Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

  • PlayStop

    GR di mar 19/11 delle ore 22:30

    GR di mar 19/11 delle ore 22:30

    Giornale Radio - 20/11/2019

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di mar 19/11

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 20/11/2019

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di mar 19/11 delle 19:51

    Metroregione di mar 19/11 delle 19:51

    Rassegna Stampa - 20/11/2019

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Stile Libero di mar 19/11

    Stile Libero di mar 19/11

    Stile Libero - 20/11/2019

  • PlayStop

    Notte Vulnerabile di mar 19/11

    Notte Vulnerabile di mar 19/11

    Notte vulnerabile - 20/11/2019

  • PlayStop

    L'altro martedi' di mar 19/11

    L'altro martedi' di mar 19/11

    L’Altro Martedì - 20/11/2019

  • PlayStop

    Wi-Fi Area del mar 19/11

    Wi-Fi Area del mar 19/11

    Wi-fi Area - 20/11/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mar 19/11 (seconda parte)

    Ora di punta di mar 19/11 (seconda parte)

    Ora di punta – I fatti del giorno - 20/11/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mar 19/11 (prima parte)

    Ora di punta di mar 19/11 (prima parte)

    Ora di punta – I fatti del giorno - 20/11/2019

  • PlayStop

    Esteri di mar 19/11

    Privatizzazione della terra su ampia scala. È il piano che vuole mettere in campo il presidente ucraino Zelensky con la…

    Esteri - 20/11/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mar 19/11

    Ora di punta di mar 19/11

    Ora di punta – I fatti del giorno - 20/11/2019

  • PlayStop

    Malos di mar 19/11 (seconda parte)

    Malos di mar 19/11 (seconda parte)

    MALOS - 20/11/2019

  • PlayStop

    Malos di mar 19/11 (prima parte)

    Malos di mar 19/11 (prima parte)

    MALOS - 20/11/2019

  • PlayStop

    Malos di mar 19/11

    Malos di mar 19/11

    MALOS - 20/11/2019

  • PlayStop

    C. C. Patterson, l'uomo che ci ha salvato dagli zombie

    Fino agli anni '80, la norma era la benzina con il piombo. Cosa sarebbe successo se non fossero cambiate le…

    PopCast - 20/11/2019

  • PlayStop

    Il bambino senza nome

    Favola tratta da una raccolta curata da Amnesty International e narrata dalla cia. teatrale Aresina. A cura di Diana Santini

    Favole al microfono - 20/11/2019

  • PlayStop

    Due di due di mar 19/11 (prima parte)

    Intervista telefonica a Laura Gramuglia per il suo libro Rocket Girls, che racconta 50 storie di musiciste che hanno alzato…

    Due di Due - 20/11/2019

  • PlayStop

    Due di due di mar 19/11 (seconda parte)

    Commentiamo con Dario Maggiorini l'arrivo di Google Stadia, nuova piattaforma di gaming in streaming. (seconda parte)

    Due di Due - 20/11/2019

  • PlayStop

    AVENIDA BRASIL - 17-11-19

    Latin Grammy 2019 per la lingua portoghese (20a edizione). Playlist: 1. Fragmento lirico, Gil (Grupo Corpo), Gilberto Gil, 2019 2.…

    Avenida Brasil - 20/11/2019

  • PlayStop

    Due di due di mar 19/11

    Due di due di mar 19/11

    Due di Due - 20/11/2019

  • PlayStop

    Jack di mar 19/11 (seconda parte)

    Jack di mar 19/11 (seconda parte)

    Jack - 20/11/2019

  • PlayStop

    Jack di mar 19/11 (prima parte)

    Jack di mar 19/11 (prima parte)

    Jack - 20/11/2019

  • PlayStop

    Jack di mar 19/11

    Jack di mar 19/11

    Jack - 20/11/2019

Adesso in diretta
Programmi

Approfondimenti

Le redini del governo sono in mano a Salvini

Condono fiscale del Governo Conte

In Parlamento i numeri non cambiano, il gruppo dei Cinque stelle è sempre il più grande, ma i rapporti di forza nel governo invece si sono totalmente ribaltati e le redini del comando a Palazzo Chigi le ha Salvini, né Conte, che non ha ancora commentato il voto, né Di Maio ormai. (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il blitz non violento: libri nelle periferie romane

Movimento NonViolento

Portare i libri e i quaderni pubblicati dal Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini nelle periferie più difficili di Roma, quelle di Casal Bruciato dove una donna rom con la figlia in braccio è stata circondata, insultata e minacciata mentre entrava nella casa a lei assegnata, o quelle di Torre Angela, i quartieri che CasaPound pensa di poter presidiare imponendo una rappresentanza solo di tipo neofascista. (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Gli studenti ricordano le vittime del terrorismo

Come vedono gli studenti di oggi gli anni bui del terrorismo degli anni Settanta e Ottanta quando anche i loro genitori erano ancora bambini? La distanza tra chi aveva vent’anni nel ’78 e il fascismo è minore di quella che passa tra gli anni di piombo e chi ha ora diciotto anni: quaranta anni. Eppure i ragazzi guardano al passato, coltivano la memoria con la paura del presente, con l’odio e il rancore che ritorna a soffiare, alimentato, come ha detto una ragazza intervenuta oggi tra gli applausi, anche “da chi sta al governo”. (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La “strage dei bambini” è ancora senza colpevoli

morti senza colpevoli

L’hanno chiamata la “strage dei bambini” del Mediterraneo. Era l’11 ottobre del 2013 e un peschereccio con cinquecento persone a bordo si capovolse. 212 persone sopravvissero, 26 i corpi recuperati e il maggior numero è stato quello dei dispersi, tra questi sessanta bambini e adolescenti. (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

I meriti dei figli non ricadano sui padri

Questa volta la citazione potrebbe suonare così: “I meriti dei figli non ricadano sui padri”, e soprattutto i padri ministri delle finanze. Come era accaduto a Padoan nei governi di centrosinistra, anche Tria pare soccombere allo stesso destino: i figli che scelgono di compiere gesti di cui forse in privato essere molto orgogliosi ma che in pubblico generano parecchio imbarazzo.

(altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Aquila 10 anni dopo: migliaia in Italia le scuole a rischio

Edifici scolastici a rischio

“Se siamo qui a parlare di sicurezza nelle scuole dopo 17 anni dalla morte di 27 alunni con la loro maestra vuol dire che la classe politica non ha proprio capito la lezione”. C’è molta amarezza nelle parole di Antonio Morelli, presidente del Comitato delle vittime di San Giuliano di Puglia. (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’Orchestra dei braccianti contro il caporalato

orchestra di migranti
Hanno grandi progetti, portare la loro musica in giro per l’Italia, e con la musica nel tour che progettano di fare, sperano di raccontare anche quello che accade nella grandi baraccopoli e ghetti del sud Italia, dove il caporalato trova braccia da sfruttare per il lavoro nelle terre e dove a volte si muore anche.

(altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’arresto di De Vito e l’Onestà tradita

Cancellato dagli iscritti, espulso immediatamente dal Movimento. La scelta di Di Maio nei confronti di De Vito, arrestato questa mattina con l’accusa di aver intascato tangenti, è stata immediata.

In questo caso nessun garantismo per una vicenda dai contorni netti e che oltre a mettere in difficoltà la sindaca Raggi, di cui ora il gruppo della Lega in Campidoglio sembrerebbe chiedere le dimissioni, complica parecchio il cammino di Di Maio per uscire dalla secche in cui si trova il suo Movimento sia nella alleanza di governo che a livello locale. A cominciare già dalle prossime ore.  (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Un “colpo alla memoria” nella Roma pentastellata

vota garibaldi garbatella
“Vota Garibaldi lista n.1”: la conoscevano tutti quella scritta nella piazza proprio di fronte al palazzo che con la statuetta dell’ostessa Garbata dà il nome al quartiere. Dal 1948 questa scritta in rosso sbiadito occupava un muro di Garbatella, un quartiere popolare, da sempre a sinistra.

(altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Una proposta per risarcire i terremotati del Centro Italia

terremoto-Amatrice-4

“Dopo un terremoto le prime persone ad essere dimenticate sono quelle che hanno perso qualcuno, che hanno subito un lutto”. Mario Sanna pronuncia queste parole ma non riesce a spiegare perché accade una cosa del genere. Si pensa affannosamente alla ricostruzione, alle case, alle fabbriche, all’economia locale, ma si rimane lontani dal dolore incommensurabile di chi ha perso qualcuno sotto le macerie. Per pudore, per scelta, ma così è. (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Elezioni in Sardegna: il ritorno del bipolarismo

Con percentuali che in tarda serata ancora variano tra il nove e il dieci per cento, il risultato in Sardegna rappresenta per i cinque stelle una debacle, una sconfitta che il candidato nell’isola ammette, sottolineando che ha fatto sostanzialmente la campagna da solo, ma che a Roma cercano di camuffare assicurando che non c’è nessun problema per il governo. (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La partita a scacchi tra Lega e M5S

Salvini - Conte - Di Maio

Il primo dossier su cui si misurerà l’irrigidimento dei Cinque stelle dopo la vittoria netta di Salvini e la loro sconfitta si chiama Tav. Toninelli ha annunciato che già stasera l’attesa analisi costi benefici sarà sul tavolo di Di Maio e Salvini, “ora parlano i dati” aggiunge, quasi un avvertimento che quell’opera non si deve fare e che non cederanno.   (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Commemorazione Rigopiano: le promesse di Salvini alle famiglie delle vittime

Matteo Salvini

Se esistesse una divisa che identifica un papà, l’avrebbe sicuramente messa. In assenza, Salvini ha indossato quella solita della polizia. E con quella ha poi dichiarato ai giornalisti: “Quando parli con le mamme e i papà da papà…” Il sottinteso è che il governo precedente non è stato abbastanza “papà” quanto lui, al punto che ha raccontato di essere stato ricevuto dai famigliari delle vittime nelle loro case: “Mi hanno permesso di entrare nelle loro case, nei loro negozi, nei loro ricordi, e questo è prezioso”. (altro…)

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Salvataggio Carige: M5S e Conte in imbarazzo

Luigi Di Maio e Giuseppe Conte

Giuseppe Conte nega l’esistenza di un conflitto di interessi sul decreto Carige e conferma che ha partecipato e anche votato al Consiglio dei ministri che lunedì in tarda serata, e a sorpresa  senza che nessuno fosse al corrente dell’ordine del giorno, ha deciso il salvataggio della banca ligure.

Il possibile conflitto di interessi è solo uno degli aspetti controversi sollevati dall’opposizione, e forse quello meno dirompente, visto che a provocare una grande quantità di critiche e a mettere in difficoltà Di Maio con il proprio elettorato è soprattutto la scelta di salvare una banca con i soldi pubblici, un atto che hanno sempre contestato in maniera forte in Parlamento, soprattutto nel caso “banche venete” e in quello di Banca Etruria: per l’elettorato dei cinque stelle ma anche per alcuni parlamentari (Paragone e Lannutti sono i due senatori che escono allo scoperto) è l’ennesimo tradimento delle promesse fatte in campagna elettorale.

Per quanto riguarda il conflitto di interessi, un’interrogazione parlamentare del Pd  ha chiesto conto al presidente del Consiglio del ruolo ricoperto per anni da Guido Alpa come consigliere della banca Carige e se il decreto votato a Palazzo Chigi non fosse una violazione in questo senso. Il giurista Alpa e Giuseppe Conte hanno avuto per molto tempo infatti un rapporto di amicizia e collaborazione, ma Conte, come era accaduto a proposito del concorso per una cattedra a Firenze per la seconda volta nega di essere stato socio di uno studio legale con il professore di diritto, nonostante nel suo curriculum l’avesse fatto intendere. Un sospetto di conflitto di interessi che si ripresenta ciclicamente.

Ma resta tutta la questione politica ed è quella che preoccupa di più Di Maio in questa fase di sondaggi calanti e di campagna elettorale alle porte per le europee, che lo porta quasi con affanno a cercare di distinguersi e di ritagliarsi temi da cavalcare come è stato nei giorni scorsi, con una superficialità pericolosa, il caso dei gilet in Francia. E Salvini lo ha capito, non a caso sulla Banca Carige ha speso una striminzita frase in difesa del collega di governo e nient’altro.

E’ il boomerang, le accuse e il fango gettato addosso al Pd per anni per i decreti salva banche che ora si ritorcono contro. Per tutto il giorno sui siti sono passati i video dei discorsi di Di Maio e Di Battista in Parlamento contro il salvataggio di Banca Etruria e ovviamente l’intero Pd per un giorno ha ritrovato una ormai dimenticata unità nel ricordare a Di Maio il passato.

Ma al capo dei Cinque stelle preoccupa di più il mancato appoggio della sua base, nel post che in tarda mattinata ha scritto si legge l’evidente difficoltà a spiegare, e il risultato è quasi controproducente o addirittura grottesco: scrive che neanche un euro è stato stanziato, che “abbiamo scritto in una legge che se serve lo stato potrà garantire nuovi titoli di Stato e potrà ricapitalizzare. Speriamo che non serva”, e conclude con un invito ai suoi elettori “Svegliaaaa”. Nonostante la giustificazione generale secondo cui i cinque stelle difendono i risparmiatori e il Pd difendeva solo i banchieri, i commenti sono perlopiù negativi e di critica, di chi si sente preso in giro.

E’ possibile che la festa che i capi del Movimento starebbero organizzando per festeggiare il decreto sul reddito di cittadinanza faccia dimenticare il decreto “salva Carige”, ma è l’ennesima scelta che si unisce al dietrofront su trivelle, Tap e chissà se nelle prossime settimane anche Tav.

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Caos al Senato, la manovra all’ultimo momento

Ancora una giornata passata senza che nessuno sapesse nulla della legge di bilancio, del maxi emendamento riscritto seguendo le richieste della Commissione Europea.

Per tutta la giornata i senatori dell’opposizione, ma pure quelli della maggioranza e questi ultimi anche un po’ imbarazzati, hanno fatto la spola tra gli uffici, l’aula e la buvette, aspettando notizie da Palazzo Chigi. E per dissimulare l’imbarazzo i più temerari della maggioranza hanno improvvisato interventi in aula in cui tentavano di negare la realtà: Bagnai, il leghista anti euro ad esempio ha detto che con questa manovra il “governo ha mostrato di non essere subalterno nei confronti dell’Europa e l’anno prossimo con le elezioni cambierà ancora di più la musica per Bruxelles”, parole accolte da applausi di scherno e dalle risate di Renzi.

Il 21 di dicembre, a dieci giorni dalla fine dell’anno, la manovra economica ancora non c’è. E’ la prima del governo sovranista, che doveva scardinare l’austerità in Europa, con quella stima iniziale del rapporto deficit pil al 2,4%,  festeggiato al balcone di Palazzo Chigi, e difeso dagli appelli di Bruxelles con i “me ne frego” di Salvini.

Il maxiemendamento arriverà oggi, dopo ore di rinvii continui, il governo dovrebbe presentarlo in aula nel pomeriggio e nella sera intorno alle 20 ci sarà il voto di fiducia. Sempre che la Ragioneria dello Stato finisca di fare tutti i controlli che ha l’obbligo di effettuare: la legge di bilancio è a questo punto nuova, con nuovi saldi e nuove stime da valutare nel loro impatto sui conti pubblici. Imposta dall’Europa per non avviare la procedura di infrazione, annunciata da Moscovici con una conferenza stampa che si è svolta prima di quella di Conte.

I senatori voteranno al buio, a scatola chiusa, prendere o lasciare, compresi quelli della Lega e dei Cinque stelle, tra cui il piccolo gruppo di cosiddetti dissidenti, che sottovoce esprime qualche mugugno, lamentandosi ad esempio che Salvini ha voluto aggiungere in un Consiglio dei ministri che si è svolto ieri pure il carico delle Autonomie regionali, un argomento su cui non c’è sintonia tra Lega e Cinque stelle, ma per ora i dissidenti rimangono zitti: la legge di bilancio è una partita troppo importante e decisiva per le sorti del governo.

Il governo della trasparenza, dello streaming, delle occupazioni dei tetti contro i voti di fiducia, fa ciò che non è mai stato fatto nella storia parlamentare: far votare una manovra senza neanche dare il tempo al Parlamento di leggerla, ci sono stati innumerevoli voti di fiducia, ma quanto meno il Parlamento conosceva, discuteva e tentava di cambiare in aula i testi. Un’ offesa alle Istituzioni a cui addirittura Giuseppe Conte, non si sa se per ulteriore sfregio o per inconsapevolezza, voleva aggiungere l’umiliazione della conferenza stampa di fine anno in una sala del Senato per annunciare in diretta Tv i successi dei primi mesi del governo, compresa la cosiddetta manovra del popolo, che il Parlamento ancora nemmeno conosceva. La conferenza stampa è stata in serata rinviata.

