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La rivolta di Campobello come banco di prova per nuove lotte bracciantili

*Le informazioni riportate nel testo sono frutto delle nostre osservazioni sul campo e di due interviste fatte con Martina Lo Cascio, ricercatrice e attivista del gruppo Contadinazioni, e Simone Cremaschi, assegnista di ricerca all’Università Bocconi.

È di pochi giorni fa la notizia delle dimissioni del prefetto Michele di Bari, capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno, dopo che sua moglie è risultata indagata per caporalato nel foggiano. Una notizia di grossa portata proprio perché, in quanto braccio destro della Ministra Lamorgese, Di Bari negli ultimi anni ha gestito tutti i protocolli di prevenzione del caporalato e fatto regolari visite ai paesi del sud Italia dove la legge contro il caporalato viene più spesso utilizzata. I giornali nazionali hanno riportato la notizia e intervistato il prefetto, mettendo in risalto che l’accusa secondo cui la «Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie di Di Bari, trattava direttamente con il “caporale” gambiano Bakary Saidy, arrestato ieri» è ancora tutta da dimostrare. Le uniche due persone ad essere state portate in carcere, intanto, sono i presunti “caporali”, uno gambiano e l’altro senegalese. A loro, però, i giornali italiani non lasciano il beneficio del dubbio, né tantomeno si sono interrogati su quali siano le cause che portano allo sfruttamento in agricoltura.
La retorica distorta dell’informazione italiana offre lo spunto per una riflessione più ampia su quale sia la realtà non raccontata dei cosiddetti “ghetti” italiani, sulle dinamiche al loro interno, sul ruolo delle istituzioni e di chi prova a fare politica in queste periferie d’Italia, lavoratori braccianti inclusi. La nostra riflessione comincia a Campobello di Mazara, uno degli ultimi insediamenti visitati da Di Bari, giusto qualche settimana prima delle sue dimissioni.

Lo sguardo dei lavoratori

Campobello di Mazara si trova a pochi chilometri dal mare del Canale di Sicilia, in una piana ad est di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, dove i campi di ulivo si estendono sterminati per decine di chilometri. D’estate la zona è meta turistica assai frequentata, come tutta la Sicilia d’altronde. Ma già da fine agosto, Campobello inizia a popolarsi di lavoratori stagionali, che ogni anno arrivano a migliaia per la raccolta delle olive da tavola, che a Campobello è – insieme proprio al turismo – l’attività trainante dell’economia locale.
Molti di questi lavoratori stagionali, come è noto, abitano in insediamenti informali in condizioni molto degradate per i normali standard di luce, acqua e gas a cui siamo abituati. Inoltre, vivono gravi condizioni di sfruttamento lavorativo e subiscono il ricatto della mancata regolarizzazione. Di tutto questo abbiamo racconti, spesso sensazionalistici, che arrivano fin sulla grande stampa; ma delle storie di resistenza, come la rivolta avvenuta durante quest’ultima stagione di raccolta, si sa poco nonostante l’importanza che questa ha avuto per i braccianti razzializzati e che può avere anche per tutti e tutte noi. Quest’anno, a Campobello, molti lavoratori hanno deciso di ribellarsi perché nella notte tra il 29 e il 30 settembre nel campo abitativo informale dove risiedevano è scoppiato un grosso incendio improvviso – ma figlio di anni di assenza di interventi istituzionali – che ha ucciso uno di loro, Omar Baldeh, e che ha distrutto la maggior parte del campo dove abitavano.
Raccontare la storia di Campobello di Mazara, e raccontarla dal punto di vista dei lavoratori, ci aiuterà a capire come le filiere dell’agricoltura della grande distribuzione organizzata diano vita a forme di abitare che sono strettamente legate allo sfruttamento imposto dalla filiera. E di come i lavoratori razzializzati, nonostante sfruttamento e marginalizzazione, siano in grado di organizzarsi in modi e forme autonome.

La monocoltura delle olive e la forza lavoro bracciante

L’oliva nocellara del Belice che si produce a Campobello è un’oliva certificata, che richiede la raccolta a mano per rispettare gli standard estetici che un certo tipo di certificazione richiede. Non da sempre però questa pregiata oliva è stata il prodotto unico e totalizzante dell’agricoltura locale. Come ci spiega Martina Lo Cascio, attivista del gruppo Contadinazioni e ricercatrice, il settore agricolo locale è cambiato drasticamente a partire dalla fine degli anni ‘80 con un doppio processo di modernizzazione dell’agricoltura e di strutturazione in filiere produttive. Quello che è avvenuto è che da un regime produttivo fondato sulla biodiversità agricola, si è passati ad un regime a monocoltura intensiva. Questo processo è andato di pari passo con un secondo ordine di trasformazioni, ossia il passaggio da una produzione familiare ad una che, seppur ancora a trazione familiare, richiede anche l’utilizzo di manodopera subordinata. Qui entra in gioco la manodopera di origine straniera, anello ideale per garantire qualità del prodotto (dato dalla raccolta a mano non meccanizzata) e monocoltura produttiva (la cui stagione di raccolta in un periodo relativamente breve richiede manodopera flessibile e “just in time”). In ragione di questo particolare assetto, la forza lavoro stagionale ha costituito la risposta alle esigenze produttive di un capitalismo locale pienamente inserito nella catena della grande distribuzione organizzata, fondato sulla compressione salariale e l’invisibilizzazione dei lavoratori.
Da diversi anni, dunque, a Campobello come in tanti altri piccoli centri non urbani del Mezzogiorno d’Italia, esistono e si susseguono diversi ‘ghetti stagionali’. Ogni anno, nei diversi “luoghi della raccolta”, quando arriva il momento della raccolta il campo si ripopola, nonostante ci sia sempre qualcuno che sceglie di rimanere a viverci tutto l’anno.

