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Cinque giorni in un carcere della Bielorussia

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Sono almeno 7mila le persone arrestate in Bielorussia dal 9 agosto, quando la piazza ha cominciato a contestare il risultato delle elezioni che hanno confermato Alexander Lukashenko. Dalla caduta dell’Unione Sovietica il potere non si era mai trovato di fronte a una mobilitazione così importante, che oltretutto è cresciuta giorno dopo giorno con le notizie di violenze e soprusi da parte delle forze di sicurezza nei centri di detenzione.

Tra le 7mila persone finite in carcere c’è Cristina, una giovane donna di 27 anni che è rimasta in prigione per cinque giorni. Cristina si occupa di marketing e comunicazione. In passato ha studiato e lavorato all’estero. Alla vigilia delle elezioni si era registrata per fare l’osservatrice elettorale. Il suo racconto è rappresentativo di quello che sta succedendo in Bielorussia in questo momento. Non parla solamente delle violenze della polizia, ma ci dice che a Minsk qualcosa sta cambiando, e che molti cittadini, soprattutto i più giovani, non hanno più paura di chiedere che questo cambiamento sia anche rapido.

Cosa è successo il 9 agosto?

Il giorno delle elezioni in Bielorussia la rete internet è stata completamente bloccata. Non era possibile comunicare via web. Abbiamo dovuto usare gli sms oppure le telefonate tradizionali.
Verso le sei del pomeriggio, come altri osservatori elettorali indipendenti, ho ricevuto un messaggio dal mio coordinatore, che mi avvertiva della possibilità e del rischio di essere arrestata perché avevo seguito in prima persona tutto il processo elettorale. Io non avevo visto nulla di strano, ma avevo osservato il voto anticipato – molto utilizzato in Bielorussia la settimana prima della data ufficiale – dove spesso si verificano brogli. Infatti pare che già alle quattro del pomeriggio di domenica 9 agosto risultasse un numero di votanti più alto degli aventi diritto. Probabilmente avevano aggiunto voti fasulli nei giorni precedenti. Le autorità avevano quindi tutto l’interesse a far sì che alla chiusura dei seggi non ci fossero in giro osservatori indipendenti in grado di fare una denuncia. Molti colleghi sono stati arrestati proprio tra le sei e le otto. Io sono stata fortunata. Da dentro la scuola che faceva da seggio elettorale dove mi trovavo ho visto arrivare un pulmino bianco con la targa rossa. Sono riuscita a uscire dal retro con altri osservatori senza farmi notare. Ma sul retro dell’edificio abbiamo notato un altro mezzo, questa volta senza targa, con di fianco quattro o cinque uomini piuttosto robusti vestiti di nero con degli anfibi ai piedi. Un abbigliamento chiaramente militare. Siamo riusciti a passare inosservati anche lì e ad andare via.
Per capire qualcosa di più ho deciso di andare davanti alla scuola dove avevo votato. Dopo le otto, alla chiusura dei seggi, ha iniziato ad arrivare altra gente. La pubblicazione dei voti, tradizionalmente fatta con un foglio affisso sulla porta d’ingresso, ritardava e quando è stata fatta gli osservatori locali mi hanno confermato essere chiaramente falsa. Loro avevano contato molti più votanti della candidata dell’opposizione, Tikhanovskaya, rispetto a quelli riportati dopo lo scrutinio. Erano sicuri di aver visto e contato molte più persone con il simbolo elettorale della Tikhanovskaya. Tre o quattro volte i 145 riportati sul foglio affisso all’ingresso della scuola.
Abbiamo così deciso di protestare. Eravamo alcune decine di persone. Prima siamo andati davanti alla sede della commissione elettorale e poi nel centro di Minsk. Qui sono cominciati gli scontri con la polizia e per la prima volta in vita mia ho visto gli agenti utilizzare proiettili di gomma, cannoni ad acqua e granate stordenti. Non li avevo mai visto usare tutta quella forza. A un certo punto, quando in realtà avevamo deciso di lasciare la manifestazione, ci siamo trovati circondati dagli agenti. Ancora una volta proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Non ci rimaneva che cercare un nascondiglio. Nessun manifestante, per quello che ho visto io, era armato. La gente aveva solo bandiere e gridava slogan contro il governo. Quando la polizia ha attaccato qualcuno ha reagito, ma solo in quel momento. Ripeto, questo è quello che ho testimoniato io. Ci siamo nascosi in un piccolo cortile, pensando di essere al sicuro, ma mi sbagliavo. Dopo poco sono arrivati e ci hanno arrestato. Eravamo in cinque. Era circa l’una e mezza, le due di notte, tra domenica 9 e lunedì 10 agosto.

