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Gli scontri di Milano: un riot senza firma, la spia di un disagio

scontri milano 26 ottobre

Le persone portate in Questura ieri sera dopo gli scontri giovanili di Milano confermano una delle differenze tra la piazza milanese e le altre: l’età di chi ha protestato contro Conte e le chiusure anti-COVID. Delle 28 persone denunciate per danneggiamento e violenza a pubblico ufficiale 13 sono minorenni. 18 sono italiani e 10 stranieri. Denunciata anche una ragazza riconducibile all’area anarchica milanese, mentre i restanti non sono riconducibili a gruppi politici conosciuti.

Quello che abbiamo visto nella nostra diretta radiofonica. Adolescenti e post adolescenti. Con una coda di osservatori più grandi. In 300 per fare casino contro Conte, bersaglio di insulti, e le chiusure anti-COVID, “libertà libertà“.

Un gruppetto stava davanti e in modo piuttosto confusionario ha trascinato il resto dei manifestanti verso il palazzo della Regione Lombardia. Lungo la strada hanno lanciato torce, petardi e una molotov, buttato a terra cestini, motorini e cartelli stradali. Qualcuno ha rotto il vetro del tram 9 beccandosi gli insulti di altri: “Cosa c’entra il tram? Son lavoratori pure loro“.

Non c’erano striscioni, non ci sono stati slogan con riferimenti politici classici e se tra loro c’era qualcuno più politicizzato di altri, a trainare gli altri, era ben camuffato. C’erano ragazzi col piumino, giubbotti neri, i jeans aderenti, tute Adidas, di quelli che trovi a fare lo struscio il sabato pomeriggio al centro commerciale o a lavorare dietro le bancarelle ai mercati o nei bar. C’era anche una componente di origine nordafricana piuttosto vivace. Mini scontri giovanili di chi non vive nel centro di Milano.

Provare a ridurre il tutto a schieramenti classici destra/sinistra, fascisti/antagonisti rischia di essere un po’ riduttivo. Riot senza firma, gruppi di amici che si sono dati appuntamento per lasciare un segno. Qualcuno tra loro frequenta le curve di Milan e Inter. Quanto successo a Milano non va ingigantito, ma non va neanche sminuito. Di sicuro va indagato. Forse è stato la spia di un disagio reale che si esprime in vari modi in questa fase così complicata per tutti. Quei 300 giovani lo hanno espresso così.

La cosa più simile alla piazza milanese sono forse i video di Achille Lauro e Quentin 40 del brano Thoiry. Come fossero piazze trap, che hanno portato un po’ del casino che vivono altrove in corso Buenos Aires e sotto il palazzo della Regione. Ci sarà un secondo tempo? Vedremo.

Il Viminale teme le infiltrazioni dell’estrema destra, dell’estrema sinistra e degli ultras. Qualcuno c’era già ieri sera mischiato nella folla, ma queste etichette rischiano di allontanare la questione sociale che anche i teenage riot di Milano pongono. Che come una fiammata potrebbero sparire come sono comparsi. Almeno per un po’.

Foto | Raffaella L.

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    Roberto Maggioni
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Zona rossa mancata: dai verbali le responsabilità di Governo e Regione

Conte Fontana Lombardia zona rossa

Ora lo leggiamo nero su bianco, Governo e Regione Lombardia non hanno istituito la zona rossa ad Alzano e Nembro come invece proposto dal Comitato Tecnico Scientifico il 3 marzo.

Avrebbero potuto farla entrambi. L’indicazione è contenuta nel verbale di quella riunione, ed è chiara: “Il Comitato propone di adottare le misure restrittive già adottate nei comuni della zona rossa anche in questi due comuni“. I due comuni di cui parlano i tecnici sono Alzano Lombardo e Nembro, nel cuore della bassa Valseriana, che in quei giorni presentavano già decine di contagi e i primi morti. Una situazione più critica rispetto a quella di Codogno, dove invece la zona rossa venne fatta immediatamente.

Il 3 marzo Nembro contava 58 positivi al Covid, Alzano 26, Villa di Serio 14, Albino 16. La Val Seriana aveva già una decina di morti riconducibili al focolaio dell’ospedale di Alzano da dove le persone decedute erano transitate. Le persone si ammalavano e iniziavano a morire, mentre la politica non decideva.

Lo stralcio del verbale della riunione del 3 marzo del Comitato Tecnico Scientifico è contenuto nei documenti che Regione Lombardia ha consegnato al consigliere di Azione Niccolò Carretta che settimane fa aveva fatto una richiesta di accesso agli atti. Le carte confermano la gravità evidente di quanto stava succedendo in Val Seriana, una delle aree più industrializzate del Paese, dove il coronavirus era presente da metà gennaio e ha viaggiato con le merci, finendo dentro agli ospedali e le case di riposo.

Il 23 febbraio si scopre il focolaio all’ospedale di Alzano, da lì parte la catena di eventi ed errori che porta alla richiesta dei tecnici del 3 marzo.

L’indicazione degli esperti restò inascoltata, la politica non si attivò, Confindustria non la voleva, la zona rossa non venne mai istituita.

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    Roberto Maggioni
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Tangenti ATM, 12 arresti per appalti truccati a Milano

costo milano

Tornano le tangenti nella metropolitana di Milano, un vecchio ricordo. Questa volta però nell’inchiesta non ci sono, al momento, politici.

La figura chiave dell’indagine è un manager, Paolo Bellini, dirigente dell’ATM responsabile degli impianti di segnalamento e automazione. Era lui, secondo la Procura di Milano, a coordinare questo sistema di appalti truccati e assunzioni pilotate.

Ci sono almeno 8 appalti nell’indagine che ha portato in carcere 12 persone. Le accuse sono di associazione per delinquere, corruzione, turbativa d’asta, peculato, abuso d’ufficio. Trenta persone fisiche sono indagate, otto le società coinvolte tra cui Alstom Ferroviaria e Siemens Mobility.

Bellini avrebbe incassato o pattuito mazzette per 125mila euro tra ottobre 2018 e luglio 2019 sotto forma di paghetta mensile. Bellini offriva consulenze alla aziende e dava informazioni riservate ai chi poi si aggiudicava gli appalti. Le tangenti arrivavano anche nei subappalti e il sistema pilotava anche alcune assunzioni, “persone prive di competenze ma manovrabili” scrivono i pm.

C’è anche un episodio riferito al 2006, un appalto per il sistema frenante della linea rossa, quello che poi ha dato problemi con le brusche frenate d’emergenza -che provocarono anche feriti- sui cui sono aperte altre indagini della Procura.

ATM nell’inchiesta è indicata come parte lesa.

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    Roberto Maggioni
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Nembro, viaggio nel focolaio del Coronavirus: il ritorno a una normalità che normale non è

nembro viaggio nel focolaio del Coronavirus

I capannoni delle aziende accompagnano a destra e sinistra tutti i 15 Km di strada che separano Bergamo da Nembro. È l’inizio della Valseriana, epicentro della diffusione del Covid-19 nella bergamasca. Si capisce bene, guardando alla quantità di camion incrociati, quanto siano forti gli interessi economici della zona.