Del popolo la Legge di bilancio ha ben poco, perché per finanziare quota cento e reddito di cittadinanza, pure ridimensionati, sono previste nuove tasse e tagli, con la minaccia di un aumento dell’Iva dal 2020, talmente grande che fa pensare che il governo non riesca a porsi nemmeno l’obiettivo di arrivare fin là, fermandosi ad una manovra che doveva essere elettorale, ma che rischia di non accontentare, di non esserlo nemmeno per coloro che hanno votato Lega e Cinque stelle.

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Finalmente libero”. Assolto Denis Cavatassi

Sono finalmente libero”. Alle 5,30 di questa mattina il telefono di Romina Cavatassi si illumina. Il fratello, per sette anni coinvolto in una complicata vicenda giudiziaria, detenuto e condannato a morte, manda il suo primo messaggio da uomo libero. La Corte suprema della Thailandia ha ribaltato la sentenza e ha assolto con formula piena il cinquantenne abruzzese, che ora è atteso in Italia, forse per Natale.

Era l’unico italiano condannato all’estero alla pena di morte, si sono mossi in tanti negli ultimi mesi per chiedere la sua liberazione, l’ultimo appello in ordine di tempo è stato quello del Presidente della Camera.

Denis Cavatassi era stato condannato con l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio del suo socio in affari, Luciano Butti, ucciso con alcuni colpi di pistola nel 2011. Cavatassi si era recato alla polizia per essere utile alle indagini, invece finì in manette. I suoi difensori hanno sempre sostenuto che non ci fossero prove a suo carico, inizialmente era stato rilasciato dietro al pagamento di una cauzione e anziché tornare in Italia era rimasto in Thailandia perché convinto di poter dimostrare la propria innocenza.

Invece per ben due gradi di giudizio, prima nel 2015 e poi nel 2017, era stato condannato alla pena capitale. Dopo l’ultima sentenza, dal 2017, si trovava in prigione. Sono stati mesi durissimi, in alcune lettere alla famiglia descriveva la detenzione, al limite della sopportabilità umana: per un mese e mezzo con i ceppi ai piedi e una catena fissata al muro, raccontavano i famigliari in Italia, in duecento in una stanza che ne poteva contenere la metà.

La campagna per la sua liberazione si è intensificata a ridosso dell’attesa sentenza della Corte Suprema. La famiglia è stata assistita da Alessandra Ballerini, la stessa legale che difende la famiglia Regeni, ci sono stati appelli di molte personalità della cultura e della politica, Luigi Manconi tra gli altri.

Per ultimo anche l’invio di molte lettere di cittadini comuni e di scrittori, Moni Ovadia tra i primi, l’iniziativa “Una lettera per Denis” era stata pensata dalla famiglia per far sentire la mobilitazione e la solidarietà dall’Italia.

Oggi la sentenza. “Sono strafelice e ringrazio tutti coloro che ci hanno aiutati”, dice la sorella, che attende di poterlo risentire già stasera e vedere presto in Italia, insieme alla moglie thailandese e la figlia di otto anni.

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Italia in crisi con le istituzioni europee

Salvini - Conte - Di Maio

Era quasi mezzogiorno quando è arrivata la notizia della bocciatura della manovra da parte della Commissione Europea e il Presidente del Consiglio e i due vicepremier erano in aula a Montecitorio con parecchi ministri, non per riferire immediatamente sull’avvio di una procedura di infrazione mai avvenuta in Italia, ma per blindare i gruppi parlamentari e controllarsi l’un l’altro per non far andare sotto la maggioranza sul decreto anticorruzione.

Questa è una delle immagini del Parlamento in una giornata forse storica negli ultimi anni: le notizie da Bruxelles hanno creato immediatamente una tensione tra tutti i parlamentari, tutti scorrevano lo schermo dei loro cellulari, Salvini entrava e usciva dall’aula per parlare al telefono o con i giornalisti, ma il governo in aula ha mantenuto per ore la consegna del silenzio. Nessuno è intervenuto per rispondere alle ripetute richieste delle opposizioni di sospendere una seduta che appariva surreale e discutere invece della crisi con le istituzioni europee.

Un’informativa forse ci sarà domani, per oggi invece bisogna andare avanti nel voto di un provvedimento a cui tiene Di Maio e che i leghisti insieme a Forza Italia hanno creato un inciampo. Di Maio non si è mosso dall’aula e Salvini probabilmente farà altrettanto tra qualche giorno sul decreto sicurezza.

Questo è lo stato della fiducia tra alleati, piuttosto bassa, ma al momento sono costretti a camminare insieme, perché in due hanno scritto una manovra fatta apposta per essere bocciata, e insieme devono portarla all’approvazione in Parlamento.

A meno che non ci siano interventi esterni, una posizione forte da parte del Capo dello Stato perché l’Italia eviti sanzioni dure, o un passo indietro di Salvini, che è l’unico al momento che potrebbe trovare un’altra maggioranza in Parlamento. Berlusconi oggi ha riunito i suoi e ha fatto sapere che per lui il patto Lega e Cinque stelle è ormai logoro, il concetto lo esprime meglio Tajani: “Salvini apra una riflessione e decida che fare”. Tradotto: noi ci siamo, forse anche senza passare da nuove elezioni.

A molti ciò che sta accadendo in queste ore ricorda il 2011 e il traumatico passaggio dal governo Berlusconi a quello Monti. Lì ci fu un intervento forte di Napolitano, e per il momento Mattarella non sembra seguire quell’esempio. Ma Renzi già mette le mani avanti e dice: “Nessun monti bis, se cade il governo, si vada al voto”.

Salvini - Conte - Di Maio
Foto | Palazzo Chigi
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’Aula di Montecitorio compie 100 anni

100 anni di Camera dei Deputati

Cento anni fa, esattamente il 20 novembre del 2018, veniva inaugurata la nuova Camera dei Deputati, come la conosciamo adesso, con l’emiciclo progettato da Ernesto Basile, l’architetto campione del liberty in Italia. I lavori durarono anni, interrotti a causa della Grande guerra.

La costruzione della nuova aula era stata caldeggiata da Crispi negli ultimi anni dell’800 visto che erano diventate complicate le sedute del Parlamento, con un numero di deputati maggiore che nel passato; nella piccola aula Comotto faceva freddissimo in inverno, e molto caldo d’estate e l’uso necessario del ventaglio diede vita all’ancora attuale cerimonia del Ventaglio.

A due settimane dalla fine della Prima Guerra mondiale, il 20 novembre, nella grande aula con il velario liberty di Beltrami e il fregio di Sartorio che gira intorno all’immenso emiciclo, il presidente Giuseppe Marcora disse “La seduta è aperta”.

Pochi potevano immaginare cosa sarebbe accaduto proprio in quell’aula da lì a quattro anni, con la marcia su Roma, le squadracce fasciste che portarono Mussolini al potere, la fine della Camera dei Deputati nelle sue funzioni legislative per diventare la Camera dei Fasci e delle Corporazioni per tutto il ventennio fascista.

Tantissima storia, che è passata questa mattina sugli schermi che di solito riportano i risultati delle votazioni e che questa volta invece hanno trasmesso per gli abitanti attuali del Parlamento gli eventi più importanti del secolo passato.

Nel silenzio generale sono risuonati nell’aula il discorso di Mussolini sulla Camera dei Deputati come “bivacco di manipoli”. Si sono sentite le ultime parole di Matteotti in aula nel ’24 prima che venisse ucciso, il ricordo di Amendola e poi l’emozione dell’Assemblea costituente e il ritorno della democrazia e l’inizio della Repubblica.

Nell’aula c’erano deputati e ospiti, per lo più studenti e una delegazione della famiglia di Ernesto Basile. Accompagnati da Sgarbi, per l’occasione tornato ad essere storico dell’arte, la nipote di Basile, una signora novantenne che ricordava quando il nonno le faceva attraversare il Transatlantico, il “corridoio dei passi perduti“, e i suoi pronipoti sono stati accompagnati lungo il grande corridoio progettato dal loro parente, passando attraverso capannelli di deputati che un minuto dopo la celebrazione già discutevano dei decreti più complicati, a rischio crisi, come quello sulla sicurezza.

Il documentario sui cento anni è andato anche oltre, si sono ripercorse le battaglie parlamentari per la legge sul divorzio, per i trattati europei, fino allo sgomento a Montecitorio quando arrivò la notizia del rapimento di Moro e dell’attentato di via Fani, e poi il discorso di Craxi sulle tangenti e i finanziamenti ai partiti di cui tutti sapevano “i fatti si incaricheranno di dichiararlo spergiuro”. Applausi dall’aula, indifferentemente sia quando sullo schermo è apparso Craxi che quando si sono trasmesse le immagini del Parlamento dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino.

Per alcuni un po’ di insofferenza, Rampelli di Fratelli d’Italia è uscito prima dall’aula, indignato perché, racconta, non si è ricordata abbastanza la vittoria e il sacrificio della Grande Guerra. In aula banchi del governo e dei deputati erano a parti invertite.

Sugli scranni più alti gli storici con i discorsi sul centenario, di fronte il Presidente della Repubblica Mattarella e l’ex capo dello Stato Napolitano, c’era il Presidente del Consiglio Conte, ma né Di Maio né Salvini.

Per i parlamentari, soprattutto i più giovani, la sensazione di una lezione di storia, una storia molto più grande di loro, da cui sentirsi quasi in soggezione e difficilmente testimoni ed eredi, quasi un peso, considerando il motto con il quale i deputati del Movimento Cinque Stelle entrarono per la prima volta in aula: “Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”.

La diretta da Montecitorio della cerimonia per il Centenario dell'Aula con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Posted by Roberto Fico on Tuesday, November 20, 2018

100 anni di Camera dei Deputati
Foto | Quirinale
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il film su Stefano Cucchi in Parlamento

Il luogo è altamente simbolico, la grande aula dove si riuniscono i gruppi parlamentari. È qui, quindi in Parlamento, che è stato proiettato il film su Stefano Cucchi, “Sulla mia pelle“. L’ha fortemente voluto il presidente della Camera Roberto Fico, che ha aperto la sala non solo a Ilaria Cucchi, l’avvocato e il regista del film, ma ai cittadini che si sono messi in fila per assistere alla proiezione.

La verità non fa mai male, fa sempre bene, alle istituzioni, alla Polizia, ai Carabinieri, agli apparati dello Stato“, ha detto il Presidente della Camera che, come sul tema dei diritti e dei migranti, si pone in controtendenza alle scelte di Salvini e ai silenzi del suo collega di Movimento, il vicepremier Di Maio che sulla questione Cucchi e non solo preferisce non parlare per non aprire un altro fronte di scontro con l’alleato di governo.

Alla Camera ospitiamo la proiezione del film sulla morte di Stefano Cucchi.
Questo il mio saluto e il ringraziamento a Ilaria.

Posted by Roberto Fico on Tuesday, November 13, 2018

Salvini non c’era alla proiezione in Parlamento e non ha campato scuse, ha snobbato l’evento dicendo che “non ho tempo per andare al cinema“. Un altro modo per dimostrare il distacco dalla famiglia, ha dovuto accettare le accuse e le prove che emergono nei confronti dei Carabinieri, ma non vuole andare oltre.

Ho invitato Ilaria Cucchi due o tre volte, ha detto il ministro dell’Interno, la porta è aperta, ma sono qui da cinque mesi, che devo fare?“, chiede ancora Salvini, ma la risposta l’aveva data la stessa Ilaria Cucchi quando sono state svelate le nuove verità sulla morte del fratello. Voleva che Salvini chiedesse scusa, prima di varcare la porta del Viminale. Ma le scuse non sono arrivate ancora.

Diverso l’atteggiamento di Fico, che sembra voler cercare delle battaglie, delle cause nelle quali poter mostrare un volto diverso dei Cinque stelle, lontano dalle scelte di Di Maio, compresi gli attacchi che il vicepremier rivolge alla stampa e che Fico tenta di attenuare.

E Ilaria Cucchi ha sottolineato l’apertura e la disponibilità dell’interlocutore, rivolta al Presidente della Camera, ha ricordato “La nostra è una famiglia per bene, che delle istituzioni si è sempre fidata e continuerà a farlo, nonostante ci sia qualcuno che voglia far passare il messaggio che ci sia tra noi e le istituzioni una guerra in corso“.

Sulla vicenda Cucchi si sono persi anni, il Parlamento con una commissione di inchiesta era arrivata alla conclusione che la morte era stata causata da una mancata assistenza medica. Anni perduti, con parlamentari come Giovanardi che hanno volgarmente liquidato l’omicidio dicendo che si trattava solo di un drogato.
Dopo undici anni, un’inchiesta e testimonianze hanno riaperto il caso, puntando i riflettori sulle colpe dei Carabinieri. La Camera dei deputati apre le sue porte a Ilaria Cucchi, e al film sulla morte del fratello, come fossero scuse tardive alle quali Salvini ha scelto di non associarsi.

Sulla mia pelle Stefano Cucchi 2

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il Movimento 5 Stelle rischia di perdere Roma

Virginia Raggi - Roma

Un fine settimana difficile per i Cinque stelle e questa volta non c’entrano i grattacapi causati da Salvini. Le preoccupazioni arrivano dalle due grandi città governate dalle sindache a Cinque stelle, Torino e Roma.

Nel capoluogo piemontese Chiara Appendino deve affrontare la manifestazione pro-Tav in piazza e le pressioni del centrodestra, compreso l’alleato di governo, affinché i lavori si facciano. A Roma il problema è ancora più grave, perché è attesa la sentenza per il processo in cui Virginia Raggi è indagata per falso.

Le regole del Movimento parlano chiaro, se condannata la sindaca della Capitale dovrà dimettersi e Di Maio lo ha ribadito: “Il nostro codice parla chiaro e lo conoscete“, ha detto il vicepremier che avrebbe voluto fortemente non affrontare anche questa grana e per diverse ragioni: le dimissioni obbligate dopo una sentenza di condanna, anche solo in primo grado, non è l’unico tabù che dovrebbe cadere nel Movimento, ce n’è un altro altrettanto importante: la regola del doppio mandato che impedirebbe a Di Maio di ricandidarsi se il governo dovesse cadere per mano leghista.

Due capisaldi del movimento di Grillo che aprirebbero una grande crisi interna, ma se il capo dei Cinque stelle dovesse scegliere di rompere un tabù sicuramente sarebbe quello del doppio mandato e non della salvezza di Virginia Raggi.

Se la sindaca di Roma sarà condannata si aprirà un altro capitolo, anche di ulteriori tensioni nella maggioranza. Non è un segreto che la Lega aspiri a prendersi Roma, magari in alleanza con Giorgia Meloni, che ce l’aveva quasi fatta alle scorse elezioni se non fosse stato per le divisioni nel centrodestra.

Salvini da un po’ di tempo sta prendendo di mira le inefficienze e i risultati pessimi della giunta romana per criticare la sindaca. Il caso di Desirée, la ragazza uccisa a San Lorenzo, è l’ultimo esempio e perdere Roma per i Cinque stelle, anche se nell’ultimo anno è apparsa più una zavorra che una ricchezza, sarebbe un brutto segnale in vista delle prossime elezioni. Una sconfitta che sarebbe anche il simbolo dei risultati insoddisfacenti nel resto d’Italia.

Virginia Raggi - Roma

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Lettere dagli scrittori a Denis Cavatassi

Roberto Fico incontra i familiari di Denis Cavatassi

Ci sono quasi tremila prigionieri italiani nelle carceri straniere, ma il caso di Denis Cavatassi in carcere in Thailandia è ancora più drammatico, perché rischia la pena di morte.

La famiglia, gli avvocati, le istituzioni che si sono mobilitati per la sua scarcerazione sono convinti della sua innocenza e chiedono che venga liberato. Gli appelli si fanno ancora più insistenti perché si avvicina la pronuncia della Corte Suprema thailandese, che deve confermare o annullare le sentenze precedenti. E per questa ragione la famiglia ha ottenuto un incontro con il presidente della Camera Roberto Fico, che si conferma coerente con una sua personale linea politica in difesa dei diritti umani, in questo caso nel tentativo di evitare che un cittadino italiano possa finire nel braccio della morte in Thailandia.

Denis Cavatassi, ha 50 anni, è originario di Tortoreto e si trova nelle prigioni thailandesi dal 2011 con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del suo socio in affari, Luciano Butti, ucciso a Phuket dove entrambi gestivano un ristorante. Si è sempre dichiarato innocente e i suoi avvocati sostengono e sono convinti che non ci siano mai stati prove della sua colpevolezza.

Inizialmente era stata pagata una cauzione e Cavatassi sarebbe potuto tornare in Italia, allontanandosi da un nuovo arresto, ma ha preferito rimanere in Thailandia, dove ha una moglie e una figlia piccola, convinto di poter provare la sua innocenza. Dopo la sentenza di primo grado è stato arrestato e da allora si trova in prigione, dove il sovraffollamento produce condizioni di vita e detenzione durissime.