Come è stato il momento dell’arresto?

Ci hanno chiesto almeno due volte le nostre generalità e poi, in maniera piuttosto brusca, ci hanno messo dentro un furgoncino blindato. All’interno c’erano almeno una decina di mini-celle. Mi hanno fatta mettere sulle ginocchia, con la testa sul pavimento e le mani legate dietro la schiena con un filo di plastica dura molto stretto. Con me, nella mia mini-cella, c’era un’altra ragazza, alla quale non sono state legate le mani. Un agente ha iniziato a parlare con lei e le ha chiesto perché fosse andata alla manifestazione. Lei ha risposto che era con il marito, che oltretutto era lì con lei anche in quel momento. Il poliziotto le ha chiesto chi fosse e quando lei lo ha indicato lui lo ha colpito per almeno tre volte con un pugno in faccia. È stata la prima volta che ho visto le forze di sicurezza usare tanta violenza davanti ai miei occhi.
Nel tragitto verso il centro di detenzione gli agenti ci hanno umiliato in continuazione, soprattutto noi donne. Ci dicevano: “siete solo degli animali! Cosa vi è saltato in mente di andare a manifestare? Voi donne poi dovreste solo stare a casa a cucinare e pulire!”. A un certo punto ci hanno trasferito su un altro mezzo. In tutto, prima di arrivare a destinazione, è passata circa un’ora, durante la quale ho cercato in qualche modo di prepararmi a quello che sarebbe potuto succedere dopo.

Quanti giorni sei rimasta in prigione e in quali condizioni?

In tutto cinque giorni. Due giorni e mezzo in un centro di detenzione, altri due giorni e mezzo in una prigione vera e propria. Il centro di detenzione è un posto spaventoso. Il personale ci ha trattati come degli animali, non come degli essere umani, in condizioni proibitive. E nessuno di noi era un criminale. Ogni volta che ci rivolgevano la parola era per umiliarci. Non abbiamo mai mangiato. Fino alla fine del secondo giorno non ci hanno nemmeno dato la carta igienica. Per bere c’era invece un lavandino. All’inizio sono stata in una cella per sei persone con altre undici donne, quindi eravamo in dodici. Dal secondo giorno sono invece stata in una cella da quattro persone, con quattro letti, ma eravamo trentasette. Qualcuno stava seduto sui letti, qualcuno sul tavolo, qualcuno su due piccole panche, altri per terra, anche vicino al bagno, che non si poteva chiudere ed emanava un odore insopportabile. Pur di dormire ci siamo sdraiati anche per terra. Le guardie si sono sempre rifiutate di aprire la porta e di far entrare un po’ d’aria. Era impossibile respirare. Tre persone sono svenute. Una ragazza ha avuto un attacco di panico. Anche se non mi hanno picchiata, è come si mi avessero, se ci avessero, torturate. Alla fine del secondo giorno, quando continuavamo a chiedere di aprire la porta, hanno aperto e ci hanno versato addosso dell’acqua ghiacciata. Poi ci hanno fatto uscire in corridoio per qualche minuto. L’unico supporto, con l’intervento di un medico, è stato per una delle ragazze svenute che doveva prendere tutti i giorni delle medicine. Insomma una forte pressione psicologica.

Ma altri detenuti hanno subito violenza fisica?