Lasciata la SP 36 si sale a sinistra per raggiungere Nembro. Case indipendenti, palazzine basse, i balconi e le finestre sono una distesa di bandiere blu con la scritta “Insieme ce la faremo” e “Noi amiamo Bergamo” con un grosso cuore rosso al centro. C’è anche qualche bandiera dell’Atalanta, ma questa è un’altra storia, anche se in comune con le altre ha il senso di comunità che si respira da queste parti.

nembro bandiere finestre

“Dopo la fase dei lutti, questa è quella del ritorno alla comunità” mi dice Don Matteo, giovane e dinamico parroco di Nembro, sintetizzando la differenza tra fase 1 e fase 2. “Questo è il momento della ripresa del lavoro e della socialità nel rispetto della sicurezza” mi dirà mezz’ora dopo il sindaco di Nembro Claudio Cancelli. “È il momento della voglia di normalità, ma c’è ancora paura” mi aveva detto prima di entrare in fabbrica un operaio di un’azienda di materiale elettrico. Tre sguardi su Nembro, la Val Seriana, il Covid, che qui ha fatto migliaia di morti.

A Nembro, 11 mila abitanti, a marzo i decessi sono stati il 1.000% in più rispetto all’anno scorso. Oltre 180 decessi riconducibili al Covid in due mesi e mezzo. In un solo mese, marzo, a Nembro sono morte tante persone quante di solito ne muoiono in un anno. Mentre nel resto d’Italia ci si faceva forza con lo slogan “andrà tutto bene”, qui non andava tutto bene. “All’inizio i genitori avevano fatto disegnare ai bambini l’arcobaleno con quella scritta, ma abbiamo capito in fretta che non raccontava la realtà” dice Don Matteo, perché a Nembro non stava andando tutto bene.

Ora invece sono comparse quelle bandiere blu con la scritta “Insieme ce la faremo”, un regalo di un’azienda locale al comune che i cittadini hanno apprezzato. “Sono tante, sì. Restituiscono un po’ di questa voglia di ripartire”. Don Matteo ha sperimentato la messa in streaming su Youtube, “la vedono più persone di quelle che vengono a messa la domenica” confessa. “Non c’è fretta per aprire le Chiese, in questo periodo difficile chi crede ha ritrovato anche una dimensione più intima con la fede e poi è divertente sperimentare con la tecnologia, anche per i ragazzi che mi hanno aiutato e che hanno coinvolto genitori e nonni”. Don Matteo ogni mattina manda un podcast di tre minuti alla sua comunità con una lettura dal Vangelo e un commento. Qualche giorno fa era in una call Skype con alcune persone e ha ricevuto una telefonata molto particolare. “Era Papa Francesco, incredibile. La prima cosa che mi ha detto è stata che non era uno scherzo”. Il Papa lo ha chiamato per complimentarsi per quanto fatto in questi mesi nel comune col più alto tasso di morti in Italia.

Nel centro storico il panettiere ha riaperto e qualche lavoratore in pausa pranzo è in coda per una focaccia o un panino, la farmacia non aveva mai chiuso, nella piazzetta alcune signore sono sedute sulle quattro panchine che formano un quadrato, ognuna su un lato della panchina, distanza di sicurezza rispettata, mascherina al volto. 

Nembro e Alzano: la mancata zona rossa

Questo è il territorio della mancata zona rossa dove il virus ha seguito la rotta delle merci che Confindustria e politica non hanno voluto fermare quando sarebbe stato necessario. Poi molte aziende hanno chiuso da sole indipendentemente dai decreti, ma era troppo tardi, il virus era già ovunque. “Ora sento freddezza verso la politica” dice ancora Don Matteo. “Regione e Governo sono lontani, hanno detto cose contraddittorie”. Altre decisioni politiche probabilmente avrebbero scritto un’altra storia, invece è stata una strage, anche per paura di chiudere per tempo i luoghi di lavoro e fermare l’economia. “Le persone hanno riscoperto invece una vicinanza con la dimensione locale della politica” dice Don Matteo prima di salutarmi e tornare al suo podcast quotidiano.

Il palazzo del Comune è poco distante, scendo a piedi costeggiando la scuola materna Crespi-Zilioli, chiusa da inizio marzo. “Ora si riapre con prudenza” mi dice il sindaco Claudio Cancelli. “Seguiremo le indicazioni nazionali, non faremo ordinanze comunali”. Riaprire a metà, con le scuole, gli oratori  e i centri estivi chiusi, sta mettendo in difficoltà le famiglie che non possono lasciare i bimbi piccoli ai nonni. “Abbiamo avviato un’indagine con le famiglie con figli fino ai 14 anni” spiega il sindaco, “in due giorni ci hanno già risposto in 250 e il 20-25% sono famiglie che hanno ripreso a lavorare e non sanno a chi lasciare i propri figli”.

È il ritorno a una vita normale che normale non è. Ma è stata fatta un’indagine sanitaria prima di riaprire? Sapete quanto diffuso il contagio, chiedo al sindaco. “No, purtroppo Ats Bergamo ha fatto solo un’indagine a campione con i test sierologici sul 2-2,5% della popolazione”. Errori della fase 1 che si ripetono anche nella fase 2. “Non mi sembra che la Regione abbia capito dove ha sbagliato perché la medicina del territorio è ancora abbandonata e la strategia sanitaria delega ai privati”.

nembro bandiere finestre 2

C’è un’altra cosa che al sindaco Cancelli non va giù, l’arroganza di chi dai vertici della giunta regionale ha detto “rifarei tutto quello che è stato fatto”. “Ma come si fa a dire una cosa simile. È evidente che quello che è stato fatto è stato inadeguato. Io non voglio distribuire colpe, tutti abbiamo fatto errori per impreparazione o sottovalutazione. Il nostro sistema ha funzionato meno bene di quanto ci saremmo aspettati, per questo non possiamo pensare di rifare tutto quello che è stato fatto”. Una sicurezza che si scontra con la tragica realtà che fa della Lombardia la regione con il maggior numero di morti e contagiati d’Europa e la più criticabile gestione politica della crisi. Arroganza che a fine febbraio e inizio marzo viaggiava alla grande tra Milano e Bergamo, due città dove era diffuso il pensiero che non era necessario fermarsi per sconfiggere il virus. “Il ridimensionamento di questo pensiero forse è il cambiamento più grande che ho visto tra fase 1 e fase 2” mi aveva detto l’operaio prima di entrare per il primo turno in azienda. “Ora c’è consapevolezza, ma la paura non se n’è andata”. Poi aggiunge “paura anche che la voglia di normalità possa farci tornare a un mese fa. Non so più che dire”.   

 

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    Roberto Maggioni
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Coronavirus, il caso di Alzano Lombardo. Perché l’ospedale fu riaperto?

Ospedale Alzano Lombardo

Perché ad Alzano Lombardo non si è fatto come a Codogno? Ora che sappiamo per ammissione dei diretti interessati che la responsabilità politica della mancata zona rossa è sia del Governo che della Regione Lombardia è necessario andare all’origine del disastro della bergamasca.

Negli stessi giorni in cui venivano chiusi l’ospedale di Codogno e 10 comuni del lodigiano, l’ospedale di Alzano restava aperto nonostante avesse più casi di contagio di Codogno e già un morto con COVID-19: Ernesto Ravelli, pensionato di 84 anni di Villa di Serio.

Il contagio ad Alzano Lombardo era iniziato prima della scoperta del paziente 1 a Codogno il 19 febbraio scorso. Testimoni raccontano di persone transitate dal pronto soccorso con strane polmoniti, ma questo non fece scattare l’allarme coronavirus.

Il 23 febbraio arriva l’esito degli unici due tamponi fatti fino a quel momento, entrambi positivi. L’ospedale di Alzano Lombardo chiude per qualche ora e poi riapre senza particolari precauzioni, raccontano diverse testimonianze.

La decisione di riaprire sarebbe arrivata dell’ATS di Bergamo. Difficile immaginare che l’assessore alla sanità Giulio Gallera non fosse a conoscenza di questa delicatissima decisione. Perché la Regione ha permesso questa riapertura?

