Crisi libica

Prove di stabilizzazione. Ma la soluzione è lontana

martedì 17 maggio 2016 ore 06:00

A Vienna una giornata dedicata alla Libia.

I rappresentanti di quattro organismi internazionali, ONU, UE, Lega Araba e Unione Africana – insieme ai ministri degli esteri di 20 paesi: i cinque membri permanenti dell’ONU, i paesi confinanti e della regione, dietro invito di Stati Uniti e Italia – si sono riuniti nella capitale austriaca per trovare una via alla “stabilizzazione della Libia”.

Un obiettivo impegnativo, visti i risultati della precedente riunione a Roma il 13 dicembre 2015, che ha sì portato alla firma dell’accordo di Skhierat, in Marocco, ma che poi non ha fatto fare veri passi avanti nell’avvio di un percorso unitario che metta fine al dualismo di potere o meglio al vuoto di potere che sta di fatto favorendo l’espansione di Daiesh nella parte centrale del Paese.

La comunità internazionale, infatti, nicchia e non decide chi e come sostenere nello scenario politico libico. Ci sono interessi e alleanze diverse e soprattutto non c’è accordo su una strategia comune.

Il premier incaricato Sarraj è presente a pieno titolo in questa Conferenza ed è la prima volta che un esponente politico libico siede in queste riunioni allo stesso livello degli altri partecipanti; un’anomalia che la dice lunga sulle contraddizioni tra le potenze occidentali.

Sarraj ha avuto il merito di mettere fine a una speculazione ricorrente sulla necessità dell’intervento straniero. Il premier libico ha detto chiaramente che non vuole chiedere e non chiederà un intervento straniero, ma vuole la fine del blocco degli armamenti all’esercito libico. E dalla riunione di Vienna la risposta è stata: “vedremo”.

Il comunicato finale si limita a parlare di alleggerimento dell’embargo e di addestramento delle forze alle dipendenze del governo di unità nazionale. Una finezza linguistica e diplomatica che segna il grado di attendismo nella politica internazionale e regionale sulla crisi libica. Il governo unitario, infatti, per il momento non c’è ancora e quindi tutto è rimandato al voto di fiducia da parte del Parlamento di Tobruk.

Scoglio inevitabile, ma che significa un accordo con il generale Haftar, che ha avuto il merito di liberare Bengasi da Daiesh. Difficile comprendere l’ostilità italiana al ruolo del generale Haftar, che viene designato da diversi analisti italiani, probabilmente su suggerimenti della Farnesina, come il fedelissimo di Gheddafi. Una grande bugia, perché il generale ha rotto con l’ex dittatore già nel 1978, alla fine disastrosa della terza guerra libica in Chad e si è rifugiato negli Stati Uniti, dove ha formato un gruppo di opposizione al regime ed è tornato in Libia soltanto nel febbraio 2011, immediatamente dopo l’inizio dell’insurrezione di Bengasi.

Il suo ruolo militare nella caduta della dittatura è stato determinante ed ha dimostrato grande “sensibilità politica”, cedendo il comando delle forze armate del CNT all’ex ministro di Gheddafi, Abdel Fattah Younis, assassinato poi dai jihadisti infiltrati. E’ chiaro che Haftar ha il difetto, agli occhi degli occidentali, di essere l’alleato del generale Al Sissi, il nuovo rais del Cairo.

Il generale però non è solo e conta su un’alleanza politica minoritaria, ma determinante; soprattutto, dal punto di vista militare, è riuscito ad organizzare l’esercito nazionale libico e controlla vasti territori in tutto l’Est della Libia e una regione nell’Ovest, quella di Zentan. A suo fianco in particolare c’è il presidente del Parlamento, Aqila, che con mezi discutibili è riuscito a bloccare le sedute del Parlamento dedicate al voto di fiducia e che per questo suo atteggiamento ha ricevuto sanzioni dall’Unione Europea e dal Dipartimento di Stato USA.

Nel pomeriggio di lunedì è arrivato a sorpresa a Vienna proprio Aqila. “Ha in tasca una proposta per superare l’impasse senza ingerenze straniere”, dicono i suoi sostenitori.

Le potenze occidentali inoltre sono divise sul da farsi e sanno che sostenere una parte libica contro l’altra ha soltanto un risultato: la spartizione del paese con il rafforzamento di Daiesh, che da ieri minaccia Bani Walid, città a sud ovest di Misurata ed a soli 180 km a sud della capitale.

Aggiornato martedì 17 maggio 2016 ore 18:39
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