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Cina e Gran Bretagna, relazioni particolari

Trenta miliardi di sterline (oltre 41 miliardi di euro, 46 miliardi di dollari) di investimenti cinesi e la partecipazione diretta al programma nucleare britannico. Sono questi i principali risultati del viaggio del presidente cinese Xi Jinping nel Regno Unito.

Per dare un’idea del salto di qualità in termini quantitativi, va detto che dal 2005 a oggi – secondo dati di The Heritage Foundation – Pechino aveva “speso” in tutto circa 29 miliardi di dollari in Gran Bretagna, Paese che si collocava al settimo posto nella classifica degli investimenti cinesi all’estero. Prima di Londra, c’erano però solo produttori di materie prime (e gli Usa), a dimostrazione di quali fossero le priorità nell’energivora economia da “fabbrica del mondo” della Cina. Gli investimenti cinesi in Gran Bretagna, a parte l’energia – che anche qui ne ha rappresentato una buona fetta – erano trainati dall’immobiliare e dalla finanza e Barclays Bank, con 3 miliardi di dollari provenienti da Pechino, era il singolo maggiore beneficiario dei soldi che arrivavano da Pechino.

Questo era il Regno Unito per la Cina: un posto dove collocare denaro sul mercato finanziario e investire nel mattone. Finora. La svolta che si compie con il viaggio di Xi in Inghilterra va compresa dando un occhio ai settori che si aggiungono a energia e finanza nei nuovi investimenti cinesi: industrie creative, commercio, salute e benessere, nuove tecnologie, settore aerospaziale, istruzione.Il cambio di priorità si spiega con la transizione cinese in corso: da un’economia basata su investimenti ed esportazioni manifatturiere – quindi fabbriche – a un sistema evoluto basato su consumi interni e produzione di merci/servizi ad alto valore aggiunto, dove cioè conta soprattutto l’innovazione e il trasferimento di tecnologia. Lato britannico, gli accordi creeranno per ora 3.900 nuovi posti di lavoro, Cameron dixit. Le Trade Unions gli hanno fatto però notare che il settore dell’acciaio ne sta perdendo 5.200, a causa del prodotto meno costoso che viene importato proprio dalla Cina.

Anche l’investimento cinese nel nucleare britannico tiene insieme energia e tecnologia. La statale EDF Energy (Uk) si è accordata con l’altrettanto statale China General Nuclear Power Corporation per costruire assieme una centrale nucleare a Hinkley Point, nel Somerset. Ai cinesi va per ora un terzo del pacchetto azionario dell’impianto, dove installeranno anche un reattore di loro produzione. In seguito, altre centrali saranno congiuntamente costruite a Sizewell e Bradwell. Nel Regno Unito sono diffuse le perplessità sulle garanzie di sicurezza che può offrire la Cina e Greenpeace ha anche presentato uno studio secondo cui l’energia prodotta a Hinkley Point costerà il doppio rispetto alla media; ma Cameron risponde che l’intera operazione creerà circa 25mila posti di lavoro sul suolo inglese.

Per la Cina, che a casa sua progetta di costruire dalle sei alle otto centrali all’anno da qui al 2020, l’operazione inglese non è solo un investimento in sé e acquisizione di know-how, bensì anche un’enorme operazione di marketing: per la prima volta, la zizhu chuangxin (“innovazione domestica”) conquista un’economia evoluta, in un settore chiave come quello energetico-nucleare. Anche a Pechino e dintorni si sollevano voci critiche sul fatto che 110 impianti produttori di energia atomica sorgeranno oltre Muraglia entro il 2030, più di quanti ce ne siano negli Stati Uniti. Ebbene, se anche gli inglesi si fidano del nostro bel reattore, perché mai dovemmo dubitarne proprio noi?

C’è poi l’aspetto politico. Durante il suo recente viaggio in Cina, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha definitivamente sepolto la special relationship di Londra con Washington, già messa a dura prova la scorsa primavera dalla pronta adesione britannica alla Asian Investment Infrastructure Bank, a guida cinese. Osborne ha parlato di “rapporto aureo” che inaugurerà un “decennio aureo”, aggiungendo che la Gran Bretagna vuole essere “il miglior partner” di Pechino in Occidente. In questi giorni, i più perfidi tra i commentatori parlano invece di “diplomazia del kowtow”, dell’inchino reverenziale destinato all’imperatore.