È da Alzano Lombardo che parte la lunghissima scia di lutti che quel territorio sta vivendo. È negli ospedali che il coronavirus si è moltiplicato. Ammetterlo è ammettere il fallimento della gestione tutta incentrata sugli ospedali di Fontana e Gallera.

Tutti in quei giorni si concentrarono su Codogno, Conte parlò addirittura di errori commessi in quell’ospedale. Silenzio invece su Alzano Lombardo, un silenzio che si protrarrà fino alla mancata zona rossa. E siamo alle ammissioni di responsabilità di queste ultime ore.

Foto dalla pagina Facebook del comune di Alzano Lombardo

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    Roberto Maggioni
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“Franco Battiato sta bene, vuole stare tranquillo”

Franco Battiato e Juri Camisasca

In questo momento sono all’aperto, sotto un albero, alle pendici dell’Etna che oggi è calmo”. Mi risponde così Juri Camisasca quando lo chiamo domenica mattina a due giorni dall’uscita del nuovo disco di Franco Battiato con l’inedito Torneremo Ancora, brano che Battiato ha scritto con Camisasca.

Da quasi cinquant’anni Juri Camisasca è la persona più vicina a Franco Battiato, compagni e complici di vita spirituale e musicale. I due si sono conosciuti appena maggiorenni durante il servizio militare a Udine e non si sono più persi di vista. Da anni vivono nella stessa zona della Sicilia, vicini di casa. “Ma sai che non abbiamo mai litigato?” mi dice Juri, “ci siamo sempre rispettati anche nella diversità d’idee. Ciascuno di noi ha la propria esistenza in questa vita nell’Universo”.

Leggere alcune cose che sono state scritte in questi giorni gli ha fatto male, anche se Battiato, racconta Juri, “è ben protetto da queste cattiverie”. L’eco però può arrivare lo stesso. “Mi ha fatto vomitare leggere che qualcuno ha detto che teniamo in vita una cosa morta. Un po’ di rispetto e dignità, verso sé stessi e gli altri. Franco sta bene, ha avuto due brutti incidenti, vuole stare in pace e in questo momento non ha voglia di scrivere altra musica”.

Ma cosa ti ha detto in questi giorni dopo l’uscita della canzone e del disco?

Io e Franco ci vediamo praticamente tutti i giorni, è contento di questa uscita del disco. Ma stiamo parlando di Battiato, è abituato a queste cose.

E l’attenzione, l’affetto dei fan è arrivato?

Certo, sì. Io però dico sempre a questi ragazzi di non essere troppo ossessivi. A volte anche il troppo amore può diventare fastidioso. Franco ha bisogno di stare tranquillo, lui le sente queste cose. Ha fatto la sua carriera, ora è stanco e sente il bisogno di staccarsi. Franco ha avuto un paio di incidenti che lo hanno messo con le spalle al muro, due brutte cadute. 

So che corrono tante voci, ma sono fantasie di mitomani, gente che millanta conoscenze o amicizie che in realtà non esistono. Sento tante di quelle assurdità. Pensassero un po’ alla salvezza della loro anima, che forse è un po’ in bilico. Ciascuno di noi deve pensare prima di tutto alla propria evoluzione.

Evoluzione… tu e Franco Battiato avete un percorso di vita comune lungo 50 anni, com’è nata questa ultima canzone, Torneremo Ancora?

Una premessa: un conto è l’amicizia, un conto è l’intesa musicale. Tante cose abbiamo in comune io e Franco e alla base c’è il rispetto dell’essere umano, delle idee dell’altro. Io ho avuto una formazione e una crescita teologica sul piano del cristianesimo, Franco sulle filosofie orientali. Al di là di ciò, questa canzone è nata perché il brano doveva finire ad Andrea Bocelli, inizialmente era stato pensato per lui, poi la cosa non è andata in porto. Caterina Caselli e Bocelli non lo hanno ritenuto adatto.

Le canzoni nascono anche attraverso input di discorsi che si fanno nella vita e io e Franco stavamo parlando dei migranti, della migrazione, che è un problema molto grande dal punto di vista politico. Ne abbiamo discusso e poi ci siamo detti che non era nelle nostre corde parlarne in una canzone su un piano politico e così l’abbiamo spostata sul piano universale.

Da qui è uscita l’idea di fare una canzone sulla migrazione dell’anima più che sulla migrazione del corpo. Abbiamo pensato di parlare della trasmigrazione dell’essere umano dopo l’esistenza terrena. Inizialmente il brano doveva chiamarsi I migranti di Ganden, dal nome del monastero di Ganden che è uno dei tre principali monasteri universitari del Tibet, quello dove il Dalai Lama ha dato i suoi ultimi esami di teologia. Tutto questo prima della presa cinese, quando i monaci sono stati costretti ad andarsene.

Quando si parla dei migranti di Ganden che scendo dai monti, ecco quello è un flash, un riferimento, perché questi monaci diventano il simbolo di una trasmigrazione sia politica che spirituale. Nel brano diciamo “i migranti di Ganden in corpi di luce su pianeti invisibili”, cioè dopo questa esistenza si presume, in particolare nelle filosofie orientali, che ci siano altri piani spirituali e altri mondi, altri pianeti.

A un certo punto dite “cittadini del mondo cercano una terra senza confine”, che mi sembra anche un riferimento all’attualità politica come dicevi. Poi il brano si apre, c’è questa ascesa, anche negli archi, nella parte strumentale, e la canzone va verso l’alto…

Sì, certamente, è così. Intanto diciamo che strutturalmente da un punto di vista melodico e di arrangiamento si è pensato ad una cosa molto semplice proprio per dare spazio all’emozione che esce con il canto. È un arrangiamento molto semplice, senza fronzoli, proprio per dare spazio a questo modo che ha Franco di cantare molto emozionante.

Juri Camisasca e Franco Battiato negli anni ottanta durante il periodo di "Genesi". Foto di Camisasca.
Juri Camisasca e Franco Battiato negli anni ottanta durante il periodo di “Genesi”. Foto di Camisasca.

Cantate “finché non saremo liberi torneremo ancora, ancora e ancora”: cosa vuol dire? Quando saremo liberi?

Bisogna tenere presente la filosofia orientale, la vita samsarica. Siamo all’interno di una circolarità esistenziale che i buddisti chiamano Samsara, che è la vita condizionata dal karma. Franco dice “ritorneremo ancora finché non saremo liberi” dal karma, liberi dalla consequenzialità degli effetti della nostre azione. Quando ti liberi non ritorni più e a quel punto sei l’essenza dell’Universo. Ma il cammino è lungo.

Torniamo in un certo senso alla migrazione dell’anima che citavi all’inizio…

Sì certo, finché non saremo liberi. Anche se l’anima è già libera di suo, siamo noi che la teniamo incatenata alle nostre limitatezze mentali, intellettuali ed anche emozionali.

Hanno detto e scritto che questo sarà l’ultimo brano di Franco Battiato. Cosa ne pensi?

Io frequento Franco praticamente quotidianamente e ti posso dire che in questo momento non ha voglia di scrivere musica. A volte io gli dico “dai Franco facciamo ancora qualcosa” ma vedo che non ne ha voglia. Poi non so in futuro, ma ora come ora non ha voglia di scrivere nuova musica, men che meno di fare concerti. Su questa cosa c’è tanto allarmismo, ma Franco sta bene, fisicamente sta meglio di me, ma in questo momento non ha voglia di mettersi in gioco e scrivere nuova musica.

