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Addio al compositore Ezio Bosso

addio ezio bosso

Nella sua casa di Bologna è morto ieri Ezio Bosso, uno dei compositori e musicisti più significativi della sua generazione. Era divenuto celebre anche presso il grande pubblico televisivo dopo una memorabile esibizione al Festival di Sanremo nel 2016, che gli consentì negli anni successivi, nonostante la grave malattia neurologica degenerativa che lo ha condotto alla morte, di portare avanti una instancabile attività di divulgazione musicale.

Nel 2016, usciva anche il suo profetico album The 12th Room, ispirato una antica teoria che afferma che la vita è composta da dodici stanze e che in ciascuna lasciamo qualcosa di noi. In quella occasione, intervistato da Ira Rubini a Cult,  Ezio Bosso ci aveva raccontato, con impressionante lucidità, come sapesse che, una volta raggiunta la dodicesima stanza, la sua vita sarebbe terminata, ma non la sua musica.

È il primo disco di mia musica da concerto che esce fisicamente nella mia storia. Il mio debutto totale.

la tua storia, oltre a quella di un musicista di grande talento e intelligenza, è anche la storia di una battaglia personale contro una malattia.

È complesso, dovremmo fare una trasmissione medica per parlarne. È una malattia degenerativa che colpisce il sistema nervoso. Ho avuto un glioblastoma cerebrale, mi hanno tolto un alieno dal cervello e da lì è nata questa forma grave con cui vivo e convivo. Non è una convivenza simpatica, è un pessimo coinquilino.

Sei motivo di grande ispirazione per molte persone. Fare quello che fai tu non è facile, ma soprattutto non è facile farlo con questa tua curiosità e questo tuo desiderio di fare sempre cose nuove. Hai una lunga carriera come direttore e musicista. Hai girato mezzo mondo con la tua musica. Da quale spunto nasce questo nuovo lavoro?

Io sono fortunato perché ho la musica che mi ha aiutato in tutto e mi ha fatto vivere tutte quelle vite che molti uomini temono e molti uomini anelano. E mi ha fatto studiare tante cose al di là della musica stessa. La musica mi ha insegnato che spesso il problema è un’opportunità per capire qualcos’altro. Questo succede quando studiamo la musica, un passo non viene e tu scopri un tuo problema, un tuo limite da superare. In questo caso la musica mi ha insegnato ad appassionarmi anche a delle parti un po’ sgradevoli come restare chiusi in una stanza non per volontà e ad esplorarla in un’altra dimensione. Ho scoperto questa nostra buffa fragilità di dimenticarci delle cose più belle che creiamo. La stanza l’abbiamo inventata noi uomini e l’abbiamo data così per scontata che ci siamo dimenticati il suo valore. Mi sono messo a capire e scoprire quanto la stanza influenza noi esseri umani e il lavoro che abbiamo dietro. E che molte musiche derivano da una stanza, non solo la mia. E ho potuto scoprire tante altre cose come questa teoria della vita composta da 12 stanze.

È una riflessione che dovremmo fare tutti i giorni quando ci svegliamo nella nostra stanza.

Pensa che accogliere si dice “dare stanza”. Si dà stanza a concetti meravigliosi. La libertà prende stanza. Ce lo siamo dimenticati. C’è persino una targa a Firenze che dice “Qui il 25 aprile la libertà ha ripreso stanza”. Come è bello dire o sentirsi dire “ti ho preparato la stanza”, che vuol dire che ti sto accogliendo.

Hai collaborato anche con registi cinematografici. Che atteggiamento assumi in quei casi?

La musica insegna una cosa fondamentale, che spesso dimentichiamo: la funzione principale della musica è ascoltare e ascoltarsi. Un buon musicista non è quello che va veloce, ma quello che sa ascoltare l’altro e suonare meglio per far suonare meglio l’altro. Lo dico sempre ai miei studenti e ai musicisti che lavorano con me: tu suoni meglio perché lui suoni meglio, non tu. Collaborare con l’altro spinge a questo. La musica è al servizio. Io proporrei sempre di chiedere ai registi com’è lavorare coi musicisti.

Foto dalla pagina Facebook di Ezio Bosso

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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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