Sì, è questa stata la cosa più orribile. Abbiamo sentito e visto molto cose. Nella mia cella c’era una ragazza che diceva di essere russa e che aveva i documenti con sé. Ha chiesto in continuazione di poter parlare con la sua ambasciata o almeno di far sapere al personale diplomatico che era stata arrestata. Glielo hanno sempre negato. Una volta, rientrata dopo un interrogatorio, era molto rossa in volto. Ci ha raccontato di essere stata presa a schiaffi. Non aveva segni particolari ma aveva sul serio cambiato colore.
Un’altra ragazza invece al momento di firmare un foglio ha provato a citare i suoi diritti. Dopo due o tre tentativi un agente l’ha picchiata. Una notte poi hanno chiuso anche la piccola finestra sulla porta della cella dalla quale entrava almeno un filo d’aria. Abbiamo protestato. Niente. Poco dopo abbiamo capito il perché. Hanno fatto uscire un ragazzo dalla cella di fronte alla nostra e hanno iniziato a picchiarlo. Lo hanno sbattuto tre o quattro volte contro la nostra porta. Lo hanno colpito a più riprese e alla fine gli hanno gridato: “adesso pulisci tu”. Molti, all’interno della nostra cella, avrebbero voluto tapparsi le orecchie. Alla sera, da una piccola fessura sulla parete che ci permetteva d’intravedere il cortile del centro di detenzione, vedevamo e sentivamo arrivare i mezzi delle forze di sicurezza pieni di gente. A un certo punto, la nostra ipotesi, il centro era probabilmente pieno. I poliziotti facevano così scendere le persone, le picchiavano lì, in cortile, senza nemmeno registrarle. Poi gli ordinavano di andare via e di non farsi più vedere in giro. Dalla cella sentivamo arrivare i blindati, sentivamo le persone, soprattutto ragazzi, gridare dal dolore, e poi sentivamo il personale che diceva: “adesso andate via, più veloce che potete”. Ma alcuni non riuscivano più nemmeno a camminare.

A un certo punto il trasferimento in prigione, giusto?

Sì, il trasferimento è stato un altro momento tremendo. Eravamo tutti raccolti in cortile. Le donne in piedi, gli uomini a terra sulle ginocchia. In quel momento mi sono resa conto che alcuni uomini non avevano più i pantaloni e che sulle loro gambe c’erano dei lividi e degli ematomi giganteschi. Segno evidente delle violenze subite. In alcuni casi le loro gambe erano completamente nere e viola.
A noi donne ci hanno fatto entrare sui veicoli camminando, gli uomini invece sono stati obbligati a correre. Ma alcuni non riuscivano nemmeno a stare in piedi. Le gambe non reggevano, probabilmente alcuni avevano anche delle fratture. Non riuscivano nemmeno a fare mezzo passo. Cadevano a terra. Gli agenti erano lì fermi. Li guardavano e li prendevano in giro, ridendo: “non sapete nemmeno in che direzione andare”. Tutto davanti ai nostri occhi.

E poi altri due giorni e mezzo in carcere…

Sì, e con nostro stupore in prigione è stata tutta un’altra storia, oggi posso dire quasi in vacanza. Celle da due per due persone, personale educato, tre pasti al giorni, acqua. Ci hanno trattato come persone normali. Ci siamo solo accorti che fino a quel momento, era quasi il quarto giorno, nessuno aveva avvisato le nostre famiglie. Ho poi saputo che parenti e amici mi hanno cercata per Minsk per quattro giorni.

Quindi due situazioni completamente diverse. Avete capito la differenza tra le guardie del centro di detenzione e quelle del carcere vero e proprio?

Sono sicuramente due corpi diversi, infatti ho sentito più volte il personale della prigione parlare molto male, con toni anche molto forti, degli agenti del centro di detenzione. E poi le guardie di quest’ultimo non avevano alcun distintivo, nessun simbolo che indicasse l’appartenenza a un corpo di polizia piuttosto che a un altro. In ogni caso sembrava che non avessero alcuna formazione, o comunque una formazione professionale piuttosto bassa. Erano tutti vestiti di nero. Maglietta nera, pantaloni stile militare neri e scarponi. In Bielorussia le forze speciali hanno un simbolo visibile sull’uniforme ma non era il loro caso.

Sappiamo che hai avuto la forza di denunciare alla giustizia quello che ti è successo e quello che hai visto…

Quando mi hanno lasciata andare mi hanno fatto firmare un documento nel quale dichiaravo che non avrei più partecipato a delle manifestazioni. Sul foglio c’era anche scritto che se lo avessi fatto e fossi stata nuovamente arrestata il mio caso sarebbe stato regolato dal diritto penale e non più da quello civile, con una pena molto maggiore rispetto ai pochi giorni di carcere che aveva già fatto. Non potevo non fare niente, per questo ho chiesto ufficialmente che il mio caso venga chiuso e che quel documento che ho firmato non abbia alcun valore legale. Altri hanno fatto lo stesso. Non so cosa succederà, magari il mio ricorso non porterà a nulla. Ma dovevo farlo. Era eticamente giusto denunciare quello che ho visto e quello che ho dovuto passare.

Foto di Human Rights Watch

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    Emanuele Valenti
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