Altra cosa detta e scritta è che questa canzone è il testamento di Battiato…

Questa è una grande stupidata. Per mia grande fortuna non seguo i social network ma mi riferiscono amici che ad esempio qualcuno ha scritto di essere in possesso dell’ultimo inedito di Franco. Se io dovessi aprire il cassetto con tutti in brani che abbiamo fatto insieme… ma lasciamo perdere. Franco sente gli echi di queste cose e lo disturbano. Una volta eravamo a tavola, è arrivato il postino e ha consegnato un pacchetto con dentro un cd. Franco lo ha guardato ma non lo ha neanche aperto, come dire “ragazzi lasciatemi in pace”.

Come dicevo, di fare nuova musica non ne ha voglia. Questo lo si deve abbinare al fatto che deve recuperare una certa quota di energia, ma da qui a dire, come ha detto qualche stupido in una articolo, che “tengono in vita una cosa morta”, beh questa cosa mi ha fatto venire il vomito. Mi ha proprio fatto venire il vomito. Tanto per iniziare un essere umano non è una cosa. Una cosa è un posacenere, un bidone dell’immondizia, un oggetto. Un essere umano è una persona. Per cortesia, ci sia almeno un pochino di rispetto e dignità verso sé stessi e verso le persone che chiedono di rimanere in pace, tranquille. Anche se devo dire che Franco è molto protetto, dall’ambiente famigliare e dalla grazia, da una grazia invisibile.

Prima di salutarlo, chiedo a Juri se lo rivedremo in concerto a Milano, la sua quasi città natale (è nato a Melegnano il 9 agosto del 1951). L’ultima volta lo avevamo visto a giugno 2018 al festival Zuma invitato da Davide Domenichini di Black Sweat records. “Sì, a metà novembre uscirà un mio disco nuovo e sto cercando una data anche a Milano. Mi era piaciuto molto lo Zuma festival, mi aveva fatto un grande piacere suonare con degli amici come Federico Sanesi e Roberto Mazza.

Abbiamo suonato un po’ come facevamo ai vecchi tempi, quando non ci ponevamo il problema di cosa fare. Si saliva sul palco e si suonava. Così è successo a Zuma. Quando c’è una sintonia di un certo tipo ci si incontra tra musicisti, c’è un altro tipo di linguaggio. A volte magari non ci si incontra sul piano razionale, si discute e ciascuno ha le sue idee, ma musicalmente ci sono delle sintonie che quando si trovano ti portano loro in una certa direzione: è la musica che ti porta ad avere il feeling con la persona. La musica è un mondo a sé”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A JURI CAMISASCA

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    Roberto Maggioni
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Orlando: “Salvini è il giovane Mussolini”

Leoluca Orlando

“Il 25 aprile c’entra con l’antimafia, ma lasciamolo dire ai partigiani, non a Salvini che è il giovane Mussolini”.

Così ai microfoni di Radio Popolare il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha risposto al ministro degli Interni Matteo Salvini che ha annunciato di voler andare in Sicilia il 25 aprile per festeggiare “la liberazione dalla mafia”. (altro…)

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    Roberto Maggioni
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Picchiato da neofascisti a Milano: il racconto

forza nuova

“Mi sono avvicinato e gli ho chiesto cosa stessero facendo, se stavano facendo propaganda. Uno di loro mi è venuto incontro e mi ha preso a pugni e calci“. Inizia così il racconto di F. a Radio Popolare sul pestaggio subito giovedì sera in piazzale Gorini a Milano. “Stavo tornando verso casa, ho visto questo gruppo di persone davanti al totem delle affissioni, erano in una dozzina. Avvicinandomi ho capito che erano manifesti di Forza Nuova e gli ho chiesto cosa stessero facendo, se stavano facendo propaganda”. Sulle bacheche dedicate alle affissioni comunali di piazzale Gorini sono comparsi nella notte decine di manifesti di Forza Nuova.

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“Non sono stato provocatorio, questa persona ha avuto una reazione subito violenta nei miei confronti. Mi ha preso a pugni e poi mi ha tirato due calcioni. Gli altri mi insultavano, mi dicevano cose tipo ‘zecca di merda’. Mi è caduto il telefono e mi hanno preso anche quello”. F. nel suo racconto a Radio Popolare dice anche: “Mi sono avvicinato e gli ho fatto quella domanda perché sono sensibile al tema e la risposta che ho avuto sono stati pugni e calci”.

Il ragazzo nella mattinata di venerdì è andato a farsi medicare all’ospedale Humanitas dove gli sono stati dati sette giorni di prognosi. Nel pomeriggio ha sporto denuncia alla polizia. “Mi sembrava il minimo fare denuncia, mi hanno detto che indagheranno per trovare i responsabili”.

“Abbiamo visto di nuovo in azione una squadraccia – dichiara Matteo Prencipe segretario provinciale di Rifondazione Comunista – solo pochi giorni fa è stato concesso il suolo pubblico per celebrare la nascita del fascismo. Serve una mobilitazione generale e determinata per frenare questa pericolosa deriva anche in vista della imminente campagna elettorale”.

Questo il racconto della vittima:

 

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    Roberto Maggioni
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L’odio social che parte dai vecchi media

Mentre Salvini fa il bullo con Rami, il tredicenne che ha sventato la strage dell’autobus, “si faccia eleggere in Parlamento se vuole lo Ius Soli” ha detto il ministro, i suoi sostenitori insultano e minacciano via social Stefania Bonaldi, sindaca di Crema, città per cui lavora la società di trasporti di cui era dipendente l’autista-sequestratore Ousseynou Sy. (altro…)

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    Roberto Maggioni
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Alla Giunta lombarda piace la boxe neofascista?

È stata la giunta lombarda a dare il patrocinio all’incontro di pugilato organizzato dall’associazione Wolf of the Ring che fa parte della galassia neofascista di Lealtà Azione.

Inizialmente si era pensato a un patrocinio del Consiglio Regionale, ma da una discussione via Twitter con gli account ufficiali della Regione è emerso il dettaglio che a dare il patrocinio è stata direttamente la giunta guidata dal presidente Attilio Fontana. (altro…)

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    Roberto Maggioni
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In migliaia, fuori dai partiti, contro Salvini

La manifestazione di Milano contro l’apertura del centro per i rimpatri dei migranti è stata una manifestazione fatta di persone perlopiù lontane dai partiti e stanche dell’immobilismo della sinistra.

20 mila per gli organizzatori, qualcuna in meno in realtà, ma non era scontato un risultato così oltre le aspettative degli organizzatori. Una manifestazione nei giorni scorsi ignorata dai media, cresciuta nelle scorse settimane tra assemblee e incontri offline, poi anche su Facebook.

Un corteo senza alcuna ambiguità: chi era in piazza ieri a Milano aveva protestato anche due anni fa contro i centri di detenzione in Libia e l’istituzione dei CPR fatta dall’ex ministro PD Minniti. C’erano allora e ci sono stati oggi, con la consapevolezza che però tutto sta peggiorando.

Qualche bandiera di partito c’era, Rifondazione Comunista, Possibile, Liberi e Uguali, Potere al Popolo. Non c’era il PD e l’amministrazione del sindaco Sala ha sostanzialmente ignorato questa mobilitazione che è stata poco supportata anche dalla rete Insieme Senza Muri vicina all’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino, da sempre contrario alla riapertura del CPR. Molte delle associazioni che fanno parte di Insieme Senza Muri hanno però aderito ed erano presenti al corteo.

È stata una manifestazione per nulla istituzionale, ma non antagonista. I centri sociali c’erano, mischiati alle 200 associazioni che hanno dato la loro adesione al corteo. Tra queste, tante sono associazioni cattoliche. C’erano gli insegnanti delle scuole d’italiano per stranieri, gli operatori dei centri d’accoglienza, i sindacati di diverse categorie. Tanti gli studenti, lo spezzone d’apertura: è stato un corteo con un’età media bassa. Una generazione abituata a viaggiare per il mondo senza problemi che ritrova a crescere in un Paese che chiude i confini.

