Mia cara Olympe

Bataclan: Valeria Solesin e la domanda potente di sua madre

“Cosa rappresentano per loro questi 130 morti, i morti che noi piangiamo e che per motivi a noi misteriosi sono diventati il loro bersaglio? Chiedo agli imputati di rispondere ed esprimere il loro pensiero”. Luciana Milani, madre di Valeria Solesin brillante dottoranda italiana alla Sorbona uccisa a Parigi nella notte buia del Bataclan, lo ha chiesto in aula a Parigi agli imputati di quella strage, ora sotto processo. Lo ha  fatto, ci dicono le cronache, con voce ferma, con la misura che abbiamo visto da subito essere  segno distintivo suo e della sua famiglia.  Ha continuato: “Ho sentito dire da uno degli imputati (Salah Abdeslam ndr) che l’uccisione di 130 persone non ha niente di personale. Questa allocuzione così banale e convenzionale mi ha fatto pensare. È rivelatrice di un pensiero più profondo e netto. Per loro questi morti non sono persone, non sono esseri umani, sono metafore di quello odiano, di quello che vogliono combattere”.

Niente di personale. Ci sono tragiche fini, quella di Valeria, di Giulio Regeni – si sta celebrando a Roma il processo per il suo omicidio in Egitto – di Antonio Pergolizzi,  giornalista radiofonico ucciso in un attentato a Straburgo nel 2018, che hanno illuminato per tutti noi la ricchezza delle loro giovani vite, generazione mobile e aperta, così lontana dalla narrazione prevalente e pigra dei giovani italici  –  quelli che vanno, quelli che restano – come eterni mammoni.  Niente di personale, laddove invece personalissima, complessa, a tratti faticosa, era la scommessa di ciascuno di loro. Niente di personale, quando in casa entra un orrore e un dolore che non finisce, quando si perde il mondo enorme e bellissimo che ciascun figlio rappresenta e davanti c’è una durissima sfida: credere nella giustizia, battersi per quella, fare di quella vita persa memoria viva.

Ecco. Ci sono domande semplici e potenti, capaci di perforare il  nostro tempo veloce e smemorato, affastellato da un  incessante e volatile brusio di fondo. Sono domande che ci  mettono di fronte alle cose grandi, hanno a che fare con il nostro principio e la nostra fine e con  ciò che ciascuno – Valeria, Giulio, Antonio, ma anche chi li ha amati e non smette di non odiare e di cercare di capire – è capace di metterci in mezzo. Sono rare, può capitare  di sentirle in un aula di giustizia, sono per tutti preziose.

 

  • Assunta Sarlo

    Calabromilanese, femminista, da decenni giornalista, scrivo e faccio giornali (finché ci sono). In curriculum Ansa, il manifesto, Diario, il mensile E, Prima Comunicazione, Io Donna e il magazine culturale cultweek.com. Un paio di libri: ‘Dove batte il cuore delle donne? Voto e partecipazione politica in Italia’ con Francesca Zajczyk, e ‘Ciao amore ciao. Storie di ragazzi con la valigia e di genitori a distanza’. Di questioni di genere mi occupo per lavoro e per attivismo. Sono grata e affezionata a molte donne, Olympe de Gouges cui è dedicato questo blog è una di loro.

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    Colonialismo e imperialismo. Due concetti che ritornano e forse non se ne sono mai andati. Il dibattito pubblico li usa come sinonimi di alcune eclatanti azioni dell’autoritarismo trumpiano: l’attacco al Venezuela con il rapimento di Maduro, le minacce a mezzo mondo, da Cuba alla Colombia, dalla Groenlandia a Panama. Le ferite del passato, il colonialismo di due e più secoli fa, e il colonialismo di oggi, per alcuni niente di più che protettorati. Pubblica ha ospitato Maria Rosaria Stabili, professoressa emerita di «Storia dell'America Latina» all'università di Roma Tre. Si è occupata nelle sue ricerche di temi come colonialismo, processi di occidentalizzazione, esilio. L’altro ospite è stato Marco Aime, antropologo, africanista e scrittore, già docente di antropologia culturale all'Università di Genova.

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