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Libia, accordo per il voto il 10 dicembre

Accordo Libia a Parigi

Un accordo per la Libia in otto punti. Lo hanno firmato a Parigi i quattro rappresentanti delle istituzioni in cui è diviso il Paese: il premier Fayez al-Sarraj, il generale Khalifa Haftar, il presidente della Camera Aguila Saleh e del Senato Khaled al-Mishri.

L’accordo prevede elezioni il 10 dicembre di quest’anno e l’approvazione di una Costituzione e una Legge elettorale entro settembre e da subito la riunificazione della Banca Centrale.

Alla conferenza di Parigi, voluta dal Presidente francese Emmanuel Macron, hanno partecipato 19 Paesi influenti sulla crisi libica, tra i quali l’Italia ed i cinque Paesi membri del Consiglia di Sicurezza dell’ONU.

Il summit si è svolto sotto l’egida dell’ONU, ma il vero attore è stato la diplomazia francese. L’accordo è sicuramente un passo in avanti rispetto alla situazione di stallo precedente, raggiunta nell’incontro di al-Sarraj e Haftar a Parigi nel luglio 2017.

Manca però lo strumento attuativo sul territorio. In Libia non c’è un esercito né forze di sicurezza nazionali unanimemente riconosciuti. E i rappresentati delle milizie esclusi dalle trattative hanno pubblicato un comunicato parlando di interferenze esterne e faranno di tutto per impedire lo svolgimento delle elezioni.

La diplomazia italiana, infastidita dall’ottimismo francese, è rimasta con il cerino in mano.

Accordo Libia a Parigi
Foto dal profilo Twitter di Emmanuel Macron https://twitter.com/emmanuelmacron
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    Farid Adly
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Guerra in Siria, i ribelli non vogliono lasciare Duma

La città di Duma

Guerra in Siria. Aumenta la pressione delle forze governative siriane su Duma per costringere i miliziani alla resa. Poco fa sono iniziate le operazioni di attacco con bombardamenti dell’artiglieria per aprire la strada alle truppe di terra.

Nella giornata di ieri, Damasco ha ammassato truppe e mezzi attorno all’ultima roccaforte dell’opposizione armata nella Ghouta Orientale, mentre nei giorni scorsi si sono avute trattative tra i miliziani russi e Jaish al-Islam, la principale formazione che controlla la città. Ai miliziani assediati, insieme a oltre 70 mila civili, è stato offerto un salvacondotto in cambio della resa per risparmiare Duma da una distruzione sicura.

L’Esercito dell’Islam ha respinto l’ipotesi di abbandono della città e ha chiesto che i suoi miliziani rimangano a Duma, che verrà presidiata da osservatori militari russi. La riposta di Mosca è stato un ultimatum di 48 ore che dovrebbe scadere domani, ma Damasco vorrebbe affettare i tempi dell’evacuazione.

In un tentativo disperato l’opposizione ha inviato un messaggio ai Paesi membri del Consiglio di Sicurezza con i punti della loro proposta, ma non sembra che ci siano i tempi per la diplomazia.

Oggi a Mosca Staffan de Mistura incontrerà il Ministero degli Esteri russo Sergej Lavrov in un ultimo tentativo per salvare i civili.

La città di Duma
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La caduta di Afrin e il tradimento dei curdi

Dopo due mesi di resistenza eroica, Afrin è caduta nelle mani degli invasori turchi e dei loro collaborazionisti. La bandiera turca è issata sul palazzo governativo nel centro della città, insieme a quella dell’Esercito libero siriano. I carri armati di Ankara girano tra le macerie, nelle strade vuote di una città fantasma.

La guerriglia curda ammette la sconfitta, ma promette la riconquista. Per l’esercito turco non è stata una passeggiata, ma il presidente turco Erdogan – trionfante – ha deriso con sarcasmo i combattenti curdi. Il prezzo è stato altissimo: migliaia di morti e duecentomila profughi, che stanno vagando nelle zone rurali, nella provincia di Aleppo. I vincitori hanno saccheggiato negozi e rubato auto e macchinari agricoli.

Ai curdi non è servito a nulla il ricorso al sostegno governativo di Damasco, che ha mandato qualche centinaio di combattenti – miliziani alleati e non soldati – senza attivare le necessarie pressioni diplomatiche su Ankara con l’aiuto di Mosca. La soverchiante disparità delle forze in campo ha avuto la meglio. Le mire del neo-sultano sono quelle del controllo sul nord della Siria, e si teme che le truppe puntino su Kobane e Manbij. La battaglia di Afrin è il simbolo di un tradimento internazionale nei confronti dei curdi, prima di tutto degli Stati Uniti e della Russia.

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    Farid Adly
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La caduta di Raqqa, colpo mortale per Daesh

Rojda Felat. È lei il simbolo della liberazione di Raqqa. La comandante curda entra nello stadio della città sventolando la bandiera gialla delle Forze Democratiche Siriane (FDS), l’alleanza curdo-araba sostenuta e armata dagli Stati Uniti. Lei è un doppio simbolo di liberazione: da una parte la vittoria militare sugli oscurantisti e spietati miliziani del sedicente califfato e dall’altra il riscatto dell’orgoglio femminile contro un’ideologia che vuole sminuire e rinnegare il ruolo delle donne, per meglio imporre il proprio potere sulla società. Due vittorie in una.

La caduta della capitale del falso califfo era stata annunciata per imminente da giorni. Dopo quattro mesi e mezzo di combattimenti e un alto prezzo pagato per una battaglia decisiva, le FDS sono entrate trionfanti nel centro di Raqqa, espugnando le ultime resistenze dei miliziani, prevalentemente stranieri, i cosiddetti foreign fighters, concentrati nello stadio della città. Nei giorni precedenti, infatti, era stato raggiunto un accordo tra i comandanti curdi e quelli di Daesh, con la mediazione dei notabili della città, per l’evacuazione garantita dei miliziani jihadisti verso Deir Azzour, a est al confine con l’Iraq, la provincia dove i rimasugli del califfato nero hanno ancora qualche controllo su una parte della città. Un centinaio di combattenti, tutti di nazionalità siriana, accompagnati dalle famiglie e da altri civili, usati anche come scudi umani per garantirsi la sicurezza, sono saliti sui pullman messi a disposizione, per il loro trasloco in un corridoio umanitario.

Questa pratica è una delle caratteristiche della guerra civile siriana. Non è la prima volta che avviene la concessione di un salvacondotto ai combattenti per concludere una battaglia con le minime perdite tra i civili. Sono avvenute a Homs, nel 2015, poi nel Qalamoun, vicino alla capitale, e poi ad Aleppo e Idlib (in questo ultimo caso, erano i soldati governativi e loro famiglie ad abbandonare il campo). Questo trattamento di favore è stato negato e giustamente ai combattenti non siriani (Sauditi, tunisini, algerini, marocchini, sudanesi, ceceni, e nativi di paesi occidentali,…) , che sono stati protagonisti delle più efferate atrocità, secondo le testimonianze di molti civili scampati al dominio di Daesh.

La caduta di Raqqa è un colpo mortale, non solo simbolico, per il sedicente califfato. E’ molto più importante anche della perdita della città di Mosul, in Iraq, la scorsa estate, perché Raqqa era stata considerata la “capitale” del falso califfato. Raqqa infatti è il centro di smistamento dei combattenti stranieri e da lì si architettavano e si guidavano le operazioni terroristiche all’estero.

La caduta di Raqqa, però, non significa la fine del pericolo daeshista. Sia in Siria che in Iraq, ci sono ancora piccoli centri sotto il controllo dei miliziani jihadisti. Ultima città è Deir Azzour, ma presenze significative di combattenti e basi si trovano nelle cittadine di confine tra Siria ed Iraq, nella provincia di Anbar irachena e in diverse zone della Siria (Homs, Hama, Aleppo e Daraa). Per non parlare delle cellule dormienti, che al momento opportuno vengono riattivate per azioni terroristiche dietro le linee del fronte. Secondo il portavoce delle FDS, Talal Salu, “la città di Raqqa è al 90% bonificata, ma rimangono mine nel terreno e jihadisti nascosti e camuffati tra i civili. E’ in corso un’operazione di pulizia molto più dura della battaglia aperta, perché dobbiamo condurla contro un nemico invisibile”.

Ci si interroga sulla fine del falso califfo, Al Baghdadi e dei suoi luogotenenti, i capi di Daesh di primo piano. Sembrano svaniti nel nulla e la loro sorte, malgrado i diversi comunicati sulla loro presunta uccisione o morte, rimane non chiarita. Si era diffusa tempo fa, che i capi dell’organizzazione terroristica si sono trasferiti in Libia o in Sinai, ma poi la notizia è stata smentita dai fatti. Un ultimo rifugio per i capi del terrorismo jihadista, con una certa sicurezza di copertura, rimangono la zona del confine tra Afghanistan e Pakistan e quelle centrali dello Yemen. Quest’ultima rimane la zona più accessibile ai daeshisti, anche per questioni logistiche, e lo ha dimostrato l’attacco con i droni statunitensi di qualche giorno fa.

La diaspora dei jihadisti stranieri dovrebbe preoccupare e non poco i servizi di sicurezza dei paesi d’origine. In Tunisia, Marocco e Libia, nell’ultimo anno, si è registrato il ritorno dalla Siria di oltre tremila elementi addestrati, che difficilmente si accontenteranno di ritornare alla vita civile. Lo stesso vale, anche se con numeri più modesti, per i foreign fighters europei. Una mina vagante che non promette bene. I servizi segreti occidentali (e turchi in particolare) che hanno chiuso un occhio sul loro reclutamento per andare a combattere in Siria, adesso dovrebbero tirare fuori i “file”, per poterli controllare meglio, prima che entrino in azione.

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    Farid Adly
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Dignità nazionale calpestata

L’economia egiziana ha registrato una crescita del 5% nel 2° trimestre del 2017. In aumento di mezzo punto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il paese più popoloso dell’Africa e del mondo arabo fa gola a tutti gli gli investitori, malgrado i disastri politici legati al mancato rispetto dei diritti umani.

