Approfondimenti

Evoluzione umana e cambiamento climatico

cambiamenti climatici

Il riscaldamento globale non solo è in atto, ma galoppa tanto che persino Trump se ne è accorto. E sembra andare più svelto di quanto i modelli abbiano fin qui raccontato e previsto.

L’aumento della temperatura (che altro non è se non l’energia cinetica media delle molecole di gas) dà luogo a venti turbinosi e spesso imprevedibili, che tra l’altro alzano onde di marea impressionanti e poi gli tsunami diventano sempre più frequenti spazzando le coste, e poi l’aumento delle temperatura dei mari produce evaporazione delle acque che sale a formare nuvole sempre più gigantesche, e poi queste nuvole si scaricano con piogge torrenziali, e poi le piogge diventano acide distruggendo flora e fauna, e poi la banchisa polare si scioglie – questa estate al polo le temperature hanno oscillato tra 30 e 34 gradi, un caldo mai visto – aumentando il livello delle acque, e poi molte specie muoiono andando prossime all’estinzione e poi là dove c’era erba verde e alberi si fa il deserto, e poi le carestie si moltiplicano, e poi milioni di persone migrano, e poi il mondo si dissemina di guerre e poi i ghiacciai raggrinziscono eccetera eccetera.

Tutto questo groviglio s’annoda, s’ingrossa, s’amplifica e moltiplica di giorno in giorno mentre l’umanità per ora appare parecchio claudicante a farvi fronte. Anzi, qualcuno ci specula e guadagna masse enormi di danaro lucrando su fame, malattie nuove e vecchie, rapine finanziarie, commerci di armi e droga a tonnellate (migliaia), illegalità e violenze, mostruose diseguaglianze, schiavitù delle forze di lavoro, calpestando diritti e libertà individuali quanto collettivi. Fino in Europa questo avviene, e giova tenerlo a mente.

Quindi che fare, se fare qualcosa è ancora possibile, almeno per contenere le soglie critiche dentro un quadro di sostenibilità – un aumento che non vada oltre un grado e mezzo ci dice l’ultimo rapporto del gruppo internazionale IPCC (ottobre 2018). Sembrerebbe una causa comune per l’intera umanità, eppure stenta a assumere una dimensione globale capace di permeare l’intera vita associata della specie homo. Per esempio gli accordi tra gli Stati, come l’ultimo siglato a Parigi per limitare le emissioni di gas serra, recentemente denunciato da Trump che se ne è tirato fuori, oltre a non coinvolgere tutti i paesi, faticano a essere applicati, trovandosi spesso scappatoie per non rispettare oggi le regole appena definite ieri. Su questo piano soltanto una pressione continua e massiva dell’opinione pubblica può, potrebbe, in qualche modo sollecitare maggiore impegno e celerità di esecuzione, perchè a poco servirà chiudere la stalla dopo che i buoi siano scappati.

Nel panorama generale emergono però una miriade di idee, iniziative di base e buone pratiche ecologiche radicate nel territorio di cui varrebbe la pena tracciare una mappa dinamica, cominciando a definire una rete connessa aperta e disponibile sul web. Una rete cooperativa che accolga tanto le entità collettive (associazioni, gruppi di ricerca, partiti eventuali, sindacati, chiese, università, accademie, sistemi di protezione civile ecc.. ) quanto le singole persone.

Inoltre nel 2015 Papa Francesco ha licenziato l’enciclica Laudato Sì, fino ad ora il documento “ideologico” più completo e globale sulla questione, rivolta a tutti gli “uomini di buona volontà”, ma in specifico alle comunità religiose, in primis i cristiani e i cattolici, invitandole a mobilitarsi. Qui però vorrei affrontare il problema sotto un profilo diverso.

L’evoluzione dell’homo non è definita soltanto dal suo patrimonio genetico. Anzi il suo corredo genetico è piuttosto striminzito. Se si assume l’escherichia coli come unità di lunghezza per la stringa genetica, la nostra vale circa 30.000/31.000 geni, mentre quella del lilium ne conta 70.000. La lunghezza della stringa misura la variabilità, cioè la capacità di adattamento, per così dire “spontaneo”, all’ambiente circostante e ai suoi cambiamenti. In altre parole noi umani rivestiti soltanto dei nostri geni avremmo avuto vita corta e grama sulla terra primigenia. Ma a questo punto insorge, in modo per ora misterioso, il cervello, quindi la mente, quindi l’intelligenza che suggeriscono la scelta di costruire un ambiente adatto allo sviluppo dell’homo il cui culmine sono le città, nonchè le varie fasi dai cacciatori ai raccoglitori fino agli allevatori e agricoltori.

