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Dopo la caduta

Seguire l’andamento del Shanghai Composite Index – l’indice della principale borsa cinese – nella giornata di martedì è stato come andare sulle montagne russe.

Ha aperto a meno 3 per cento per poi risalire fin quasi a livello zero, ha poi ceduto lentamente e battagliato un po’ intorno a meno 1,5 per poi andar giù di nuovo fino a meno 3; poi è arrivata la spintarella è la giornata si è chiusa a meno 0,26, risultato tutto sommato accettabile.

La sensazione è stata simile all’attraversamento in aeroplano di una turbolenza, termine usato non a caso anche in borsa: si cade nel vuoto finché si avverte il netto strattone del pilota, che “tira su” il velivolo.

Il pilota è il governo cinese. Dopo il tonfo di 6.9 punti percentuali di ieri – meno 8,2 a Shenzhen, l’altra borsa – e la perdita di 590 miliardi di dollari, la peggiore apertura borsistica annuale a memoria d’uomo non è volta al peggio grazie all’intervento delle autorità, che hanno fatto scattare i cosiddetti “circuit breakers”, cioè la sospensione delle contrattazioni.

Martedì sono state poi predisposte altre misure: i fondi controllati dal governo hanno acquistato azioni e il divieto per i maggiori investitori di vendere azioni, deciso durante le turbolenze dell’estate scorsa e imposto per sei mesi, è stato prolungato oltre la scadenza naturale dell’8 gennaio. Era stato proprio l’approssimarsi di tale termine – secondo gli esperti – la causa scatenante di una corsa alle vendite da parte dei piccoli investitori, che hanno così voluto premunirsi in vista di una analoga ondata di vendite da parte dei grandi player, dopo l’8 gennaio. Per restituire fiducia a tutta l’economia, la banca centrale cinese ha nel frattempo inserito nel sistema finanziario 20 miliardi di dollari in prestiti a breve termine con tasso al 2,5 per cento. L’obiettivo è quello di tranquillizzare gli investitori, che temono che la Cina sia intenzionata a una politica monetaria più restrittiva: a ridurre cioè la liquidità in circolazione per rendere l’economia cinese più sostenibile, meno propensa alla creazione di “bolle”.

A questo punto, i pareri degli esperti si dividono. Per alcuni, alla radice dell’apertura borsistica dell’anno così negativa c’è soprattutto il calo delle aspettative per un’economia che nel 2016 dovrebbe far registrare la crescita più bassa dai tempi della crisi del 2008-2009. Il settore industriale tradizionale continua a contrarsi mentre ancora deve vedersi il balzo in avanti costituito da innovazione e consumi domestici. A Pechino lo chiamano xin changtai, “nuovo normale”, cioè una crescita che nei prossimi anni dovrebbe stabilizzarsi sul 6,5 per cento: numeri comunque alti per i nostri standard ma che fanno dubitare sulla capacità della Cina di diventare locomotiva globale.

Per altri, il sistema borsistico cinese è invece una creazione della fantasia, che non corrisponde all’economa reale. Giusto un anno fa, assistemmo a un vero e proprio boom dei mercati, che si prolungò fino a metà giugno, quando cominciarono le turbolenze. All’origine della crescita, ci fu l’intenzione politica di deviare gli investimenti dei cinesi dal mattone e dal “credito ombra” (le attività speculative al di fuori dal sistema ufficiale) al mercato finanziario, come succede nelle cosiddette “economie evolute”. Per far questo si favorirono le operazioni di margin financing, cioè la possibilità di prendere denaro a credito per investire in borsa al di là delle proprie disponibilità patrimoniali. Creando così l’ennesima bolla.

C’è abbastanza consenso nel ritenere che le turbolenze siano destinate a durare nei prossimi giorni. Ed è probabile che continuerà il ping pong tra chi vi intravede le avvisaglie di una crisi e chi invece parlerà di semplice e salutare riaggiustamento di mercati – quelli cinesi – che sono andati troppo in là.

  • Autore articolo
    Gabriele Battaglia
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    Europa: basta partnership con Israele

    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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