Dopo oltre due settimane di proteste, centinaia se non migliaia di morti e la minaccia di un nuovo attacco americano, la domanda rimane sempre la stessa: il regime iraniano reggerà anche a questa ondata di mobilitazioni? Dopo 47 anni siamo vicini alla fine della Repubblica Islamica? La domanda non ha risposta, anche perché raccogliere informazioni su quanto stia succedendo in Iran – a tutti i livelli – è molto complicato.
Da giovedì scorso il Paese è quasi completamente isolato. Le immagini e i messaggi usciti in questi ultimi giorni arrivano da cellulari che usano un collegamento Starlink, il satellite di Musk. Sono pochissimi. E chi lo ha fatto ha raccontato di aver paura di essere rintracciato e punito dalle autorità. Oggi il governo ha detto che la rete verrà presto ristabilita, ma non ha fornito particolari.
Quando scriviamo tutti i nostri contatti all’interno del paese hanno gli accessi bloccati al pomeriggio di giovedì scorso 8 gennaio. Nonostante questo quadro così complesso alcune cose sono però piuttosto chiare. Il regime degli Ayatollah è probabilmente di fronte alla mobilitazione anti-governativa più importante della sua storia, cominciata nel 1979.
I numeri delle vittime e degli arresti sono ancora da chiarire. Oggi pomeriggio alcune organizzazioni per i diritti umani che lavorano sull’Iran hanno parlato di quasi 650 morti accertati, aggiungendo però che potrebbero essere molti di più. In effetti diversi video verificati dalle grandi agenzie di stampa internazionali hanno mostrato decine e decine di cadaveri, in molte zone del paese. Se ci fossero tante altre situazioni simili non coperte da questi video, cosa probabile, le cifre aumenterebbero in maniera esponenziale.
Ma numeri a parte conta il contesto: la crisi economica è la peggiore di sempre, avendo perso negli ultimi due anni diversi alleati regionali il regime è geopoliticamente indebolito, la guerra dello scorso giugno (gli attacchi di Israele e Stati Uniti) ha colpito la macchina militare e ha mostrato tutte le vulnerabilità del sistema iraniano. Un regime indebolito e che non sa cosa siano le dinamiche democratiche non poteva che rispondere alle proteste di piazza con una dura repressione, come in passato.
Era prevedibile. Ma almeno due fattori suggeriscono che la Repubblica Islamica possa reggere, anche se non sappiamo per quanto tempo. Il primo: l’apparato di sicurezza è compatto, indebolito ma compatto, anche perché le élite militari, sostanzialmente i Guardiani della Rivoluzione, vivono e si arricchiscono proprio grazie a questa situazione e a un’organizzazione statale corrotta che gli ha consegnato da tempo il controllo economico e finanziario del paese. Il secondo fattore: nonostante l’imprevedibilità e il grande attivismo altrove, non è scontato che Trump decida per un’operazione militare così invasiva da provocare la caduta del regime. Dopo i raid contro i siti nucleari dello scorso giugno gli americani dovrebbero ora colpire i centri del potere politico ed economico, spesso in aree densamente popolate. Ci sarebbero quindi vittime civili, civili che sulla carta la Casa Bianca dice di voler difendere.
E nonostante i tanti problemi l’apparato della sicurezza iraniana rimane uno dei più organizzati al mondo. Oggi il ministro degli esteri Araghchi ha detto che un attacco americano porterebbe a una durissima rappresaglia: “non vogliamo la guerra ma siamo pronti a farla”. E non dimentichiamo che all’interno del Paese non c’è un’opposizione politica pronta a prendere il posto degli Ayatollah. Probabile quindi che per il momento non ci sia lo scossone finale.
Ma attenzione i problemi rimarrebbero tutti lì. E si tratta ormai di problemi senza soluzione. Il sistema politico ed economico – dalla corruzione alla repressione – non è più in grado di rispondere alle esigenze degli iraniani. Sembra non esserci alcun margine per ricucire tra i vertici del sistema e la società iraniana, una società molto giovane.
Ai tempi delle primavere arabe molti giovani spiegavano di non volere una rivolta popolare per non far cadere il paese in una guerra civile. Sulla base delle poche immagini che abbiamo visto in questi giorni probabile che per disperazione ora diversi giovani iraniani siano pronti a tutto.In caso di tenuta del sistema lo scossone finale potrebbe solo essere rinviato.