La famiglia gli è molto vicina, la sorella l’ha incontrato varie volte, anche per fargli sentire e percepire la mobilitazione che si è attivata in sua difesa, dalla comunità di origine a Tortoreto, dove ad agosto si è svolta una fiaccolata molto partecipata, fino all’incontro con alcuni parlamentari che si occupano del suo caso e ora con il Presidente Fico. Insieme a questo c’è un’azione diplomatica da parte dell’ambasciata italiana a Bangkok.

Denis – racconta la sorella Romina – vuole essere ottimista, studia il thai, legge molto, si interessa di ciò che accade in Italia, non ha mai perso la speranza di vedere riconosciuta la propria innocenza“. E da oggi si aggiunge un’altra iniziativa importante: “In questi mesi ha ricevuto molte lettere di solidarietà e visto che non può ricevere molti libri“, dice ancora la sorella, “allora abbiamo chiesto agli scrittori di mandare delle lettere a Denis, invece dei libri”. E questa proposta ha già un’adesione: si tratta di Moni Ovadia che ha deciso di scrivere a Denis, in attesa di tornare ad essere un uomo libero.

Ho voluto incontrare questo pomeriggio alla Camera i familiari di Denis Cavatassi, nostro concittadino detenuto in…

Posted by Roberto Fico on Tuesday, November 6, 2018

Roberto Fico incontra i familiari di Denis Cavatassi
Foto dalla pagina FB di Roberto Fico https://www.facebook.com/roberto.fico.5/
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

San Lorenzo, quartiere rosso che non c’è più

giustizia per Desirée - Roma

La scritta “giustizia per Desirée” e i cuoricini disegnati con la vernice rossa sul cancello di ferro è l’unica cosa che mette d’accordo tutti quelli che sono accorsi in via dei Lucani dalle varie zone di San Lorenzo.

Troppo drammatico ciò che è accaduto dietro quel cancello, in un capannone abbandonato da anni e rifugio da almeno cinque di sbandati e spacciatori. Una ragazza di sedici anni è stata violentata e uccisa dentro quello stabile. È l’evento più grave degli ultimi anni che ha scosso una comunità che un tempo era unita da una storia comune, che rendeva unico quel quartiere, simbolo della resistenza dopo il bombardamento del luglio 1943, descritto mirabilmente nella pagine di “La storia” di Elsa Morante, e Medaglia d’oro al valor militare.

Ora San Lorenzo è cambiato, ha subito una trasformazione che l’ha divisa in due: da una parte gli abitanti sempre più stanchi del degrado, della sporcizia, delle aree abbandonate, come in via dei Lucani lungo lo scalo di San Lorenzo, accanto alle bellissime mura romane. Dall’altra parte gli studenti, chi “viene da fuori”, studenti della Sapienza, l’Università che si trova a poche centinaia di metri da lì, universitari fuori sede oppure ragazzi romani che frequentano San Lorenzo per la movida serale.

Una contrapposizione che è emersa nel primo pomeriggio davanti a quel cancello, quando si è saputo che sarebbe arrivato Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno, che già al mattino aveva annunciato la sua visita con lo slogan delle “ruspe in azione” contro gli immobili occupati lamentandosi del degrado di Roma.

Si sono radunate per prime le ragazze di “Non una di meno“, per protestare contro l’ennesimo femminicidio, ma anche contro la visita del capo della Lega, accusato di strumentalizzare la morte di Desirée per la sua campagna elettorale permanente, un’accusa del resto condivisa anche dal centrosinistra.

Viene oggi, ma è in ritardo perché è da tempo che la situazione è questa – dice una ragazza che ha raggiunto il presidio per contestare Salvini – ora se la prenderanno ancora di più con gli stranieri, ma questo omicidio avrebbe potuto compierlo anche un bianco, il problema – prosegue – è che San Lorenzo non è più un quartiere sicuro per i ragazzi che ci vivono, soprattutto per noi ragazze“.

E rispetto ai contrasti con gli abitanti, per la studentessa si tratta di una “contrapposizione ambigua, gli abitanti si ritengono una cosa a sé stante rispetto a noi, ci dicono “noi l’abbiamo fatto il quartiere” e ci vivono come in un clan“. È la spia di un disagio generale e di una metamorfosi nella quale i più anziani non si riconoscono più. Lentamente spariscono le botteghe artigiane tipiche di San Lorenzo, molte case diventano dormitori per gli studenti, che pagano a gran prezzo, fino a 500 euro, un posto letto.

giustizia per Desirée - Roma

E accade anche che molti se la prendano con gli stranieri accusandoli della sporcizia, dell’immondizia sui marciapiedi o delle bottiglie lasciate per strada; al di là del reale degrado della zona dove è stata uccisa la ragazza, luogo di spaccio e di riparo per senzatetto, denunciato da tempo dagli abitanti che hanno chiesto più controlli.

Da circa cinque anni è così” – racconta Emiliano Venturini, presidente del comitato di quartiere di San Lorenzo, un uomo di circa 40 anni che ci tiene a dire di essere di sinistra, di aver avuto nella sua famiglia nonni e parenti deportati nei campi di concentramento. L’impressione è che l’appartenenza di sinistra sia una cosa importante, ma che riguarda più il passato che il presente, categorie alle quali nemmeno a San Lorenzo si riconoscono più.

Noi denunciamo questa situazione ben da prima che venisse Salvini, ma questo non ha cambiato il nostro modo di vedere le cose e il nostro atteggiamento, non si sono mai verificati attacchi da parte dei cittadini verso gli stranieri, come è accaduto altrove, (il riferimento è al Tiburtino III, agli attacchi di Casapound contro gli immigrati) anzi li abbiamo aiutati in molte occasioni, ma di fronte ad un fatto così grave è normale che la gente possa pensare che ciò che è stato fatto non è servito a nulla, e anche la sinistra – continua il rappresentante del comitato di quartiere – deve farsi un esame di coscienza per capire quale posizione prendere per scongiurare che luoghi di memoria storica come San Lorenzo arrivino ad inneggiare a Salvini“.

E infatti se molti ragazzi hanno contestato Matteo Salvini, impedendogli di avvicinarsi, salvo poi tornare nel pomeriggio quando non c’era più nessuno per lasciare una rosa davanti al cancello, altri abitanti invece lo hanno applaudito dicendo “salvaci da ‘sta giungla“. E dopo che il capo della Lega se ne è andato hanno continuato a discutere animatamente tra loro sulla strada.

Non è la prima volta che la violenza sessuale e la morte di una donna a Roma per mano di uno straniero, diventa tema di campagna elettorale e di scontro politico. L’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007 segnò la svolta che portò alla vittoria di Alemanno contro Rutelli, una campagna elettorale vinta sul tema della sicurezza.

Salvini ha vinto le elezioni soffiando sul fuoco della paura e dell’immigrazione e ora lo impone anche su Roma, rendendo ancora più debole la gestione politica di Virginia Raggi, che se sarà condannata nel processo a suo carico per il caso Marra, dovrà dimettersi e dopo l’eventuale commissariamento Salvini vede già sullo sfondo l’alleanza con Giorgia Meloni e la conquista per la Lega anche della Capitale.

giustizia per Desirée - Roma

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La via di Terra contro i muri e i porti chiusi

mediterranea

Il rimorchiatore battente bandiera italiana “Mare Jonio” continua la sua missione, cioè illuminare quel tratto del Mediterraneo percorso dai trafficanti di esseri umani, togliendolo dal buio nel quale il governo italiano preferisce lasciarlo, perché è più facile dimenticare i migranti che continuano a morire in mare, e farlo diventare un cimitero senza nome.

Alla missione Mediterranea in mare ora si affianca anche una “in terra”, fatta da scrittori, artisti, attori, intellettuali, che si propone di non lasciare sola e lontana la nave, sostenerla e tenerla legata al continente attraverso manifestazioni di piazza che si svolgeranno dal 24 al 30 ottobre in nove città italiane.

Per gli indifferenti non rispondiamo“, la scrittrice Michela Murgia spiega così il motivo della sua adesione, “rispondiamo a chi cerca un’opportunità per creare un atto contrario alla politica dei respingimenti”.

E in “terra” sembra che ci sia molto da fare, perché il risultato di una certa politica non si ferma alla chiusura dei porti, ai respingimenti, ai rimpatri, al decreto sicurezza che ridimensiona la portata del diritto umanitario, la politica di Salvini, supportata dal silenzio e dalla complicità dei Cinque Stelle, si estende anche più lontano, alle politiche dei sindaci che discriminano i bambini lasciandoli mangiare un panino lontani dai compagni di classe fino ai gesti quotidiani, lo sdoganamento di atti di razzismo e di discriminazione che portano una donna a chiedere ad una ragazza indiana di alzarsi dal sedile del treno e allontanarsi.

Il consenso sempre più vasto per la Lega di Salvini sembra aver prodotto un risultato concreto nella vita quotidiana: per molti non c’è più nessun tabù ad essere e a dirsi razzisti.

Lo scrittore Sandro Veronesi usa le parole di Camilleri quando descrive Salvini: “È un uomo che non conosce il mare, è un uomo di terra”. Una citazione a proposito di ciò che rappresenta il mare per chi scappa: la speranza e la morte.

Ma in questo contesto c’è da chiedersi se la mobilitazione di molti intellettuali, un centinaio quelli che parteciperanno a “Mediterranea La via di terra”, vada anche oltre al sostegno del rimorchiatore battente bandiera italiana, se sia l’inizio di una scelta di campo, di una mobilitazione più generale contro la politica di destra del governo: la fine del silenzio e la fine di quell’attesa di capire cosa avrebbe prodotto questa strana alleanza Cinque stelle-Lega.

Ne abbiamo parlato con due scrittori che hanno aderito all’iniziativa, Sandro Veronesi e Michela Murgia, che insieme a molti altri saliranno sui palcoscenici di teatri e piazze per leggere, recitare o dare una semplice testimonianza.

Sandro Veronesi: “Stavolta gli intellettuali, gli artisti che si sono impegnati in vari modi sono veramente tanti, non si può parlare di minoranze, di élite, continuano ad arrivare adesioni per supportare iniziative di mare e di terra. Se così accade, e non accadeva in passato, o sono tutti impazziti o merita veramente un’attenzione particolare”.

Per lei quale è stata la motivazione?

Io non sono un attivista, ma quando viene messa in discussione la funzione laica del soccorso, che gronda di implicazioni morali e religiose, un moribondo non viene lasciato morire per strada, viene soccorso ed ha il vantaggio di essere in strada e non in mare, viene fatto saltare un principio umanitario, fondante, di solidarietà, oltre che essere un reato. Mi sembra una buona ragione, non servirà a molto, ma le persone che se ne stavano per conto proprio è il caso che si facciano sentire con il corpo e con la voce, c’è una barriera da superare.

Questo governo però continua ad avere un consenso sempre maggiore.

Rispondo con le parole di Camilleri: Salvini è un uomo di terra, che non conosce il mare. Gli italiani preferiscono essere uomini e donne di terra e non sapere che cos’è il mare. Perché se lo sapessero non ci sarebbe questo consenso, non per questo tipo di politica incosciente e scellerata. Azioni come quella di Mediterranea, che servono a testimoniare che cos’è il mare quando si alzano due metri di onda ed essere sopra un rimorchiatore bello attrezzato e non su un barcone, sebbene siano testimonianze date da scrittori da almeno due secoli, tuttavia è necessario continuare a darle, così che la gente si renda conto di che cosa stiamo parlando, e questo consenso così come è arrivato, potrà andarsene.

E lei dove sarà?

Sarò all’iniziativa di Roma (il 29 ottobre). Abbiamo fondato anche un collettivo “Corpi”, continueremo anche, se possibile, ad andare a bordo della Nave Jonio, per dimostrare che la nostra non è un’adesione pro forma per mettersi a posto con la coscienza.

Michela Murgia: “Per gli indifferenti non rispondiamo. Rispondiamo a chi cerca un’opportunità per creare un atto opposto e contrario alla politica dei respingimenti, non è vero che questa politica impedisce alle persone di migrare, ma le costringe ad affogare: chiudi le vie di terra e le sposti su quelle di mare, chiudi le vie di mare e muoiono”.

È un fatto nuovo questa vostra mobilitazione?

Non è un fatto nuovo, gli intellettuali da sempre sono esposti. Un fatto nuovo è che siamo uniti in grande numero su questa questione, che riguarda il concetto stesso di diritti umani, non ci trova né divisi né in corsa solitaria, quando si toccano le basi stesse del vivere, dello stare insieme, democratico e umanitario dobbiamo tutti reagire e stiamo reagendo.

Le date e i luoghi della via di terra

24 ottobre, ore 21, Cagliari (Teatro vetreria di Pirri)
25 ottobre, ore 21, Bologna (Teatro Arena del Sole)
26 ottobre, ore 19, Torino (Spazio Binaria)
27 ottobre, ore 18:30, Venezia (Libreria Marco Polo)
28 ottobre, ore 21, Genova (Teatro Modena)
28 ottobre, ore 11, Palermo (Teatro Politeama)
29 ottobre, ore 21, Roma (Teatro Quarticciolo)
30 ottobre, ore 18:30, Napoli (Libreria Vita Nova)
30 ottobre, ore 18:30, Milano (Frigoriferi Milanesi)

mediterranea
Foto dalla pagina FB di Mediterranea Saving Humans https://www.facebook.com/Mediterranearescue/

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il caso Lodi e le contraddizioni del M5S

Di Maio caso Lodi posizione M5S

Il timore di essere stata scaricata da Salvini, quando il vicepremier ha detto che prevarrà il buonsenso, sarà durato proprio pochi attimi. Alla sindaca di Lodi è arrivato poco fa il pieno appoggio da parte del capo della Lega: “Fa bene, basta coi furbetti, la pacchia è finita” dice Salvini, che annuncia pure che andrà a trovarla per esprimerle la sua solidarietà, probabilmente felice che anche in Veneto si voglia sperimentare la stessa pratica lodigiana: concedere il contributo regionale per i libri scolastici solo dietro presentazione di un certificato con i beni immobili e redditi posseduti all’estero. Come se fosse possibile farlo per i Paesi in conflitto, sfidando anche il buon senso: perché mai una famiglia che possiede terre e soldi nel Paese d’origine dovrebbe partire per venire in Italia?

Ma se per la Lega questo tipo di azione discriminatoria è nella sua storia recente, anzi più si moltiplicano meglio è, per i Cinque Stelle di Di Maio la situazione è più complicata.

Da quando la notizia si è diffusa sulle pagine nazionali e nei servizi in televisione, provocando un moto di indignazione, il Movimento a Roma è rimasto in silenzio, solo ieri Di Maio ha detto: “I bambini non si toccano, sono contento perché gli italiani hanno risposto dando prova della loro grande solidarietà e del loro gran cuore”, il riferimento è non solo all’indignazione, ma anche alla raccolta di soldi, in poche ore si sono raggiunti 60 mila euro per permettere ai bambini stranieri di Lodi di mangiare le stesse cose dei loro compagni di scuola.

È vero che tra gli organizzatori della raccolta, nel Coordinamento Uguali Doveri, ci sono alcuni appartenenti ai Cinque Stelle, perché nel comune lombardo sono all’opposizione, ma il tentativo di Di Maio di condividere e intestarsi la protesta non regge.

Il vicepremier è alleato di Salvini: ha votato il decreto sicurezza, che cambia radicalmente il diritto di protezione umanitaria in Italia, ha avallato con il suo silenzio le decisioni sulla chiusura dei porti, lasciando solo al presidente della Camera Fico la libertà di esprimere un parere in qualche modo contrario, ma senza mai arrivare al limite della rottura con il suo collega a Palazzo Chigi.

Tra l’altro la vicenda di Lodi mostra la contraddizione tra alleanze locali e nazionali: nel comune lombardo i Cinque Stelle sono all’opposizione, così come in tanti altri comuni, rispetto alla destra, a Roma no, anzi, i contrasti negli ultimi giorni sono nati più sul reddito di cittadinanza e sulle pensioni che sui diritti delle persone, a cominciare dal caso di Riace, dove il silenzio dei Cinque Stelle fa molto rumore, nessuna parola e commento alla decisione di chiudere un’esperienza così importante, che anni fa, quando non erano alleati con la Lega di Salvini, avevano anche condiviso come pratica di disobbedienza civile.

Di Maio caso Lodi posizione M5S
Foto © Palazzo Chigi licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il modello Riace e le origini perdute di M5S

Domenico Lucano - Riace

Solo quest’estate l’eurodeputata Laura Ferrara del Movimento 5 Stelle, in visita a Riace, aveva elogiato il modello messo in atto dal sindaco Domenico Lucano, definendo il comune calabrese “paese dell’accoglienza” con un sistema di inclusione virtuoso.

