punk rock come i Nirvana.

Sblocca tutto una giovane associazione, Globogas, che in zona aveva già organizzato qualche concerto. Il live si farà a Muggia, appena fuori Trieste, al teatro Verdi, in quegli anni gestito da un gruppo di ex partigiani.

Un successo, “arrivarono 1.100 persone, la metà slovene”, ci racconta Fabrizio Comel di Globogas.

58 minuti di concerto, la scaletta: Drain You, Aneurysm, School, Floyd The Barber, Smells Like Teen Spirit, About A Girl, Polly, Lithium, Sliver, Breed, Love Buzz, Been A Son, Negative Creep, On A Plain, Blew , Talk To Me, Oh, The Guilt, Territorial Pissings.

“Non ruppero nessuno strumento”, dice Fabrizio. Ricorda un Kurt Cobain silenzioso e schivo, “ma che evidentemente parlava tanto al telefono visto che arrivò in camera una bolletta da un milione di lire”. Krist Novoselic e Dave Grohl estroversi ed euforici. “Novoselic in particolare, che incontrò anche conoscenti croati”. La sera prima del concerto sbronza collettiva al bar Nutty di Trieste, “tutti tranne Cobain rimasto in albergo”, ricorda Fabrizio. Ad addolcire il tutto, la torta fatta in casa dalla mamma di uno degli amici di Globogas, apprezzata da Novoselic e Grohl.

“Kurt era silenzioso, ci sembrava fragile. Sul palco era quasi immobile, ma la voce era potentissima”. Qualcuno ricorda di una lattina di birra finita in faccia a Cobain, “lui non si scompose”. Altro ricordo, o leggenda, un ragazzo che si lanciò dal palco e finì a terra spaccandosi una gamba.

Ascolta l’intervista completa a Fabrizio Comel dell’associazione Globogas:

fabrizio-comel-globogas

 

nirvana-muggia-palco

In Slovenia poi i Nirvana riuscirono a suonare, ma solo anni dopo, il 27 febbraio 1994, un concerto per le vittime di stupro nella guerra di Bosnia. Fu il penultimo concerto della band.

 

Le foto sono prese dal gruppo facebook “Nirvana in Muggia“.

nirvana-cobain-2 nirvana-poster subway

 

  • Autore articolo
    Roberto Maggioni
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti