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Quali sono il valore e il costo della città di Milano?

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Quali sono il valore e il costo della città di Milano? In soldoni, in Pil, o come volete definirlo. Per la Fondazione Ambrosetti e l’Osservatorio di Assolombarda, l’area metropolitana milanese produrrebbe circa il 10% del Pil italiano, ovvero 193 miliardi di euro ogni anno. E sarebbe la quarta area urbana d’Europa per dimensione economica dopo Londra, Parigi e Madrid.

E qual è il costo della città di Milano per noi cittadini? Quante risorse mobilita per far spostare autobus e metropolitane, per il riscaldamento delle scuole o per i suoi lavoratori. La risposta sta nel bilancio del Comune, che ci siamo fatti illustrare e semplificare all’osso da Roberto Tasca, che prima di cimentarsi nel ruolo di assessore al bilancio e demanio del comune di Milano ha insegnato per vent’anni Economia degli intermediari finanziari alla Bocconi.

Nella sostanza il nostro bilancio vale circa 4 miliardi e mezzo, di cui 1 miliardo è la parte in conto capitale, tutta la parte legata agli investimenti. Di parte nuova c’è tutta la parte corrente, che sono 3.6 miliardi, e circa 1 miliardo all’anno di parte in conto capitale, in buona sostanza tutto ciò che sono i nuovi investimenti in senso lato (le manutenzioni straordinarie e gli investimenti veri e propri che vengono fatti sulla città). Non dobbiamo però immaginare che per quei 4,5 milioni ogni anno ci sediamo al tavolo e decidiamo come collocarli. Non è così.

Il bilancio del Comune è piccolino se comparato al Pil dell’area metropolitana. 4,5 miliardi di euro corrispondono al bilancio della Federcalcio oppure ai ricavi in un anno di Autogrill S.p.A. o, ancora, ai dividendi distribuiti nel 2019 ai loro azionisti dalle principali banche italiane. Ma deve bastare per far funzionare e vivere la città di 1 milione e 400mila residenti. Tralasciamo gli investimenti e guardiamo ai 3,5 miliardi di spesa corrente, quella che serve far funzionare la città come già è. E cominciamo dal trasporto pubblico, che riceve 270 milioni di fondi dallo Stato, attraverso la Regione. E il resto quanto vale?

Un miliardo vola via per quello che è complessivamente il contratto di servizio per i trasporti di questa città. L’idea sbagliata che molti hanno è che tenere in piedi una rete di trasporti come quella che oggi presidia a Milano e il territorio ormai limitrofo sia un problema di investimenti. L’investimento è solo l’inizio. Quando il sindaco ha chiesto ancora al governo precedente di avere i soldi per l’estensione della metropolitana uno fino a Monza e gli ho detto “te li danno di sicuro, politicamente conviene a tutti”. Il vero problema è che quando avremo la metropolitana fino a Monza, l’onerosità del trasporto crescerà ulteriormente e il tema sarà come ripartiamo quell’onerosità.
Il Fondo nazionale trasporti è mantenuto costante dal 2010. Il costo del trasporto è banale: è la lunghezza da stazione A a stazione B per quante volte faccio andare avanti e indietro i treni. Se non lo copro aumentando il costo biglietto a Milano quando amplio il numero dei chilometri, posto che il Fondo nazionale non aumenta, non ci sto più dentro. Questo vuol dire che qualcun altro ci deve mettere quei soldi. I cittadini milanesi lo hanno fatto per molto tempo, ma poi pian piano abbiamo riequilibrato. Milano non ha guadagnato nulla dall’aumento del costo del biglietto, Milano ha semplicemente riequilibrato l’onere fra i cittadini residenti e i commuter, quelli che vengono tutti i giorni in città, di quello che è il costo di trasporto a Milano. Se questo non fosse stato riequilibrato sarebbe stato interamente a carico della fiscalità di Milano che, per coprire quel costo maggiorato, avrebbe dovuto ridurre le spese per altri servizi.

La spesa definita corrente non è disponibile perché in realtà è consolidata, la città continua a funzionare e i servizi non si possono interrompere. Un esempio su tutti? Le scuole. Per l’edilizia scolastica il Comune ha annunciato per il 2020 un investimento di 184 milioni di euro nell’edilizia scolastica per mettere a posto tutte le scuole della città. Ma questo è straordinario. La spesa corrente è ben altro.

Quanto noi spendiamo per l’attività educativa in questa città è un’altra di quelle componenti che è motivo di vanto. Noi complessivamente sull’attività di educazione, tralasciando il costo delle educatrici, abbiamo una spesa intorno ai 200 milioni. Poi abbiamo una serie di spese che, all’interno dei singoli assessorati, sono classificabili come spesa corrente, ma che sono anche lì difficilmente modificabili in assoluto. Faccio un esempio coi costi delle politiche sociali: noi spendiamo 200 milioni di euro all’anno nell’ambito dell’attività dedicata alle politiche sociali, che includono l’assistenza disabili e l’assistenza agli anziani, ma anche gli interventi per gli immigrati. Questa è una spesa che ha degli elementi di flessibilità maggiori, ma anche qui si può pensare di intervenire con dei tagli?
La manutenzione ordinaria delle strade non è una spesa in conto capitale, è una spesa corrente. Noi spendiamo circa 60 milioni di euro all’anno di manutenzione ordinaria. Questi sono i costi che noi potremmo più facilmente aggredire, partendo però dal presupposto che non è che non possiamo rifare le strade, già adesso fanno abbastanza schifo.