Ed è curioso notare che le relazioni tra Gran Bretagna e Celeste Impero cominciarono proprio nel segno dell’inchino. Nel 1792, la delegazione del conte MacCartney che voleva aprire una stazione commerciale sul suolo cinese fu respinta per il rifiuto del lord di genuflettersi di fronte a Qianlong, l’imperatore mancese. Dietro allo sdegno cinese, c’erano però ragioni ben più sostanziali. Qianlong inviò una lettera a Giorgio III in cui rifiutava tutte le richieste britanniche e lo invitava a sottomettersi alla sua autorità di Figlio del Cielo, aggiungendo di provare dopo tutto una certa simpatia per quell’infelice isola distante e sperduta, ma di non avere bisogno di nulla di quanto potesse offrirgli. Una storia che in questi giorni è stata tirata fuori più volte e che continua a far digrignare i denti in qualche circolo conservatore di Londra.

La Cina di allora, che si reputava il centro del mondo era poco interessata alle proposte della Gran Bretagna dato che grazie alle sue esportazioni di tè, seta, porcellana, vantava una bilancia commerciale assolutamente favorevole rispetto all’impero di sua maestà. Cinquant’anni dopo arrivarono l’oppio indiano e le cannoniere inglesi a far cambiare idea a Pechino in maniera traumatica: e fu l’inizio del cosiddetto “secolo dell’umiliazione”, una storia che si racconta ancora in Cina quando si vuole puntare il dito contro le violenze dell’Occidente.

Quando durante la prima guerra dell’Oppio, un corpo di spedizione di settemila britannici fece ripetutamente a pezzi l’esercito della dinastia Qing forte di ottocentomila uomini, un ufficiale inglese sintetizzò così il singolare approccio cinese all’arte della guerra: “Che popolo fantastico. Gli stessi che la mattina ci combattono, il pomeriggio cercano di venderci la loro mercanzia” (la citazione è tratta da The Opium War di Julia Lovell, libro assolutamente fondamentale per chi fosse interessato a queste storie). I capi militari cinesi delle guarnigioni di Canton e dintorni cercavano di accordarsi con il nemico per organizzare finte scaramucce, in modo da poter poi spedire a Pechino dispacci che raccontavano di vittorie schiaccianti e di “barbari dei peli rossi e dai nasi lunghi” ricacciati in mare a calci. Intanto gli inglesi penetravano sempre più in Cina, massacravano legioni di soldati qing, insediavano delegazioni commerciali, spacciavano oppio liberamente. Finché l’imperatore non se li trovò sotto casa.

Oggi la storia si ribalta e quei funzionari che magnificavano vittorie mentre cercavano di fare affari con il vero vincitore risiedono a Londra. Anche Jeremy Corbyn, il nuovo leader laburista, si è limitato a indossare una cravatta bianca per violare l’etichetta, durante il sontuoso banchetto organizzato dalla regina Elisabetta in onore di Xi Jinping e consorte, la cantante dell’Esercito Popolare di Liberazione, Peng Liyuan. Nessun accenno al tema dei diritti civili che, nei giorni precedenti, Corbyn aveva lasciato intendere di voler sollevare.

A Pechino, ci sono in questi giorni due scuole di pensiero tra i colleghi giornalisti britannici. La prima recita: il tappeto rosso srotolato davanti a Xi crea un precedente letale. Nessuno potrà più affrontare ufficialmente il problema dei diritti umani con la Cina, pena l’emarginazione diplomatica.La seconda scuola di pensiero la vede invece così: quale superiorità morale possiamo oggi sventolare di fronte a Pechino, dopo il disastro delle guerre al guinzaglio Usa per “esportare la democrazia”?

L’engagement e la diplomazia silenziosa, tanto cara ai cinesi, sono l’unica strada per far sì che le cose cambino, sia da loro, sia da noi. L’unico assente di nota al ricevimento organizzato dalla regina Elisabetta per Xi e Peng era suo figlio, il principe Carlo. Già erede designato e sbeffeggiato per note vicende personali e una certa pubblica goffaggine, è invece uomo discreto ma dalla schiena dritta, amico del Dalai Lama. Un collega inglese di Reuters, di sinistra ma non repubblicano come Corbyn, commenta: “Vedi il vantaggio di tenerci la monarchia? Abbiamo un capo di Stato che può fregarsene delle esigenze della politica”.

GrE dell’economia.

  • Autore articolo
    Gabriele Battaglia
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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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