Anche gli imprenditori italiani di fronte al business egiziano non si tirano indietro. In un anno e mezzo di raffreddamento dei rapporti diplomatici, lo scambio commerciale non ha subito crolli. Le esportazioni continuano a crescere di anno in anno dal 2014 e nei primi sei mesi del 2017, sono salite del 10% rispetto allo stesso periodo del 2016, anno dell’assassinio di Giulio Regeni. E’ vero che nel 2106, le importazioni sono leggermente calate, ma nel 2017 sono riprese a galoppare: + 26%.

Cito un rapporto della Farnesina: “Al pari dell’interscambio commerciale, nonostante la crisi politica si è assistito ad un consolidamento della presenza delle nostre aziende in Egitto, che operano sia attraverso investimenti diretti che partecipando ai grandi progetti di sviluppo attuati dalle autorità egiziane”. I settori che vedono la presenza italiana in Egitto sono gas e petrolio con Eni e Edison, settore bancario e finanziario con San Paolo Intesa. Pirelli, Ansaldo, Breda ed Italcementi sono le società italiane maggiormente impegnate nei settori industriali.

Il business non è scalfito dalla difesa della dignità nazionale, calpestata sotto i talloni degli assassini di Regeni.

La ministra della Pianificazione egiziana, Hala el Saed, ha precisato che i settori che hanno registrato dati positivi sono quelli del turismo, delle telecomunicazioni e immobiliare. “Nonostante le sfide economiche, il paese è in grado di rialzare l’indice di crescita economica e di aumentare gli investimenti diretti esteri”.

Questo ulteriore sviluppo degli indici economici, malgrado il crescente impoverimento della popolazione e la crisi occupazionale che attanaglia una grossa fetta della manodopera egiziana, costretta a emigrare in situazioni drammatiche, è imputabile alle misure di apertura alle imposizioni del Fondo monetario internazionale (Fmi). Nel mese di novembre 2016, il governo egiziano ha lanciato una serie di riforme indicate dallo stesso Fmi, tra cui le misure per il controllo dell’instabilità del tasso di cambio, attraverso un accordo di 12 miliardi di dollari per sostenere le riforme fiscali. Finora l’Fmi ha erogato all’Egitto per quell’accordo circa 4 miliardi di dollari.

Lo scorso 18 agosto, l’agenzia statunitense di rating Moody’s, con sede a New York, ha mantenuto stabile l’outlook sull’Egitto, assegnando un giudizio di “B3”, cioè sufficienti capacità di far fronte agli impegni di breve periodo.

L’ambasciatore dell’Egitto in Italia, Hesham Badr, è arrivato mercoledì a Roma dove nei prossimi giorni presenterà le lettere di credenziali al ministro Alfano. L’ambasciatore dell’Italia in Egitto, Giampaolo Cantini, è arrivato al Cairo nello stesso giorno e sarà ricevuto dal ministro degli Esteri egiziano Sameh Shukri.

La memoria corta del governo italiano ha fatto dire all’ex premier Letta, che “il governo egiziano ci prende in giro”. Probabilmente la dichiarazione ha più motivi di politica interna, ma le parole di Letta fotografano la situazione reale nei rapporti tra Italia e Egitto.

Due giorni prima dell’arrivo dell’ambasciatore al Cairo, le autorità di sicurezza egiziane hanno fatto sparire, per 48 ore, l’avvocato della famiglia Regeni, Ibrahim Metwalli. Partito per Ginevra dall’aeroporto del Cairo, non è mai arrivato sull’aereo e le autorità di polizia e giudiziarie per due giorni hanno negato di sapere che fine abbia fatto. Familiari e amici sono rimasti in ansia per ben due giorni. Sparizioni forzate, le chiamano le associazioni di difesa dei diritti umani, e colpiscono, in Egitto, ogni anno migliaia di cittadini. Lo stesso figlio di Metwalli, uno studente universitario di 22 anni, è scomparso dal luglio 2013 e non si è saputo più nulla della sua sorte.

L’avvocato della famiglia Regeni è ricomparso in carcere, arrestato per motivi di sicurezza dello Stato. Doveva andare in Svizzera, alla sede dell’Onu per riferire, alla Commissione Internazionale competente, sulle sparizioni forzate in Egitto.

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    Farid Adly
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Scomparso un avvocato della famiglia Regeni

Un nuovo scomparso in Egitto. E’ l’avvocato Ibrahim Metwalli, fondatore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà e difensore dei familiari dei migliaia di scomparsi coercitivi in Egitto, tra i quali suo figlio, Amro, scomparso quattro anni fa durante le manifestazioni contro i militari e mai più ritrovato. E’ anche consulente per il caso Regeni.

I suoi colleghi dell’Ercf (Egyptian Commission for Right and Freedom) hanno denunciato che l’avvocato Metwalli stava partendo dall’aeroporto del Cairo per recarsi a Ginevra. “I famigliari di Ibrahim avevano smesso di avere sue notizie dalle otto del mattino di domenica 10 settembre”, scrive l’associazione sul comunicato “prima della scomparsa si trovava in aeroporto dove avrebbe dovuto prendere un volo per Ginevra”. Era stato invitato dalle Nazioni Unite per svolgere una relazione sui casi di scomparsi coercitivi in Egitto alla sessione della Commissione per i diritti umani, in corso fino al 15 settembre. Aveva prenotato il viaggio di ritorno il giorno 16. Invece nessun viaggio, e la Commissione dell’Onu non ascolterà la voce delle famiglie delle sparizioni forzate in Egitto, che sono migliaia ogni anno. (fonte: pagina Fb dell’associazione “Stop alle sparizioni forzate!”)

E’ stato prelevato, all’aeroporto del Cairo, da parte delle forze di sicurezza e non si è saputo più nulla della sua sorte. I familiari hanno cercato di ottenere informazioni sul suo caso, sia al ministero dell’Interno, nei commissariati e nei Tribunali, ma hanno trovato un muro di gomma. Di lui nessuna notizia.

Questo grave arresto è un brutto segnale alla vigilia dell’insediamento del nuovo ambasciatore italiano al Cairo, Cantini. Il ministro degli Esteri egiziano, Shokri, ha detto in un incontro con imprenditori locali ed internazionali al Cairo che “le relazioni italo-egiziane stanno riprendendo il loro massimo splendore, perché i due Paesi hanno interessi comuni”.

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    Farid Adly
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Migranti: un accordo di Roma con milizie libiche?

Tempesta in un bicchiere. A Tripoli negano e a Roma lo stesso. “Il governo italiano non tratta con i trafficanti”. E’ la “decisa smentita” di fonti della Farnesina. Nessun accordo tra Italia e milizie per bloccare il traffico di esseri umani e soprattutto nessun finanziamento dall’Italia alle milizie, né diretto né indiretto.

Lo scoop dell’Associated Press potrebbe avere qualche fondamento, ma ci deve essere un grande equivoco. AP scrive di un accordo, “sostenuto dall’Italia”, tra il governo di Tripoli e alcune milizie, precedentemente implicate nella tratta di migranti, per cambiare casacca e impedire adesso agli stessi migranti di attraversare il Mediterraneo”.

Prima di tutto non è un segreto e non è una cosa nuova il fatto che i governi libici, tutti dal 2012 in poi, hanno pagato gli stipendi alle milizie, ufficialmente per mantenere l’ordine, anche se in realtà loro sono all’origine del disordine.

In secondo luogo, non c’è nessun finanziamento in soldi italiani al governo Sarraj, ma in servizi e addestramento. Recentemente sono stati consegnati i kit sanitari a Zawia, per le prime cura ai migranti salvati. Alla luce del sole e con la foto dell’ambasciatore italiano, Perrone, insieme al presidente del consiglio militare della città.

Per quanto riguarda, invece, gli incontri tra personale italiano, probabilmente dei servizi segreti, con le milizie di Sabrata non credo sia la prima volta che ciò avvenga. Un precedente è stato quando erano stati rapiti quattro lavoratori italiani in quella città.

L’agenzia statunitense parte da una considerazione generale sul calo degli sbarchi di migranti sulle coste italiane: in agosto sono stati 2.936 contro i 21.294 dell’agosto di un anno fa. Per AP, questo risultato è in parte riconducibile all’azione della Guardia costiera libica, ma principalmente a un accordo tra il governo Sarraj e le milizie di Sabrata. Ne vengono citate due: Al-Ummi e Brigata 48. L’agenzia americana cita il portavoce delle due milizie che conferma l’accordo con il governo Sarraj e l’incontro con responsabili italiani; due attivisti per i diritti umani operanti a Sabrata che sostengono che le due milizie erano implicate nel controllo della tratta di esseri umani al fianco dei trafficanti; un funzionario del ministero dell’Interno che conferma all’agenzia che queste milizie hanno incontrato due responsabili italiani. Sono tre tasselli di un mosaico che messi insieme mettono in mostra uno scenario inquietante.

Le due milizie, una legata al ministero della Difesa e l’altra al ministero dell’Interno libici, avrebbero impedito – dopo questo accordo – alle barche di migranti di lasciare le coste libiche vicino a Sabrata e ordinato ai trafficanti di bloccare il loro lavoro. In cambio, le milizie hanno ricevuto equipaggiamenti, navi e stipendi“. La situazione viene descritta dal portavoce di Al-Ammu come “una tregua” che dipende dal continuo sostegno alla milizia. “Se il sostegno alla brigata si interrompe, questa non avrà più la capacità di fare questo lavoro e il traffico ricomincerà”.

Ci potrebbero essere molte millanterie, ma lo sfondo della fosca vicenda è realistico. Perché queste milizie ricevono già stipendi dal governo Sarraj. La questione da verificare è se hanno ricevuto un ulteriore incentivo per questo cambio di rotta e soprattutto se il governo italiano ha versato soldi al governo di Tripoli per questo paventato accordo. La smentita della Farnesina è stata sicuramente d’obbligo.