Il paradigma che sottende questa decisione evolutiva è quello del dominio dell’uomo sulla natura che deve essere piegata e sfruttata per soddisfare i nostri bisogni e desideri, diventando un enorme reservoir di energia, cibo. ricchezza. Così si sviluppa la civiltà umana sul, e a spese del, pianeta: aria, acqua, terra, materie prime nulla viene risparmiato. Tutto viene preso, occupato, estratto, lavorato e trasformato in merce.

Mentre gli scarti di questa secolare e gigantesca attività di costruzione e produzione della cosidetta “seconda natura” vanno a inquinare la prima natura (wild nature). Fin quando si scopre che il reservoir non è infinito, e che per esempio l’inquinamento dovuto ai gas serra può generare un cambiamento climatico globale, certamente contribuendo al riscaldamento del pianeta. Ovvero dal paradigma del dominio sulla natura tramite scienza e tecnologia bisognerebbe transire a un contratto di equità tra umani e natura. Il che è facile da dirsi ma molto meno a farsi.

Edward O. Wilson, biologo di chiara fama, propone di trasformare la metà del pianeta in una riserva naturale dove fauna, flora, territorio e biodiversità siano protetti da ogni contaminazione antropica. Per dare una idea, nel nostro paese l’area delle riserve naturali protette vale circa il 10 – 11% del territorio, e globalmente si arriva al 15%. L’Half Earth Project ha ricevuto l’interesse e il consenso di una parte consistente della comunità scientifica che moltiplica iniziative e prese di posizione, mentre per esempio le grandi corporations disboscano ogni giorno migliaia di ettari in Amazzonia (dal 1970 a oggi sono stati tagliati alberi per 768 mila chilometri quadrati, pari al 19% del totale), e lo stesso avviene in maggiore o minore misura in tutti i grandi sistemi boschivi e forestali del pianeta.

Infine vorrei affrontare il problema da un altro punto di vista. Oltre a un dominio globale dell’uomo sulla natura sempre più marcato fino a diventare come oggi distruttivo, la scienza e la tecnologia hanno enormemente ampliato e approfondito lo spettro delle conoscenze. Salvo che nel patto stretto tra scienza e poteri politico, economico, militare, religioso, dopo alcuni secoli di turbolenza si raggiunse un accordo, un patto sociale, che garantiva una illimitata libertà di ricerca agli scienziati mentre i prodotti della scienza venivano gestiti e utilizzati dai quei poteri. Insomma i ricercatori si rinchiudevano nelle torri d’avorio, e le loro scoperte tecnico scientifiche si spargevano nel mondo secondo i criteri e canoni dei poteri dominanti.

Ecco qui sta il nodo: è urgente non solo per ragioni di democrazia, intraprendere un processo di riappropriazione sociale del sapere scientifico, perchè diventi un patrimonio collettivo. Il general intellect deve essere nostro, dei cittadini, la scienza deve scriversi come citizens science. Per questo gli scienziati devono uscire dalle torri d’avorio, come sta in parte accadendo- si veda per esempio il movimento March for Science – e i cittadini/e devono operare per accedere ai tesori di conoscenza che nelle torri stanno rinchiusi.

Dalla computer science alla fisica del caos e della complessità, dalla matematica dei big data alla teoria dei materiali, dagli studi sulla coscienza a quelli sul libero arbitrio, ma l’elenco sarebbe lungo quanto la Treccani almeno, tutto/i questo/i sapere/i devono essere impugnati dalle persone, dai cittadini e posti in essere dentro la società, diventarne linfa in grado, tra l’altro, di confrontarsi con il cambiamento climatico. Citizens science quindi come strumento per un contratto di equità tra umani e natura, nonchè di eguaglianza tra gli stessi umani. E’ un processo propriamente evolutivo, con alternanza di variabili lente e veloci, su tempi lunghi con improvvise accelerazioni e salti, ma che bisogna cominciare perchè questo general intellect tecnico scientifico comune può contrastare il paradigma del dominio e dello sfruttamento, indebolendolo fino alla scomparsa.

