L’Antitrust ha avviato un’indagine conoscitiva sulla grande distribuzione organizzata per il forte aumento dei prezzi dei generi alimentari. L’autorità della concorrenza ipotizza pratiche scorrette, a partire dalla divaricazione tra l’inflazione generale e l’inflazione dei generi alimentari.
Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, febbraio 2022, in realtà da qualche mese prima, i prezzi hanno iniziato a correre spinti dai costi dell’energia. In quella fase l’Italia ha avuto una crescita maggiore, che ha fatto pensare che molte imprese stessero speculando sui prezzi, come riconosciuto poi anche dalla banca centrale. Quando l’inflazione ha iniziato a scendere, quella sui beni alimentari si è mantenuta elevata. Sulla base dei dati Istat, infatti, tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi del cibo sono saliti del 24,9%, 8 punti in più dell’inflazione generale.
L’Antitrust vuole capire dove nasca questa divaricazione, andando a guardare su chi ha potere di determinare i prezzi del cibo, la grande distribuzione organizzata, in particolare ciò che sta in mezzo tra scaffale e produttore: le pratiche commerciali della Gdo. Anche perché dell’aumento di prezzo, al produttore, causa anche l’aumento del costo di produzione, non è rimasto quasi nulla, in quello che l’Antitrust definisce un forte squilibrio di potere contrattuale.
Sotto la lente dunque pratiche come le supercentrali di acquisto, la richiesta di soldi ai fornitori per servizi quali l’inserimento in assortimento o la collocazione in scaffale, i prodotti a marchio usati come forma di pressione, o la scontistica che viene in realtà fatta pagare al produttore iniziale. Tutte scelte che in teoria dovrebbero contribuire a tenere i prezzi bassi, ma che in realtà non ne hanno ostacolato l’aumento. Dove sono finiti quei soldi? Ci sono state speculazioni o forme di cartello? Sono le domande a cui il garante della concorrenza cercherà di rispondere.


