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“Non uccide il terremoto, uccidono le opere dell’uomo”

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Palloncini bianchi verso il cielo plumbeo di Amatrice, per ricordare le vittime del terremoto del 24 agosto scorso.

Sono stati liberati in volo, a conclusione dei funerali di Stato celebrati alle porte del centro storico distrutto del borgo reatino che ha pagato un prezzo altissimo al sisma, 231 morti sui 292 accertati fino ad ora – e si scaverà ancora tra le macerie.

Ad officiare le esequie di alcune tra le vittime, 28 e non 37 come inizialmente annunciato, monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, che ha sottolineato come non sia il terremoto ad uccidere, “piuttosto le opere degli uomini“. Un monito che ha assunto ancor più forza, pronunciato da quell’altare posto innanzi a un edificio collassato su se stesso. Parole ancor più pesanti, ad ascoltarle dopo che, a inizio esequie, erano stati elencati i nomi di tutte le vittime. “I terremoti hanno altrove la loro genesi, non si possono spiegare con parole che hanno il sapore della superstizione“, ha detto Pompili. “Non si tratta di eventi sfortunati, di circostanza: i terremoti ci sono sempre stati, esistono da quando esiste la terra, da quando l’uomo non era neanche un agglomerato di cellule. I paesaggi che amiamo, le montagne che custodiscono l’acqua vitale, sono il frutto dei terremoti. Non sono i terremoti, che uccidono: uccidono le opere degli uomini“.

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“Non basteranno giorni per ricostruire – ha aggiunto il vescovo di Rieti – ci vorranno anni: è richiesta mitezza, distante dalla muscolare ingenuità di chi promette tutto e subito, così come dalla tentazione di voltarsi altrove. Con mitezza, abbiamo l’obbligo di far rivivere la bellezza di cui siamo custodi”.

Dunque, l’appello alle autorità, sedute nelle prime file, subito dietro i parenti delle vittime: “La ricostruzione non diventi una querelle politica“.

Appello accolto dal sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi. “Abbiamo due possibilità: farci sopraffare dal dolore oppure dedicare il nostro tempo affinché la memoria dei morti sia coltivata con l’opera degli uomini. Ho scelto di non farmi sopraffare e ho letto lo stesso sentimento negli occhi dei miei concittadini. Qui, si è visto il bello dell’Italia della solidarietà e in nome di questo sentimento sono disposto a chiedere sacrifici ai miei concittadini. Ma sia chiaro: questa gente è morta perché amava la propria terra e vuole restare qui“.

Su queste parole, l’applauso dei cittadini di Amatrice che hanno seguito le esequie: chi dentro la tensostruttura, montata in tutta fretta, e chi, la maggior parte, fuori, sotto la pioggia che ha bagnato il borgo reatino per tutto il pomeriggio. D’altra parte, la città non era pronta ad ospitare i funerali di Stato, ad accogliere il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, i presidenti di Camera e Senato, presidenti di Regione e di Provincia, i sindaci, Massimo Cialente e Virginia Raggi tra gli altri. Tenere i funerali qui, sotto un tendone, era però un segnale importante, per i cittadini. “Non ci serve il numero di persone o il pubblico da stadio, ci serve il simbolo, il momento di raccoglimento”, aveva spiegato nel pomeriggio, a NewsTown, il sindaco Pirozzi. “Le istituzioni si devono mettere al servizio delle persone, altrimenti è un mero esercizio del potere. E oggi a noi questo non serve”.

Non vi lasceremo soli“, è la promessa di Matteo Renzi ai familiari delle vittime. “Faremo di tutto per garantire la ricostruzione. E torneremo appena si saranno spente le telecamere”.

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Mi impegno a venire qui tra due settimane, quattro settimane e così via“, ha aggiunto Piero Grasso, presidente del Senato. “Questo non può essere un momento passeggero, ma bisogna rimboccarsi le maniche. Ognuno avrà la sua funzione: la magistratura accerterà le responsabilità, il governo dovrà garantire le risorse. E poi pensare che tra poco arriva l’inverno e che c’è bisogno di soluzioni provvisorie, sempre tentando di far rimanere il più possibile le persone insieme qui sul territorio”.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su NewsTown.it

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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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