È bastato andare a Palazzo Chigi (ma i segnali c’erano tutti anche quando erano opposizione in Parlamento) e nel giro di pochi mesi i Cinque Stelle si sono totalmente appiattiti sulle posizioni della Lega in tema di immigrazione, condividendo una legge repressiva e condannando anche il modello Riace. Un sistema di accoglienza rinnegato definitivamente oggi con un messaggio sul Blog Dei 5 Stelle (avvalorato quindi da Beppe Brillo) di Carlo Sibilia, sottosegretario agli interni, secondo il quale il modello Riace “è solo business dell’immigrazione“.

Eppure l’accoglienza gestita dal basso, con iniziative locali, raccolta di firme per proposte di referendum, flash mob, il diritto alla disobbedienza per risolvere i problemi delle comunità e per una gestione collettiva del bene pubblico, sono stati il motore che ha portato alla nascita dei meet up, all’esplosione del consenso del movimento anni fa e all’erosione dell’elettorato di sinistra.

Ma esistono ancora i meet up?

Tutto questo non c’è più, e non sappiamo ancora quanto sconcerto stia provocando a livello di base, tra gli elettori cinque stelle questo cambiamento. Questo per dire che quel campo va riempito da altro, che non si tratta di un dialogo ufficiale tra partiti, di alleanze tra il Pd e i Cinque stelle, ciò è impossibile, ormai è chiaro che i dirigenti grillini sono altro e hanno zittito le posizioni più critiche, ammesso che siano esistite veramente.

Va costruito umilmente dal basso, riprendendo quel consenso perduto, quello dei delusi, che non si sentono più rappresentati, riempiendo un vuoto e uno spazio che crescerà man mano che i cinque stelle diventeranno tutt’uno con la lega. Senza fretta, ricominciando ad andare a pulire i giardini sotto casa, a dipingere le panchine del parco, a trovare degli spazi dove anche discutere del modello Riace che è fatto soprattutto di accoglienza senza pregiudizi da svolgere nella pratica quotidiana. Mobilitandosi e dimostrando che si può fare altro.

Riace era un modello?

È di stamattina la notizia dell’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano.
Le accuse vanno dal…

Posted by Laura Ferrara on Tuesday, October 2, 2018

Domenico Lucano - Riace
Foto dalla pagina FB Riace Patrimonio dell’Umanità https://www.facebook.com/Riacepatrimonioumanita
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Manovra, gioiscono Salvini e Di Maio: deficit a 2.4%

Luigi Di Maio dopo la manovra

Tiriamo avanti, ce ne faremo una ragione”. La prima risposta dei mercati con lo spread che sfonda quota 270 provoca questa reazione da parte di Matteo Salvini, del resto che la borsa e i mercati avrebbero reagito così era prevedibile visto che il Ministro dell’Economia, il grande sconfitto di questa manovra, aveva garantito il rispetto dei patti con l’Europa.

Una sconfessione della linea di Tria, e forse è per questo motivo che non si è fatta nemmeno una conferenza stampa a Palazzo Chigi, di norma scontata in questi casi: l’assenza del Ministro dell’Economia o il suo imbarazzo sarebbe stato troppo evidente e il giorno dopo a parlare sono solo i due vicepremier e prima ancora è stato il capo del Movimento 5 Stelle, che quasi a mezzanotte si è affacciato al balcone di Palazzo Chigi per festeggiare e celebrare la vittoria delle sue promesse con i parlamentari arrivati sotto le finestre con le bandiere.

Ma Di Maio, che invece era stato il primo a pretendere lo sforamento del deficit, oggi cerca di evitare eccessive tensioni e garantisce che non c’è nessuna intenzione di andare allo scontro con l’Europa. Ma il rapporto tra Roma e Bruxelles per l’esame di scelte così forti è solo all’inizio, e ha sullo sfondo non solo la legge di bilancio, che potrà essere respinta e rispedita indietro, ma anche la lunga campagna elettorale per le Europee.

Il commissario europeo all’economia Moscovici cerca per ora di evitare uno scontro immediato con l’Italia, esprime le proprie preoccupazioni perché “c’è un debito esplosivo”, ammette che potrebbero esserci delle sanzioni, ma anche che è personalmente contrario a una politica di sanzioni, parole che Di Maio considera interlocutorie.

La scelta di campo da parte del governo gialloverde è stata fatta ed è quella di una manovra in deficit, con un rapporto deficit pil del 2,4% per i prossimi tre anni, per mantenere tutte le promesse elettorali: dieci miliardi destinati ad aiuti economici con il reddito di cittadinanza, le pensioni di cittadinanza, la riforma della legge Fornero introducendo la quota 100, un condono sulle cartelle esattoriali fino a 100 milioni, la flat tax a partire dal 2020 e la promessa di una cifra sostanziale da investire in opere infrastrutturali. Preoccupate le reazioni dell’opposizone: per Padoan, l’ex ministro dell’economia, questa manovra rischia di vanificare tutti gli sforzi fatti, di creare un conflitto con l’Unione Europea e alla domanda se Tria ha perso, la risposta laconica è stata Sì.

Luigi Di Maio dopo la manovra
Foto dal profilo FB di Luigi Di Maio https://www.facebook.com/LuigiDiMaio
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Immigrazione e sicurezza: unico concetto per Salvini

Giuseppe Conte e Matteo Salvini

Chi vive in un paese economicamente e drammaticamente povero non ha diritto alla protezione umanitaria, la può avere solo in caso di calamità naturale: se quel paese ad esempio viene colpito da una terribile carestia. Ma forse non avrebbe nemmeno la forza per affrontare il viaggio, morirebbe prima.

Anche perché chi fugge dalla povertà potrà farlo nell’unico modo possibile, le pericolose traversate organizzate dagli scafisti. Nel decreto e nella gestione salviniana dell’immigrazione non c’è nessuna idea di flussi o di quote di immigrati in ingresso in Italia perché siano inseriti nel mondo del lavoro: l’immigrazione è declinata solo insieme alla parola sicurezza, un binomio che serve a trasmettere la paura e il concetto di straniero come realtà destabilizzante e pericolosa.

È il tema della sua campagna elettorale permanente che diventa legge.

Il decreto presentato da Conte e Salvini, ma senza nessun ministro dei 5 Stelle presente in conferenza stampa – anzi, il Ministro per i rapporti con il Parlamento Fraccaro ha precisato che ora sarà il Parlamento a valutarlo – gira intorno a due punti principali: la protezione umanitaria viene drasticamente ridotta e chi attende l’asilo politico e chi si macchia di reati viene espulso.

Fatti salvi i rifugiati politici o chi fugge da una guerra o da Paesi dove rischia la pena di morte, l’istituto della protezione umanitaria viene ridotto e limitato ad alcuni casi, ad esempio per le vittime di tratta, per Paesi colpiti da calamità naturali, per cure mediche o per chi si è distinto per atti di valore.

Null’altro, il resto degli immigrati diventano soggetti sottoposti a rimpatri.

Il concetto dell’accoglienza non è previsto dal decreto, il sistema di protezione per i richiedenti asilo viene ridotto all’essenziale: interesserà solo i rifugiati e i minori non accompagnati. Il resto è un problema di sicurezza che riguarderà i poteri dei sindaci.

L’altro punto è quello delle espulsioni per i richiedenti asilo: con una condanna in primo grado la richiesta di asilo verrà sospesa, ed è un passo in avanti rispetto all’ipotesi iniziale, visto che sarebbe bastata una denuncia o l’intervento della polizia. Ora sarà necessaria una decisione della magistratura. E se per caso il richiedente asilo che nel frattempo è stato rimpatriato viene assolto in secondo grado, il suo rientro non è automatico.

La limatura di questo punto forse è dovuta ad un intervento degli uffici del Quirinale, ma rimane ad esempio l’interrogativo sulla costituzionalità di un’altra decisione: la revoca della cittadinanza per chi è stato condannato in via definitiva per reati legati al terrorismo: la cittadinanza è un diritto inviolabile.

Il decreto arriverà in queste ore al Presidente della Repubblica che dovrà decidere se firmarlo, prima però sul suo tavolo arriverà il decreto su Genova. Forse è questo lo scambio tra Di Maio e Salvini: aver il via libera sul ponte di Genova un’ora prima di quello sulla sicurezza.

Che Mattarella firmi Salvini ne è convinto. Conte ha cercato di essere meno tranchant. Di Maio non si è visto, ma tutti i suoi ministri hanno votato sì, come il capo della Lega si è precipitato a dire appena arrivato in sala stampa.

Giuseppe Conte e Matteo Salvini
Foto | Palazzo Chigi
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Ancora troppi bambini in carcere

carcere di Rebibbia a Roma

I numeri non sono alti, sessantadue in tutto, ma proprio per questo appare incomprensibile come la presenza dei bambini in prigione insieme alle proprie mamme non sia una condizione ancora completamente risolta.

Negli ultimi vent’anni ogni governo che si è insediato ha cercato di affrontare il problema, perché è inaccettabile pensare che i bambini possano pagare le colpe delle loro madri e stare in carcere, ma mai era avvenuto un evento tragico come quello di Rebibbia: una detenuta tedesca ha ucciso la bambina più piccola, di soli 4 mesi, e ha ferito gravemente l’altro, di 4 anni. Da un mese si trovava in carcere e da pochi giorni le avevano confermato la pena, non era finora seguita per problemi psichiatrici.

Una sconfitta per l’ordinamento penitenziario e per chi deve tutelare i diritti dei più deboli.

Per ogni governo una legge in più, senza però risolvere la situazione: il risultato è che sono ancora otto le sezioni nido nelle carceri italiane, e solo 5, ma quattro sono quelle attualmente attive, le strutture a custodia attenuata decise con una legge del 2011.

Queste ultime sono un passo in avanti nella condizione di maggiore cura e attenzione per i bambini e dignità per le madri, ma sono poche e solo in 4 città, tra cui milano che è stata la prima a vederne la luce, le altre a Torino, Venezia e Avellino. Perché non ne vengono create altre? Mancano le risorse economiche destinate alle carceri e visto lo squilibrio tra sezioni femminili e maschili, (sono solo 2500 le donne detenute, tra il 4 e l’8 per cento del totale), la maggior parte degli investimenti vengono diretti alle sezioni maschili.

Il nido nella sezione femminile di Rebibbia, dove i due bambini sono stati colpiti dalla madre, è quello dove è maggior la presenza dei bambini, ce ne sono sedici e tredici mamme, ma è anche il nido dove è maggiore l’impegno dei volontari, con ludoteche e sale per gli incontri, le pareti sono colorate e i bambini vengono portati all’esterno dalle associazioni che si occupano proprio di questa materia, ma le sbarre alle finestre sono ben visibili e le porte blindate la sera si chiudono rumorosamente una dopo l’altra dietro ai bambini.

Per questa ragione si era pensato nel 2011 alle strutture di detenzione attenuata, che amplia anche l’età di presenza dei bambini con le mamme, fino ai 6 anni, sempre costruite e gestite dall’istituto penitenziario, ma con un modello simile ad una casa, ma sono poche. Poi è arrivata un’altra legge che prevede le case famiglie protette, servono ad accogliere le donne anche in regime di semi libertà, ma che non hanno un domicilio, con i loro bambini fino all’età di dieci anni, ma la creazione di queste strutture dipende dagli enti locali e i soldi mancano per aprirle.

Nei nidi in carcere i bambini possono restare fino ai 3 anni di vita, quando è maggiore e necessario il bisogno per il bambino di stare accanto alla madre, ma dopo devono lasciare il carcere, nelle altre strutture il limite è maggiore, dai 6 ai dieci anni.

carcere di Rebibbia a Roma

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Grillo dà la linea sui casi di razzismo

Beppe Grillo

Quando è necessario, quando iniziano ad emergere in maniera evidente diversità di vedute nel Movimento su un determinato tema, arriva la parola definitiva del capo, del fondatore dei Cinque stelle che, rompendo il silenzio, vorrebbe dettare una linea per tutti.

È Beppe Grillo, che scarica ancora una volta la responsabilità dell’aumento dei casi di razzismo in Italia solo sui giornali, colpevoli di creare un “caso”, come se le violenze, le ingiurie, le discriminazioni fossero un fenomeno al pari dei “sassi del cavalcavia”, fingendo che non ci siano responsabilità politiche.

Grillo si dice indignato dall’uovo in faccia alla atleta Daisy Osakue, ma la colpa è dei “media che portano la nazione verso il baratro: non avevo mai visto un condizionamento così forte prima d’ora”, dice.

Puntando la responsabilità sui giornali, come molto spesso ha fatto in questi anni, dà la linea a tutti e cerca di mettere a tacere un malumore che invece cammina nella trasversalità del Movimento, di cui alcuni esponenti in Parlamento (pochi finora) si fanno portavoce: per il sottosegretario all’istruzione Fioramonti “chi ricopre incarichi istituzionali deve pesare le parole”, per il senatore Airola “la frase tanti nemici tanto onore non dovrebbe essere mai pronunciata da chi sta al governo”. Si riferiscono naturalmente a Matteo Salvini e al suo continuo collegare gli atti di razzismo ad una presunta invasione di immigrati, con un significato che ha sempre il sapore giustificatorio.

E Di Maio segue il solco creato dal suo collega vicepremier, parla di “strumentalizzazioni di alcuni casi di violenza”, minimizza quindi episodi che per altri invece sono gravi. Sembra più interessato a non creare distrazioni e problemi con la Lega nei giorni di approvazione del suo primo decreto importante, quello sul lavoro, piuttosto che sancire una distanza da Salvini su alcuni valori come il rispetto e l’antirazzismo.

A capo dell’area di sinistra e movimentista dei Cinque stelle c’è il presidente della Camera Roberto Fico, che non può lasciarsi andare più di tanto nell’espressione di un dissenso, ma in qualche modo lo dimostra con alcuni atti: ha incontrato in piazza Montecitorio gli attivisti pro migranti “Mani Rosse” e a loro ha detto che la Libia non è un porto sicuro, esattamente il contrario di quanto il ministro dell’Interno sembra assicurare.

Del resto, un contrasto forte sull’immigrazione nel Movimento è sempre esistito e si era evidenziato in maniera pubblica nel 2014, quando la richiesta di un paio di deputati di abrogare il reato di clandestinità era stata sonoramente bocciata dai due capi di allora, per paura di essere considerati troppo di sinistra, di perdere la neutralità che difendevano a tutti i costi su alcuni temi come l’immigrazione e diritti civili.

Un referendum tra gli attivisti aveva invece fatto emergere una maggioranza a favore dell’abolizione del reato: si era reso chiaro che il Movimento era fatto di varie anime e oggi una di queste, chi da sinistra ha votato Cinque stelle, che nei mesi scorsi magari faceva il tifo per un governo con il Pd, si starà interrogando sull’appiattimento di Di Maio nei confronti di Salvini.

Per ora, se esiste, è un dissenso che non ha ancora una voce forte.

A sinistra nella scorsa legislatura veniva schierato l’attuale ministro della giustizia Alfonso Bonafede. Qualche giorno fa, citando Mattarella, ha ripetuto la frase “l’Italia non è un Far West”. Dopo l’estate dovrà dimostrare che non è lo è contestando l’ampiezza del diritto alla legittima difesa che Salvini vorrebbe dare alla legge, cavallo di battaglia della sua campagna elettorale, insieme all’immigrazione. Ne sarà capace?

Beppe Grillo

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Un sovranista radicale alla guida della Rai

La nomina di Marcello Foa a presidente della Rai risulta così estrema da risultare quasi provocatoria. Eppure è tutto vero.

L’ex allievo di Montanelli, direttore e amministratore delegato del Corriere del Ticino, sovranista, anti europeista, contrario alle unioni omosessuali, sta per diventare il nuovo presidente della Rai. E’ stato scelto dal governo dopo un vertice a quattro, con Conte, Di Maio, Salvini e Tria.

Vicino al leader della Lega, Foa risulta gradito anche ai Cinque stelle per le sue posizioni anti europeiste, anti spread, che lo hanno portato a difendere la candidatura di Savona a ministro dell’economia, bocciata da Mattarella. Ed è per questo che sul Capo dello stato si sono concentrate le critiche del prossimo presidente della Tv pubblica, a lui Foa ha rivolto il termine “disgusto”, oltre ad aver ritwittato alcuni messaggi di insulti verso la sua persona, come quello del leader di Casa Pound Simone Di Stefano che definisce Mattarella blasfemo e ignobile.

L’uso di Twitter e la condivisione di messaggi altrui sembra essere una delle principali occupazioni di Marcello Foa. Sui social si trova di tutto con la sua firma: messaggi omofobi, critiche a Macron, derisioni nei confronti di altri colleghi come Lilli Gruber, fino a diventare un fan di Francesca Totolo, la donna che ha diffuso la notizie falsa delle unghie smaltate di Josepha, ma di tanti altri messaggi contro gli immigrati, che poi si è scoperto essere una collaboratrice della testata online legata a Casa Pound.