La storiella raccontata all’AP potrebbe essere anche di copertura a un altro risvolto interessante nella lotta contro i trafficanti di esseri umani, di droga e di petrolio tra Libia, Malta e Italia. Un contrabbando che ha sottratto alle casse dello stato libico nello scorso anno ben 2 miliardi di dollari. Il 24 agosto, un corpo speciale delle forze di sicurezza del governo Sarraj ha tratto in arresto uno dei più grandi trafficanti, il libico Fathi Khalifeh preso nel suo covo nella città di Zawia. Ha una società ufficialmente registrata a La Valletta e possiede navi e mezzi per il trasporto marittimo e terrestre. Insieme a lui sono stati arrestati un maltese e un egiziano. Nella città di Zawia si dice che i servizi italiani hanno dato una mano nella cattura.

Un funzionario del ministero degli Esteri libico, alla domanda di Radio Popolare sulla questione dell’accordo tra autorità italiane e milizie, ha suggerito di fare un’inchiesta sul petrolio libico venduto in contrabbando a Malta e Italia. E ha suggerito di approfondire a chi serve oggi infangare l’operato dei due governi di Roma e Tripoli.

Il funzionario, che ha voluto esprimersi sotto la garanzia di anonimato, si è detto incuriosito di come la stampa italiana non si interessi della visita di Salameh a Bengasi, dove l’inviato dell’Onu si è incontrato con il generale Haftar. Non si trova traccia della notizia dei due libici, un soldato e un funzionario della commissione elettorale, rapiti da Daesh nel maggio scorso e dei quali proprio in questi giorni i terroristi hanno divulgato un video, per chiedere un riscatto. “Non se ne parla perché forse non sono occidentali?”, si domanda retoricamente. Inoltre al confine sud tra Libia ed Algeria, Daesh si sta riorganizzando, al punto che l’Algeria ha dichiarato lo stato di emergenza.

Parole giuste, ma non smentiscono l’inchiesta che accusa Tripoli e Roma di essere scese ad accordi sotto il tavolo con milizie che in passato governavano il traffico di vite umane e, adesso, in cambio di soldi e ulteriore potere, passano dall’altra parte della barricata e si mettono a bloccare le partenze dei barconi, fino ad esaurimento dei fondi, per riprendere il gioco di prima.

Guardando in profondità alle cose libiche, non tutto è come sembra.

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    Farid Adly
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Yemen, la guerra dimenticata

guerra in Yemen

Caccia sauditi hanno compiuto un raid aereo su Sanaa, capitale dello Yemen, causando almeno 42 morti secondo fonti ufficiali e forse oltre 60, secondo quelle ospedaliere.

Dello Yemen non si deve parlare. E’ il diktat del governo saudita, che vieta ai giornalisti internazionali di entrare in Yemen, anche se in possesso di visti regolari forniti dal governo legittimo. Ci si deve accontentare delle notizie di parte fornite dai due campi in conflitto e dalle testimonianze delle agenzie e Ong internazionali che molte volte, per discrezione, per poter continuare indisturbate le loro attività umanitarie e per salvaguardia del proprio personale in loco, non forniscono le informazioni in tempo reale. Sappiamo poco di quel che succede tutti i giorni nello Yemen, cioè della guerra atroce che miete vite umane e prevalentemente civili.

A questa censura premeditata da un regime dittatoriale amico dell’Occidente, si aggiunge l’interesse delle industrie produttrici di armi, a partire da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia.

Anche la guerriglia Houthi e i suoi alleati, fedeli all’ex presidente Saleh, in materia di censura non scherzano. Un blogger yemenita di Sanaa, Hisham Al Omeisi, 38 anni, è stato arrestato lo scorso 14 agosto perché impegnato a diffondere notizie della guerra civile. Al Omeisi è un attivista che ha fatto conoscere, tramite i social network, la rivolta di Sanaa, del 2011, che ha portato alla deposizione di Saleh.

Bisogna leggere alla luce di questi dati gli effetti dell’ultimo bombardamento compiuto dai caccia sauditi nei cieli di Sanaa, capitale dello Yemen, occupata dal 2014 dai guerriglieri sciiti Houthi. I comunicati militari parlano di un attacco contro obbiettivi militari dei miliziani. Probabilmente è una mezza verità che vale per una bugia intera. Tra le vittime ci sono sei miliziani houthi e almeno 36 lavoratori agricoli che stavano in una residenza o hotel, una palazzina di due piani, nella località di Arhab, subborgo a nord della capitale: la palazzina è stata completamente rasa al suolo.

Le immagini mandate in onda dalla TV degli Houthi, Al Massera, sono eloquenti: detriti e fiamme sono quel che i soccorritori si sono trovati di fronte. Fonti ospedaliere ascoltate da giornalisti yemeniti hanno parlato, sotto anonimato, di un numero più alto di vittime, forse 60 morti, da aggiungersi ai feriti.

Questo non è stato un attacco episodico. E’ da domenica 20 agosto che l’aeronautica militare della coalizione araba a guida saudita sorvola a bassa quota la capitale yemenita, anche per operazioni di supervisione in preparazione dell’attacco terrestre che l’esercito governativo ed i suoi alleati arabi promettono da tempo di compiere per liberare Sanaa. Nella giornata di martedì 22 un altro bombardamento nella provincia di Taez ha provocato 16 morti. “Nel 2017 il numero dei raid aerei al mese — ha relazionato al Consiglio di Sicurezza, Stephen O’Brien, segretario generale aggiunto dell’Onu per gli Affari umanitari — è stato tre volte superiore al 2016 e sono raddoppiati gli scontri sul terreno”.

A queste vittime dei bombardamenti, si aggiungono quelle dei martellamenti di artiglieria compiuti dai guerriglieri houthi contro le zone sotto il controllo governativo e gli attentati dinamitardi messe a segno dai qaedisti, che hanno preso di mira soprattutto il capoluogo meridionale di Aden, dove ha sede il governo del presidente Hadi, ultimo capo di Stato eletto ma di fatto esautoriato dai Houthi e dai seguaci dell’ex presidente, Saleh.

Una guerra per procura dove dietro i protagonisti locali si presentano Arabia Saudita e Iran, in lotta tra di loro per l’egemonia nella regione del Vicino Oriente e nel Golfo. In Yemen, Teheran è presente, oltre alle forniture di armamenti agli Houthi, anche con consiglieri e addestratori militari.

Il più povero Paese del mondo è stato ridotto in campo di battaglia, provocando fame e malattie e almeno due milioni di sfollati. Un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza che ha affrontato la questione yemenita il 18 agosto, parla di una tragedia umanitaria. Oltre alle migliaia di persone morte sotto le bombe, il Paese è stato colpito dalla peggiore epidemia di colera: 530mila casi sospetti e duemila morti. Ci sono almeno due milioni di persone che rischiano la morte per fame.

Oltre a questo dramma della guerra, chi tenta la fuga dal Paese si trova preda dei trafficanti di esseri umani, con tutti i conseguenti drammi dei naufragi. Secondo il rapporto Onu, la cifra complessiva chiesta ai Paesi membri Onu per far fronte alle difficoltà dei civili yemeniti è di 2,3 miliardi di dollari, ma di essi ne sono stati raccolti finora soltanto il 40 per cento.

L’Onu non è riuscita a presentare un piano di negoziato credibile alle parti e le interferenze USA a sostegno di Riad, hanno fatto fallire tutte le altre mediazioni. L’inviato speciale dell’Onu in Yemen, Ismail Oueld Sceikh Ahmed, ha in pratica un ruolo assolutamente marginale e non ha ottenuto ascolto né dalle parti locali né da quelle regionali e men che meno dalle diplomazie internazionali. Le sue mediazioni sono state scippate più di una volta dall’interferenza di altri mediatori, come avvenne nel 2016 con le proposte avanzate dal Kuwait. Dopo il fallimento dei negoziati di Kuwait City nell’aprile 2016, anche il dialogo avviato lo scorso maggio per iniziativa di Sciekh Ahmed si è bruscamente interrotto.

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    Farid Adly
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Minniti a Tripoli, la missione impossibile

Quella del ministro dell’Interno Minniti a Tripoli è una missione impossibile. Tentare non certo di fermare ma soltanto di ridurre gli imbarchi dai porti occidentali della Libia verso l’Italia non è praticabile. Semplicemente perché le milizie che controllano il territorio sono le prime a sorvegliare sulla prosperità di questa industria criminale.

Il realismo del ministro Minniti lo porta a proporre una linea che “scavalca” il governo centrale guidato da Sarraj e interloquisce con i sindaci dei comuni della frontiera medionale dela Libia. Se non è possibile fermare gli imbarchi dai porti libici – pensano al ministero a Roma – si potrebbe controllare meglio i confini territoriali nel Sahara. In questo settore, in effetti,  si potrebbero sfruttare le conoscenze italiane nel settore della mediazione diplomatica dal basso, giocata negli anni passati dalla Comunità di Sant’Egidio, che aveva raggiunto un accordo di pace tra Tuareg e Tabou, le due etnie che si contendono il controllo del Fezzan, la regione meridionale della Libia, al confine con Sudan, Ciad e Niger.

Minniti a Tripoli è sempre il benvenuto. In Libia è considerato l’esponente del governo italiano più affidabile, concreto, sicuro e determinato. Questa sua visita è importante perché oltre agli incontri al vertice governativo, che produrrano in realtà poco o nulla, perché il governo Sarraj non controlla il territorio, il ministro dell’Interno avrà un incontro collettivo con i sindaci delle città della regione meridionale ai confini sud della Libia. Per non far partire dai porti libici migranti o farne partire pochi, bisognerà farne arrivare di meno e creare le condizioni perché questi migranti trovino lavoro in Libia.

Oltre all’approccio generale del lavoro diplomatico per la stabilizzazione del paese, l’Italia – secondo il pensiero espresso dal ministro in varie interviste – dovrebbe agire in collaborazione con le realtà locali libiche per mettere un argine all’economia del traffico di esseri umani.