Cosa dice l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico sugli impatti del riscaldamento globale?

In prima a tutta pagina Liberation ha titolato: “le rapport glacant du Giec“, il rapporto agghiacciante del Giec (IPCC in versione francese). Questo significa che l’allarme sta finalmente arrivando alle opinioni pubbliche, almeno in Francia e Gran Bretagna, il Guardian da anni conduce una campagna serrata. Epperò i media italici ancora sono assai timidi, seppure sia dal punto di vista scientifico che da quello dell’osservazione quotidiana dei fenomeni cosiddetti estremi, cicloni tsunami uragani e cataclismi vari, ci siano ormai pochi dubbi: il cambiamento climatico è in atto e sembra accelerare di giorno in giorno.

Ma vediamo in estrema sintesi cosa contiene “l’agghiacciante rapporto”, consigliandone comunque la lettura integrale.

1) Il rapporto esamina gli effetti di un riscaldamento dell’ordine di 1.5 gradi, il limite che gli Stati si erano impegnati a rispettare alla fine del 2015 (conferenza di Parigi). Gli autori (86) appartengono a 39 paesi (soltanto il 39% sono donne).
2) L’emissione di gas serra dovuta alle attività umane è la principale causa del riscaldamento climatico. Il gas serra cresce a un tasso di 0.17 gradi per decennio dal 1950. A questo ritmo l’aumento di 1.5 gradi sarà raggiunto tra il 2030 e il 2052. Nel 2017/18 abbiamo già raggiunto un grado centigrado. Ovvero da qui alla fine del secolo si raggiungerà un incremento della temperatura di oltre 3 gradi.
3) In un mondo con una temperatura media di +1.5 gradi il cambiamento climatico affliggerà l’intero pianeta, con effetti più pesanti per i paesi più poveri. Tra l’altro già fin d’ora più di un quarto della popolazione mondiale vive in aree dove la temperatura è maggiore di 1.5 gradi per più mesi l’anno.
4) Il rapporto sottolinea a più riprese che bisogna ridurre le emissioni di energia delle costruzioni, dell’industria e dei trasporti ben del 45% da qui al 2030 (che è dietro l’angolo ndr), mentre la parte delle energie rinnovabili per l’elettricità deve arrivare al 70-80% del totale nel 2050.
5) Tutti i numeri oggi disponibili, in primis il consumo energetico, sono assai lontani da quanto sarebbe necessario per contenere i limiti di soglia entro un grado e mezzo di aumento.

Infine qualcuno potrebbe chiedere come mai un aumento delle temperatura di 1.5 gradi, che non sembrano neppure tanti, possa mettere a rischio l’abitabilità del pianeta per i viventi nonché l’intera civiltà umana. Facendola semplice, la temperatura in un gas rappresenta l’energia cinetica media delle molecola – l’energia di movimento. Un aumento di 1.5 gradi significa una montagna di energia in più iniettata nell’atmosfera. Energia che si trasforma in correnti d’aria, cioè venti, sempre più forti e tumultuosi, mentre le acque dei mari evaporano riempiendo l’atmosfera di nuvole quante non mai, che poi si scaricheranno a terra con piogge torrenziali e tempeste inaudite. Poi i ghiacci eterni cosiddetti, il permafrost, si sciolgono e il livello del mare cresce.

Processi che sono già in atto, e trascuriamo qui le estinzioni di flora e fauna, le piogge acide e molto altro, procurando un mucchio di guai, le cosiddette emergenze per cui nel giro di poche ore in questi giorni centinaia di migliaia di cittadini della Florida si trovano col culo a mollo e una miriade di città costiere finisce sott’acqua.

cambiamenti climatici

  • Autore articolo
    Bruno Giorgini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Adesso in diretta

  • Ascolta la diretta

Ultimo giornale Radio

  • PlayStop

    Giornale Radio martedì 13/01 12:30

    Le notizie. I protagonisti. Le opinioni. Le analisi. Tutto questo nelle tre edizioni principali del notiziario di Radio Popolare, al mattino, a metà giornata e alla sera.

