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Che ce ne facciamo di Genova 2001?

«Tu quanti anni avevi nel 2001?»
«Cinque. Infatti non ricordo nulla, uno dei miei primi ricordi è la caduta delle torri gemelle, ma Genova no»
«Guarda» e mi indica la pelle d’oca che ha riempito di puntini il suo braccio «è così ormai da qualche giorno e stare qua, in Piazza Alimonda, riapre tantissimi ricordi che questi giorni spero riusciranno a trasmettervi»
«Molti di noi giovani siamo qua per questo, per dare concretezza a quei luoghi di cui tanto abbiamo sentito parlare ma che non abbiamo mai visto»
«Ti dirò di più: per noi di vent’anni fa questo momento ha una grande importanza perché allora si sono e ci siamo dimenticati di noi. I fatti di Genova hanno cancellato come ci siamo sentite e sentiti noi prima, durante e dopo Genova, le nostre emozioni, le nostre ferite, le nostre sofferenze sono state dimenticate.»

Inizia così il mio soggiorno a Genova in queste calde giornate di Luglio, vent’anni dopo il G8 in cui è morto Carlo Giuliani, in cui c’è stata la macelleria della Diaz, in cui si è assistito ad una sospensione dello stato di diritto che nei successivi vent’anni è avvenuta con sempre più frequenza. «Genova è stato un laboratorio» si è ripetuto con insistenza in questi anni. Sicuramente, Genova 2001 è stato per la nostra generazione il nomos della violenza arbitraria della polizia, a cui ci rifacciamo ogni volta che episodi di violenza in divisa si ripresentano. La gestione brutalmente muscolare di quelle giornate ha simboleggiato un modo di governare, di chiudere le città, di far decollare elicotteri, di difendere i grandi meeting, emblema di un consensus politico internazionale inscalfibile e non negoziabile. La carneficina violenta e criminale di quei giorni ha costituito un vero e proprio trauma collettivo di cui, come mi ha detto Anna, una delle signore con cui ho parlato questa settimana, non si è discusso abbastanza. Per quella generazione e per tutte le generazioni a venire, per chiunque abbia continuato o cominciato a fare politica dopo di allora, Genova è stata la certezza che la violenza della polizia può arrivare fino al limite estremo, come testimoniano le immagini di quei giorni.

Genova 2001 è stata dunque un punto di arrivo e uno spartiacque insieme. La mia è una generazione che è cresciuta nel ricordo di quegli episodi e di quel movimento, uno degli ultimi momenti di grande partecipazione di massa alla vita e alla lotta politica contro quella globalizzazione dentro cui noi siamo nati, e alla quale gran parte della nostra generazione pensa che non ci sia alternativa. E infatti la tre giorni di Genova che si è tenuta questa settimana in occasione del ventennale è iniziata con una manifestazione poco partecipata, come oramai siamo abituati da diversi anni. D’altra parte però, la città in questi giorni pullula di incontri, di compagni e compagne, di grandi abbracci e sorrisi, di emozioni forti.

Tornare a Genova in questi giorni significa riprovare a cucire i fili della storia. In strada si avverte la consapevolezza di appartenere ancora a qualcosa, a una visione del mondo che – sebbene frammentata in correnti, movimenti, piccole vittorie e fallimenti – è in grado di riconoscersi, di parlarsi e di pensare un mondo diverso. Ci sono i fumettisti e le fumettiste che presentano i loro lavori sui fatti del G8; c’è la presentazione dell’ultimo numero di Dinamo Print all’Aut Aut 357, spazio autogestito nel cuore della città, in cui ci si interroga sullo stato della globalizzazione vent’anni dopo l’evento che più di tutti ne ha messo in luce le contraddizioni; c’è l’ospitalità al laboratorio sociale Buridda, che accoglie decine e decine di giovani da tutta Italia. E proprio al Buridda, una mostra ripercorre i giorni di Genova 2001 e gli anni successivi con foto, articoli di giornale, locandine. Per le strade ci si saluta, si incrociano volti conosciuti, le case di amici e compagni sono aperte all’ospitalità improvvisata, e così si organizzano macchine collettive, ritrovi nei vicoli, si finisce per punteggiare il tessuto urbano con striscioni, cori, corpi e socialità.