Se a Varsavia, al tavolo tecnico dei paesi Frontex, l’Italia ha ricevuto un diniego esplicito per l’accoglienza in altri porti europei (Spagna, Francia e Malta) dei migranti salvati in mare, oggi Minniti a Tripoli affronterà la questione partenze. In un precedente incontro a Roma con i sindaci libici, sono state espresse le preoccupazioni che sul flusso di migranti sia ormai nata e prosperi un’economia specifica ed avevano espresso un loro parere chiaro: se si vuole frenare il flusso di migranti che attravera il Sahara, risalendo dai paesi africani verso la Libia e poi non trovando collocazione in un’economia locale, sono costretti a tentare l’approdo verso l’Europa – avevano spiegato – occorre che nasca un’altra economia.

Dal ministero dell’Interno, qualche idea è stata messa a punto. Ci sarebbe il progetto di arruolare in una nascente Guardia di frontiera un certo numero di miliziani dei clan Tuareg e Tebou per utilizzare questa nuova formazione di polizia nella a difesa delle frontiere. Molte milizie attualmente funzionano come garnati per i trafficanti di esseri umani in cambio di commissioni finanziarie, che fruttano milioni di dollari. Altri soggetti lavorano come passatori. E’ un’economia di frontiera che viene alimentata dal bisogno di lavoro di migliaia di africani che ogni giorno passano verso Nord.

In un documento pubblicato sulla stampa libica, i sindaci del Fezzan chiedono al governo di Tripoli prima di tutto ed al governo italiano in secondo piano, di passare dalle parole ai fatti anche su altri dossier, come sanità, acqua, elettricità, strade, aeroporti e ripresa degli investimenti per creare posti di lavoro. Insomma, chiedono che ci sia attenzione del governo centrale alle periferie dello Stato, da tempo dimenticate dalla burocrazia della capitale.

Tra le idee che il ministro Minniti porterà c’è quella dei gemellaggi tra comuni italiani e libici. E’ un incontro interlocutorio dal quale non ci si aspettano grandi svolte, ma andare a sentire cosa dicono dall’altra parte del Mediterraneo, prendere nota e riportare a Roma ed a Bruxelles, per tentare di scardinare l’economia del traffico di esseri umani, non è una cattiva idea. Anzi, è l’unica che potrebbe scongiurare quella brutta gara a chi la spara più grossa in materia di ‘cattivismo‘ anti immigrati, come quella della chiusura dei porti di fronte alle navi di salvataggio dei naufraghi.

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    Farid Adly
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Ong, la marina libica rilancia le accuse

Il dramma dei migranti nel Mediterraneo si presta a molte speculazioni politiche. L’ultima è la bordata del portavoce delle guardie costiere libiche, Ayyub Ghassem, contro Ong internazionali (che non ha nominato), accusate di avere avuto contatti preventivi con i trafficanti di esseri umani. “Sembrava dalla conversazione avuta con i trafficanti che loro fossero in attesa delle imbarcazioni e si stessero avvicinando alla costa nelle acque territoriali libiche. Gli abbiamo intimato di allontanarsi”, ha detto.

L’incidente è avvenuto stamani all’alba con tre gommoni e due barconi fermati nelle acque territoriali libiche e costretti a tornare nel porto di Zawia, a 45 km ad ovest di Tripoli. Ci sarebbe stata una sparatoria, con un migrante ucciso e altri due feriti. Tutte le vittime sono del Bangladesh. Ghassem accusa per la sparatoria una milizia di Zawia che opera in protezione dei trafficanti di migranti. “Le loro due unità moderne e con motori potenti, si sono dileguate e non è stato possibile bloccarli”, ha aggiunto.

Ghassem ha insistito nell’insinuare che le Ong sono conniventi con i trafficanti, ma senza dirlo esplicitamente e senza portare delle prove certe sul contenuto delle conversazioni intercorse; ha espresso praticamente una sua congettura, basata su sensazioni. “Secondo le intercettazioni è sembrato che le Ong fossero in attesa delle 5 imbarcazioni con oltre 570 migranti per prestare loro soccorso e accompagnarli in Italia”.

Presumibilmente le dichiarazioni del militare libico servono a coprire le responsabilità delle guardie costiere libiche nell’uso delle armi da guerra, per prendere controllo dei gommoni, pratica pericolosa e vietata dalle leggi internazionali. Questa pratica è stata denunciata da una Ong spagnola, nello scorso mese di aprile, postando sul proprio sito le foto dei militari libici con le armi puntate contro i migranti assiepati, fino all’inverosimile, su un gomme. In quell’occasione, per fortuna non si sono avute vittime e tutti i migranti sono stati salvati e riportati nel porto di Tripoli.

Intanto oggi (sabato 10 giugno) in un altro naufragio a Garaboulli, ad est di Tripoli, 8 migranti sono annegati e altri 100 sono dispersi.

Medici Senza Frontiere ha diffuso una nota a proposito delle accuse, evidentemente rivolte a una loro nave:

In merito alle dichiarazioni della guardia costiera libica sui soccorsi in mare in questi giorni, Medici Senza Frontiere (MSF) precisa di avere effettuato soccorsi sotto il normale coordinamento della Guardia costiera italiana (MRCC) e di non avere avuto alcun contatto con la guardia costiera libica. La Prudence sta ora rientrando verso l’Italia con 726 persone a bordo, tra cui 53 bambini e un corpo senza vita. L’arrivo è previsto lunedì mattina a Palermo. Nel frattempo, altre persone hanno perso la vita in mare proprio in queste ore. Senza vie legali e sicure e un sistema dedicato di ricerca e soccorso in mare, queste morti non si fermeranno. 

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    Farid Adly
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L’offensiva su Raqqa, la roccaforte del Califfato

La diga di Tabqa è la più grande della Siria e di tutto il mondo arabo. La sua costruzione è inziata nel 1968 ed è durata cinque anni. Di larghezza misura 4,5 km e la massima altezza è di 60 metri. Il lago che si è creato è lungo 80 km e con larghezza media di 8 km. Raccoglie quasi 12 miliardi di metri cubi di acqua. Una bomba a orologeria in caso di cedimento strutturale per un eventuale bombardamento o sabotaggio.

L’agenzia web jihadista considerata portavoce del sedicente Califfato ha annunciato l’imminente crollo della diga a causa di un presunto bombardamento della coalizione guidata dagli Stati Uniti e ha ordinato alla popolazione di evacuare la zona a valle, cioè compresa la popolazione di Raqqa che dista 40 km a est della diga, con i suoi quasi 220mila abitanti. Ma si è scoperto subito che era un bluff, un numero nella guerra della disinformazione propagandistica. Infatti, oltre alle smentite delle fonti militari di Washington e di quelle curde, gli attivisti dell’opposizione antijihadista di Raqqa, sul loro sito e nei social network, hanno raccontato che miliziani di Daesh hanno girato per le strade del capoluogo annunciando con i megafoni che non c’è pericolo dalla diga e che nessuno poteva lasciare la città senza autorizzazione.

Questo pasticcio mediatico è in qualche modo il segno del nervosismo che sta assalendo i miliziani e i capi di Daesh. Le offensive su Mosul in Iraq e su Raqqa in Siria stanno restringendo gli spazi di manovra dei jihadisti. Ultimo episodio di queste sconfitte è la conquista della base aerea militare di Tabqa da parte dei guerriglieri curdi delle Forze siriane democratiche. Una volta terminata l’operazione di sminamento dell’aeroporto, i collegamenti tra Raqqa e la zona occidentale della Siria, dove ci sono ancora piccole aree sotto il controllo del falso califfo, saranno completamente interrotti. Non solo, ma l’aeroporto militare di Tabqa sarà la base per le incursioni aeree sul capoluogo.

L’offensiva su Raqqa, in realtà, sarà molto più complessa dell’avanzata dell’esercito iracheno su Mosul. Per diversi motivi: in Siria ad assediare Raqqa ci sono da una parte le truppe governative siriane con l’appoggio dell’aeronautica militare di Mosca e la presenza di truppe speciali russe e dall’altra i curdi con la copertura aerea statunitense. Washington ha anche spedito sul territorio siriano oltre 400 marines per addestrare i curdi e fungere da forze di separazione con i turchi, attestati a ovest dell’Eufrate. Altri mille sono dislocati nelle basi USA in Kuwait, pronti all’intervento in territorio siriano in caso di necessità.

Questo quadro rende la riconquista di Raqqa un’operazione difficile e dai risvolti imprevedibili. A pagarne l’alto prezzo sarà sicuramente la popolazione civile, ancora molto di più di quanto sta soffrendo quella di Mosul. Il massacro del 17 marzo, dove sono morte almeno 230 persone, in seguito ad un bombardamento USA, è soltanto l’ultimo di una lunga scia di stragi di innocenti.

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    Farid Adly
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L’agonia di Aleppo e il risveglio del falso califfo

Il vertice di Parigi dei paesi cosiddetti amici dell’opposizione siriana è finito con il nulla di fatto. Comunicati ed appelli senza nessuna azione concreta, se non l’annuncio di maggiori sanzioni contro il governo di Damasco. Un segno della mancanza di una politica estera comune e di fallimento delle strategie messe in atto finora da un’amministrazione statunitense in uscita e da un’Unione Europea in crisi di identità. Per non parlare dei partner regionali, dalla Turchia, all’Arabia Saudita e Qatar. Parole grosse contro il “genocidio in atto” ed accuse di crimini di guerra, che sembrano per il consumo dei media interni più che un tentativo di dare una mano nella soluzione vera della crisi siriana. L’unico cenno politico lo ha espresso il ministro degli esteri francese che ha annunciato la disponibilità dell’opposizione siriana a tornare al tavolo del negoziato di Ginevra senza precondizioni. A Parigi, l’opposizione siriana era rappresentata dal capo negoziatore, Riad Hijab e dal “sindaco” di Aleppo Est, Brita Hagi Hassan. Da loro nessuna dichiarazione in merito; un silenzio che denota imbarazzo per i magri risultati raggiunti e per l’incapacità di prendere decisioni coraggiose sul tema del negoziato, causa divisioni interni e condizionamenti dei governi finanziatori.

