giorgio lunghini

Clima, produzione e dominio del capitalismo

giovedì 03 dicembre 2015 ore 15:00

«Il mondo oggi è dominato da un modo di produzione che è naturalmente in conflitto con le questioni ambientali».

Comincia da questa constatazione di Giorgio Lunghini, professore di Economia Politica all’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia, la conversazione di oggi a Memos. La 21esima conferenza mondiale sui cambiamenti climatici promossa dall’Onu (Cop21) è iniziata lunedì scorso. I paesi partecipanti a Cop21 puntano a siglare un accordo vincolante per giungere alla riduzione delle emissioni di gas serra. L’obiettivo centrale è mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro i due gradi centigradi.

Professor Lunghini, parlare di cambiamenti climatici, denunciarne la gravità, implica necessariamente che si parli anche di cambiamento del modello di produzione attuale?

«E’ senz’altro così. Il modo di produzione su scala globale è un modo di produzione capitalistico. Riguarda anche la Cina, che è un caso particolare e di grande interesse: Pechino ha cercato di coniugare il comando diretto da parte del governo con un’economia di mercato, ma resta pur sempre un’economia capitalistica».

Giorgio Lunghini

Giorgio Lunghini

Cosa ci ha portato fin qui? Perché il modello di produzione capitalistico è dannoso per l’ambiente?

«Ci sono molte cose che non vanno. Sarebbe utile rileggere il Capitale del vecchio Carlo Marx – sostiene l’economista – in cui le cose di cui stiamo parlando sono indicate con estrema chiarezza. Il modo di produzione capitalistico è un modo di produzione il cui scopo non è il soddisfacimento dei bisogni dell’umanità, ma è la realizzazione di un profitto a cui è subordinato tutto il processo lavorativo. Bisogna tener presente che il processo lavorativo, sia nel sistema capitalistico che in qualsiasi altro sistema, è un processo di scambio con la natura. Certo, ci sono diverse forme di realizzazione di questo processo. Nel modo di produzione capitalistico c’è uno sfruttamento del lavoro e della natura. Quando tale sfruttamento, sia sul lavoro che sulla natura, diventa eccessivo allora intervengono da un lato crisi economiche e dall’altro crisi ambientali».

Qual è, allora, il limite di questo modello?

«Nel caso dell’economia il limite è rappresentato dalle crisi economiche nelle quali continuiamo a vivere – spiega il professor Lunghini -. Nel caso dell’inquinamento, invece, il limite è ovviamente la salute dell’umanità. Di tutta l’umanità: sia di quella che concorre in maniera pesante all’inquinamento, sia di quella che lo subisce».

Perché la tutela della salute dell’umanità non rientra negli obiettivi dei capitalisti?

«Un grande economista del Novecento come Keynes, che non era un marxista, era perfettamente d’accordo con Marx sul fatto che l’obiettivo dei capitalisti fosse il profitto. Tutto viene subordinato all’obiettivo del profitto. Un esempio recente: la Volkswagen. Era stata a lungo un esempio di impresa capitalistica consapevole e attenta ai problemi di giustizia sociale, ma è stata incastrata nel modo che tutti sappiamo. Se l’obiettivo è quello del profitto, i mezzi per realizzarlo sono tutti quelli che lo consentono».

Se non si riesce a cambiare modello di produzione, professor Lunghini, si può almeno fare in modo che alle imprese capitalistiche convenga non inquinare?

«Credo che sia difficile includere nella funzione obiettivo dei capitalisti questo aspetto. Sono ormai duecento anni che il capitalismo impera: dall’Inghilterra di Dickens, in cui i bambini lavoravano dodici ore al giorno respirando fumi terribili, ad oggi. Convincere i capitalisti che sia nel loro interesse modificare la loro funzione obiettivo credo sia una speranza ingenua. Così come credo sia ingenuo – come si sostiene nella conferenza sul clima e come ha sostenuto anche l’economista Thomas Piketty – procedere con l’imposizione di tasse o imposte sull’inquinamento da parte dei diversi paesi. Aggiungere costi di produzione alle imprese capitalistiche è cosa che a queste stesse imprese non piacerà».

Ma allora come si supera questo modello di produzione capitalistico e quali possono essere le caratteristiche di un modello alternativo?

«Ci sono stati altri due grandi economisti del Novecento, poco noti ma importanti – racconta Lunghini -. Uno è Vassily Leontief che spiegava, già una trentina di anni fa, che la questione dell’inquinamento viene in genere sottovalutata. Di solito si calcolano gli effetti diretti dell’inquinamento, non anche gli effetti indiretti. Ad esempio: per produrre un aeroplano occorre un certo dispendio di energia al quale va però sommato il dispendio di energia per la produzione di tutti i suoi componenti. Quindi il problema è ancora più grande di quanto non venga percepito oggi. L’altro grande economista, ancora meno noto, si chiama Nicholas Georgescu-Roegen. Nessuno dei due era marxista, come non lo era Keynes e nemmeno Marx. Georgescu-Roegen ha elaborato quello che lui ha chiamato un programma bioeconomico minimale».