Scegliere di abitare in un campo informale

Le condizioni abitative a Campobello, come è immaginabile, sono difficili proprio per la natura informale del campo. Esso era costituito di baracche in legno e plastica e attrezzato perlopiù con bombole a gas, quadri elettrici auto-costruiti e cisterne dell’acqua. Lo scorso anno a Campobello l’acqua è arrivata proprio grazie alla raccolta fondi “Portiamo l’acqua al ghetto”, organizzata da Fuorimercato[1], che ha permesso di comprare alcune taniche d’acqua da sistemare nel campo.
Eppure, i Comuni interessati dalla raccolta stagionale, in alcuni casi, si propongono di allestire per i lavoratori soluzioni abitative alternative. Allora viene da chiedersi perché, nonostante le condizioni dure dei campi abitativi informali, i lavoratori e le lavoratrici scelgano tali insediamenti e li preferiscano a soluzioni prefabbricate proposte dalle istituzioni. Simone Cremaschi, ricercatore che si è occupato a lungo di ghetti del foggiano, spiega che «nei campi istituzionali ti fanno pesare la tua posizione di sudditanza nei confronti dei gestori del campo. Oltre alla libertà, che non è di poco conto, il ghetto ti permette di stare vicino a più opportunità di lavoro e di “ricchezza”». Inoltre, ci sono tutta una serie di altre persone che «lo scelgono a causa di mancanza di documenti, mancanza di reti familiari in Italia, pressioni familiari sulla necessità di guadagnare qualcosa da mandare “a casa”, e scelgono di vivere in questi posti, guadagnando sia del lavoro in agricoltura che del lavoro informale nei campi». Infatti la storia dei campi istituzionali racconta di una costante differenziazione tra i lavoratori: può entrare solo chi ha i documenti, spesso è richiesto anche un contratto di lavoro, un contributo giornaliero e, quest’anno, anche il green pass. All’interno poi, in quasi nessun caso è permesso cucinare, e si servono pasta o riso che poco hanno a che fare con la dieta tipica dei lavoratori stranieri.
Sotto questa luce si capisce meglio perché, ad esempio, dopo l’incendio e la distruzione del ‘ghetto’ di Campobello, nonostante sia arrivata la proposta di soggiornare negli alberghi della zona, i lavoratori si siano rifiutati. Seck Masseck, uno dei lavoratori organizzati di Fuorimercato, interpretando il sentimento collettivo, ha dichiarato «siamo stanchi di parlare, vogliamo rimanere qua e non vogliamo andare da nessun’altra parte e non vogliamo dividerci perché siamo fratelli».

La rivolta dei braccianti e le sue radici

La mattina dopo l’incendio, i lavoratori abitanti del ghetto, insieme ad un gruppo di solidali, sono partiti in corteo verso un ex-oleificio, in cui avevano vissuto in anni passati – prima che le istituzioni lì inaugurassero una tendopoli istituzionale temporanea – e che è in condizioni decisamente migliori rispetto al campo appena bruciato, e in quel luogo hanno iniziato a costruire il nuovo campo, resistendo allo sgombero da parte delle forze dell’ordine. Infatti, in quello stesso spazio la Prefettura voleva costruire il campo della Croce Rossa a cui si poteva accedere solo con green pass e permesso di soggiorno. Attraverso la resistenza, i braccianti si sono dunque garantiti condizioni abitative relativamente migliori (accesso all’acqua, elettricità e asfalto invece che terra sotto ai piedi), ribadendo che per loro «la cosa più importante è stare insieme». Questa vittoria è estremamente interessante perché è l’esito di un lungo processo di costruzione di “istituzioni” autonome della forza bracciante che ha avuto nell’assemblea dei lavoratori inaugurata il giorno dopo l’incendio una svolta essenziale. L’avvenimento tragico ha senz’altro funzionato da detonatore ma l’intera vicenda di lotta e auto-organizzazione di questi mesi offre un buon banco di riflessione intorno alle pratiche di conflitto e organizzazione autonoma dei lavoratori. Ci dice insomma, di alcuni semi che sono stati piantati e che piano piano hanno cominciato a germogliare.
Martina Lo Cascio, che ha preso parte attiva in questa lotta, spiega che «l’incendio ha accelerato dei processi rivendicativi: il corteo dà il segno che nel momento in cui è necessario rendere visibile un’azione di riappropriazione, i lavoratori sono stati in grado di farlo». E questo, prosegue la ricercatrice, «ha permesso una fiducia nuova che ha rotto il ritmo del “ogni anno non cambia niente”». Andare a insediarsi in maniera autonoma all’ex-oleificio ha dato coraggio a molti lavoratori che hanno cominciato a riconoscersi nell’associazione Fuorimercato. Un elemento chiave di attivazione può essere stato questo: i numeri dei lavoratori erano molto contenuti rispetto agli altri anni ed è stato possibile condurre alcuni scioperi e una trattativa senza mediazione con i datori di lavoro. E questo ha portato risultati salariali sul prezzo del lavoro a cottimo e sul pagamento delle cassette.
Più in generale, Lo Cascio sostiene che diversi fattori hanno contribuito alla rivolta dei lavoratori: innanzitutto «negli anni, Campobello è stata poco mediatizzata e completamente abbandonata dalle istituzioni, questo ha avuto un lato positivo e cioè ha permesso l’auto-organizzazione dei campi». E, a partire da questa auto-organizzazione, «è stata fondamentale la formazione sindacale che dopo anni di campagna “Portiamo l’acqua al ghetto” ha portato alla creazione di una dinamica assembleare». Insomma, si è lavorato molto negli scorsi anni su che cosa significa essere gruppo, e i risultati si cominciano finalmente a vedere. Soprattutto, si è capito che se si intende migliorare la condizione dei lavoratori è doveroso mettersi in ascolto di alcune rivendicazioni specifiche che provengono direttamente dal movimento dei lavoratori razzializzati e che, al di là delle astratte ideologie, ci restituiscono richieste materiali immediate e stringenti.