    Giornale Radio - 13-01-2026

Ultimo giornale Radio in breve

  • PlayStop

    Gr in breve martedì 13/01 10:31

    Edizione breve del notiziario di Radio Popolare. Le notizie. I protagonisti. Le opinioni. Le analisi.

    Giornale Radio in breve - 13-01-2026

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di martedì 13/01/2026

    La rassegna stampa di Popolare Network non si limita ad una carrellata sulle prime pagine dei principali quotidiani italiani: entra in profondità, scova notizie curiose, evidenzia punti di vista differenti e scopre strane analogie tra giornali che dovrebbero pensarla diversamente.

    Rassegna stampa - 13-01-2026

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di martedì 13/01/2026 delle 07:15

    Metroregione è il notiziario regionale di Radio Popolare. Racconta le notizie che arrivano dal territorio della Lombardia, con particolare attenzione ai fatti che riguardano la politica locale, le lotte sindacali e le questioni che riguardano i nuovi cittadini. Da Milano agli altri capoluoghi di provincia lombardi, senza dimenticare i comuni più piccoli, da dove possono arrivare storie esemplificative dei cambiamenti della nostra società.

    Metroregione - 13-01-2026

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Musica leggerissima di martedì 13/01/2026

    a cura di Davide Facchini. Per le playlist: https://www.facebook.com/groups/406723886036915

    Musica leggerissima - 13-01-2026

  • PlayStop

    La Filarmonica della Scala apre al pubblico la sua prova per la Fondazione Giulia Cecchettin

    Il prossimo 18 gennaio la Filarmonica del Teatro alla Scala terrà una Prova Aperta straordinaria il cui ricavato andrà alla Fondazione "Giulia Cecchettin" per i progetti di educazione all’affettività realizzati dalla Fondazione, in risposta all’emergenza della violenza di genere. Sul podio ci sarà il maestro Riccardo Chailly, al pianoforte Alexandre Kantorow, con un programma che comprenderà opere di Sergei Prokof'ev e di Petr Il'ic Čajkovskij. Le Prove Aperte della Filarmonica della Scala sono ormai una vera stagione musicale che ogni anno permette al pubblico di assistere alla messa a punto di grandi concerti a prezzi contenuti, contribuendo allo stesso tempo a importanti progetti nel campo del sociale. In 14 edizioni ne sono state realizzate 74, con la partecipazione di quasi 138.000 spettatori che hanno permesso di raccogliere oltre 1 milione e 700 mila euro. Dal 2010 l’iniziativa ha sostenuto 58 associazioni. Quattro appuntamenti in abbonamento, dal 22 febbraio al 25 ottobre 2026, che anticipano i rispettivi concerti della stagione dell’orchestra Filarmonica della Scala e raccolgono fondi per altrettanti progetti di associazioni non profit milanesi. Il ciclo di quest’anno è dedicato a enti del Terzo Settore che a Milano realizzano progetti finalizzati al contrasto alla povertà educativa, oltre alla già citata Prova Aperta inaugurale dedicata appunto alla Fondazione "Giulia Cecchettin". Ira Rubini ha intervistato Daria Fallido sulle attività della Fondazione Giulia Cecchettin.

    Clip - 13-01-2026

  • PlayStop

    Considera l’armadillo di martedì 13/01/2026

    Noi e altri animali È la trasmissione che da settembre del 2014 si interroga su i mille intrecci di una coabitazione sul pianeta attraverso letteratura, musica, scienza, costume, linguaggio, arte e storia. Ogni giorno con l’ospite di turno si approfondisce un argomento e si amplia il Bestiario che stiamo compilando. In onda da lunedì a venerdì dalle 12.45 alle 13.15. A cura di Cecilia Di Lieto.

    Considera l’armadillo - 13-01-2026

  • PlayStop

    Cult di martedì 13/01/2026

    Oggi a Cult, il quotidiano culturale di Radio Popolare: la Prova Aperta straordinaria della Filarmonica della Scala dedicata a Fondazione "Giulia Cecchettin", di cui parla Daria Fallido; Mirko Leo di dell'associazione loscribacchiatore presenta il fumetto in partnership con Astorina Editore intitolato "Colpo a Paestum"; Oliviero Ponte di Pino ripercorre i 25 anni di attività e ricerca per lo spettacolo dal vivo di Ateatro; la rubrica ExtraCult a cura di Chawki Senouci...