Anche sul fronte ginevrino, dove militari russi e statunitensi hanno avviato un confronto tecnico su come uscire dal confitto ad Aleppo est. Mentre i russi hanno un controllo sul territorio e sugli alleati, gli statunitensi brancolano nella nebbia. Le armi che hanno fornito o permesso che siano fornite all’opposizione sono finite nelle mani di Al Qaeda e non hanno nessun controllo politico sulle milizie, se non per interposta persona, tramite Turchia, Arabia Saudita e Qatar; paesi che agiscono per conto proprio, anche se in un limitato spazio di manovra, e operano secondo linee guida con coincidono con quelle di Washington.

Sul terreno ad Aleppo la situazione della popolazione è drammatica. Una cosa chiara è che l’opposizione è stata sconfitta ed è stata abbandonata dai suoi alleati occidentali ed arabi. Un risultato prevedibile anche a causa delle divisioni interne dell’arcipelago di milizie e le forti contraddizioni tra i capi militari operanti all’interno della Siria e i capi politici che risiedono in comodi alberghi di lusso ad Istanbul, Riad e Doha. Per non parlare della frantumazione dei gruppi di milizie in piccole formazioni al servizio di Intelligence straniere delle potenze regionali. Milizie che molte volte sono entrate in conflitto armato tra di loro per il controllo di piccole parti di territorio.

Di fronte a simile accozzaglia, il governo di Damasco ed i suoi alleati russi, iraniani, libanesi e iracheni hanno avuto gioco facile di agire come un rullo compressore. I civili intrappolati sono diventati un dettaglio e sono stati loro a pagare il prezzo più alto. La responsabilità di queste sofferenze indicibili cade su tutte le parti coinvolte nel conflitto.

I media governativi abbondano nei dettagli e nelle immagini di vecchi e bambini accolti e accuditi dai soldati, di feriti soccorsi e di migliaia di civili salvati. E per i miliziani che non si arrenderanno la promessa della morte sicura. Dall’altra parte gli attivisti locali e il centro di propaganda londinese di Abdul Rahman… continuano a sfornare cifre e storie per raccontare la sparizione di centinaia di giovani sfollati che si sono consegnati ai posti di blocco dell’esercito negli 8 corridoi umanitari tra Aleppo Est assediata e Aleppo ovest e zone limitrofe, corridoi presidiati dalla cosiddetta “Commissione russa per la riconciliazione tra le parti nel conflitto”.

Il ministero della difesa russo, da Mosca, informa che, ad oggi (11 dicembre), il 95% del territorio di Aleppo est è stato “liberato” dai governativi.

In mezzo a questi due fronti contrapposti ci sono migliaia di volontari e di attivisti che operano nell’ombra per alleggerire le sofferenze della popolazione. Sono quella parte della società civile che si oppone al governo di Damasco e non si sottomette ai diktat delle milizie islamiste. Attivisti che fanno la spola tra le linee del fronte o del cessate il fuoco, in condizioni di pericolo, per trasportare feriti e garantire l’arrivo in loco di medicine e cibo. Sono eroi che operano in silenzio e che le loro storie sono confinate nelle pagine web dei social network e non diventano mai notizie mediatiche su larga scala, perché non rappresentano un buon motivi di propaganda.

Mentre Aleppo è in agonia finale, spuntano altri due fronti di guerra. Quello reale di Palmira e quello annunciato di Raqqa. Miliziani del sedicente califfato hanno attaccato nei giorni scorsi e nelle ultime ore sembrano riusciti ad occupare la città di Palmira. L’agenzia web jihadista, Aamaq, sostiene che la zona archeologica è stata già presa e che la maggior parte della città è sotto il controllo di Daiesh. I soldati sarebbero fuggiti. L’esercito smentisce queste notizie e ammette soltanto la caduta di un suo aereo militare, “per cause tecniche” – dice il laconico comunicato militare siriano. Attivisti locali parlano sul web di spari in città e della presenza massiccia di miliziani provenienti dall’Iraq, riconoscibili dall’accento della loro parlata. I caccia russi sono entrati in azione ad est di Palmire, per tagliare le linee di rifornimento dei miliziani.

Questi risveglio del falso califfo avviene nel momento in cui le forze curde della “Siria Democratica” hanno annunciato, in una conferenza stampa, l’avvio della seconda fase dell’operazione per la liberazione di Raqqa, il capoluogo del califfato. Da Washington arriva la conferma e la spedizione in Siria di un altro contingente di consiglieri militari statunitensi, costituito da 200 unità, per dare manforte ai guerriglieri curdi. La notizia non sembra trovare accoglienza positiva ad Ankara, dove il governo ha annunciato l’invio di altri soldati in territorio siriano per rafforzare l’operazione “Scudo Eufrate”, che a parole dovrebbe sradicare il califfato, ma che in realtà è servita a colpire la guerriglia curda, spina nel fianco del nazionalismo sciovinista turco.

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    Farid Adly
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La caduta di Aleppo

Anche lo stesso capo negoziatore dell’opposizione siriana, George Sabra, ha velatamente ammesso la possibile caduta della parte est di Aleppo nelle mani delle forze governative e loro alleati. “La caduta di Aleppo non sarà la fine della nostra rivoluzione”, ha detto in un’intervista televisiva. “Aleppo è una città importante per noi, ma non è l’unica. Ci sono altre zone che sono sotto il nostro controllo e continueremo da lì. Nessuno creda che la caduta di Aleppo faciliterebbe il processo negoziale. Le stragi compiute ad Aleppo – ha proseguito – hanno cancellato la soluzione politica”.

La città, duramente assediata dalla scorsa estate, vive in questi momenti in una spaventosa agonia. Dopo i bombardamenti a tappeto da parte dell’aviazione russa e di quella governativa, da due settimane è in corso un’offensiva terrestre di 50mila soldati e miliziani stranieri alleati (libanesi, iracheni e iraniani).

Tutti gli osservatori sul campo sostengono che l’esercito siriano stia vincendo la battaglia di Aleppo. Diecimila sfollati hanno lasciato la parte est della città dopo la conquista da parte delle truppe governative, domenica scorsa, di tre quartieri controllati dalle milizie dell’opposizione. La strategia militare dell’esercito è stata quella dell’assedio prima e della divisione del territorio in due spezzoni nord e sud, per sfiancare i miliziani e facilitare la conquista definitiva del territorio sotto il loro controllo.

La popolazione civile fugge verso la parte ovest sotto il controllo del regime e verso nord est cercando rifugio nei territori conquistati dalla guerriglia curda. Ma ci sono anche gli sfollati che si dirigono all’interno dei quartieri assediati per non rimanere intrappolati nel mezzo del campo di battaglia tra le milizie e i governativi. Secondo i media governativi, molti miliziani stranieri sono in fuga, con i loro familiari, per raggiungere il confine turco.

In un bombardamento governativo sul quartiere Shaar di Aleppo est sono morti, martedì, almeno dieci persone. Secondo fonti russe, il 40 per cento della parte orientale assediata è stato conquistato dai governativi e dalle milizie alleate. Nella parte nord est si registra anche l’intervento dei guerriglieri curdi che hanno preso il controllo del quartiere Hay Bustan. L’indebolimento delle milizie islamiste ha rallentato il controllo sulla popolazione civile che ha iniziato ad abbandonare la città verso la parte ovest e verso i villaggi in mano ai guerriglieri curdi. Con la conquista del quartiere Sakhor, la zone est è stata divisa dai governativi in due parti non collegate e questo rappresenta un ulteriore indebolimento delle opposizioni armate.

Le organizzazioni umanitarie e dell’Onu hanno denunciato la situazione drammatica della popolazione civile, rimarcando che le scorte di cibo sono in fase di esaurimento e che se non verranno forniti altri aiuti, la popolazione morirà di fame. Le unità di soccorso che operano all’interno della città assediata hanno descritto la situazione come intollerabile. “Il carburante per i nostri mezzi di soccorso si sta esaurendo e abbiamo scorte per due giorni”, ha detto un giovane autista di autoambulanza sentito telefonicamente da un network televisivo arabo.

Il governo di Damasco, per dare una parvenza di normalizzazione, ha cominciato a insediare le amministrazioni locali nei quartieri ripresi, ridotti in condizioni di distruzioni e violenza.

Il governo siriano sta preparando anche proposte per il dopo Aleppo: un tavolo di trattative siriano-siriano, per dettare le condizioni politiche di una soluzione negoziale. Il documento presentato si intitola “Per una Siria laica, unita e multipartitica”. La stampa del regime sta già facendo propaganda per questa strategia comunicativa che viene denominata”Piattaforma di Damasco”, ma come abbiamo riportato sopra, non sarà facile riprendere un processo negoziale dopo le atrocità compiute ad Aleppo.

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    Farid Adly
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L’Isis contrattacca: assalto a Kirkuk

Operazione diversiva di Daiesh a Kirkuk, a 180 km ad est di Mosul. Mentre il grosso delle forze armate e di sicurezza irachene sono impengate nella campagna per la liberazione della seconda città del paese, conquistata da Daiesh nel Giugno 2014, numerosi gruppi di jihadisti, con addosso cinture esplosive e armati con mitra e granate, hanno attaccato in diversi punti di Kirkuk, città multietnica a maggioranza curda.

I miliziani del Califfato hanno attaccato la centrale elettrica con tre autobombe, due fatte saltare all’ingresso e della terza è stata evitata l’esplosione soltanto grazie all’intervento delle forze di sicurezza, che hanno ucciso l’autista prima che facesse in tempo ad inserire l’innesco. Alla centrale elettrica ci sono stati 17 morti tra i civili e decine di feriti.

Altri attacchi sono stati compiuti in diversi punti nella città e particolarmente nei pressi delle moschee, gremite di fedeli musulmani per la preghiera collettiva del Venerdì. E’ stata attaccata anche la sede centrale della polizia ed altri edifici pubblici.