Due i prossimi obbiettivi di chi ha promosso questa giornata: impedire l’apertura del CPR a Milano ed estendere la protesta a livello nazionale. La cornice è quella del decreto sicurezza-immigrazione che nei giorni scorsi l’Anpi ha definito “apartheid giuridico”. Obbiettivi ambiziosi quelli che si sono dati gli organizzatori di questa campagna NO CPR e difficili da realizzare visto il consenso di cui gode questo Governo. Una popolarità che sembra raccontare un paese senza opposizione. Sembra.

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    Roberto Maggioni
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900 famiglie senza riscaldamento nel Municipio 8

riscaldamento

A Milano circa 2000 persone stanno vivendo al freddo. Nelle loro case il riscaldamento non si è mai acceso, a causa di una disputa legale tra l’ex società di gestione dell’impianto e l’amministrazione. Si tratta di circa 900 famiglie che vivono in 8 palazzi dislocati tra via Mac Mahon, via Bramantino, via Jacopoino da Tradate e via De Predis, nel Municipio 8. Una quota degli appartamenti è di pertinenza di Aler.

Tra i residenti ci sono una donna incinta al nono mese, disabili, ultranovantenni e cardiopatici per i quali la situazione è diventata insostenibile. Non solo, al piano terra di uno dei palazzi in via De Predis ha sede un asilo nido comunale, che in queste settimane è stato chiuso. I bimbi sono stati dirottati su altri asili del quartiere, non tutti i genitori però riescono a portarli nelle altre sedi, e così restano a casa.

Gli abitanti si stanno scaldando come possono, con stufette elettriche, pompe di calore o caloriferi ad olio. Ma il sovraccarico di energia richiesta per alimentare queste soluzioni alternative ha causato diversi black out, soprattutto alla sera, con le persone costrette non solo al freddo ma anche al buio.

Con l’abbassamento delle temperature è aumentato il rischio per la salute, soprattutto dei più fragili.

L’impianto sarebbe pronto a partire, ma il punto di distribuzione del gas è stato piombato e i tempi della giustizia sono troppo lunghi per le 900 famiglie esasperate, che chiedono alle istituzioni di intervenire.

Questa situazione grottesca non può più essere ritenuta un problema condominiale. Qui il problema è ormai di natura pubblica, ci sono migliaia di persone al freddo con queste temperature, ci sono anche asili che vivono in condizioni non degne di un paese civile, è ovvio che dobbiamo intervenire” – dice a Radio Popolare Enrico Fedrighini, assessore all’ambiente del Municipio 8 – “Come zona interverremo subito, iniziando a fare pressione tra i privati e l’Amministrazione centrale, perché la situazione si sblocchi. Non intendiamo sostituirci agli amministratori di condominio, ai gestori e erogatori di energia, né ai giudici civili, né aspettare sentenze, porremo la priorità della tutela della salute pubblica e della decenza dell’igiene urbana”.

Ascolta l’intervista con l’assessore Fedrighini

intervista Enrico Fedrighini

riscaldamento

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    Roberto Maggioni
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L’opportunità di avere Macao a Milano

macao

La giunta di Milano rischia un brutto testacoda sul futuro di Macao.

Sgomberarlo significherebbe scaricare e sacrificare una delle esperienze politico-culturali più significative della città per… per cosa? Fare cassa? Raccogliere consenso tra i cittadini pro-sgomberi? Dimostrare che la legalità viene prima di tutto? Forse. Oppure potrebbe anche voler dire che semplicemente, a chi governa questa città, di Macao non gli importa sostanzialmente nulla. È appunto sacrificabile.

Sarebbe piuttosto miope e, nel caso di un’amministrazione come quella milanese che sta raccontando al mondo di una Milano città aperta, una sconfitta. Grande o piccola, ciascuno giudicherà secondo propri parametri.

Macao in questi anni ha avuto il merito di interrogare il Pubblico e l’amministrazione pubblica su cosa significa essere uno spazio pubblico oggi in una città globale come Milano. Qualcosa che dovrebbe essere un’opportunità per una città progressista.

In una città mosaico fatta di spazi pieni e vuoti, amministrata da 2011 dal centrosinistra, il possibile sgombero di Macao racconta di un’opportunità non colta, ma con qualcosa in più: la beffa. Perché Macao è stato lo spazio sociale che più si è speso in questa città per immaginare e praticare nuove forme di gestione dello spazio pubblico, è stata la realtà che, arrivando dal mondo delle occupazioni, più ha dialogato con il Comune, contribuendo a scrivere una delibera innovativa per l’assegnazione e l’Uso Civico di spazi pubblici che nonostante il sostegno di alcuni consiglieri comunali di maggioranza non è stata mai votata.

Più recentemente Macao ha proposto di percorrere la via dell’acquisto della palazzina di viale Molise attraverso l’organizzazione tedesca Mietshäuser Syndikat che investe in progetti di acquisizione di immobili per toglierli dal mercato immobiliare. Ma si sa, prima o poi il mercato torna a bussare e nell’estate del 2018 l’assessore al bilancio Roberto Tasca ha aperto quella porta decidendo di mettere in vendita la palazzina Liberty occupata da Macao. Non è chiaro quanto sia stata condivisa con il resto della giunta  quella decisione, quanto il sindaco Sala sia d’accordo con il suo assessore. Per il momento possiamo pensare ad un silenzio assenso.

Quelli di Macao ovviamente non l’hanno presa bene e guardando agli anni spesi a proporre soluzione innovative e dialogare con l’amministrazione hanno decretato morta la sinistra neoliberale, invitando tutti a un simbolico funerale venerdì 5 ottobre quando in consiglio comunale dovrebbe iniziare la discussione sulla delibera che porterebbe allo sgombero di Macao.

Certo in gioco c’è Macao, ma c’è anche la città di Milano, c’è anche la possibilità di ricostruire e immaginare uno spazio politico a partire dalle vite e dai sogni e bisogni delle persone” hanno scritto in un comunicato e spiegato anche da questi microfoni. “Non stiamo parlando solo di difendere posizioni, luoghi e percorsi, per quanto possiamo amarli. Non possiamo lasciarci trascinare da un’amministrazione di sinistra in questo sepolcro” dicono gli attivisti di Macao. L’appello è a quel luogo disintegrato che è la sinistra che oggi non sa cosa essere.

Per questo Macao è un’opportunità da non liquidare con un colpo di penna e manganello. La sfida che propongono è ridare immaginazione e forza ad una politica progressista, non morire di contabilità e repressione in una città davanti a un bivio. La svolta a destra porta alla Lega.

Recentemente la sindaca di Barcellona Ada Colau e il sindaco di Londra Sadiq Khan hanno pubblicato sul Guardian una riflessione sul Diritto alla Città. “Solo quando si sarà capito che coloro che creano la vita urbana hanno in primo luogo il diritto di far valere le loro rivendicazioni su ciò che essi hanno prodotto e che una di queste rivendicazioni è il diritto a costruire una città più conforme ai loro intimi desideri, solo allora potrà esserci una politica urbana che abbia senso” scrivono i due sindaci.

“Le città non sono semplicemente una collezione di edifici, strade e piazze. Sono anche la somma della gente che le vive. Sono loro che aiutano a creare legami sociali, costruiscono comunità e si evolvono nei luoghi in cui siamo così orgogliosi di vivere”.