Oltre il caporalato come problema unico

Molte inchieste giornalistiche hanno restituito racconti di questi ghetti come luoghi di aberrazione e, soprattutto, come luoghi chiave in cui si sviluppa il fenomeno del caporalato. Entrambi i ricercatori intervistati sostengono invece che la situazione sia più complessa: il ghetto è sì un luogo funzionale in quanto centro di smistamento dei lavoratori, ma il caporale malvagio e violento è una realtà che, almeno nei ghetti west-africani, non esiste. In Puglia, ci spiega Cremaschi, il caporale esiste perché rappresenta una soluzione di mercato a un vuoto strutturale che è la mancanza di intermediazione tra datore di lavoro e lavoratore. Ed essendo questo un servizio, peraltro necessario ad ambo le parti, il caporale si fa pagare molto. In questo senso, i caporali sono imprenditori e ci sono vari livelli di “azienda caporale”, con anche diverse stratificazioni e divisioni lavorative.
A tal proposito, le retoriche criminalizzanti nei confronti dei caporali, portate avanti anche e soprattutto dai sindacati confederali che si recano nei ghetti a dire “il vostro sfruttamento è colpa dei caporali” sembrano non rendersi conto che lavoratore e caporale sono vicini di baracca, magari amici, sicuramente conoscenti all’interno delle relazioni del campo. Allora, ascoltando i lavoratori, si capisce facilmente che il ruolo di intermediazione del caporale è spesso considerato fondamentale perché – in un contesto di lavoro nero o grigio – è l’unica figura in grado di garantire al lavoratore di essere pagato e di non rimanere “truffato” dal datore di lavoro. Viene dunque da pensare che un caporale vada piuttosto giudicato da come usa il suo “potere” per rappresentare le istanze dei lavoratori in situazioni come quella della mobilitazione di Campobello.

Conclusione

A Campobello nelle scorse settimane è andata in scena la possibilità di migliorare le condizioni di vita dei braccianti precari e invisibili. Attraverso la riappropriazione collettiva delle proprie condizioni lavorative, i braccianti hanno posto un primo tassello di auto-organizzazione per provare a invertire un processo di sempre maggiore invisibilizzazione. Va dunque riconosciuto che le modalità di abitare rimangono indissolubilmente legate allo sfruttamento lavorativo: in tutto il Mezzogiorno d’Italia, quando cambia il modo produttivo cambia il modo di abitare. E, allora, perché non immaginare un modo di vivere la terra in maniera diversa? Perché non lottare per il superamento della Grande Distribuzione Organizzata e dei suoi prezzi iniqui? Perché non dare un permesso di soggiorno ai lavoratori braccianti che meritano di essere liberati dal ricatto dello sfruttamento? Di questo e di altro è possibile ragionare se ci si mette in ascolto delle lotte bracciantili che animano le nostre campagne meridionali.

Questo articolo è apparso in doppia pubblicazione anche sul blog “Da qui” di Tamu Edizioni

  • Emilio Caja e Pietro Savastio

    Emilio Caja e Pietro Savastio sono ricercatori indipendenti e collaborano con varie riviste, enti di ricerca e università. Sono stati e continuano ad essere partecipi di diverse esperienze di attivismo politico e sociale. Emilio lavora all'università e ha un piede sotto l’Etna, Pietro lavora nella scuola e ha due piedi sotto il Vesuvio: “da qui” è la prospettiva del Sud da cui guardano al mondo, dopo essere stati a spasso per l’Europa del Nord a studiare e formarsi.

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