Le tv locali mostrano corpi di vittime per strada e sostengono che l’attacco è stato compiuto da cellule dormienti di Daiesh presenti da tempo in città. Le operazioni fino al primo pomeriggio di oggi Venerdì sono in corso, anche se il portavoce delle forze di sicurezza aveva detto che la situazione è sotto controllo e che gli attaccanti o sono morti o catturati.

L’agenzia web del sedicente califfato, Aamaq, ha rivendicato l’attacco e ha sostenuto che è stata occupata la sede del governatorato e l’albergo Dar Essalam.

Una tv curda, informa che in città è in vigore il coprifuoco e stanno arrivando soccorsi dall’esterno, per catturare o uccidere i miliziani assediati in una moschea.

Kirkuk è una città importante strategicamente per l’economia irachena. E’ il secondo polo petrolifero del paese e un centro di comunicazione importante. E’ una città contesa tra l’autonomia curda che intende annetterla ai confini del Kurdistan iracheno, e il governo federale di Baghdad.

Kirkuk è una città multietnica a maggioranza di abitati curdi, e negli anni ’70 il vecchio regime nazionalista del Baath l’aveva arabizzata colonizzandola con nuovi migranti arabi, garantendo incentivi a chi intendesse risiedervi.

Dopo la caduta del regime, la frizione tra Baghdad ed Irbil su Kirkuk è stata accesa e un tentativo di referendum avanzato dai curdi è stato ostacolato con decisione dai governi di Baghdad. Kirkuk, un anno fa è stata liberata dal sedicente califfato dai guerriglieri Peshmerga curdi e quindi l’amministrazione della città è stata al centro di un contenzioso istituzionale non di poco conto.

In questo quadro di contraddizioni, etniche e confessionali, DAiesh ha gioco facile ad arruolare jihadisti sunniti e trovare un ambiente ricettivo della sua propaganda del terrore.

 

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    Farid Adly
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Si rischia una catastrofe umanitaria

La battaglia per liberare Mosul si annuncia come una catastrofe umanitaria per la popolazione civile. Nel primo giorno, 100 bombardamenti aerei e martellamento continuo con l’artiglieria da nord-est e sud, ci dicono i comunicati militari ufficiali.

L’avvio ufficiale delle operazioni militari dell’offensiva per liberare il capoluogo del sedicente califfato lo ha annunciato personalmente il premier Al Abbadi, in qualità di Capo supremo delle forze armate irachene.

Una pioggia di missili, lanciati dalla base aeronautica di Al Qayyara in mano alle truppe Usa, ha colpito le postazioni di Daesh nella periferia sud della città.

Fonti dei Peshmerga curdi informano che nelle operazioni sono impegnate unità missilistiche terra-terra specializzate degli Stati Uniti. L’artiglieria curda invece opera dalla base di Maishiqa, a nord di Mosul. Per il momento le operazioni dell’esercito di Baghdad si limitano ai bombardamenti e non è in corso l’avanzata delle truppe di terra.

I daeshisti si sono ritirati dalla cintura della città abbandonando i villaggi che sono stati conquistati dai peshmerga curdi, unica forza che sta avanzando a terra. I Peshmerga hanno dichiarato di aver liberato senza combattimenti 9 villaggi nella cintura nord ed est di Mosul. Fonti dall’interno di Mosul informano che i miliziani per oscurare i cieli della città hanno incendiato depositi di carburante e cataste di gomme d’auto, creando una fitta di fumo nero.

In un clima di euforia nazionale, l’operazione si avvia in mezzo alle polemiche tra i governi di Baghdad e Ankara e di tensione sul ruolo dei Peshmerqa curdi. E’ una guerra di comunicati e di analisi asettiche. Gli attaccanti per non dare la misura delle distruzioni e morti tra i civili e il sedicente califfato, per non mostrarsi debole e in difficoltà. Due strategie mediatiche contrapposte, ma che danno lo stesso risultato.

Fonti governative sostengono che un convoglio di Daiesh è stato colpito da un missile Usa e sarebbe stato ucciso un alto capo delle guardie del corpo del falso califfo. L’offensiva sembra coordinata con una rete di informatori all’interno della città. Infatti, il falso califfo si sarebbe salvato da un bombardamento contro il suo convoglio, mentre era in fuga dal bunker a Mosul. Nell’attacco missilistico è morto il capo delle forze speciali di sua protezione personale, Abu Mussa Al Moghrabi.

Le truppe del governo di Baghdad, a 24 ore dall’inizio delle operazioni, sono ancora lontane dal centro urbano e non hanno ancora ingaggiato scontri diretti con i miliziani assediati. Da Irbil, il presidente Barazani ha parlato di una positiva cooperazione tra le forze di Baghdad e quelle dell’autonomia curda. Il timore serio è quello della presenza delle milizie sciite Hashd Shaabi, che agiscono su base confessionale settaria, contro i sunniti. La tensione tra Al Abbadi e Erdogan è su questo punto: il timore di vendette settarie da parte dei vincitori contro la popolazione inerme, come avvenne a Ramadi e Fallouja. Per questo, l’esercito governativo ha assegnato alle milizie Hashd ruoli di retroguardia.

Daesh ha diviso Mosul in 63 zone militari, ma non ha la capacità tattica di difendere tutti i quartieri e si sta fortificando nelle zone occidentali. La loro tattica è quella delle autobombe contro le truppe che avanzano, le trappole e le mine, nelle strade e negli edifici che abbandonano. L’agenzia Aamaq, portavoce web ufficiale del sedicente califfato, dà notizia di 3 camion bomba guidati da kamikazi che sono stati lanciati contro i Peshmerga curdi e posta foto di esplosioni ripresi da lontano.

Il punto debole della strategia degli attaccanti è la protezione della popolazione civile. Mancano le vie di fuga e i civili rischiano di fatto di diventare scudi umani del Daesh. Un milione di abitanti che non hanno scampo e vivranno per mesi sotto le bombe e in mezzo alle sparatorie. Non ci sono campi di accoglienza per gli stimati 700mila sfollati in fuga che cercheranno scampo, una volta scappati i miliziani jihadisti.

Secondo i dati dell’Onu in città sono intrappolati circa un milione di abitanti. Si stima che le operazioni in corso provocheranno lo sfollamento di almeno 700 mila di loro, ma le strutture di accoglienza pronte potrebbero assorbirne soltanto la metà. Si rischia una emergenza umanitaria di spaventose dimensioni. La strategia degli attaccanti è quella di lasciare soltanto una via di fuga verso occidente in direzione del confine siriano. Scelta dettata dal timore di infiltrazioni di miliziani tra i civili in fuga, come avvenne a Ramadi e Fallouja. Ma ci sono anche timori che i miliziani sciiti di Hashd Shaabi, che attualmente sono tenuti nelle file di retroguardia dei governativi, compiano delle azioni di vendetta se entrassero in città.

E’ una guerra che appare senza distruzioni e morti. I comunicati ufficiali non ne parlano né arrivano foto sugli effetti delle bombe. Sui social network vengono invece postate delle immagini terribili di distruzioni.

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    Farid Adly
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Aleppo muore

Due ospedali e un panificio sono tra gli ultimi obiettivi colpiti  ad Aleppo dall’aviazione russa e governativa. Attacchi che hanno aggravato la situazione già drammatica della popolazione civile.

Annunciata una settimana fa, l’avanzata delle truppe governative nel centro della città è oramai verificata con i video e le foto pubblicate dalla stampa del regime. “I genieri stanno sminando il quartiere Al Farafira, una volta roccaforte delle milizie islamiste”, scrive l’agenzia di stampa governativa SANA, riportando un comunicato dell’esercito. La speranza della gente è che con l’entrata in campo delle truppe governative in città diminuiscano i bombardamenti aerei. Ma così non sembra, perché i caccia e gli elicotteri non hanno risparmiato le altre zone ancora in mano dell’opposizione islamista.

Aleppo est è ridotta a macerie a causa dell’uso di bombe ad implosione che penetrano fino ai piani sotterranei, dove normalmente si rifugia la gente. Da giorni manca l’acqua potabile e per dissetarsi le persone sono costrette a bere l’acqua delle pozzanghere. Anche nella parte ovest, sotto il controllo dei governativi, manca l’acqua a causa della chiusura dei rubinetti dell’acquedotto, collocati nella zona est. Ma in quella parte le autorità governative hanno provveduto a collegare gli impianti ad altre fonti d’acqua.

Contro i bombardamenti non sono serviti a nulla i proclami del segretario dell’ONU, che ha definito crimini di guerra l’uso delle bombe ad implosione e l’aver colpito strutture ospedaliere. “Siamo chiari: coloro che usano armi sempre piu’ distruttive, sanno quel che fanno. Sanno di star commettendo crimini di guerra”, ha aggiunto Ban Ki Moon nel corso di una riunione del Consiglio di Sicurezza. “Immaginate quale distruzione viene compiuta: persone con gli arti troncati, bambini feriti senza soccorso. Pensate a un mattatoio, a un macello: ciò che abbiamo davanti adesso è peggio“.

E non viene ascoltata neanche la voce di Papa Francesco, che si è rivolto alle coscienze dei responsabili dei bombardamenti. “Continuano a giungermi notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni di Aleppo: rinnovo a tutti l’appello a impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili”. Così si è pronunciato Bergoglio al termine della udienza generale, e non ha mancato di esprimere parole di denuncia: “I responsabili dei bombardamenti renderanno conto a Dio“.

Sembra un’arma spuntata la minaccia di Washington di bloccare la collaborazione con Mosca sulla Siria. Nel corso di una conversazione telefonica con il suo omologo russo Sergey Lavrov, il capo della diplomazia di Washington John Kerry ha dichiarato che “gli Stati Uniti si preparano a sospendere il loro impegno bilaterale” ed ha precisato che gli USA sono pronti a sospendere in particolare “la messa a punto di un centro congiunto di coordinamento militare” previsto dagli accordi bilaterali russo-statunitensi per la tregua, firmati a Ginevra il 9 settembre.

