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Iran, Trump non ha ancora deciso se attaccare. E intanto muove la macchina bellica

Trump

L’opzione militare contro l’Iran è ancora sulla scrivania di Donald Trump. Nonostante la frenata delle scorse ore, nonostante le dichiarazioni di Steve Witkoff secondo il quale c’è lo spazio per un accordo diplomatico con il regime degli Ayatollah sull’arricchimento dell’uranio e sull’arsenale missilistico, la macchina bellica statunitense non si è fermata. Il Pentagono ha ordinato al gruppo navale della Portaerei Lincoln di lasciare il Mare Cinese Meridionale e di dirigersi verso il Medioriente. Altre notizie parlano di numerosi jet e sistemi di difesa inviati nelle basi americane della regione. L’azione militare, che sembrava imminente due giorni fa, sarebbe stata bloccata dallo stesso Trump dopo che Israele, con una telefonata di Benjamin Netanyahu, Arabia Saudita, Qatar, Oman ed Egitto, hanno chiesto di non dare il segnale verde all’attacco perché preoccupati della possibile ritorsione iraniana sui loro territori. Per Netanyahu si è trattato di una richiesta di rinvio; il capo del Mossad, David Barnea è volato negli Stati Uniti per incontrare Steve Witkoff. Discuteranno della situazione e delle valutazioni delle rispettive intelligence. I Paesi arabi invece, hanno invitato Trump a seguire la strada della trattativa e non quella della forza. Cosa farà il presidente USA è difficile comprenderlo. Nello scorso giugno, durante la guerra con Israele, aveva usato pubblicamente toni dialoganti con l’Iran per depistare gli Ayatollah e poi aveva ordinato di bombardare i siti nucleari. Oggi, dai vertici alla Casa Bianca trapela che Trump è disposto a dare l’ordine di attacco solo nella sicurezza che il colpo sia risolutivo per abbattere il regime. Che quello sia l’obiettivo per lui e per Netanyahu è chiaro. La questione è come arrivarci senza iniziare un conflitto dall’incerta durata. Gli USA probabilmente stanno anche cercando di capire se il regime possa mutare natura dal suo interno: via gli Ayatollah e spazio ai riformisti appoggiati da alcuni settori dell’apparato di sicurezza. Il quadro è ancora confuso. Ciò che appare certo è che la repressione delle manifestazioni è stata feroce, che le proteste sono drasticamente diminuite, che gli arresti e le esecuzioni procedono, ma che per il regime non sarà facile rimanere in sella in una sorta di legge marziale perenne.

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