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Argentina: governo debole, peronisti divisi

Domenica si vota in Argentina per le legislative di metà mandato. Sono infatti ormai passati due anni dalla vittoria del leader del centrodestra, l’imprenditore Mauricio Macri, che era riuscito a battere al secondo turno il candidato peronista Daniel Scioli. Due anni intensi e relativamente senza grandi scossoni, nel senso che il governo ha dovuto dosare spesso in misura omeopatica il suo programma liberista, in quanto non ha una maggioranza propria in Parlamento.

Le modeste riforme che Macri è riuscito a varare sono passate grazie alle abilità di gestione dell’aula degli alleati radicali e soprattutto grazie alle divisioni sempre più marcate all’interno del peronismo, che resta la forza più importante del Paese ma è diviso in tre tronconi. La grande sconfitta del 2015, Cristina Kirchner, è imbrigliata da diversi processi penali, con accuse che vanno dall’arricchimento illecito alle connivenze con potenze straniere per insabbiare inchieste giudiziarie per atti di terrorismo. Le cause sono tuttora in corso e non sono arrivate a sentenza, diversamente da quelle intentate a diversi funzionari del suo governo, accusati di episodi gravissimi di corruzione. La Kirchner si è dunque molto indebolita, non è amata da tutti, eppure resta il leader più in vista della galassia peronista.

La candidatura al senato di Cristina Kirchner per la provincia di Buenos Aires, che potrebbe garantirle l’immunità per i suoi guai con la giustizia, deve fare i conti appunto con le divisioni interne. Infatti i sondaggi rilevano un testa a testa con l’anonimo candidato macrista Esteban Bullrich, spiegabile soltanto perché una parte consistente dell’elettorato peronista si rifiuta di votare per Cristina.

Sono questi gli elementi che al momento garantiscono a Macri una navigazione nemmeno tanto complicata. Ma la divisione dei nemici non basterà a garantirgli la rielezione tra due anni. Il suo governo ha finora affrontato alcuni temi con tempistiche discutibili, ad esempio la fine improvvisa delle sovvenzioni statali all’energia e ai trasporti che ha portato a forti aumenti dei prezzi. Sul versante dei diritti umani ha mal gestito il caso di un militante della causa degli indigeni mapuche della Patagonia scomparso da fine agosto dopo uno scontro con la Gendarmeria nazionale. Tema che ha creato una forte mobilitazione nazionale e internazionale.

L’unica iniziativa di rilievo che l’amministrazione Macri è riuscita ad avviare è stato un grande piano di opere pubbliche, molto atteso in un Paese che scontava decenni di ritardi. Treni, strade, ponti, aeroporti si sono moltiplicati seguendo il modello già applicato nella città di Buenos Aires, precedentemente amministrata proprio dall’ingegnere Macri, che è il rampollo di una delle più potenti famiglie con interessi nell’edilizia. Gli investimenti in infrastrutture sono stati soprattutto a debito, un debito che è fortemente aumentato in questi due anni perché i capitali internazionali che avrebbero dovuto inondare l’Argentina post peronista non si sono visti.

Buenos Aires, dov’è iniziato il declino dei governi progressisti sudamericani, non è più da sola. Nel frattempo in Brasile è stato decapitato il governo di Dilma Rousseff con l’impeachment, e il Venezuela è precipitato in una crisi profonda. Molti sono i punti in comune tra queste esperienze e non sempre positivi, a partire dal poco controllo sul tema della corruzione.

Dalle elezioni in Argentina di domenica difficilmente uscirà un vincitore netto. Ma sicuramente Mauricio Macri potrà continuare nella sua modesta navigazione, mentre i suoi principali avversari rimangono impegnati a parare i colpi della giustizia.

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
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    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

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