Parole che possiamo traslare anche su Milano e che richiamano i temi sollevati da Macao. Non vederne l’opportunità sarebbe un errore.

[Macao dall’occupazione di Torre Galfa nel 2012 ad oggi ha ospitato artisti, musicisti, attori, scrittori, umanità varia da tutto il mondo. Sono migliaia le persone che sono transitate nei suoi spazi. Mercoledì 26 settembre in occasione del concerto dei Wolf Eyes abbiamo incontrato i ragazzi e le ragazze del Tavolo Suono, uno dei collettivi che organizza concerti dentro Macao, tra cui il festival Saturnalia, e che hanno lanciato la campagna di sostegno We Insist! (da uno dei più bei dischi di Max Roach). Ne è uscita una lunga chiacchierata sul fare comunità, musica, eventi in uno spazio come Macao, in una città come Milano. Le musiche sono tutte tratte dai video realizzati da Ursss, un’entità nomade che da anni presiede le prime file dei concerti più coraggiosi di Milano. Dentro Macao ha trovato un luogo accogliente dove filmare e restituire a tutti decine di concerti]

Il suono di Macao: We Insist! Ascolta qui:

We Insist_Macao

 

macao

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    Roberto Maggioni
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Ti ricordi di Abba?

Abdoul Guibre

Il 14 settembre del 2008 Abdoul Guiebre, Abba, veniva ucciso a sprangate a Milano in via Zuretti. Era notte, con degli amici stava andando a piedi al Leoncavallo e si fermò nel bar Shining. Accusato di aver rubato un pacchetto di biscotti venne inseguito dai due proprietari del bar – padre e figlio – e poi preso a sprangate.

Le ultime parole che si sentì urlare contro furono “sporco negro”. I due vennero condannati a 15 anni di carcere ma senza l’aggravante del razzismo. Abba aveva 19 anni, era nato in Italia, viveva con la sua famiglia a Cernusco sul Naviglio. I genitori erano originari del Burkina Faso, dove ora è sepolto.

I fratelli e le sorelle di Abba oggi vivono in Francia, hanno lasciato l’Italia nel 2014 perché non sentivano più questo Paese come casa loro.

Voi dite che sono passati dieci anni, per noi no. Il dolore è fortissimo” ci dice Adiaratou Guiebre, la sorella di Abba. L’abbiamo raggiunta al telefono a Grenoble, dove ora vive. Nei prossimi giorni sarà a Milano per partecipare alle iniziative in ricordo di Abba, tra cui la posa di una targa in via Zurretti, lì dove suo fratello è stato ucciso. La posa avverrà venerdì 14 settembre con il comitato Abba Vive e il Comune di Milano.

Adiaratou ha 35 anni e ricorda gli anni felici dell’infanzia e dell’adolescenza a Cernusco sul Naviglio. Poi però qualcosa è cambiato, ha sentito intolleranza e cattiveria crescere attorno a sé e ai suoi bimbi piccoli. “Non avevo mai sentito diversità per il colore della mia pelle“. Secondo lei la colpa è di chi ci ha governato negli ultimi 10/15 anni: tutti. “L’Italia non è come prima, l’hanno rovinata. L’Italia è un Paese bellissimo con bellissime persone, ma al governo ci sono delle genti senza cuore. Noi abbiamo conosciuto italiani bravissimi, ma la politica ha rovinato l’Italia e io ho dovuto lasciarla“.

Gli episodi di intolleranza e discriminazione sono cresciuti, racconta. “Una signora un giorno sulla strada mi ha fatto capire di tornare al mio Paese, che però è l’Italia. C’era il suo cane vicino a me, io mi sono allontanata, lei ha sputato e mi ha detto di tornarmene al mio Paese. Ho pensato che non potevo crescere i miei figli in un paese così“. Ora in Francia va meglio, “ho ritrovato me stessa“. Quando può torna a Cernusco sul Naviglio a trovare la mamma, “ma non riuscirei a vivere lì. Sento che chi governa sta lanciando messaggi negativi. Ho dei bei ricordi dell’Italia e li tengono stretti“.

Adiaratou dice anche un’altra cosa: “Questa situazione non va bene neanche per gli italiani, non è solo un problema degli stranieri”. E lei italiana lo è, ma con la pelle nera. Come lo era suo fratello Abba. “Immagina di lasciare un paese dove avevi tutto, casa, famiglia, amici. Ho iniziato a lavorare a 17 anni, ho pagato le tasse. Avevo tutto qui in Italia, dover lasciare così è triste, ma dovevo crescere i miei figli da qualche parte“.

Abdoul Guibre

Ascolta l’intervista completa a Adiaratou Guiebre, sorella di Abba:

Adiaratou Guibre

Dal 7 al 16 settembre Milano ricorderà Abba grazie al comitato Abba Vive, al Centro Sociale Cantiere e al sindacato USB. Il 22 settembre ci sarà il corteo “per non dimenticare Abba”.

Tutte le iniziative su abbavive.org.

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    Roberto Maggioni
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La prima squadra di rifugiati iscritta alla Figc

Si chiama St. Ambroeus Football Club e nonostante non abbia ancora giocato la sua prima partita ufficiale ha già messo a segno due primati: è la prima squadra di calcio a iscriversi alla Figc con un presidente africano e i giocatori richiedenti asilo e rifugiati.

Il presidente si chiama Kalilou Koteh, ha 24 anni, arriva dal Gambia, lavora in un ristorante in provincia di Milano e le indiscrezioni lo danno anche come capitano di questa milanesissima squadra che vi porterà in giro per l’Africa: Camerun, Guinea, Senegal, Gambia, Togo, Costa d’Avorio, Guinea Biseeau, Nigeria, Benin, Sierra Leone, Somalia, Libia sono alcuni dei paesi d’origine dei componenti della St. Ambroeus FC.

Un nome che strizza l’occhio al St. Pauli e al patrono di Milano, una compagine che nasce dalla fusione di alcune delle squadre nate negli ultimi cinque anni all’interno dei centri di accoglienza milanesi e dell’hinterland. Ci sono la ASD Black Panthers FC, iscritta da due anni al campionato Uisp e premiata nel 2016 dalla fondazione della Regione Lombardia ISMU come miglior progetto di integrazione nella città di Milano, la ASD Corelli Boys FC, la squadra del Cas di Via Corelli, i Corelli Lions del Cas Mancini, la Thomas Sankarà FC di Trezzano Sul Naviglio, i Blue Boys di Cascina Gobba, la Hope Ball, la Aquila FC, e altre.

Conterà su un vivaio di oltre 60 calciatori con un’età media di 23-24 anni. Molti di loro sono rifugiati, altri stanno aspettando la risposta della Commissione territoriale che esaminerà le loro richieste di asilo o protezione. La grande maggioranza di loro arriva dall’Africa, ma ci sarà anche qualche calciatore italiano da diverse generazioni. Da sempre lo sport è strumento di convivenza, integrazione e riscatto, coincidenza vuole che questa squadra esordirà in campo con Matteo Salvini al governo.

Vogliamo ridicolizzare il razzismo” ci racconta Davide Salvadori, già animatore della squadra Black Panthers e tuttofare della St. Ambroeus. “Sul campo da calcio le uniche regole che contano sono quelle dello sport e ci piace usare il calcio come strumento di lotta contro forme di discriminazione e razzismo”. L’ambizione è quella di diventare una sorta di scuola di calcio, ci dice Davide.

“Siamo l’unione di tante squadre, non saremo solo la prima squadra di africani in Figc che esordirà a settembre nel campionato ufficiale, ma vogliamo seguire anche tutti gli altri campionati, come quelli del calcio popolare, delle periferie, da cui anche noi arriviamo. Vorremmo diventare qualcosa di simile a una scuola calcio”.

