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I bambini di Gaza disegnano il paradiso, perché sperano di andarci

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A Gaza è stata dichiarata ufficialmente la carestia: migliaia di bambini rischiano la vita a causa della malnutrizione e la popolazione civile non ha più un luogo sicuro dove rifugiarsi. In questa intervista, Silvia Gison, coordinatrice delle politiche umanitarie di Save the Children Italia, racconta la drammatica situazione nelle cliniche dell’organizzazione e denuncia gli ostacoli che bloccano gli aiuti umanitari.

La situazione a Gaza ci preoccupa ormai da mesi, ma negli ultimi giorni è stata dichiarata ufficialmente la carestia. Cosa significa? Che un organismo delle Nazioni Unite, l’IPC, ha riscontrato un altissimo numero di bambini morti a causa della malnutrizione. Nelle nostre cliniche vediamo un aumento esponenziale di bambini che non riescono più nemmeno a piangere per i morsi della fame, tanto è grave il deperimento fisico e cognitivo. Siamo di fronte a una catastrofe che va oltre ogni previsione iniziale. Oggi sappiamo che la vita di almeno 132.000 bambini sotto i 5 anni è a rischio, con conseguenze durature sulla crescita fisica e psicologica.

Dicevi che nelle vostre cliniche osservate queste condizioni. Mi puoi ricordare che tipo di lavoro state facendo a Gaza e che informazioni vi arrivano dal campo?

Siamo presenti in diversi punti della Striscia, senza indicare le località esatte per motivi di sicurezza. Nelle prime due settimane di agosto, oltre la metà delle donne incinte e delle neomamme visitate da Save the Children risultava malnutrita: una percentuale sette volte superiore rispetto a prima dell’assedio iniziato a marzo. Questo significa che molti bambini nasceranno già malnutriti, con difficoltà a sviluppare le proprie potenzialità.
Oltre al supporto nutrizionale e medico, cerchiamo di sostenere la salute mentale e la protezione dei bambini e delle famiglie: distribuiamo buoni per l’acquisto di cibo, creiamo spazi educativi e sicuri in cui i più piccoli possano giocare e ritrovare un minimo di serenità. Ma le ultime notizie che ci arrivano sono devastanti: nei loro disegni i bambini non rappresentano più sogni o futuro, ma il paradiso. Per loro, la speranza è raggiungere i familiari morti sotto le bombe o per la malnutrizione, perché lì – credono – ci sono cibo e affetti. È inaccettabile come esseri umani prima ancora che come operatori umanitari, ed è inaccettabile che scelte politiche impediscano alle nostre organizzazioni di lavorare al pieno delle capacità.

Hai citato l’IPC e la dichiarazione ufficiale di carestia. Israele ha chiesto alle Nazioni Unite di ritirare il rapporto. Dal vostro punto di vista, come va interpretato?

È un’ingerenza ingiustificabile. La carestia è una realtà, non lo diciamo solo noi ma le fonti ONU e osservatori indipendenti. Siamo davanti a un deliberato attacco alla comunità umanitaria e ai civili. È inaccettabile mettere in dubbio organismi multilaterali e minare alla base il diritto internazionale umanitario e il sistema degli aiuti.

Avete firmato, insieme a più di 100 ONG, un appello per la riapertura dei valichi e l’ingresso delle organizzazioni internazionali. Finora non ci sono risposte.

Sì, non è la prima volta che lanciamo appelli di questo tipo e continueremo a farlo. Esistono modi sicuri per portare aiuti nella Striscia, ma è indispensabile aprire i valichi di frontiera. Solo così la comunità umanitaria può raggiungere bambini e famiglie in difficoltà. Purtroppo dall’inizio del conflitto gli aiuti non arrivano con continuità: ci sono state aperture parziali seguite da chiusure improvvise, senza motivazioni concrete, con convogli respinti ai posti di frontiera.

In questo momento è in corso un’operazione su Gaza City. L’esercito israeliano tenta di spingere la popolazione verso sud. Come vi state preparando e cosa vi arriva da lì?

Oggi quasi l’87% della Striscia è sotto ordine di evacuazione militare, considerata zona di battaglia. Questo significa che una popolazione che, all’ottobre del 2o23, era di oltre 2 milioni di persone non ha un posto sicuro dove andare. Non esiste un rifugio, né a nord né a sud, nemmeno a Rafah o a Khan Younis. Anche il nostro staff è stato costretto più volte a sfollare. Alcuni civili si spostano, altri restano, ma ovunque si trovino non c’è un luogo realmente sicuro. I nostri operatori continuano a muoversi per stare vicino ai bambini, ma è sempre più difficile.

  • Autore articolo
    Luisa Nannipieri
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