In cosa consiste?

«Consiste in otto punti – spiega l’economista dell’Università di Pavia – tutti estremamente ragionevoli ma di difficile realizzazione politica. Il primo punto: proibire non solo la guerra in sé, ma anche la produzione di qualsiasi strumento bellico. Il secondo punto: la guerra è cattiva, una brutta cosa, ma impiega molte forze produttive. Se si liberassero le forze produttive adesso destinate alla guerra, queste potrebbero essere impiegate per uno scopo preciso: consentire ai paesi sottosviluppati di raggiungere rapidamente gli standard di una vita buona, non una vita lussuosa, ma buona. Terzo punto: la demografia. Il mondo si sta avvicinando ad un punto nel quale non sarà in grado di provvedere alla nutrizione di tutti i suoi abitanti mediante la sola agricoltura organica. Un punto ottimale è quello in cui l’agricoltura organica riesce a soddisfare i bisogni della popolazione del pianeta».

Professor Lunghini, anche considerando solo questi primi tre punti, lei ci sta presentando un programma di governo, non tanto un piano aziendale.

«Sì, è un piano di governo. Uno dei limiti principali della situazione politica attuale è che non c’è, e non si vedono le premesse, un piano di governo del mondo. L’Onu, che dovrebbe essere l’organismo a ciò preposto, non è mai stato in condizioni di debolezza come di questi tempi. Arrivo a dire, in maniera provocatoria, che c’era più ordine nel mondo prima della caduta del Muro di Berlino di quanto non ce ne sia oggi».

E gli altri punti del programma, quali sono?

«Quarto: fino a quando l’energia solare e nucleare non diventeranno davvero convenienti e sicure, ogni spreco di energia dovrà essere evitato e controllato. Quinto punto: dovremmo rinunciare a tutti i prodotti inutili, cioè produrre di meno. Non si tratta di un’evocazione della filosofia della decrescita. E’ l’idea, ragionevole, che sarebbe meglio se vivessimo una vita sobria. Sesto punto: liberarci della moda, che ci spinge a buttar via vestiti, mobili, oggetti ancora utili. Settimo punto: i beni durevoli devono essere ancora più durevoli. Le industrie che producono questi beni, però, non ci starebbero. L’ultimo e ottavo punto: liberarci dalla frenesia del fare, rivalutare il tempo libero».

Quindi, riepilogando professor Lunghini: senza politica non può avvenire il cambiamento del modello di produzione. Senza capitali pubblici non può avvenire la transizione post-capitalistica, le aziende da sole non ne sosterrebbero il costo. Se è così, allora si capisce perché il cambiamento non stia avvenendo.

«Torniamo ad un altro punto centrale della valutazione del mondo in cui viviamo. E’ stata cancellata l’idea keynesiana dello stato sociale. Si è rinunciato all’idea di un effettivo intervento dello stato nell’economia. Il ragionamento di Keynes – spiega Lunghini – era molto semplice: lasciamo liberi i capitalisti di fare il loro lavoro nell’ambito delle leggi vigenti, pagando le tasse, e così via. Però, ci sono certe cose che i capitalisti non fanno perché il loro obiettivo è un altro. Lo stiamo vedendo anche nel nostro paese. Faccio due esempi: la scuola e la sanità. Sono servizi che se lasciati all’impresa privata non funzionano come sarebbe desiderabile. Allora in quei settori in cui i capitalisti non hanno convenienza ad entrare, lì deve entrare lo stato. Lo stato potrebbe farsi carico di un obiettivo, oltre ai due nominati, che è quello dell’ambiente»

Dove prenderebbe i soldi?

Li ricaverebbe da un sistema fiscale fortemente progressivo, capace di una redistribuzione del reddito dai ricchi ai poveri, il che consentirebbe una maggiore uguaglianza fra gli individui. Si badi bene: sto parlando di un obiettivo liberale, non comunista».

Per concludere, professore, mi sembra di capire che se non si riesce a cambiare radicalmente il modello di produzione, si può almeno intervenire con una redistribuzione fiscale. E’ così?

«Sì. La prima modalità di un cambiamento radicale del modello di produzione è difficilmente praticabile. Non credo che nessuno oggi al mondo possa pensare che sia prossima la sostituzione del modo di produzione capitalistico con un altro modo di produzione. Ciò che porterà al cambiamento del modo attuale di produzione, com’è stato in tutta la storia dell’umanità, sarà la crisi, una delle tante, del capitalismo. Così come prima del capitalismo ci sono stati altri modi di produzione, sarebbe davvero curioso se il modo di produzione capitalistico fosse naturalmente eterno. Sarebbe un fatto epocale ed estremamente improbabile. Bisogna anche dire che nessuno sa cosa verrà dopo il capitalismo, e non lo sapeva nemmeno Carlo Marx».

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Aggiornato giovedì 03 dicembre 2015 ore 16:06
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