Marcello Foa ha iniziato tanti anni fa il mestiere di giornalista imparando da Montanelli al Giornale, negli ultimi anni ha diretto il Corriere del Ticino, avvicinandosi progressivamente alle teorie sovraniste e anti immigrati di Salvini, seguendolo anche nel feeling politico con Putin, di cui è un ammiratore nelle scelte di politica estera. Con Salvini ha presentato l’ultimo suo libro dal titolo eloquente: “Gli stregoni della notizia, come si fabbrica l’informazione al servizio dei governi”.

E’ a lui quindi che dovrebbe essere affidato un ruolo che è sempre stato, almeno nelle regole, di garanzia: la presidenza della Tv pubblica, primo veicolo di informazione e di cultura del paese, da svolgere rispettando il principio del pluralismo.

Un principio che l’esperienza di Foa contraddice, ma che lo stesso Di Maio sembra non aver per nulla a cuore. Uscito da Palazzo Chigi ha riassunto in una frase l’obiettivo del nuovo corso della Rai: “una rivoluzione culturale che manderà fuori dalla Tv raccomandati e parassiti”, un inizio per nulla conciliante e positivo nei confronti dei dipendenti, che Salvini a sua volta traduce affermando che da ora in poi lavoreranno i giornalisti di destra, cioè quelli che con la sinistra sarebbero stati emarginati.

Una sorta di spoil system nell’informazione, praticando quel sistema da sempre combattuto dai Cinque stelle, ma che ora fanno proprio, ovvero la spartizione delle poltrone tra i partiti di governo.

La nomina di Marcello Foa dovrà essere votata dalla commissione di vigilanza Rai con i due terzi dei voti, quindi anche quelli di Forza Italia, visto che il Pd si è detto già contrario. Bisognerà vedere se nei prossimi giorni Berlusconi accetterà il nuovo Presidente, contemporaneamente alle trattative per definire le altre poltrone, quelle delle direzioni dei telegiornali e delle reti Rai

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli

Venezia e le acque

Venezia e le acque

Venezia può essere il campo di sperimentazione per una nuova arte di manutenzione della città nell’era del cambiamento climatico. L'analisi…

POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Martina eletto segretario del PD

Maurizio Martina e Matteo Renzi

Maurizio Martina guiderà il Partito Democratico da segretario e non più da reggente fino a febbraio o inizio marzo dell’anno prossimo quando ci saranno le primarie, prima delle elezioni europee.

Con pochissime astensioni è stato votato un documento che prevede congressi locali e regionali entro dicembre per poi arrivare alle primarie nazionali, che hanno al momento un solo candidato, chiaramente non ufficiale visto che siamo ancora lontani da quella scadenza, ma sicuramente in campo: Nicola Zingaretti, che ha seguito l’assemblea senza intervenire, in piedi in fondo alla sala dell’Ergife, colorata da parecchie maglie rosse.

Ma oltre a questo l’Assemblea non è servita a ritrovare una voce unitaria e a ricompattare il partito per costruire un’opposizione forte ad un governo che è sempre più trainato dalla Lega di Salvini e che sta già mostrando i suoi primi risultati in termini di contrapposizione sociale. L’assemblea, arrivata dopo la sconfitta delle amministrative, ha rimesso sul campo ragioni e torti, accuse e difese che si sono sedimentate negli ultimi anni senza essere mai sciolte, con il rischio ora di farle diventare ancora il terreno di scontro delle prossime primarie.

È stato Renzi, il primo ad essere intervenuto in quanto segretario uscente, a polarizzare l’intera discussione: chi si attendeva il discorso dell’addio, visto che Martina è segretario a tutti gli effetti si sbagliava. Ha scagliato accuse e critiche alla minoranza, prendendosi la responsabilità della scelta di non dialogare con i Cinque stelle per il governo perché ritiene sia un movimento di destra, si è assunto la responsabilità per le sconfitte, ma rigettandole subito dopo anche sugli altri. E gli altri sono la minoranza, colpevole secondo Renzi di aver distrutto ogni cosa che il suo governo faceva, Job act, gli ottanta euro, e altro, con il risultato secondo l’ex segretario ora senatore di far vincere la destra.

E se per Renzi l’inizio può ricominciare da Roma, visti i risultati deludenti della giunta Raggi e la vittoria in alcuni municipi della sinistra, a chi gli ricordava la fine della giunta Marino, Renzi non ha per nulla incassato, ma ancora più attaccato: “Perderete il congresso e dal giorno dopo contesterete chi ha vinto“.

Per ora in campo la candidatura di Zingaretti, appoggiato da Orlando, ma anche da Gentiloni, con un’idea di sinistra allargata, dall’altra parte non c’è ancora un candidato, ma tra le righe nel discorso di Renzi si leggeva una gran voglia di restare e di riprendersi il partito.

Maurizio Martina e Matteo Renzi
Foto dalla pagina FB di Maurizio Martina https://www.facebook.com/maumartina/
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Populismo come appartenenza a una comunità di sangue

Razzismi e disuguaglianze

La logica dello scontro, del nemico, dei porti chiusi al “clandestino” per difendere le famiglie italiane.
Il primo intervento in aula al Senato del ministro dell’Interno Salvini ripropone gli stessi schemi della campagna elettorale e della propaganda: tenere alti i toni, pretendere le scuse della Francia intimandole di accogliere i novemila migranti che aveva promesso di prendere sul suo suolo, intimidire gli altri paesi europei, “mai siamo stati così ascoltati“, e addirittura rispondere con le stesse parole a Monsignor Rovasi che aveva semplicemente ricordato con il Vangelo “ama il tuo prossimo come te stesso“.

Salvini assicura di “amare il suo prossimo”, ma sono solo le donne e i bambini che scappano dalla fame e dalla guerra, gli altri portano solo conflitti e scontri sociali, e prima di tutto però ci sono le famiglie italiane, senza lavoro e senza casa”.

Questi sono i principi a cui si atterrà il ministro dell’Interno chiamato al Senato per un’informativa sulla nave Aquarius allontanata dai porti italiani e in navigazione verso la Spagna: ma volutamente dà poche informazioni sul caso, butta via “cinque o sei fogli di numeri” dice per parlare d’altro, chiede alla Presidente del Senato Casellati di non far togliere i cartelli contro di lui, “affronto Macron, cosa vuole che sia un cartello”: se ci sono fischi in aula questi provocano anche applausi, e sono clamorosi, soprattutto quando chiama in causa Soros.
La narrazione del pericolo, degli stranieri come minaccia si fa potere, e sale sulla poltrona più importante, di chi quei fenomeni deve gestirli usando la legge, e non brandendo l’arma della paura.

Una paura che arriva da lontano, alimentata dalla propaganda leghista e radicata da tempo nei tanti aspetti della società.

Per capire da dove arriva è di aiuto un libro uscito di recente “Razzismi, discriminazioni e disuguaglianze“, scritto da Alfredo Alietti, docente di sociologia urbana dell’Università di Ferrara. Ogni capitolo analizza in dettaglio i tanti ambiti nei quali la discriminazione si manifesta nei suoi effetti visibili, dal rapporto con le forze dell’ordine che è sempre contraddistinto da tensioni, c’è sempre un surplus di attenzione verso la popolazione straniera maschile, al lavoro dove spesso si assiste ad una “sospensione dei diritti”, alla scuola nella quale la diversità non riesce mai ad essere declinata in positivo, fino alla stampa con gli hate speech ormai dilaganti sui social e mai la volontà da parte dei direttori di testate di raccogliere le voci delle persone discriminate quando una notizia si palese come falsa, una fake news.

Ciò che sta accadendo in questa prima fase del governo non sorprende per nulla l’autore del libro, il sociologo Alietti: “L’esperienza dell’ultima campagna elettorale di Salvini imperniata sull’asse xenofobia-sicurezza ha trovato nell’immediata attualità del rifiuto della nave Aquarius con il suo carico di “scarti umani” il suo apogeo. Da tempo sono visibili le immagini di un discorso politico e di una pratica amministrativa a livello locale orientate ad una logica razzista e discriminatoria dirette verso i migranti. Sono molte le ordinanze dei sindaci leghisti o di centrodestra indirizzate ad escludere le famiglie immigrate da determinati servizi e sostegni pubblici, ordinanze poi annullate dai giudici in base alla legge anti discriminazione. Per quanto questi atti discriminativi vengano poi bocciati, rimane tuttavia l’aspetto simbolico di una forza politica che lotta per i diritti degli italiani minacciati dalla presenza straniera. Da questo nasce l’affermazione nella società italiana ed europea del travolgente e diffuso atteggiamento di ostilità, l’immagine negativa della società multietnica vista come minaccia ad un supposto superiore ordine morale e sociale. Su tale piano non solo si legittimano le infondate “buone ragioni” del discorso razzista, per cui le opinioni xenofobe diventano esplicite, si è passato da “non sono razzista, ma”, ad un “sono razzista”, senza nessuna remora, ma si impone la stessa legittimità ad un trattamento differenziato di chi non appartiene al popolo. Vi è in questa logica perversa l’idea, eredità dei nazionalismi ottocenteschi, del primato di appartenenza ad una comunità di sangue nella distribuzione delle scarse risorse di welfare“.

Rom, sinti, nordafricani sono spesso vittime dei pregiudizi, gli hate speech, i discorsi d’odio che navigano senza controllo nella rete, nei social e alimentano la discriminazione: “Il ruolo dei social network- spiega ancora l’autore del libro edito da Mimesis/mutamenti – con il loro apparato di hate speeches e di fake news, non sono altro che il corollario di un processo già in essere e che rafforza il rancore socializzato contro gli usurpatori illegittimi. Il racconto dei porti chiusi riproduce simbolicamente e afferma nella realtà il profondo cambiamento in atto rispetto al quale appare difficile un efficace contrasto sulla base del richiamo alla solidarietà“.

E quindi quali possono essere le risposte ad un fenomeno così profondo, tale da negare anche la realtà dei numeri stessi che dicono che l’Italia non è tra i paesi che accolgono il maggior numero di migranti: “A fronte del razzismo che agisce sull’emotività e su immaginari di paura – risponde il sociologo Alfredo Alietti – l’antirazzismo tende ad indebolirsi con la sua razionalità tesa a svelare il circuito vizioso della menzogna che si impone come pseudo verità. Se la giurisprudenza raffigura un baluardo importante nel frenare la discriminazione ciò appare insufficiente senza la capacità di mobilitare la società civile per neutralizzare gli effetti più deleteri delle dinamiche razziste e discriminatorie“.

Razzismi e disuguaglianze

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli

Venezia e le acque

Venezia e le acque

Venezia può essere il campo di sperimentazione per una nuova arte di manutenzione della città nell’era del cambiamento climatico. L'analisi…

POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Inversione di tendenza politica

Amedeo Ciaccheri

La risalita del centrosinistra unito si può intravedere dai municipi di Roma, il III e l’VIII, il quartiere di Montesacro e quello di Garbatella-Ostiense-Montagnola, due ampie zone della città che hanno una densità di popolazione pari a quelle di due cittadine medie di provincia. Due laboratori che servono oggi per capire che cosa è accaduto ad un pezzo di elettorato che oltre due anni aveva abbandonato la sinistra, che storicamente governava il Municipio VIII per tradirla con i Cinque stelle.

Qui oggi vince al primo turno Amedeo Ciaccheri, candidato di liste civiche e progressiste, che ha battuto un esponente di primo piano del Pd romano alle primarie, ed è riuscito a ricostruire una coalizione vincente, che tiene dentro Pd e Leu, battendo i quartieri, soprattutto Garbatella, con una campagna elettorale su piazze e strade, lo stesso nome del centro sociale storico di Garbatella, La strada, dal quale Ciaccheri proviene.

In questi ultimi mesi si è verificata una partecipazione attiva dei cittadini alla vita del quartiere, dopo oltre un anno di commissariamento dovuto alla crisi della giunta precedente, causato più che dalle opposizioni, dai malumori e contrasti in seno alle diverse correnti del Movimento, soprattutto nella scelta del destino di grandi aree urbanistiche che si trovano nella zona come gli ex Mercati generali. E gli scarsi risultati e poi il commissariamento hanno portato nell’ultimo anno e mezzo ad un degrado del quartiere molto evidente, nei luoghi pubblici e anche nelle chiusure di alcuni spazi storici.

A Montesacro si è assistito ad un laboratorio politico del centrosinistra, nel quale Giovanni Caudo, ex assessore all’urbanistica della giunta Marino, è riuscito a mettere insieme tante voci e movimenti diversi della sinistra portandola al ballottaggio con un candidato leghista, Francesco Maria Bova, ex vicequestore in quota Lega: “Ora, dice il candidato di centrosinistra, ci tocca la battaglia contro la peggiore destra di sempre“.

Montesacro è un ampio territorio, grande quasi come il Comune di Parma, che tiene insieme quartieri storicamente di sinistra come il Tufello, fino a quando arrivò Alemanno e poi periferie più lontane come Vigne Nuove, dove i Cinque stelle avevano conquistato consensi, che negli ultimi tempi hanno dovuto cedere a realtà come Casapound. Ma oltre che osservare ciò che ci sarebbe da fare a sinistra, bisogna anche soffermarsi sull’analisi del voto in questi municipi.

Tradizionalmente a sinistra, Virginia Raggi aveva conquistato il cuore di Garbatella, salvo fallire poco dopo e annunciarne il commissariamento. Il candidato dei cinque stelle Enrico Lupardini arriva terzo, e ammettendo la sconfitta rivela anche che i voti mancanti sono andati alla Lega, il cui candidato insieme a Forza Italia si piazza al secondo posto, inutilmente comunque, perché Ciaccheri con il 54% dei consensi è già presidente del Municipio.

Quindi si può dedurre che l’elettorato di destra dei Cinque Stelle ha votato questa volta l’originale, la Lega, del resto stanno al governo insieme e quindi non c’è più nemmeno una remora ideologica o di principio. L’elettorato di sinistra, forse deluso sia dalla breve storia grillina del municipio che dai primi passi del governo Di Maio-Salvini, o non è andato a votare, vista comunque l’affluenza non alta, oppure ha votato il centrosinistra di Ciaccheri, il quale oggi dice che la sua elezione è anche il primo avviso si sfratto per Virginia Raggi.

Amedeo Ciaccheri
Foto dalla pagina FB di Amedeo Ciaccheri https://www.facebook.com/AmedeoCiaccheri.Municipio8/
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Al Senato la fiducia per il governo populista

Giuseppe Conte al Senato

Sessantadue applausi, in un discorso obiettivamente lungo, ma gli applausi così numerosi sembravano riflettere soprattutto l’entusiasmo di una maggioranza, in particolare i grillini, ancora meravigliata e stupita di essere arrivata al governo.

Il primo discorso in Parlamento di Giuseppe Conte, è la sintesi del contratto, citato molte volte, ma scritto con l’abilità di chi vuole presentarsi come “l’avvocato del popolo” senza però entrare nello specifico di nessuna misura. Poi toccherà al suo portavoce, nel corridoio esterno ribadire che la flat tax per le famiglie partirà nel 2020 e che il reddito di cittadinanza per ora verrà declinato solo nelle pensioni di cittadinanza e nella riforma dei centri per l’impiego.

Conte ha preferito solo citare i temi, “volare alto” dicono i suoi e usando un’inattesa presenza scenica, ha impostato da oggi il governo dei populisti. I due rappresentanti dei movimenti più populisti degli ultimi decenni Di Maio e Salvini erano seduti vicini a lui, e soddisfatti lo ascoltavano rivendicare l’arrivo del populismo al potere, citando Dostoevskij:

Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, se antisistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni.

Di se stesso ha detto di essere un cittadino, usando a suo favore il non essere stato eletto, è “avvocato difensore del popolo”, e come avvocato punta sulla giustizia, ma dal sapore un po’ troppo punitiva: il daspo per i corrotti, l’agente provocatore, più carceri per gli evasori, riforma della prescrizione. Non ha citato la questione euro, ma ha tranquillizzato l’Europa e gli Stati uniti, promettendo il rispetto dei trattati internazionali, l’alleanza atlantica e la stabilità finanziaria dell’Europa, ma poi ha aperto alla rimozione delle sanzioni alla Russia.

Non c’è stato nessun riferimento alla scuola e tantomeno all’abolizione della legge Fornero.

La questione immigrazione gli ha regalato applausi sperticati quando ha parlato di una gestione per fare business mascherata da finta solidarietà. Ma poi ha ricevuto gli applausi di tutti, anche dell’opposizione quando ha citato il sindacalista bracciante ucciso nelle campagne del vibonese.
In conclusione di un lungo discorso, ciò che nella scorsa legislatura per i grillini era trasformismo da evitare con il vincolo di mandato, Conte lo modifica in un augurato appoggio anche di altri gruppi parlamentari per allargare la maggioranze e all’opposizione sembra quasi rivolgersi come in una concessione di altri tempi: “I ministri verranno nelle commissioni ed è mia intenzione applicare l’istituto delle interrogazioni a risposta immediata”, che altro non è che il question time che esiste da sempre.