Tante squadre, tanti giocatori. L’allenatore, Luis, dei Corelli Boys, avrà il suo bel da fare a scegliere gli 11 da mettere in campo. “Ci siamo dati una regola” dice Davide “non prenderemo i più forti ma quelli che ci metteranno più passione nel progetto. Partiremo dalla terza categoria della Figc, il gradino più basso. Altri decidono di comprare titoli e partire più in alto, noi ci teniamo a fare tutti i passi per far crescere questo progetto”.

st ambroeus 1

Il nome è stata l’ultima cosa scelta, “ci piace molto St. Ambroeus” dice il presidente Kalilou Koteh “siamo milanesi anche noi”. Sarà una squadra multi-lingue e multi-dialetti, un bello spaccato di chi vive oggi a Milano. “Agli italiani e a chi ci governa voglio dire che siamo tutti umani” dice Kalilou.

Il calendario ufficiale della Figc non è ancora disponibile, la St.Ambroeus esordirà ufficialmente a settembre e si appresta a un caldo ritiro estivo tutto milanese. “Non ci sposteremo dalla città, i ragazzi lavorano, frequentano i corsi e non possono lasciare Milano. Ne approfitteremo per fare qualche amichevole di preparazione all’esordio ufficiale. La prima sarà contro una squadra milanese, l’Orione, il 27 giugno” racconta Davide.

La prima grande sfida da superare è quella economica. L’iscrizione alla Figc, le visite mediche dei giocatori, i campi da calcio su cui allenarsi hanno un costo. Per questo hanno aperto una raccolta fondi su Produzioni dal Basso sostenuta anche da Banca Etica. Potete sostenerli qui.

Il primo grande aiuto che chiediamo a tutti è tifare la squadra per incoraggiare questa nuova esperienza, ai ragazzi fa un grande piacere sentirsi sostenuti. E poi se qualcuno volesse farci da sponsor o sostenerci in altri modi non esiti a contattarci“. Il modo più veloce è contattarli tramite la pagina Facebook https://www.facebook.com/stambroeus/.

st ambroeus 4

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    Roberto Maggioni
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3 anni di carcere per aver lanciato un casco

Tre anni di carcere per aver lanciato un casco contro lo scudo di un agente. Sono le pesantissime condanne di primo grado arrivate a due manifestanti milanesi per resistenza aggravata in concorso. I fatti si riferiscono a trenta secondi di tensione il 13 febbraio 2017 fuori dal Municipio 4 di Milano dove si stava svolgendo un’iniziativa sulle foibe con associazioni vicine al gruppo neofascista Lealtà e Azione.

Quella sera alcune decine di manifestanti antifascisti contestarono l’iniziativa e ci fu un contatto tra la celere e la prima fila di manifestanti. Non ci furono feriti o danneggiamenti, un casco finì contro lo scudo di un agente. Ieri le pesanti condanne a 3 anni per resistenza aggravata in concorso. I due condannati sono attivisti del centro sociale Lambretta e del Comitato Abitanti Barona. “È una condanna fantascientifica” dice Matteo Colò di Milano in Movimento:

Nel video si vedono i celerini manganellare per 30 secondi e la cosa finisce lì. Non è stato refertato nessun poliziotto quella sera. Ci sono stati invece contusi tra i manifestanti. La strategia di Questura e Procura di Milano è caricare sugli attivisti milanesi decine di processi per fatti un tempo considerati minori o irrilevanti. Condanne di questo tipo vengono date per fatti di piazza di ben altro tipo. Ora faremo ricorso in appello anche se non abbiamo molta fiducia visto il clima generale nei confronti dei processi al movimento milanese.

L’avvocato dei manifestanti è Mirko Mazzali, parla di sentenza incomprensibile, oltre ogni ragionevole misura:

Il reato era resistenza aggravato dal numero delle persone, ed è una prima stranezza perché gli episodi contestati sono solo i due della condanna. Non è successo altro. Non sono state concesse la attenuanti generiche, e questa è una linea di condotta della Procura di Milano che stiamo vedendo in diversi processi contro manifestanti. Quella sera non ci furono feriti tra le forze di polizia. Tre anni è una pena che rischia di aprire davvero le porte del carcere, una condanna oltre ogni ragionevole misura. Pene che non vediamo per i morti sul lavoro, per gli inquinatori o altri fatti violenti alle persone. Il lancio del casco contro lo scudo di un agente non può ricevere tre anni di carcere. È una sentenza incomprensibile. Nel processo per i fatti di corso Buenos Aires dell’11 marzo 2006, per fare un esempio, ci furono condanne a quattro anni, ma in quel caso ci furono scontri prolungati, auto incendiate, agenti feriti. Quando muore un operaio non si arriva a condanne di tre anni.

Quello che rilevano sia l’avvocato Mirko Mazzali che gli attivisti di Milano In Movimento è la particolare attenzione che investigatori e Procura di Milano hanno nei confronti del movimento milanese. Dice ancora Mazzali:

Dal primo maggio 2015 le indagini e i processi si svolgono molto velocemente e finiscono con condanne pesanti. Una velocità del tutto anomala rispetto ai tempi della giustizia italiana e per fatti più ben più gravi. Velocizziamo i processi per le morti sul lavoro, per gli inquinatori, per gli evasori, non per fatti di piazza minori.

 

Sull’iniziativa alla palazzina Liberty anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala espresse parere contrario in una lettera inviata al presidente di Municipio 4 Paolo Bassi. Ospiti e organizzatori della serata erano vicini al gruppo neofascista Lealtà e Azione. A curare il programma della serata patrocinata dal Municipio 4 fu l’associazione A.D.ES. il cui presidente, Daniele Ponessa, è un frequentatore assiduo delle iniziative di Lealtà e Azione, l’associazione emanazione degli Hammerskin che alle ultime elezioni milanesi ha stretto un patto con la Lega Nord facendo eleggere un suo militante, Stefano Pavesi, al Municipio 8, e che alle ultime elezioni regionali ha sostenuto il candidato della Lega Max Bastoni.

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Verso il rinvio della rievocazione nazista

Si va verso il rinvio della rievocazione storica nazista a Cologno Monzese. Sindaco e Giunta hanno convocato una conferenza stampa per mercoledì 10 aprile alle 14.30, in quella sede il sindaco leghista Angelo Rocchi dovrebbero ufficializzare il rinvio.

Le proteste degli antifascisti, il clamore nazionale sollevate dalla provocazione alla viglia del 25 aprile ha cambiato le cose. Pressione sulla giunta per un passo indietro sarebbero arrivate da diversi livelli istituzionali. “Spiegheremo tutto in conferenza stampa” dicono dal comune di Cologno. Possibile che il sindaco scaricherà tutto su questioni di “ordine pubblico”, investendo le opposizioni di questa presunta responsabilità.

In realtà problemi di ordine pubblico non ce ne sono. Ci sono invece il finanziamento comunale alla rievocazione storica, la vicinanza al 25 aprile, l’aver affidato ad una associazione specializzata in rievocazioni con soldati nazisti l’organizzazione della due giorni.

L’amministrazione di Cologno avrebbe messo 3mila per l’iniziativa, come scritto in una determina dirigenziale del 3 aprile 2018. Determina dalla quale emergeva come la stessa organizzazione della manifestazione fosse stata tutta della giunta.