Questo fiume che è arrivato a Genova, portando con sé pezzi di storia, le lotte del presente e le speranze per il futuro, si è scontrato con la programmazione “istituzionale” della tre giorni. Le iniziative promosse in quella veste hanno fatto fatica ad andare oltre la pura commemorazione, quasi come se il tempo si fosse fermato a vent’anni fa. Lo stesso presidio che si è tenuto oggi a Piazza Alimonda per commemorare Carlo Giuliani aveva un’impostazione rigida, quasi sterile, immobile. Molti e molte auspicavano un momento più significativo, in movimento e non statico, per dimostrare che quelle speranze di futuro sono ancora in grado di camminare. E infatti, immancabilmente, il presidio si è scaldato e alla fine ha deciso di partire in corteo, in maniera autonoma e spontanea.

La tensione di questi tre giorni – tra commemorazione e riattualizzazione – è anche la tensione tra le anime che si ritrovano a Genova: per molti e molte Genova è stato sì un punto di arrivo, come è stato un punto di arrivo per i movimenti no global degli anni ‘90. Vedendo la città in questi giorni, però, viene da pensare che per tanti e tante Genova sia stata – e sia – un punto di partenza, luogo e momento dopo il quale il movimento di massa si è trasformato in tanti rivoli che scorrono insieme, incrociandosi, paralleli, sopra e sotto, ma che, in ogni caso, riscrivono il presente immaginando un futuro diverso.

Tornare a Genova è allora un’occasione per riannodare i fili della storia e domandarsi che cosa quei giorni rappresentino nella coscienza collettiva, per ritornare sulla politica di ieri e interrogare il nostro oggi, per riscoprirne il portato storico, per domandarsi da dove veniamo e perché oggi ci sentiamo così vittime e impotenti. Tornare a Genova significa provare a rimettere insieme i pezzi: la violenza sistematica dello Stato, l’urgenza di quelle lotte, il trauma collettivo di una generazione e delle successive. É l’occasione, questa, per produrre una nuova consapevolezza. E poiché nessuno ha pagato per le brutalità commesse contro i manifestanti, siamo chiamati a riconoscere che il senso di impotenza che governa la gente comune deriva in ultima istanza da una verità che nel 2001 si è resa plastica, ossia che il potere costituito non è negoziabile, non è roba nostra, ma è difeso ben oltre i limiti della costituzionalità e del diritto civile. Quei fatti allora, in aggiunta alla risacca politica successiva agli anni ‘70, hanno costituito un nuovo tassello nell’allontanamento tra Stato e cittadini, tra polizia e popolo, tra istituzioni e paese. Oggi siamo ancora lì: con una collettività politica in pezzi e una democrazia diroccata proprio mentre le istanze di allora rivelano tutta la loro impellenza. Perciò, anziché crogiolarsi nella bontà delle proprie posizioni, questa tre giorni a Genova serva a rilanciare una nuova elaborazione politica che a partire dalla storia e dai rapporti di forza, dalle responsabilità e dalle mancanze, sappia costruire una consapevolezza politica adeguata al tempo presente e alle sue sfide.

Ne saremo all’altezza o ci ridurremo alla sola commemorazione?

  • Emilio Caja e Pietro Savastio

    Emilio Caja è ricercatore indipendente e collaboratore dell’osservatorio Borderline Sicilia. Collabora con la rivista Jacobin e il network internazionale Border Criminologies. Ha co-curato il volume “Corpi reclusi in attesa di espulsione” che uscirà nell’autunno 2021 per i tipi di Seb27. Pietro Savastio è ricercatore e progettista sociale. Collabora con l’Istituto di Ricerca Sociale (IRS) di Milano dove si occupa di progettazione, ricerca e valutazione. É attivo nel mondo dell’intervento sociale e dei movimenti, si interessa di città, pedagogie e partecipazione.

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