La frustrazione dell’amministratore che non ritiene di poter offrire alla città margini di manovra economica per investire, intervenire è assolutamente evidente. E si arriva al capitolo più classico delle spese per ogni azienda: il lavoro.

680 milioni di euro che costo del lavoro. Il Comune di Milano ha 13mila dipendenti e di questi 3mila sono educatrici, 3.500 sono vigili. Se facciamo questo conto rispetto al numero di abitanti abbiamo lo 0,005%, che non è una percentuale di particolare inefficienza. L’età media del personale del Comune Milano è di 55/56 anni. Se io potessi cambiare due dipendenti che prendono anche uno stipendio basso, 1.200/1.300 euro al mese, con uno che ha 22 anni, scalo e accelero.

Ma non si può fare. E allora quanti sono i soldi? Quanti milioni il sindaco e la giunta hanno a disposizione realmente per le loro politiche? 180 milioni di euro, ci dice l’assessore. Ma anche qui volete non finanziare il costo di alcuni esempi tipici della vita di Milano come la Stramilano, la manifestazione Mi-To, gli eventi che attirano fama, turisti e imprenditori? Al nostro bilancio di spesa mancano ancora i 300 milioni della Tari che vengono incassati dai cittadini, e girati così come sono ad Amsa per gestire i rifiuti, e i debiti del Comune. Quanti sono?

3 miliardi e 400 milioni alla fine del 2019. Noi annualmente spendiamo 320 milioni per la gestione del nostro debito. In dieci anni il comune di Milano ha rimborsato un miliardo di euro di debito. Il debito del Comune di Milano è a fronte di investimenti e anche qui bisogna fare una distinzione fondamentale, che però non viene fatta a livello di principi contabili in Italia e qualche volta neanche a livello culturale, tra chi ha fatto un debito per comprarsi le quote di A2A e chi ha fatto un debito per aprire la rappresentanza del Comune. Il nostro debito è sostenibile da un punto di vista di equilibrio della struttura finanziaria. Se ci fossero tante imprese che hanno un attivo che vale 5 miliardi e un passivo che ha debiti solo per 3 miliardi – e questo vuol dire che è ha un patrimonio di 2 miliardi – direi che quella è una bella impresa.

La legge, però, impone il rimborso di una quota fissa dei debiti e non fa distinzioni se sono debiti per investimenti o per sperpero. La distinzione non la fa lo Stato, ma la fanno le agenzie di rating che quotano Milano molto più in alto dell’Italia. E qui entriamo nel vasto campo dell’autonomia che i Comuni, soprattutto quelli come Milano, chiedono ai governi da tempo: regole più flessibili, ricevere i fondi direttamente e non dalle Regioni, poter accedere ai bandi europei direttamente. Autonomia concreta metropolitana che oggi è ostaggio della Regione che alimenta ogni conflitto possibile.

Alcune città hanno delle dimensioni competitive o comunque delle identità che sono diverse da quelle degli altri comuni italiani. Milano è sicuramente il referente internazionale dell’Italia. Chiunque nel Mondo dell’economia, della finanza, della scienza, della ricerca universitaria o della sanità voglia interfacciarsi con l’Italia, lo fa partendo da Milano. Il Paese non può rinunciare all’eccellenza di Milano. Se rinuncia all’eccellenza di Milano spegne la luce sull’Italia. Milano è l’unica città di quelle italiane che ha rimpatriato cervelli. Il problema non è che noi abbiamo 150mila giovani italiani laureati che vanno all’estero ogni anno. Il problema è che non attiriamo 150mila giovani dall’estero. Se non crei opportunità, la gente non viene da te.
Se tu, viceversa, continui a pensare che Milano sia un’eccellenza e che abbia rubato al resto dei comuni e che per questo vuoi portarla alla media dei comuni italiani, prima o poi quella luce la spegni.

Prima di spegnere la luce mancano ancora dei dati, quelli sulle entrate. I trasferimenti da, Stato e Regione, su voci specifiche e tutte vincolate, valgono meno del 20% del bilancio. Imposte, tasse e assimilabili valgono 1,4 miliardi di euro. La metà di questi è l’IMU, pagata da tutti in maniera praticamente identifica, quando su una città come Milano sarebbe giusto differenziarla per reddito e tipo di casa. 300 milioni dalle multe, quasi 200 milioni dall’addizionale Irpef su cui il Comune ha fatto il suo intervento taglia-tasse lo scorso dicembre, alzando le esenzioni. Morale: circa 50mila cittadini non la pagheranno più.

100 milioni euro arrivano dalle partecipate e altri 100 milioni dagli oneri di urbanizzazione, che in realtà sono il doppio ma vengono tramutati in opere dagli immobiliaristi. Sponsorizzazioni, imposta sulla pubblicità e affissioni valgono 50 milioni. E più o meno ci siamo.

L’ultima spending review, la revisione dei centri di costo, il Comune l’ha fatta nel 2016, e il bilancio di previsione ormai si avvicina di molto a quello consuntivo. Così il bilancio di quest’anno assomiglierà a quello dell’anno prossimo e sindaco e giunta potranno contare sempre su quei 180 milioni di leva economica per realizzare le loro politiche in città. A meno che produca frutti l’alleanza appena nata con Roma e Napoli per chiedere indipendenza delle grandi aree metropolitane dalle Regioni, per accedere ai finanziamenti europei ad esempio. Una strada lunga, piena di nemici, a cominciare dalla Lega, custode del potere regionale.

Intervista a cura di Claudio Jampaglia

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    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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