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Macedonia, i migranti nella terra di nessuno

Silvia Maraone è un’operatrice della Ong IPSIA Acli. Ci aveva raccontato alcuni giorni fa la situazione dei nuovi campi profughi sorti in Grecia dopo la chiusura di Idomeni. Le abbiamo chiesto di mandarci il suo diario, non solo dell’ultima missione di 12 giorni, ma dopo cinque viaggi e 15mila chilometri percorsi in dieci mesi lungo la rotta balcanica, dalla Grecia all’Ungheria.

Nella prima puntata, la Grecia e qualche considerazione generale sull’inadeguatezza della risposta europea al dramma dei profughi.

In questa seconda puntata, la situazione in Macedonia.

Durante la storia dell’ultimo anno, la Macedonia è sempre stata attraversata di corsa dai migranti in transito e non si è mai dimostrato un paese particolarmente accogliente. L’entry point di Gevgelija e l’exit point di Tabanovce sono stati progettati come hot spot in grado di accogliere più di qualche centinaio di persone e anche durante i giorni di maggior picco, con più di 10.000 persone al giorno di passaggio, non è quasi mai capitato che i rifugiati si fermassero all’interno di questi hot spot se non costretti da motivi di salute o per aspettare di ricongiungersi con parenti rimasti indietro sulla rotta.

Si può dire che in maniera molto ordinata ognuno abbia fatto il suo lavoro, suddiviso tra militari, responsabili dei centri e organizzazioni umanitarie.

Per far capire però il clima più generale del paese: al di fuori dei campi di transito, nei mesi invernali, i tassisti macedoni avevano dato il via al blocco dei treni che venivano usati dai migranti (pagando regolarmente la corsa) che dal sud del paese li conducevano al confine con la Serbia. Il governo ha dovuto accettare la richiesta della lobby dei taxisti che hanno ottenuto il permesso di poter portare in auto, a una tariffa fissa di 25 euro a persona, equivalente al costo della corsa del treno, le persone in transito. Tutti i taxisti della Macedonia si sono riversati a Gevgelija guadagnando in pochi mesi lo stipendio di un anno.

Allargando la visuale, il ruolo della Macedonia non è affatto secondario per capire cosa è successo in Grecia e perché 60.000 persone sono intrappolate lì da marzo 2016, ma anche per capire quali siano in senso più ampio le politiche migratorie europee.

Dal 18 febbraio le polizie di Serbia, Croazia, Slovenia, Macedonia hanno cominciato ad applicare le linee guida concordate insieme all’Austria per gestire il transito e l’ingresso dei migranti in Europa. Queste direttive non sono altro che la messa in atto delle misure di sicurezza che diversi stati dell’UE hanno cominciato ad attuare dopo le stragi di Novembre 2015 a Parigi, con la conseguente sospensione del trattato di Schengen da parte di alcuni dei paesi.

Da Febbraio dunque i numeri dell’accoglienza e transito giornalieri stabiliti dall’Austria ammettevano solamente 580 persone (provenienti da Siria e Iraq) a poter varcare i confini macedoni. Di fatto i numeri sono stati molto più bassi: la polizia ha rallentato drasticamente il passaggio delle persone applicando procedure di registrazione lentissime nei centri di transito – e chiudendo a tratti i confini. Durante il periodo di chiusura intermittente della frontiera non sono mancati gli scontri tra la polizia e i migranti che in più occasioni hanno provato a sfondare il confine, tra lacrimogeni e manganelli.

Questa situazione ha creato un blocco nel passaggio delle persone che per giorni è stata costretta, con le temperature invernali, ad aspettare al lato greco del confine, cioè a Idomeni. Da qui, a dare via al campo informale che è arrivato ad ospitare più di 10.000 persona nella speranza di poter passare di là del confine, c’è voluto poco. Sino alla chiusura totale della rotta, avvenuta il 20 marzo e la creazione di quella che è stata definita dal ministro dell’Interno greco Panagiotis Kouroublis la “Dachau dei giorni nostri”.

Oggi a Gevgelija vivono circa 150 persone, per lo più donne con bambini, intrappolati in quella che è la terra di nessuno. I macedoni non accoglierebbero mai le loro richieste di asilo, semmai i rifugiati decidessero di farle e impediscono a queste persone di uscire dal campo. Restano così profughi e operatori umanitari a condividere insieme il tempo che scorre uguale a sé stesso, in una struttura molto dignitosa visto il basso numero di ospiti presenti nel centro, ma senza alcuna prospettiva a meno che non vengano riaperte le frontiere, speranza che ancora oggi resiste nel cuore dei rinchiusi di Gevgelija.

-Continua

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    Silvia Maraone
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    «Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria». Sono le parole della procuratrice aggiunta di Milano, Alessandra Cerreti, pronunciate durante la requisitoria al processo Hydra. Ieri c'è stata la prima sentenza per una settantina di imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Tra i condannati (Mariano Rosi, Filippo Crea, Giuseppe Fidanzati e altri), stando all’inchiesta della Procura di Milano ci sono figure di primo piano del crimine organizzato in Lombardia. L’inchiesta Hydra - che ha portato al processo - ha messo in luce “un sistema mafioso lombardo”, un’alleanza tra esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. Un sistema per compiere dalle rapine alle truffe, dal riciclaggio di denaro alle intestazioni fittizie di beni, fino alle false fatturazioni, alle estorsioni. Tra i reati contestati c'è anche il traffico di droga e di armi. Pubblica ha ospitato lo storico Enzo Ciconte e il ricercatore dell’università Statale di Milano, Andrea Carnì, autore di un importante libro per la conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia uscito in questi ultimi mesi dal titolo «Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia» (Futura 2025).

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