Gli Stati Uniti sembrano orientati a fornire, via terzi, armamenti sofisticati anti aerei, missili Grad e Taw e soprattutto missili terra-aria portatili. In un commento reso in anonimato, un alto ufficiale militare statunitense ha dichiarato che Washington ha impedito in passato la fornitura di simili armi alle opposizioni armate, ma che con la fine della tregua e con l’attuale escalation la Casa Bianca non potrebbe più impedire tali passaggi. E’ chiaro il riferimento ai paesi del Golfo e in primis all’Arabia Saudita, principale finanziatore e fornitore di armi via Ankara alle diverse milizie islamiste operanti in Siria, alcune delle quali legate senza veli alla galassia del terrore qaedista, come l’arcipelago di movimenti affiliati e/o alleati con il Fronte Fateh Sham, ex Fronte Nusra.

Una mobilitazione del mondo islamico contro l’agonia di Aleppo è stata espressa dall’Ente Mondiale degli Ulema Musulmani, che ha proclamato per venerdì 30 settembre una giornata di protesta contro le bombe sui civili di Aleppo. L’organizzazione ha sede a Doha ed è finanziata dal governo del Qatar e fortemente promossa dalla rete televisiva Al-Jazeera. Probabilmente questo aspetto renderà l’iniziativa di parte e ne condizionerà la partecipazione di soggetti indipendenti.

In Europa di fronte al massacro di Aleppo non si registrano mobilitazioni per la pace, contro la dittatura di Assad e contro la guerra. La deriva terroristica della maggior parte dell’opposizione siriana e la grande confusione sotto il cielo del pacifismo ha convinto – probabilmente – i movimenti pacifisti nei paesi capitalistici (che, ricordiamolo, sono i principali produttori ed esportatori di armi) a relegare la materia alle diplomazie ufficiali, abdicando a quel ruolo di “sesto continente” degli inizi degli anni novanta, contro la prima guerra del Golfo.

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    Farid Adly
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C’è al Qaeda dietro agli italiani rapiti?

Nessun contatto dai rapitori di Ghat e nessuna rivendicazione. I due lavoratori italiani e il loro compagno italocanadese sono spariti nel nulla da lunedì scorso. Le indagini sono ferme alle dichiarazioni e alle impressioni delle autorità. Dagli inquirenti libici non è arrivata nessuna indicazione o elemento concreti.

Il portavoce militare dell’esercito nazionale libico, Ahmad Al-Mismary, ha dichiarato che il rapimento ha le impronte di al Qaeda e che le unità dell’esercito nelle zone vicine si stanno adoperando per trovare tracce di questo crimine compiuto contro lavoratori che erano impegnati nella manutenzione di opere aeroportuali libiche.

Non è tardata la smentita del sindaco di Ghat, Mohammad Saleh, “affermiamo con certezza che non è al-Qaeda ad aver rapito i due italiani”, spiega il sindaco. “Abbiamo forti sospetti su un gruppo fuorilegge attivo al di fuori della città e con cui non siamo ancora entrati in contatto”.

Emerge così una polemica tra le diverse autorità governative in Libia che rischia di intralciare le ricerche sul terreno. Dalle parole del sindaco, più vicino al luogo dei fatti criminali, si comprende che la linea perseguita è quella trattativista, per riportare a casa gli ostaggi anche a costo di pagare un riscatto. Da qui la necessità di negare che i soldi andranno a finanziare i progetti dei terroristi di al Qaeda.

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    Farid Adly
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Un riscatto dietro il rapimento

Nessuna rivendicazione per il sequestro dei tre lavoratori della Conicos, tra cui gli italiani Danilo Calonego, Bruno Cacace, e avvenuto ieri a Ghat in pieno deserto libico al confine con l’Algeria.

Il Consiglio comunale della cittadina esclude che sia opera di Al Qaeda o di altre formazioni terroristiche, e parla di azione di bande criminali fuorilegge operanti in zona a scopo di riscatto.

Le ricerche sono scattate immediatamente con l’utilizzo di un elicottero, appena l’autista del gruppo è riuscito ad informare dell’accaduto, ma finora nessuna traccia dei rapitori.

La versione dei fatti è appunto quella fornita dall’autista. All’alba di ieri, sulla strada dell’aeroporto, mentre il gruppo si stava recando al cantiere di lavoro, alcuni uomini dal volto mascherato ed armati con mitra hanno bloccato il veicolo e portato via i due italiani e l’italocanadese.

L’autista, ferito a una gamba, è stata lasciato per strada con le mani legate. Le rassicuranti dichiarazioni ufficiali delle autorità locali non dovrebbero però ingannare, perché la zona è via di passaggio di tutti i traffici illegali, dal contrabbando di droga e armi all’immigrazione clandestina, attività controllate dalle organizzazioni terroristiche legate ad Al Qaeda e di recente a Daiesh. Sullo sfondo c’è anche lo scontro etnico tra Tuareq e Tabu, che recentemente hanno siglato proprio a Roma una riconciliazione con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio.

La storia dei sequestri di italiani in Libia è lunga. Si è cominciato in piena rivolta, nell’agosto 2011, con il rapimento a Tripoli di quattro giornalisti: Claudio Monici di Avvenire, Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera e l’inviato di La Stampa Domenico Quirico. Sequestro che è costato la vita al loro autista libico, ucciso sotto gli occhi dei quattro giornalisti. La liberazione è avvenuta due giorni dopo, in un’irruzione in una casa privata a Tripoli, in cui i giornalisti erano tenuti prigionieri da due uomini armati.

Il 2014 è stato l’anno con maggior numero di rapimenti di cittadini italiani in Libia. Anzitutto il tecnico Gianluca Salviato, sparito nel nulla a Tobruk, dove seguiva i lavori di realizzazione degli impianti fognari della città per conto di un’impresa di Udine. Salviato è stato rapito il 22 marzo del 2014 e la sua auto è stata ritrovata abbandonata. La liberazione avvenuta a novembre dello stesso anno dopo il pagamento di un’ingente somma di denaro e una complessa trattativa.

Tre giorni prima del rilascio di Salviato, si era conclusa la vicenda del tecnico emiliano, Marco Vallisa, rapito nel mese di luglio a Zuwara, città costiera a circa 100 km ad ovest di Tripoli. Anche in questo caso, malgrado le smentite ufficiali, è stato pagato un riscatto milionario per il rilascio.

Il 17 gennaio del 2014 si sono perse le tracce di Francesco Scalise e Luciano Gallo, originari della Calabria, rapiti nei pressi del villaggio di Martof, a est di Derna. I due sono stati sequestrati mentre si stavano recando in cantiere con il loro furgone. Secondo la testimonianza dell’autista, un gruppo di uomini armati e a volto coperto, ha fermato il veicolo e li ha costretti a salire su un’auto. Nei giorni successivi al sequestro non c’è stata nessuna rivendicazione, ma si era ipotizzato un rapimento a opera di gruppi legati ad Al Qaeda, per ottenere un riscatto. I due italiani sono stati liberati il 7 febbraio 2014, grazie ad un’operazione congiunta tra autorità libiche e italiane.

L’ultima vicenda di sequestri in Libia che riguarda cittadini italiani, prima di questa in corso a Ghat, è quella drammatica di Sabratha. Il 19 luglio del 2015 quattro dipendenti della ditta Bonatti di Parma vengono rapiti vicino all’impianto Eni di Mellitah, subito dopo il loro ingresso in Libia provenienti dalla Tunisia. Sono Fausto Piano, Salvatore Failla, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno. Due di loro, Piano e Failla, sono stati uccisi il 3 marzo 2016 durante un’operazione di trasferimento verso un nuovo covo, in seguito a uno scontro a fuoco tra milizie locali rivali. Gli altri due sono stati liberati e hanno fatto ritorno in Italia il 6 marzo 2016.

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    Farid Adly
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Libia, lo scontro sul petrolio

Il premier Sarraj ha fatto marcia indietro. Non pretende più che l’esercito nazionale guidato dal generale Khalifa Haftar si ritiri immediatamente dagli impianti della “Mezzaluna petrolifera”, ma chiede che tutte le parti libiche in conflitto si riuniscano per trovare un accordo. E quando ha letto i comunicati bellicosi delle potenze occidentali, ha esplicitamente respinto ogni intervento straniero nella vicenda.

L’occupazione (oppure liberazione come la chiamano quelli del Parlamento riunito a Tobruk) dei terminali petroliferi dei quattro porti di Ras Lanouf, Sidra, Brega e Zuweitina, ha cambiato le carte in tavola e messo il governo incaricato guidato da Sarraj in gravi difficoltà economiche.

La mossa fulminea che ha cacciato le milizie locali di Ibrahim Jadran denominate “Guardie delle infrastrutture petrolifere” ha privato il Consiglio di presidenza di Sarraj dalla fonte principale di entrate economiche, proprio nel momento nel quale le milizie di Misurata inquadrate nell’esercito libico erano impegnate nella lotta contro gli ultimi covi di resistenza dei daeshisti a Sirte.

Il discusso capo milizie, Ibrahim Jadran, che durante i precedenti governi del dopo caduta della dittatura, aveva fatto il bello e cattivo tempo sul controllo delle esportazioni petrolifere, dopo una chiusura forzata delle esportazioni dal 2014, a causa degli attacchi dei jihadisti del sedicente califfato, la scorsa primavera ha rotto la sua affiliazione al governo di Al Thinni e ha dichiarato fedeltà al Consiglio di presidenza di Sarraj.

L’accordo ha svelato uno scandalo che ha scosso l’opinione pubblica libica: in cambio del passaggio politico, Jadran ha ottenuto il riconoscimento di un’ingente indennità alle sue Guardie. Una cospicua tangente, insomma, che non ha scandalizzato né l’inviato dell’Onu, Kobler, né le potenze occidentali che hanno puntato su Sarraj, per la normalizzazione del Paese.