Tutto era patito dal logo dell’amministrazione comunale amministrata dalla Lega sull’iniziativa di rievocazione storica per rappresentare la vita in un campo di soldati nazisti. Inizialmente a curare l’organizzazione dell’evento era l’associazione ’36 Fusilier Kompanie’, specializzata nelle rievocazioni storiche delle attività dei militari nazisti. Poi un primo tentativo di correggere il tiro, con il richiamo all’armata rossa e ai partigiani e una nuova locandina. Di questi ultimi però nella determina scritta dalla giunta il 3 aprile non c’è traccia. Ci sono solo riferimenti al “campo militare della Wehrmacht”.

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Soldi del Comune per la rievocazione nazista

Ora spunta anche il finanziamento.

L’amministrazione di Cologno Monzese metterà 3mila euro per la rievocazione storica di un campo di soldati nazisti alla vigilia del 25 Aprile. È tutto scritto nella determina 344 del 3 aprile 2018, dalla quale emerge anche un’altra novità: è la giunta stessa ad organizzare la rievocazione.

La storia è nota. Il Comune di Cologno Monzese, amministrato dalla Lega, ha messo il suo logo sull’iniziativa di rievocazione storica per rappresentare la vita in un campo di soldati nazisti. L’iniziativa si svolgerà sabato 21 e domenica 22 aprile. Inizialmente a curare l’organizzazione dell’evento era l’associazione ’36 Fusilier Kompanie’, specializzata nelle rievocazioni storiche delle attività dei militari nazisti. Tra questi, quelli della famigerata ’36° Waffen Grenadier Division der SS’, unità delle SS naziste composta da criminali e impiegata nella lotta anti partigiana.

La due giorni prevede: la dimostrazione di attività di primo soccorso, la preparazione del rancio ‘con ricette d’epoca’, la narrazione di ‘racconti, miti e leggende del nord’ e una ‘cerimonia di consegna onorificenze’. Sono previsti anche dei ‘banchi didattici’. Il sindaco Angelo Rocchi e l’assessore Dania Perego sono del partito di Salvini e leghista è anche un altro assessore, Simone Rosa, appassionato di rievocazioni storiche che condivide sui social sue foto nella divisa di un soldato nazista.

Dopo le reazioni di associazioni partigiane e partiti, dopo che il caso ha assunto dimensioni nazionali, la giunta ha tentato di camuffare quanto fatto. È quindi comparso un nuovo manifesto: assieme al campo dei soldati della famigerata 36a brigata delle SS è previsto che vengano rappresentati soldati dell’Armata Rossa e i partigiani del Corpo Volontari della Libertà. Di questi ultimi però nella determina scritta dalla giunta il 3 aprile non c’è traccia. Ci sono solo riferimenti al “campo militare della Wehrmacht”. Cambia anche l’associazione che curerà la rievocazione storica, non più i 36 Fusilier Kompanie, ma l’associazione “Rivivere il Passato”, con sede a Crevalcore, di cui in rete non c’è traccia.

La determina della giunta è chiara: il Comune di Cologno Monzese organizza la rievocazione storica in occasione della festa della Liberazione e ci mette 3mila euro di tasca sua.

Il documento dell’amministrazione

 

 

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Morire in fabbrica a Pasqua

Si chiamavano Giuseppe Legnani e Giambattista Gatti i due operai morti alla Ecb di Treviglio, in provincia di Bergamo. Il primo di Casirate d’Adda, il secondo di Treviglio, entrambi lasciano due figli.

Non è ancora chiaro cosa sia successo attorno alle 10. Da una prima ricostruzione i due operai, tra i più anziani ed esperti in azienda, sarebbero intervenuti per un malfunzionamento. Sarebbero intervenuti dopo la segnalazione dagli abitanti della zona di cattivi odori provenire dall’azienda. L’incidente è avvenuto nel reparto di produzione, il serbatoio è esploso per cause da accertare. Si tratta di un serbatoio a pressione, un’autoclave.  La prima ipotesi è che ci sia stata una saturazione anomala del contenitore che avrebbe provocato l’esplosione. La produzione era stata fermata alle 6 di domenica mattina e oggi l’azienda sarebbe dovuta restare chiusa.

Una delle vittime, Giuseppe Legnani, è di Casirate d’Adda. “Era il papà di un mio consigliere comunale, una persona che conosco personalmente” ci dice il sindaco di Casirate Mauro Faccà. “È un dramma che sento mio. Era una persona conosciuta, padre di due figli”. Giuseppe Legnani lavora da tempo alla Ecb. “A quanto mi hanno riferito questa mattina era stato chiamato come manutentore insieme al suo capo squadra, Giuseppe era uno dei lavoratori più esperti. Poi quando tornava a casa andava a lavorare nei campi”.

Nei 30 Km che separano Milano da Treviglio è un susseguirsi di campi e capannoni.

Per ore dall’azienda si è sprigionato un fumo molto chiaro. Il sindaco di Treviglio Juri Imeri, sentiti i tecnici dell’Azienda Sanitaria Locale, ha escluso rischi per la salute e l’ambiente. “L’azienda era chiusa, una situazione d’emergenza ha portato qui le due persone dopo una segnalazione di cattivi odori nell’aria” dice il sindaco. L’inchiesta è affidata al pubblico ministero Fabio Pelosi.

Fuori dalla fabbrica alcuni degli autisti che lavoravano per la Ecb. “Non ricordiamo altri incidenti negli ultimi anni, e io faccio l’autista per loro da 16 anni” ci dice uno di questi autisti, accorso qui appena avuta la notizia.

La Ecb è stata fondata nel 1966 da Lorenzo e Franco Bergamini. Lo scorso anno è stata acquisita dal gruppo tedesco Saria, produttore internazionale di prodotti agroalimentari.

 

 

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Forza Nuova entra nelle istituzioni di Milano

Per la prima volta Forza Nuova entra nelle istituzioni politiche di Milano. Non con i suoi voti ma con un cambio di casacca, quella dell’ex capogruppo della Lega Nord in Consiglio di Municipio 5 Roberta Perrone che ha aderito ufficialmente a Forza Nuova portando il partito neofascista nelle istituzioni milanesi.

Forza Nuova in quella zona, Milano sud, ha una sede in locali di proprietà dell’Aler, l’azienda regionale per le case popolari, in via Palmieri. Il 25 aprile 2017 esposero lo striscione con scritto “Partigiani assassini e stupratori”. I vertici dell’Aler sono nominati dal centrodestra regionale guidato dalla Lega. Si conferma la vicinanza tra Lega e movimenti di estrema destra. Da poco Lealtà e Azione ha festeggiato l’ingresso in consiglio regionale del candidato leghista da loro sostenuto, Max Bastoni. Ora l’ex leghista Roberta Perrone fa entrare Forza Nuova nelle istituzioni politiche municipali di Milano. “Questa decisione è il frutto del mio percorso politico e personale che nasce dal mondo del volontariato” ha detto la neo consigliera di Forza Nuova, “una realtà che si sposa perfettamente con i miei ideali a favore degli italiani”.

“Una provocazione alle istituzioni milanesi” dice la vicesindaco di Milano Anna Scavuzzo:

Anna Scavuzzo

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    Parliamo con Valeria Palumbo, autrice di "Piuttosto m'affogherei. Storia vertiginosa delle zittelle", di cui è appena uscita una nuova edizione;…

    Sui Generis - 24/11/2020

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    Prisma di lun 23/11/20

    Prima parte: Patrick Zaki resta in carcere. Il commento alla vicenda dello studente egiziano di Riccardo Noury portavoce Amnesty Italia.…

    Prisma - 24/11/2020

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    Rassegna stampa internazionale di lun 23/11/20

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    Rassegna stampa internazionale - 24/11/2020

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    Di Lunedi di lun 23/11/20

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    DiLunedì - 24/11/2020

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