Giuseppe Conte al Senato
Foto | Senato
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

In carica il governo giallo verde

Il giuramento del governo Conte

Volti emozionati, sorrisi, parecchia tensione nel grande salone delle cerimonie. Erano soprattutto i ministri del Movimento 5 Stelle ad apparire i più sorpresi dall’essere lì, protagonisti di una svolta importante, il primo governo a guida Lega e Cinque stelle, nato dopo oltre ottanta giorni di giravolte, colpi di scena e psicodrammi.

I ministri del Movimento di Grillo e Casaleggio si davano la mano uno con l’altro ogni volta che toccava a loro recitare la formula di rito del giuramento davanti al Capo dello stato, che pochi giorni prima avevano accusato di attentato alla Costituzione. Quasi stupiti dal sentirsi chiamare ministri, molti di loro guardavano di fronte le famiglie accalcate in uno spazio raccolto, hanno portato madri, o mogli e mariti giovani.

E poi la squadra dei ministri della Lega, in prima fila Matteo Salvini, neo ministro dell’Interno che anche oggi dopo il primissimo Consiglio dei ministri ha battuto il tasto contro l’immigrazione: avrà pensato di attenuare l’impatto del giuramento di fedeltà alla nazioneindossando una cravatta verde scuro per ricordare i fasti della Padania. Era seduto accanto a Di Maio e sembrava quasi impaziente, battendo i piedi in una posa quasi scomposta per essere il giuramento del suo governo.

Savona è rimasto in silenzio tutto il tempo, muovendo solo la testa per rispondere al continuo flusso di parole di chi gli stava accanto, e in silenzio ha stretto la mano al Capo dello stato che lo aveva bocciato al ministero dell’economia.

Il ministro degli esteri Moavero Milanesi è sembrato l’unico un po’ spaesato nel gruppo, ed è stato il primo ad uscire a piedi dal Quirinale, quasi impaziente di lasciare i colleghi.

Salvini è salito su un’auto blu, direzione Palazzo Chigi, sorridendo e salutando tutti e invece i ministri grillini, compreso Di Maio sono andati alla sede del governo in taxi, con alcune centinaia di persone che li aspettavano sul marciapiedi per applaudirli. Il taxi come quello preso per giorni da Giuseppe Conte per ricevere, rimettere e ricevere nuovamente il mandato.

Dopo il passaggio di consegne con Gentiloni, che ha lasciato definitivamente Palazzo Chigi intorno alle 17 di oggi, tutti sono tornati al Quirinale per assistere al concerto e alla cerimonia in occasione della festa della Repubblica, una giornata che nelle intenzioni dei Cinque stelle fino a qualche giorno era anche il momento della contro-festa per attaccare il Capo dello stato.

Iniziativa immediatamente cambiato nei propositi e che diventa la manifestazione per festeggiare l’arrivo al governo.

Il giuramento del governo Conte
Foto | Quirinale
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Casa delle donne (ancora) a rischio sfratto

Casa Internazionale delle donne di Roma

La battaglia per mantenere aperta la Casa Internazionale delle donne di Roma approda in Senato, dove alcuni parlamentari si sono impegnati a presentare una mozione a sostegno di uno dei luoghi storici per i diritti delle donne e per i servizi di consulenza e assistenza sanitaria rivolti a donne e ragazze.

È un confronto ormai lungo quello tra il Comune di Roma e la Casa delle donne: l’amministrazione chiede il pagamento di affitti arretrati ammontanti a circa 800 mila euro, un’enormità visto che una somma così ingente le donne che gestiscono la struttura non l’avranno mai, la Casa internazionale propone invece di sottrarre da questo importo il valore dei servizi resi alla cittadinanza, alle donne italiane e straniere, che può essere calcolato nell’ordine di circa 500 mila euro. Questa può essere considerata la sostanza “ragionieristica” della diatriba, ma sullo sfondo c’è molto di più.

Si tratta del significato storico e sociale della Casa Internazionale delle donne, da molti anni situata a Trastevere, in un bellissimo ex convento, nel complesso monumentale del Buon Pastore, sul lungotevere. Fin dal ‘600 questo luogo era un reclusorio femminile, cioè il carcere minorile e femminile, tanto che la strada che passa accanto si chiama “Via delle penitenze”. Era stato abbandonato negli anni ’80 e qui le donne trovano una sede quando vengono sfrattate da un altro luogo simbolo delle battaglie degli anni settanta: il centro in via del Governo Vecchio.

Conteso anche dal Vaticano, le donne per circa 15 anni occupano la struttura, svolgendo le loro attività, fino a quando con la Giunta Rutelli la loro permanenza viene ufficializzata e il sindaco firma un contratto con la Casa internazionale delle Donne che diventa un consorzio di associazioni. Non è solo la sede di associazioni importanti, svolge un servizio fondamentale di assistenza medica e legale. Un luogo di cultura, incontri e iniziative.

Negli ultimi dieci anni era stato trovato un accordo per una sorta di rateizzazione degli affitti arretrati, fino a quando l’anno scorso è arrivata l’ingiunzione di pagamento e la minaccia di uno sfratto. Da mesi la Casa ha organizzato una mobilitazione continua chiedendo un accordo, ci sono stati vari incontri con le assessore, compreso uno questa sera, ma non ci sarebbero stati passi avanti. Per questo si arriva alla proposta di una mozione in Parlamento, nella quale si chiede attenzione per questo caso, ma più in generale per ruoli e luoghi significativi per la cultura in città, sperando che non siano considerati semplicemente strutture da cui trarre profitto, con la minaccia sempre incombente di uno sfratto.

Questa sera un incontro tra le donne della Casa e le assessore della Giunta Raggi, fuori dal Campidoglio per sostenere questa battaglia ci sarà un sit in.

Casa Internazionale delle donne di Roma
Foto dal profilo FB della Casa Internazionale delle donne https://www.facebook.com/casaintdelledonneroma/
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Mattarella concede altro tempo

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

La lista del governo di tregua rimane ancora qualche giorno nel cassetto. Il capo dello Stato avrà fatto appello a tutta la sua pazienza e alla richiesta fatta con modi e toni così diversi dai due leader di partito di avere altro tempo, ha deciso di concederlo, perché in maniera informale fanno sapere dal Quirinale “non intende impedire la nascita di un governo politico”.

Stranamente dal Colle non arriva nessuna scadenza, quando Salvini e Di Maio avranno trovato un accordo glielo faranno sapere. Per ora quindi dà altro tempo ed evita di ripetere il discorso della scorsa settimana, quando aveva preso atto in maniera piuttosto piccata dell’inconcludenza delle trattative, rimandando ad un governo di tregua, e il timore di un voto anticipato aveva fatto paura a molti.

Altri giorni per verificare se le divergenze ancora forti, che una settimana di stretti colloqui non hanno annullato, si appianeranno e potrà convocare l’esponente politico o tecnico indicato da Salvini e Di Maio per conferirgli l’incarico.

In ogni caso il tempo che sta passando impedisce un ritorno al voto in tempi brevi, l’ipotesi di un voto a giugno o luglio era stata scongiurata dallo stesso Presidente della Repubblica, che aveva parlato anche di voto in autunno, ma meglio ancora per lui la prossima primavera.

Non si capisce fino a che punto i due si siano spinti ad esprimere a Mattarella le divergenze e distanze che sono emerse tra di loro, facendo anche dei nomi di capi di governo sui quali non hanno trovato un accordo. Ma è probabile che dal Quirinale sia arrivata una raccomandazione forte affinché al Consiglio europeo di fine giugno ci sia un governo nel pieno delle sue funzioni. E Di Maio sembra averlo rassicurato.

Per il resto avrà preso atto di una marcia indietro rispetto agli annunci di una squadra di ministri già pronta, ma rimane ferma la sua posizione sul ruolo del capo dello Stato che, ha detto due giorni fa, non è solo un notaio che firma un contratto. Un riferimento non casuale. E probabilmente lo avrà fatto capire in questo ennesimo giro di consultazioni quando avrà sentito da Di Maio e Salvini l’appello del primo ai gazebo e del secondo alle consultazioni on line sulla piattaforma Rousseau per un referendum sul programma di governo, in una specie di braccio di ferro tra i due. E la cosa forse non gli sarà piaciuta molto.

Per ora Mattarella rimane in silenzio e aspetta che il confronto tra i due vincitori delle elezioni parta sul serio o fallisca per sempre.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Foto | Quirinale
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Ora si attende un sì di Berlusconi

Matteo Salvini e Silvio Berlusconi

Berlusconi potrebbe dare il via libera ad un governo Lega-Cinque Stelle. Da Luigi Di Maio questa mattina un primissimo passo verso il riconoscimento del nemico numero 1: “Nessun veto verso Berlusconi, ma vogliamo trattare solo con la Lega”.

Ed è così che potrebbe accadere: Forza Italia potrebbe decidere di far nascere il governo con l’astensione, come ha rivelato un deputato dopo un’assemblea, “né con un appoggio esterno e neanche votando contro”. In sostanza un’astensione, “astensione benevola”, la definisce Toti, che non ha nessun effetto in termini di maggioranza, perché Salvini e Di Maio insieme la raggiungono ampiamente.

Ma in questo modo Berlusconi mantiene integra l’alleanza di centrodestra, la tenuta della coalizione che è determinante per le regioni dove si governa insieme e per un buon risultato di Forza Italia alle prossime elezioni amministrative ed europee.

La coalizione rimane unita, e Berlusconi si tiene le mani libere per votare sì o no ai vari provvedimenti, dalla flat tax al reddito di cittadinanza, recuperando un ruolo importante per gli equilibri della coalizione e nello stesso tempo una specie di “salvatore della patria” per il governo futuro.

Certo, un’astensione non consente a Forza Italia di avere dei ministri, di entrare ufficialmente nel governo, ma nelle commissioni importanti, da quelle economiche ed istituzionali, potrebbe avere parlamentari di garanzia. Così come potrebbe aver ricevuto garanzie per le sue aziende: non è un caso che esponenti di spicco di Forza Italia, i più stretti consiglieri di Berlusconi, come Gianni Letta, Fedele Confalonieri e Niccolò Ghedini lo incoraggiano ad aprire ad un governo giallo-verde.

Per altri motivi fanno il tifo per questa soluzione i parlamentari, i quali sono terrorizzati dall’idea che solo il quaranta per cento di loro potrebbero rientrare, vista l’emorragia dei voti a favore della Lega se si tornasse a votare presto.

Ultimo punto, che forse è quello ancora irrisolto e fondamentale, è la figura del premier. Non sarà Di Maio, del resto si era reso lui disponibile a fare un passo indietro qualche giorno fa, e non lo sarà, a quanto pare, neppure Giancarlo Giorgetti, inviso ai Cinque stelle. Una figura terza di cui ancora non si conosce il nome.

Matteo Salvini e Silvio Berlusconi
Foto dal profilo Facebook di Silvio Berlusconi https://www.facebook.com/SilvioBerlusconi/
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Governo politico o si vota a luglio

La coalizione di centrodestra al Quirinale

Ben strano questo ultimo giro di consultazioni.

Sono in corso i colloqui con i partiti minori, ma attraverso le dirette Facebook Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno iniziato già la campagna elettorale per tornare al voto presto, prestissimo, anzi. Hanno già una data: domenica 8 luglio.

L’hanno decisa insieme in un incontro brevissimo alla Camera dopo le consultazioni, convinti che se andranno al voto tra due mesi si spartiranno i consensi e il voto diventerà un ballottaggio tra loro due: il centrodestra e il Movimento cinque stelle. L’annuncio del voto potrebbe anche essere una forma di minaccia per costruire un governo vero.

È stato il Quirinale a far filtrare a fine mattinata l’ipotesi del voto a luglio, forse una forma di pressione sui partiti, colta al volo però dalle due forze vincitrici del 4 marzo. Se non c’è un governo politico, questa la sostanza delle indiscrezioni dal Colle, allora subito un governo “elettorale”, che vada in Parlamento a chiedere la fiducia, quasi impossibile visto che la voterebbe solo il Pd, ma anche se non la ottenesse rimarrebbe in carica per portare gli elettori alle urne, senza un governo politicamente caratterizzato quale quello di Gentiloni.

Un governo quindi “elettorale” per andare al voto ricandidando gli stessi candidati di marzo, e in primo luogo Di Maio, il quale ha già detto che, non essendo mai cominciata la legislatura, il suo secondo mandato non è nemmeno iniziato e quindi sarà ancora il candidato premier così come i suoi parlamentari, i quali come in altri gruppi parlamentari avrebbero il terrore di perdere lo scranno alla Camera e al Senato, in tanti da quanto si apprende si sarebbero già esposti con richieste di mutuo nella banca interna del Parlamento.

Gli sconfitti di fronte all’ipotesi di ritorno al voto a breve sono Berlusconi da un lato e il Partito democratico dall’altro. Per Berlusconi tutte le opzioni sul campo sono rischiose: un governo Lega-Cinque stelle l’avrebbe visto fuori dal gioco, ma il voto a luglio per Forza italia è in ogni caso un appuntamento da incubo per i voti che si perderebbero a favore della Lega. Si vedrà tra poco a giugno con la tornata elettorale delle amministrative.

E così è già iniziata la campagna elettorale di Di Maio e di Salvini, pronti per un governo insieme e ora orientati a prendere i voti degli elettori, magari rubandoseli uno all’altro. Dopo due mesi in cui non si parlava di immigrazione, poco fa Salvini in diretta ha elencato i vari punti della sua agenda, tra cui contrastare “gli sbarchi degli immigrati sulle nostre coste che sono ricominciati”.

Stasera Mattarella farà il punto e deciderà se dare un incarico a Salvini, ma pare improbabile, oppure prendersi qualche ora per affidare la guida di un governo a qualche personalità di spicco e andarsi a prendere la fiducia o sfiducia in Parlamento.

La coalizione di centrodestra al Quirinale
Foto | Quirinale
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il PD alla vigilia della Direzione

Matteo Renzi

I due vincitori delle elezioni Matteo Salvini e Luigi Di Maio sembrano aver ormai rinunciato all’idea di un governo con il Partito Democratico, ricominciando tra loro le schermaglie delle settimane scorse, di cui dovrà prendersi carico Mattarella a partire da venerdì. Ma per il Pd la faccenda governo è ancora tema di grande discussione, confusione e divisione. Ci sono documenti contro altri documenti, tentativi di contarsi o al contrario di preservare un’unità solo di facciata.

Sarebbe dovuto essere un momento importante, ma l’uscita di Renzi in televisione ha tolto la suspence del dibattito e inasprito le posizioni. Per Renzi sarebbe assurdo governare con i Cinque stelle, una chiusura netta rispetto al piccolo spiraglio aperto da Martina dopo le consultazioni con Fico e considerati i rapporti di forza dentro l’organo di indirizzo politico del Pd sembrava proprio che non ci fosse partita.

Ma quei rapporti sono ancora intatti rispetto alla settimana successiva al voto? La posizione di Martina, prima fedelissimo di Renzi, e poi sempre più critico verso l’Aventino, quanto seguito ha? Questo si dovrà capire domani.

Intanto però i renziani hanno redatto un documento per il quale però chiedono di non votare in Direzione, per preservare, dicono, l’unità del partito. Si legge in sostanza che il governo tocca a chi ha vinto e che il Pd non darà l’appoggio né alla Lega né ai Cinque stelle.

Un documento sul quale oggi hanno cercato le firme in Parlamento, una specie di paradosso sintetizzato da Orlando secondo il quale “non si è mai vista la conta per non chiedere di contarsi“. Le firme sono tante, ben più della metà dei componenti della direzione, 120 su 210, senza considerare i membri della direzione non parlamentari.

Ma nelle diverse aree di minoranza assicurano che i numeri veri sull’appoggio al dialogo e al “non Aventino” sono diversi e chiedono quindi di votare sul mandato del reggente Martina e quindi sulla linea politica del segretario. Sulla carta però gli esponenti delle varie aree contrarie non arrivano ad un centinaio.

Sarà anche una discussione e forse un voto su quanta fiducia i renziani assicurino ancora a Martina e se potrà restare nei prossimi mesi fino all’assemblea.

A rendere la tensione ancora più alta si è aggiunto anche un sito di un non ben precisato elettore del Pd, dal nome “senza di me“, come l’hastag usato dai renziani per esprimere il rifiuto ad un governo con i grillini. Nel sito si elencavano i componenti della direzione a favore del dialogo, quelli contrari e chi, la maggioranza, non si era ancora espresso. Per alcuni una sorta di “lista di proscrizione”, per fare pressioni su chi ancora rimane in ombra.

La scelta dello stesso nome usato dai renziani è stata interpretato come un’operazione voluta da loro, i quali però nel giro di qualche ora hanno criticato questa iniziativa, al punto che nel primo pomeriggio i nomi erano diventato tutti omissis.