Ho letto alcuni articoli di stampa che descrivono il generale Haftar come golpista gheddafiano a capo di milizie della Cirenaica. Non ho mai letto un concentrato di bugie in una così breve frase. Il generale Haftar ha tanti difetti e ha compiuto diversi errori madornali nella storia recente della Libia post Gheddafi, ma è riconosciuto dal Parlamento legittimo come guida suprema dell’esercito nazionale libico e non guida milizie come vogliono far apparire le potenze occidentali interessate a mettere mano sul petrolio libico. In secondo luogo, il generale Haftar non è stato mai gheddafiano. Anzi, l’ex dittatore lo temeva per le sue doti militari; lo ha lasciato alle sue sorti in Ciad, senza rifornimenti e soccorsi militari per la battaglia persa di El-Dom (1987) e in seguito (1990) lo ha fatto condannare in contumacia a morte “per alto tradimento della Jamahiria”; nel Febbraio 2011, il generale è tornato a Bengasi, dopo vent’anni d’esilio negli Stati Uniti, per partecipare alla rivolta contro il dittatore.

L’azione militare compiuta senza quasi spargimento di sangue per la riconquista delle strutture petrolifere ha ottenuto, inoltre, il plauso del parlamento, unica istituzione legittima in Libia. Non solo, i militari hanno già consegnato la gestione degli impianti nelle mani delle strutture civili dell’Ente Nazionale del Petrolio (Noc, nell’acronimo inglese), che ha annunciato che ha iniziato a preparare la ripresa delle esportazioni dal terminal principale del Paese. “I nostri team tecnici hanno iniziato a valutare che cosa fare per porre fine alla situazione di forza maggiore e riprendere le esportazioni nel più breve tempo possibile”, ha detto il presidente del Noc, Mustafa Sanalla, in una dichiarazione pubblicata sul sito web della società. Tuttavia, il comunicato non spiega come si potrebbe aumentare le esportazioni da questi terminal petroliferi che non sono controllati dal Consiglio di Presidenza e dal governo incaricato.

La vicenda è molto delicata e le potenze occidentali potrebbero compiere passi falsi gravissimi se intervenissero in sostegno di una parte libica contro l’altra. La gravità della situazione è divenuta chiara sia a Sarraj sia ad Aqila, i due uomini politici che si contendono la presidenza e la legittimità del potere in Libia. Proprio martedì sera, il presidente del parlamento, Aqila Saleh, ha impartito disposizioni al capo del governo provvisorio Abdullah al Thinni (al quale risponde il generale Haftar le cui forze hanno espugnato i terminal) di riconsegnare i terminal petroliferi all’Ente Nazionale del Petrolio ed alle nuove guardie delle strutture petrolifere”.

Lo stesso Sarraj nella mattinata di mercoledì ha rafforzato la sua opposizione a un intervento straniero in Libia sulla vicenda petrolifera e ha chiesto un tavolo di trattative tra le parti in conflitto.

Mettendo in guardia dal rischio di una “divisione del Paese”, l’inviato dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, ha affermato che la risoluzione 2259 delle Nazioni Unite “proibisce chiaramente le esportazioni di petrolio illegali” dalla Libia e stabilisce che installazioni petrolifere libiche devono essere sotto l’autorità del Consiglio di presidenza. Ma la questione è complicata perché questo Consiglio dovrebbe essere sottoposto al potere del Parlamento e il governo incaricato dovrebbe ancora ottenere il voto di fiducia. Questa complicata impalcatura istituzionale inventata dall’UNSMIL, la missione dell’ONU per la Libia, è servita infatti a dare legittimità alle milizie islamiste che controllavano la capitale Tripoli e che per il momento lavorano sotto traccia, per minare il potere di un vero governo di unità nazionale. Il premier incaricato Sarraj, infatti, è relegato ancora nella base navale di Abu Setta e non risiede nel centro della capitale, perché la sicurezza del governo è nelle mani di queste milizie.

La gravità della crisi politica e militare libica ha spaccato lo stresso Consiglio di presidenza. Due dei vicepresidenti hanno stigmatizzato le prime dichiarazioni di Sarraj che minacciavano “lo scontro frontale contro le forze che hanno occupato i terminali”. Sono state imprudenti le prese di posizioni dell’UE e dei cinque paesi occidentali che hanno “ordinato” il ritiro delle truppe del gen. Haftar dagli impianti petroliferi, definendoli milizie. Ad allarmare le parti libiche legate alla maggioranza del Parlamento, il concomitante annuncio dell’invio di truppe italiane a Misurata, nel quadro di un’azione umanitaria sanitaria, per la costruzione di un ospedale da campo, fornito di medici e personale paramedico oltre a unità di tecnici e militari per la protezione delle equipe sanitarie. Diversi deputati vi hanno letto una presa di posizione italiana a favore di una parte del conflitto interno. “Nessun aiuto umanitario è stato fornito dal governo italiano alle vittime di Bengasi, quando eravamo da soli a combattere il terrorismo jihadista, malgtrado le ripetute richieste avanzate dal Parlamento”, ha tuonato un deputato di Bengasi.

Alla fine sembra prevalso il buon senso e la consapevolezza che la Libia potrà rinascere come Stato soltanto se rimarrà unita e la ricchezza petrolifera rimarrà a disposzione di tutti i libici e non di una parte contro l’altra. Da qui il passo indietro del premier incaricato Sarraj, che ha calmato il nervosismo dell’invitato ONU Kobler con una dichiarazione saggia poco prima della riunione del Consiglio di Sicurezza, riunito d’emergenza per discutere della crisi libica.

Adesso nessuna delle due parti rivendica il monopolio della legittimità e si sta lavorando per una riunione, all’interno della Libia, tra le parti politiche libiche con l’obiettivo di unificare i due rami dell’esercito e concordare le linee guida per la riunificazione dell’ente petrolifero. Dopo la fase di emergenza si penserà alla formazione della nuova compagine governativa, che Sarraj dovrà sottoporre al voto del Parlamento.

Nella sua dichiarazione, il presidente del Noc ha indicato che le esportazioni potrebbero riprendere dopo l’unificazione delle due istituzioni, un processo che ha avuto inizio nel mese di luglio. Mustafa Sanalla ha affermato inoltre che si aspetta “l’inizio di una nuova fase di cooperazione e convivenza tra le forze politiche libiche”.

“Siamo in grado di aumentare la produzione a 600.000 barili al giorno in quattro settimane e a 950.000 entro la fine dell’anno, a fronte dei 290.000 attuali”, ha detto ancora il presidente del NOC.

Se l’elefante occidentale non entrerà nella cristalleria a fare danni, forse i libici si rinsaviranno e torneranno alla perduta unità, che si era rivelata vincente contro la dittatura, ma che poi si è persa a causa della voracità dei signori della guerra e degli emiri delle milizie islamiste, al servizio di potenze straniere, arabe ed internazionali.

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    Farid Adly
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Accordo Kerry-Lavrov per la tregua

Stati Uniti e Russia hanno trovato un accordo sulla Siria per un cessate il fuoco. Entrerà in vigore lunedi 12 settembre in coincidenza con l’Aid, la festa musulmana del sacrificio. L’annuncio è stato fatto questa notte a Ginevra dal segretario di Stato americano , John Kerry, e dal suo omologo russo, Serghiei Lavrov.

Lavrov ha garantito che Assad è pronto a mettere in atto l’accordo. Secondo Kerry se applicato, l’accordo segnerà un ‘punto di svolta’ in direzione della fine della guerra civile.

Un accordo importantissimo, che potrebbe rimettere in piedi il negoziato per la fine del conflitto siriano. Ci sono voluti 4 incontri in 15 giorni ed una maratona negoziale di 13 ore tra i due capi delle diplomazie di Mosca e Washington. Tutti i particolari non sono stati ancora svelati, ma dalle parole espresse da Kerry e Lavrov risulta chiaro che è prevalsa l’idea delineata dalla Russia: combattere insieme contro tutti i jihaidsti, sia del sedicente califfato sia quelli di Fronte Nusra.

Ied Kebir , la festa del sacrificio, porterà la tregua su tutto il territorio siriano e si aprirà la strada alla ripresa del negoziato di Ginevra tra l’opposizione e il governo di Damasco, con la mediazione dell’ONU. Se la tregua reggerà, inizierà la diretta collaborazione sul campo tra le due potenze mondiali nella guerra contro Daesh e contro le altre organizzazioni terroristiche. Non soltanto collaborazione dell’intelligence e scambio informazioni, ma bombardamenti coordinati e congiunti contro obiettivi del califfato e dei gruppi jihadisti.

Ma rimane un’incognita: saranno capaci i politici dell’opposizione siriana a persuadere i litigiosi e contrastanti gruppi combattenti a rispettare la tregua ed a smarcarsi dal Fronte Nusra? Non è un compito facile, anche perchè nei documenti pubblici dell’accordo non vi è cenno sulla destituzione di Bashar Assad.

Il ministro degli esteri russo non ha nascosto i suoi timori per le interferenze di coloro che intendono boicottare l’accordo. Altri paesi regionali che potrebbero remare contro sono Turchia e Arabia Saudita. La prima per i timori di un’eventuale autonomia curda nel futuro della Siria e il regno wahhabita teme lo smacco politico, per la ripresa del negoziato con Assad ancora in sella.

La stampa siriana accoglie positivamente l’annuncio ginevrino e informa che il ministro Al Moallim sarà a New York per l’Assmblea annuale dell’ONU. E’ chiaro a tutti che nel futuro di una Siria pacificata non ci sarà un posto per l’attuale presidente Assad, ma le vittorie sul campo delle sue truppe, ad Aleppo come nella provincia di Damasco, hanno permesso al raggiungimento di un accordo con non prevede la sua destituzione a priori. Lo stesso Lavrov ha confermato che le autorità del governo siriano sono state informate del contenuto dell’accordo ed hanno dichiarato di approvare la sua applicazione.

Forse è la volta buona, per la gente martoriata della Siria.

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    Farid Adly
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