    Cult - 13-01-2026

  • PlayStop

    Pubblica di martedì 13/01/2026

    «Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria». Sono le parole della procuratrice aggiunta di Milano, Alessandra Cerreti, pronunciate durante la requisitoria al processo Hydra. Ieri c'è stata la prima sentenza per una settantina di imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Tra i condannati (Mariano Rosi, Filippo Crea, Giuseppe Fidanzati e altri), stando all’inchiesta della Procura di Milano ci sono figure di primo piano del crimine organizzato in Lombardia. L’inchiesta Hydra - che ha portato al processo - ha messo in luce “un sistema mafioso lombardo”, un’alleanza tra esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. Un sistema per compiere dalle rapine alle truffe, dal riciclaggio di denaro alle intestazioni fittizie di beni, fino alle false fatturazioni, alle estorsioni. Tra i reati contestati c'è anche il traffico di droga e di armi. Pubblica ha ospitato lo storico Enzo Ciconte e il ricercatore dell’università Statale di Milano, Andrea Carnì, autore di un importante libro per la conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia uscito in questi ultimi mesi dal titolo «Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia» (Futura 2025).

    Pubblica - 13-01-2026

  • PlayStop

    A come America di martedì 13/01/2026

    A cura di Roberto Festa con Fabrizio Tonello

    A come Atlante – Geopolitica e materie prime - 13-01-2026

  • PlayStop

    A come America di martedì 13/01/2026

    Donald Trump e la svolta conservatrice della democrazia USA. A cura di Roberto Festa e Fabrizio Tonello.

    A come America - 13-01-2026

  • PlayStop

    GIANNI BIONDILLO - MM MILANO'S MOVIES

    GIANNI BIONDILLO - MM MILANO'S MOVIES - presentato da Barbara Sorrentini

    Note dell’autore - 13-01-2026

  • PlayStop

    In tenda per difendere la sanità pubblica. La storia di Piero Castrataro, sindaco di Isernia

    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

    Clip - 13-01-2026

  • PlayStop

    Tutto scorre di martedì 13/01/2026

    Sguardi, opinioni, vite, dialoghi al microfono. Condotta da Massimo Bacchetta, in redazione Luisa Nannipieri.

    Tutto scorre - 13-01-2026

  • PlayStop

    Presto Presto - Interviste e Analisi di martedì 13/01/2026

    I fatti del giorno analizzati dai nostri esperti, da studiose e studiosi. I protagonisti dell'attualità intervistati dai nostri conduttori.

    Presto Presto – Interviste e analisi - 13-01-2026

  • PlayStop

    Lombardia: ‘Ndrangheta, Mafia e Camorra alleate per gli affari. 62 persone condannate

    Sono arrivate 62 condanne nel processo sull’alleanza mafiosa lombarda Hydra. Il gup di Milano Emanuele Mancini ha condannato con rito abbreviato 62 imputati dei 78 rinviati a giudizio a pene fino a 16 anni di reclusione, quasi cinque secoli totali di carcere. 24 le condanne per 416 bis, associazione mafiosa. Accolta la tesi dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane: in Lombardia c’è stata un'alleanza tra ‘ndrangheta, mafia e camorra in nome degli affari. Le tre organizzazioni criminali, come emerso dalle indagini, avevano capito che in Lombardia senza farsi la guerra c’è spazio per tutti. Il giudice, che ha letto la sentenza nell'aula bunker del carcere di Opera, ha riconosciuto la contestazione principale della Procura diretta da Marcello Viola, ovvero l'associazione mafiosa "costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni" criminali. In Lombardia le tre mafie avevano deciso di mettersi insieme, ciascuna con la propria specificità, per fare business, “autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale di Cosa Nostra, della Camorra o della ‘Ndrangheta” ha detto la pm Cerreti durante la requisitoria. “So che può dare fastidio a qualcuno, ma Milano è un contesto mafioso né più né meno di come può esserlo la Calabria. Fin quando non avremo consapevolezza, non faremo passi avanti”. Dell’importanza di questa inchiesta, Hydra, Roberto Maggioni ne ha parlato con Andrea Carni, ricercatore, che insieme a Nando dalla Chiesa ha scritto il libro “Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia”.

    Clip - 13-01-2026

Adesso in diretta