Matteo Renzi
Foto dal profilo Facebook di Matteo Renzi https://www.facebook.com/matteorenziufficiale/
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli

Venezia e le acque

Venezia e le acque

Venezia può essere il campo di sperimentazione per una nuova arte di manutenzione della città nell’era del cambiamento climatico. L'analisi…

POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La strategia leghista: vincere in Friuli e rilanciare

Matteo Salvini

Salvini aspetta. Dal fortino del Friuli attende di conquistare un’altra regione con i voti che andranno soprattutto per il suo partito, più che a Forza Italia e da lì attende ciò che ritiene il fallimento del tentativo di Di Maio e di Martina di fare un governo.

Pensa che non riusciranno ad avere successo e avrà nel suo arco altre frecce, anche quelle del tradimento dei Cinque stelle, accusati di incoerenza, mentre lui ancora oggi, alla vigilia del voto in Friuli assicura di essere leale a Berlusconi. Gioca ancora a fare campagna elettorale, aspettando: si dice pronto a tornare a discutere con i Cinque stelle, ma anche prontissimo a continuare la sua campagna per il voto in autunno, non avrà nulla da perdere in quel caso, anzi solo da guadagnarci, a danno invece di Berlusconi, che vede come una minaccia il ritorno al voto.

Due obiettivi completamente diversi, due idee di governo differenti: Berlusconi non ha fatto nulla per nascondere la sua avversione nei confronti dei grillini, i quali l’hanno ripagato minacciando di fare una vera legge sul conflitto di interessi contro le sue aziende.

Per la Lega invece il Movimento è l’interlocutore numero uno. Per ora Salvini nega di voler rompere con Berlusconi lunedì, e cioè quando avrà sventolato i risultati di Fedriga, che potrebbe diventare presidenti della Regione Friuli soprattutto con i voti dei leghisti.

Se Berlusconi si accorge solo ora che la Lega è forte ben arrivato”, dice dal Friuli Salvini, confermando che la leadership della coalizione è sempre di più la sua, ma ancora gli manca un piccolo passo, scegliere se andare al governo ora con Di Maio, voltando le spalle al Cavaliere o aspettare il prossimo turno. Perché Salvini è convinto che la definizione di una maggioranza in Parlamento passerà ancora da lui.

Matteo Salvini
Foto da Facebook
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Dialogo avviato tra M5S e PD

Roberto Fico da Sergio Mattarella

Altro tempo, un’altra settimana. Il capo dello Stato ha concesso ai partiti sette giorni per trovare un accordo di governo, e ora la palla passa al Partito Democratico e al Movimento 5 Stelle, ma soprattutto ai democratici che dovranno il 3 maggio decidere in Direzione se aprire un confronto con il movimento di Di Maio, se fidarsi di loro e costruire un esecutivo.

La prima verifica reale, con un voto finale.

Il Presidente della Camera Fico è uscito dal colloquio con Mattarella parlando di un mandato concluso positivamente e di un dialogo avviato. Formalmente, quindi, le consultazioni finiscono qui, perché dopo i due presidenti di Camera e Senato la prossima tappa sarà o un incarico vero per andare in Parlamento e chiedere la fiducia, oppure un governo del Presidente con tutti i partiti, ma i Cinque stelle hanno già detto che non parteciperanno.
In ogni caso con la direzione fissata il 3 maggio non ci sono più i tempi tecnici perché Mattarella possa convocare di nuove le elezioni a giugno. E questo è un sollievo per il Partito Democratico.

Ora quindi il lavoro passa a Martina e alla direzione, per convincere i renziani a tentare e a fidarsi di chi, secondo i più vicini a Renzi, hanno attaccato e promosso campagne di delegittimazione dell’allora presidente del Consiglio. Molti chiedono a Renzi di uscire allo scoperto, di riprendere la guida del partito, visto che Martina è segretario reggente, riacquistando anche il potere dentro la direzione. Dal 4 marzo, è vero che l’ex segretario controlla ancora molto, ma tanti sono diventati più possibilisti sul dialogo con Di Maio.

Se il PD darà il via libera si aprirà un confronto vero sui programmi e sulla composizione del governo, compreso chi sarà il Presidente del Consiglio e per Renzi è impensabile che possa esserlo Di Maio stesso.

Oggi i Cinque stelle hanno detto che il programma di governo sarà al rialzo, ma che non rinunceranno ai loro temi, e hanno inserito anche il conflitto di interesse, un segnale però che molti vedono diretto anche a Salvini, che sta diventando vittima delle campagne di stampa delle aziende televisive e dei settimanali di Berlusconi.

Roberto Fico da Sergio Mattarella
Foto | Quirinale
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Chi ha paura della street art politica?

Non è solo street art, è anche la capacità di cogliere in un’immagine il senso di alcuni passaggi politici importanti, sui quali si spendono parole e parole di commenti sui giornali e poi ritrovarli all’alba dipinti sui muri della città. Più esplicativi di un saggio di cento pagine.

Prima con “Il bacio”, ora con “I bari”, gli artisti sembrano compiere quasi dei flash mob, improvvisi e segreti, a due passi da dove si svolgono gli eventi rappresentati.
L’ultimo in ordine di tempo è il quadro che raffigura l’opera di Caravaggio: i bari hanno i volti oscurati di Salvini che sbircia dall’alto le carte e il complice Di Maio che gli sta di fronte pronto a cogliere i segnali, nelle luci e ombre tipiche del Caravaggio. Nella parte dell’ingenuo (anche se è difficile considerarlo tale, vista la sua storia) Berlusconi, rassegnato ad essere truffato.
Il quadro, il cui autore si firma Sirante, era contenuto in una cornice dorata e accompagnato da una didascalia con una spiegazione dettagliata: “Il quadro rappresenta la truffa. Un anziano ingenuo sta giocando a carte con un suo oppositore il quale in complotto con un suo avversario trucca il gioco della politica. Questa scena così teatrale – spiega ancora l’autore – descrittiva e realistica contiene un monito morale, una condanna del malcostume, in particolare delle strategie dei politici”.
Nessun dubbio sul significato politico che Sirante ha voluto dare al quadro, che apparso venerdì mattina in un angolo di una parete ai piedi del Quirinale è stato prontamente rimosso dai Carabinieri che hanno allertato l’ufficio Decoro urbano e addirittura inviato una segnalazione alla Procura. L’intervento così solerte per eliminarlo (i romani pensano a come sarebbe migliore la loro vita se anche le buche dalle strade sparissero con la stessa velocità o i cantieri non durassero anni) ha creato un certo dibattito sia tra i commentatori politici ma anche tra i critici d’arte. E non c’è dubbio che di arte si tratti.
La prima opera era apparsa alcune settimane fa dietro Piazza Capranica, a metà tra la Camera dei deputati e il Senato, un punto centrale e significativo per ciò che rappresentava: Salvini e Di Maio dipinti in un murales nello stesso modo del “Il bacio” di Breznev e Honecker. Cancellato in un attimo ma subito rivendicato dal collettivo Tvboy che lo aveva realizzato: “E’ un bacio immaginario o possibile?” scrivevano su Facebook.
Ed è lo stesso collettivo a congratularsi ora con Sirante, del quale oltre a questo nome nulla si conosce. “Bravo, ottimo lavoro, la buona arte genera sempre altra arte”.
Una frase che fa proprio pensare che la street art di questa primavera a Roma non si fermerà qui e che questa difficile e complicata fase politica sarà probabilmente accompagnata e tradotta in maniera molto chiara da altri murales, che appariranno sui muri delle strade che ospitano i palazzi della politica.
Ieri il bacio, oggi i bari, domani chissà.
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Mattarella accelera i tempi: serve un governo in carica

All’inizio della prossima settimana potrebbe già esserci un pre incarico per formare un governo. Lo confermano anche fonti del Pd, che parlano di un’accelerazione impressa dal Quirinale, dovuta a due fattori: da un lato l’avvicinamento tra Di Maio e Salvini, ma soprattutto la necessità di avere un governo in carica nel pieno dei suoi poteri se la crisi siriana dovesse precipitare e l’Italia dovesse decidere come schierarsi.

La realtà dei fatti dettata dalla politica estera non sta al passo dei calcoli politici dei due partiti principali che si contendono il governo, ciascuno dei quali avrebbe atteso il risultato del voto in due regioni per aumentare la propria forza sul tavolo delle trattative.

E nemmeno il Partito democratico avrà tempo per ragionare sul proprio futuro: potrebbe già esserci un governo quando ci sarà l’assemblea del 21 e la linea dei “dialoghisti” a quel punto non avrà più nessun senso.

Di Maio e Salvini sono tornati a parlarsi, ma non a decidere chi dei due potrà essere il Presidente del Consiglio e questo è un nodo da risolvere, così come il ruolo di Berlusconi. Il pressing dei giorni scorsi da parte di Salvini potrebbe aver prodotto un passo di lato da parte del Cavaliere: lui rinuncia ad essere presente al tavolo delle trattative per formare un governo, mandando un altro esponente e i Cinque stelle farebbero cadere la pregiudiziale nei confronti di Forza Italia.

Dal vertice in corso a Palazzo Grazioli prima delle consultazioni nel pomeriggio potrebbero arrivare delle novità. Berlusconi, Salvini e Meloni entreranno insieme nello studio di Mattarella, ma dovranno avere un’unica posizione sul governo con il Movimento di Grillo. Avrebbero i numeri sufficienti ma è difficile pensare che con uno schema simile possa essere Di Maio capo del Governo, nello stesso modo anche Salvini dovrebbe fare un passo indietro, indicando quindi una terza persona, che rappresenti tutte le anime di un futuro esecutivo. Potrebbe essere Giancarlo Giorgetti quella persona, un leghista stimato anche da Forza Italia?

Sono le diverse ipotesi sul tavolo, e che Mattarella dovrà considerare da domani in poi, ma per pochissimi giorni. La preoccupazione del Quirinale affinché si formi presto un governo è stata confermata dai gruppi che sono saliti questa mattina al Colle, così come però la necessità di capire la fedeltà al Patto atlantico delle due forze vincitrici delle elezioni.

Se Di Maio la scorsa settimana non a caso ha confermato che con un suo governo l’Italia rimarrà alleata della Nato e dell’Unione europea, più sfuggente è apparso Salvini che più volte si è schierato a favore di Putin.

E se ci sarà un governo Cinque stelle e Lega, in politica estera dovrà per forza parlare con una voce sola. Quale sarà?

sergio mattarella

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Di Maio: sì a Lega o Pd, no a Berlusconi

Ci sono due leader che si sono auto-incaricati di verificare se possono dare vita ad un governo, eventualmente insieme.

Sono Matteo Salvini e Luigi di Maio, Lega e Movimento cinque stelle che continuano a lanciarsi segnali per creare una maggioranza stabile di governo, come hanno fatto per le presidenze di Camera e Senato, ma che devono fare i conti con il resto dei partiti.

Il primo giro di consultazioni è finito con una maggiore evidenza dei contrasti soprattutto nel centrodestra, Forza Italia e Lega, la coalizione vincente delle elezioni ma che da sola non può governare e che sembra voler cose differenti: la Lega è disposta a governare con i grillini, Berlusconi no.

E Mattarella, viste ancora le posizioni lontane, ha dato appuntamento alla prossima settimana, per capire se può nascere un’intesa per una maggioranza, delegando quindi i due leader politici a realizzare incontri che Salvini ha definito “formali”.

Una sorta di auto incarico per entrambi prima ancora di averlo ricevuto dal capo dello Stato. Lunedì e martedì saranno giorni di colloqui tra i partiti e solo dopo ci sarà un nuovo giro di consultazioni.

mattarella consultazioni

Il leader dei Cinque stelle propone però un metodo diverso dal passato: un contratto di alcuni punti da presentare sia al Pd che alla Lega, un programma per vedere chi ci sta su questioni concrete da realizzare come maggioranza in Parlamento, una modalità che metterà in difficoltà soprattutto il Partito democratico che su alcuni temi ha maggiore sintonia con il movimento di Grillo, (diseguaglianze, reddito di inclusione ecc.), più di quanta ne abbia la Lega di Salvini.

Quel che è certo è che Di Maio non vuole avere a che fare con Berlusconi, dice chiaramente di non riconoscerlo come forza con cui confrontarsi, del resto assolutamente ricambiato dal leader di Forza Italia che chiede un governo con ministri di alto profilo, ma senza forze che si ispirano a “dilettantismi, pauperismi e odio sociale”. La lega invece governerebbe senza esitazioni con il movimento di grillo.

Nei prossimi giorni quindi potrebbe consumarsi un’ulteriore crisi nel centrodestra, Salvini e Berlusconi potrebbero allontanarsi ancora di più. Di Maio ieri ha evitato di ripetere che a Palazzo Chigi vuole andare lui, è la risposta forse all’invito di Salvini a fare “un passo indietro, senza impuntarsi”. Sfumature, messaggi che dovranno essere colti la prossima settimana da Mattarella per capire se sulla carta ci sono i numeri per dare un incarico ufficiale per formare un governo, senza bruciare i due candidati principali.

Foto | Quirinale
Foto | Quirinale
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Monza, l’orto sociale “Granidipepe”

Prendere un’area incolta, un campo che negli anni era diventato un deposito di rifiuti abbandonati, e farla diventare una speranza per molti ragazzi, i loro genitori e perché no per l’intero quartiere Cederna, una zona a sud est di Monza.
Il progetto si chiama “Granidipepe”, è un orto coltivato da molti volontari, alcuni ragazzi disabili, i loro genitori e gli studenti di una scuola di formazione che si trova a pochi metri dal terreno.

L’orto, che inizia a diventare un riferimento per gli abitanti più vicini, non è solo un progetto per rendere fertile un pezzetto di terra, come accade in altre città con gli orti urbani, ha un obiettivo preciso e concreto: grazie all’acquisto, in termini di offerta libera, dei prodotti della terra, si finanzia una parte della casa che l’associazione Uroburo vuole costruire per otto ragazzi disabili, una residenza dove sperimentare il loro grado di autosufficienza e così rispondere a quella domanda che per molti genitori di figli disabili spesso è un assillo: “che sarà dopo di noi?”

Granidipepe 01

I genitori dei ragazzi coinvolti nel progetto lo chiamano “il dopo e il durante noi”, perché questo futuro lo stanno costruendo insieme.

Nel 2016 è stata approvata la legge chiamata significativamente “dopo di noi”, che aveva come obiettivo la presa in carico e il sostegno futuro alle famiglie con figli disabili. Al momento sono poche le Regioni che hanno approntato e finanziato progetti di questo tipo con il fondo nazionale previsto dal Governo, la Lombardia è tra queste. In questo caso, il progetto della residenza parte da lontano, dal lavoro di associazioni che da trent’anni si occupano di disabilità.

La casa, tutta da ristrutturare, si trova a pochi metri dall’orto, si tratta di alcuni locali che un tempo erano adibiti ad asilo per i bambini, inseriti in un complesso antico, il Convento di Cederna.

Granidipepe 02

Il Comune di Monza l’anno scorso l’ha assegnato alle associazioni coinvolte in questo progetto, ma i lavori per ristrutturare la struttura sono molto impegnativi e costosi. Da qui l’idea dell’orto, una grande porzione di terra incolta, concessa dalla Parrocchia del quartiere all’associazione.

I ragazzi si sentono utili, e gli abitanti inizialmente attratti dalla curiosità di sapere chi erano quelle persone con la zappa in mano a poca distanza da una delle aree più industrializzate della Brianza, ora oltrepassano il recinto con una borsa in mano per chiedere se sono già mature le zucchine o i pomodori. Durante la giornata si alternano al lavoro dei contadini, alcuni in pensione: Luciano è il direttore dell’orto e vive con Granidipepe una passione trasmessa dal padre. Da lontano osserva il lavoro di Jack, un ragazzo disabile di vent’anni con una forza sufficiente per sradicare alcuni ceppi dalla terra e una passione smisurata per i canti alpini.

Si coltivano tutte le verdure di stagione, chi arriva lascia un contributo libero e porta via una cassettina con le verdure. Il progetto dell’orto contribuisce a ravvivare un quartiere che in questi ultimi due anni ha scoperto una seconda vita.

Granidipepe 03

Queste strade hanno ospitato per decenni uno degli esperimenti più importanti in Lombardia di villaggio industriale, e cioè il Cotonificio Cederna, una storia di sviluppo urbano, sociale ed economico voluto da Antonio Cederna, nonno dello scrittore e politico ambientalista Antonio Cederna e della giornalista Camilla. All’inizio del Novecento questa zona era solo campagna, punteggiata da qualche cascina e villa padronale, qui nel 1908 Antonio Cederna, che aveva già acquistato un cotonificio a Milano, compra un terreno e costruisce una tessitura accompagnata da una filatura. Inizialmente assume circa 80 operai, nel tempo diventeranno più di 800, che arrivano da molte regioni, in gran parte dal Veneto.

Gli operai non trovano solo lavoro, ma anche le case progettate dall’azienda, e servizi essenziali, come le scuole, una cooperativa di consumo e il Convento costruito poco lontano, che comprendeva sia l’asilo che un teatro. Diventa così un esempio di villaggio industriale come Crespi d’Adda o l’Olivetti ad Ivrea, attivo per molti anni, fulcro della vita del quartiere di Monza, fino all’arrivo della crisi del cotonificio, che nonostante converta la produzione in fodere non riesce a sopravvivere.

La chiusura arriva agli inizi degli anni novanta e con essa anche il declino della zona. Da qualche anno un progetto di rivalutazione ha ricostruito nell’enorme area industriale molti spazi, mantenendo lo stile architettonico dell’antica fabbrica.
Una parte è completata, un’altra è da ultimare con l’apertura di un museo etnologico di Monza e Brianza. Un quartiere quindi che rinasce, non a caso il progetto che dà vita all’orto di Cederna si chiama Uroburo, il simbolo antico di continuo movimento, di fine e di rinascita.

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Parlamento, a vuoto la prima votazione per Camera e Senato

Sergio Mattarella al Quirinale

Una partita a scacchi, mentre fioccano schede bianche nelle urne di Camera e Senato. Il primo voto in entrambe i rami del Parlamento è andato a vuoto, ma è servito ai gruppi per tentare incontri più ravvicinati nei corridoi, in un clima che è sì di un giorno di festa, ma con un senso di cupezza e incertezza generale. E quindi i tempi infiniti delle “chiame” servono a conoscersi semplicemente, a presentarsi a capire chi sono i colleghi deputati e chi i funzionari, visto che si tratta in molti casi di decine di volti sconosciuti, e passare così dagli strascichi del risultato del 4 marzo alla realtà. 

Chi pensava che il grande successo elettorale avrebbe permesso di fare ciò che voleva, in virtù di una divisione tra Nord e Sud tra due vincitori, deve ricredersi, così come deve farlo chi, colpito da un sentimento di rivalsa dopo la sconfitta elettorale, avrebbe aspettato volentieri sull’argine del fiume che passasse il nemico un po’ ammaccato. 

Lo stallo prosegue

Le regole parlamentari per la scelta dei presidenti di Camera e Senato costringono ad alleanze, ad incontri anche alla luce del sole per cercare candidati che ora i Cinque stelle definiscono di “garanzia”. Lo stallo permane, la candidatura di Romani al Senato sulla quale Berlusconi rimane fermo è l’arma per testare l’alleanza Forza italia-Lega. E i Cinque stelle ancora insistono a non voler legittimare il Cavaliere come leader politico, nei blog e nei commenti lo chiamano ancora Caimano.

Salvini scalpita, segue le scelte della coalizione, ma comincia a dire che se Forza Italia facesse un altro nome, ad esempio la magistrata e ora senatrice Elisabetta Casellati l’impasse si sbloccherebbe. Ha fretta di passare alla fase successiva, quando spera di ottenere l’incarico per formare un governo. Se ne uscirà solo domani, o forse addirittura il giorno dopo quando il quorum in entrambe le Camere si abbasserà.

Tante ipotesi, poche certezze

Le ipotesi che si fanno sono le più varie e sono indicative dell’incertezza in cui versano i vari gruppi. Se Berlusconi insistesse con Romani, i Cinque stelle potrebbero tirare fuori il nome di Calderoli, con il solo scopo di dividere Salvini da Berlusconi, e portare a termine lo strappo che permetterebbe poi di fare un governo giallo-verde. Ma se emergesse il nome di Zanda, proposto sempre dai grillini, toccherebbe al Pd dividersi: chi non ha abbandonato l’idea di un governo di larghe intese potrebbe essere tentato dal votare Romani, chi non ha rinunciato a provare un’alleanza con il Movimento di Grillo seguirebbe Zanda.

Tutto questo nelle votazioni che si terrebbero a scrutinio segreto. In ogni caso, prima deve definirsi la partita al Senato e solo dopo si scioglie il rebus alla Camera, dove nessuno fa ancora nomi, neppure più quello di Fico. 

E nel primo giorno, l’insediamento della XVIII legislatura, i protagonisti sono anche tutte le matricole, soprattutto i Cinque stelle: sono 227, un numero enorme. E’ cambiato lo stile, le donne in tailleur elegante, tacchi alti e truccate, gli uomini in giacca e cravatta senza più l’immancabile zainetto, accessorio che ha accompagnato sempre l’ultima legislatura. Si muovono in gruppo, ma questo accade anche per i neo parlamentari leghisti, anche loro cresciuti come numero, guidati dai veterani nelle aule e alla buvette, in attesa di sapere chi votare e cosa fare.

Il Senato della Repubblica Italiana

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Parlamento: la partita dei Presidenti

Segretari di partito che entrano e escono dalla stanze di Montecitorio per gli incontri con Di Maio e i capigruppo Toninelli e Grillo sulle trattative per le presidenze della Camera dei deputati e del Senato, trattative che a quanto pare non sono avanzate di molto.

Per il Partito democratico che ha incontrato la delegazione Cinque stelle si è parlato ancora solo di metodo, senza nessun nome. Di Maio pretende per il suo Movimento la Presidenza della Camera, Forse Fico che potrebbe intercettare qualche voto a sinistra, per il Senato dirimente invece sarà il vertice di domani di tutto il centrodestra.

Brevi incontri tra delegazioni, che si incrociano oggi con la lunga fila sia all’ingresso principale della Camera che davanti alla grande sala del Mappamondo, sono le file dei neodeputati arrivati oggi per la registrazione.

Sguardi sorpresi, un po’ intimiditi alcuni, da primo giorno di scuola, diffidenti altri, soprattutto la pattuglia dei cinque stelle, un numero molto grande, 223 deputati: in piccoli gruppi attraversano il Transatlantico accompagnati dai veterani che a loro intimano di tenersi lontani dai giornalisti. Così intimoriti che alcuni non dicono nemmeno il loro nome.

Altri invece sono più spavaldi: con lo zainetto sulle spalle cammina a testa alta salvatore Caiata, presidente del Potenza calcio, espulso dai Cinque stelle per un’inchiesta a Siena per riciclaggio. “Sono al servizio del Parlamento e spero di rientrare nel gruppo dei Cinque stelle”, dice sicuro di sé, ma per ora il Movimento non l’ha fatto nemmeno partecipare all’assemblea del gruppo che si è tenuta stamattina.

Ad osservare il via via in Transatlantico anche un cronista del Times.

Più rilassato Paolo Siani, fratello del giornalista Giancarlo, ucciso dalla camorra, eletto nella fila del Pd. Da medico spera di poter entrare nella commissione sanità e sui Cinque stelle che hanno fatto l’en plein al sud, ammette che era ampiamente previsto e che a Napoli ha avuto modo di conoscerli, alla domanda su un dialogo con il Movimento risponde: “noi già ci parliamo, non abbiamo problemi”.

Ma per ora il confronto tra cinque stelle e Pd sulle presidenze segna il passo, oggi l’ultimo faccia a faccia con loro, “ci sentiremo solo al telefono” ha riassunto Martina, reggente del Pd.

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli

Venezia e le acque

Venezia e le acque

Venezia può essere il campo di sperimentazione per una nuova arte di manutenzione della città nell’era del cambiamento climatico. L'analisi…

POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

M5S, la carica dei 330

Un corteo di taxi si ferma davanti all’hotel Parco dei Principi, nel cuore dei Parioli a Roma.

Arrivano così, e non più in sella alle biciclette o in autobus come cinque anni fa, i parlamentari a cinque stelle, circa 330, un numero triplicato rispetto alla legislatura passata. E’ la prima volta che si vedono tutti insieme, ma è cambiato molto da allora, sono cambiati anche i nuovi politici del Movimento 5 Stelle.

Chiedono ai tassisti di portarli fin sotto la pensilina dove ci sono i portieri in livrea, nessuno risponde alle domande, nemmeno quando li si chiede il nome, una deputata risponde “mi chiami onorevole”, non più i cittadini o portavoce come era allora.  E si è modificata anche la tipologia, non sono più in maggioranza giovani, magari universitari, con lo zainetto sulle spalle, come si vedevano a decine nell’hotel all’Esquilino cinque anni fa.

Ora la gran parte è composta da professionisti dai 35 anni in su, medici, avvocati, veterinari docenti. A loro lo staff raccomanda di non parlare alla stampa, ma non sembrano per nulla spaesati, sembrano già aver capito tutto: insomma, più che un movimento assomiglia ad un partito vero e proprio.

Oltre a conoscersi e a condividere le incombenze burocratiche da sbrigare nei prossimi giorni, e poi alcune regole, anche nuove create appositamente per evitare gli scivoloni degli scontrini mancati e della “rimborsopoli”, la decisione più importante presa nell’albergo romano è stata la scelta dei capigruppo alla Camera e al Senato, comunicata da Luigi Di Maio e accolta con acclamazione: Giulia Grillo e Danilo Toninelli, la prima alla Camera e il secondo al Senato, due esponenti vicini a Di Maio, che assumeranno questa carica per 18 mesi e non più per i tre mesi del passato, a rotazione.

Non si è parlato nella riunione del prossimo governo, ai giornalisti invece qualcosa hanno fatto trapelare: attendono e vorrebbero essere chiamati da Gentiloni quando questi, se non ci sarà ancora il nuovo esecutivo, dovrà fare nei primi giorni di aprile il documento di programmazione economica (Def), chiedono di poter imporre i loro temi: “Chiederemo di poter inserire alcune nostre misure sulle tasse e sulla lotta alla povertà”, dice Danilo Toninelli.

Sul governo, la linea è attendista, si aspetta soprattutto che siano gli altri a lanciare segnali di collaborazione, sia per i presidenti di Camera e Senato, sia per il Governo, aspettando anche che nella direzione del Partito Democratico si capisca di più cosa accadrà. Per ora quindi restano fermi sulle loro posizioni, per tattica si presentano intransigenti: “Si parte dal nostro programma e nessun dubbio sul fatto che il premier sia Di Maio”.

Il candidato, accolto da grandi applausi dai parlamentari, assicura: “Andremo al governo, saremo il pilastro della legislatura. Ma se ci sarà un esecutivo tra Pd, Forza Italia e Lega, prenderemo i pop corn e aumenteremo il nostro consenso”. E non è chiaro quale delle due opzioni Di Maio preferisca.

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La resa dei conti contro Renzi

Le dimissioni al rallenty di Renzi stanno cominciando a provocare un terremoto dentro al partito, più di quanto abbia causato la scissione.

Il congresso sarà lontano, si farà dopo la formazione del governo, ma si affilano intanto le armi per affrontare passaggi delicati e importanti sui quali vorrebbero avere voce.

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, il giorno dopo la sconfitta e soprattutto dopo le parole di Matteo Renzi, si è iscritto al Partito democratico. “Non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’è”, ha twittato. E ha immediatamente ricevuto ringraziamenti e applausi da molti big del partito, per esempio da Gentiloni, che ha digerito malissimo le velate critiche di Renzi nei suoi confronti. Il segretario dimissionario ha dato la colpa a molti della sconfitta, e non a se stesso, ha puntato il dito contro Mattarella per non aver consentito di tornare a votare l’anno scorso, e a Gentiloni per aver espresso una qualche vocazione all’inciucio e alle larghe intese. C’è il gelo tra i due più di quanto ci sia stato finora.

E Calenda, che non ha voluto candidarsi, ma ha fatto una campagna elettorale da fuori, oggi si iscrive denunciando gli errori fatti in questi mesi, si è parlato solo alle élite dice.

Inizia l’isolamento di Renzi dentro al Pd, perché non ha voluto lasciare subito e perché si è arroccato sulla linea di una chiusura al confronto con i Cinque stelle in vista delle presidenze delle Camere e del governo.

Non solo da parte della minoranza, ma i ringraziamenti a Calenda arrivano da parte di esponenti vicini a Renzi come Martina, Richetti e Finocchiaro e questo fa capire che è iniziata una resa dei conti dentro al Pd contro Renzi, il quale nel suo solito tono ha detto che alle consultazioni non ci sarà perché andrà a sciare.

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Renzi ha deciso di dimettersi

La decisione era nell’aria già un minuto dopo le prime proiezioni: Renzi ha deciso di dimettersi.

C’è ancor un po’ di cautela nel suo staff rispetto alla notizia fatta filtrare da altri e arrivata a tutte le agenzie, una specie di smentita ma senza molta convinzione, ma la scelta era inevitabile visto il risultato, il Partito democratico è parecchio al di sotto il 20 per cento, che negli obiettivi che si erano posti era il segno della débâcle.
Renzi lascia e spiegherà  i motivi nel pomeriggio in una conferenza stampa prevista alle 17. Ma le cause sono note: in quattro anni dal 40 per cento delle europee del 2014 ha più che dimezzato i voti del partito di cui ha preso la guida dopo aver mandato via Letta.
E il silenzio questa mattina di Letta, di Prodi e di Veltroni, che hanno scelto di sostenere Gentiloni più che Renzi, è indicativo dell’isolamento intorno al segretario. Ma il vuoto intorno non è solo dei padri fondatori, c’è il silenzio di Franceschini, che ha perso nel suo collegio a Ferrara, di Del Rio, di tanti ministri che lo hanno sostenuto nei tempi passati e dopo la sconfitta al referendum costituzionale hanno iniziato a prenderne le distanze, per non parlare della minoranza interna, gli orlandiani che ben prima degli exit pool avevano commissariato Renzi chiedendo di partecipare alle consultazioni al Quirinale.
Ma nessuno può festeggiare, la situazione è talmente difficile, che un partito senza una guida è come una nave senza comando in un momento delicato come questo.  Con le presidenze di Camera e Senato da votare, con le consultazioni al Colle.
Ci sarà un gruppo in Parlamento di fedelissimi renziani, ma senza più il capo, che diventerà senatore nella Camera che voleva abolire. Ieri sera la linea era di stare all’opposizione, ma senza Renzi sarà ancora questa? O qualcuno vorrà andare a parlare con i Cinque stelle?
  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Uniti oggi ma divisi alla meta

Questo pomeriggio ci sarà l’ultima iniziativa unitaria del centrodestra, forse la seconda in tutta la campagna elettorale.

In forse fino all’ultimo, non sarà nemmeno il bagno di folla con i sostenitori a cui Berlusconi aveva abituato gli elettori, solo una “comparsata” in una sala in centro a Roma ad uso e consumo di telecamere e fotografi per mostrare che in fin dei conti si tratta di una coalizione.

Berlusconi, Meloni e Salvini, tre campagne elettorali separate perché ognuno deve raccogliere più voti possibili per la parte proporzionale, percentuale non indifferente in questa legge elettorale, i due terzi dei seggi in Parlamento.

Ma se sarà la coalizione vincente con i numeri sufficienti per avere la maggioranza dovrà anche governare insieme, con una squadra di ministri da definire in base alla forza dei partiti e non sarà facile probabilmente, considerando la grande distanza che c’è tra Forza italia e la Lega sul tema Europa e i patti con Bruxelles: Salvini straccerebbe volentieri il vincolo del 3 per cento del rapporto deficit Pil, lo ha minacciato più volte, Berlusconi potrebbe pure farlo, ma tremando per le conseguenze finanziarie, a cominciare dalle aziende di famiglia.

Sul tema immigrazione ci sono maggiori affinità, anche se la contiguità con l’ultradestra fascista spaventa Berlusconi.

I due alleati in campagna elettorale sono stati in forte competizione, al punto che non è stato possibile stabilire nemmeno un candidato unitario a Palazzo Chigi. Tajani non piace a Salvini, che dal canto suo continua a dire che alla guida del governo ci vuole andare lui. E’ tattica elettorale naturalmente, ma la formazione di un governo è uno scoglio non indifferente.

Certamente fare l’en plein, avere la maggioranza e l’incarico di governo fa gola a tutte e tre gli alleati che forse alla fine troverebbero un accordo, ma la forza che ora ha la Lega è molto superiore rispetto a 15 anni fa, un’evoluzione completa in senso nazionalista, populista e conservatrice che Forza Italia fa fatica a condividere, si è visto con una campagna elettorale che nel centrodestra è stata quasi esclusivamente condotta dai temi imposti da Salvini.

Naturalmente Berlusconi ha dalla sua le altre possibilità che si aprirebbero di fronte ad un risultato incerto: il cosiddetto “governo di scopo” al quale ha aperto anche Grasso, non senza malumori dentro al suo partito Liberi e Uguali, un governo con Pd e Forza Italia per rifare la legge elettorale, magari a guida Gentiloni o un esecutivo più lungo, di larghe intese con Renzi, verso il quale non ha mai usato toni dispregiativi.

Scenario non condivisibile per la Lega, attratta piuttosto da una maggioranza con i Cinque stelle. Ma a questo punto tutto è rinviato a domenica notte e ai risultati che la coalizione di centrodestra otterrà, si capirà solo allora se a guidare le danze sarà Berlusconi o Salvini.

  • Autore articolo
    Anna Bredice
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli