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Libia, accordo per il voto il 10 dicembre

Accordo Libia a Parigi

Un accordo per la Libia in otto punti. Lo hanno firmato a Parigi i quattro rappresentanti delle istituzioni in cui è diviso il Paese: il premier Fayez al-Sarraj, il generale Khalifa Haftar, il presidente della Camera Aguila Saleh e del Senato Khaled al-Mishri.

L’accordo prevede elezioni il 10 dicembre di quest’anno e l’approvazione di una Costituzione e una Legge elettorale entro settembre e da subito la riunificazione della Banca Centrale.

Alla conferenza di Parigi, voluta dal Presidente francese Emmanuel Macron, hanno partecipato 19 Paesi influenti sulla crisi libica, tra i quali l’Italia ed i cinque Paesi membri del Consiglia di Sicurezza dell’ONU.

Il summit si è svolto sotto l’egida dell’ONU, ma il vero attore è stato la diplomazia francese. L’accordo è sicuramente un passo in avanti rispetto alla situazione di stallo precedente, raggiunta nell’incontro di al-Sarraj e Haftar a Parigi nel luglio 2017.

Manca però lo strumento attuativo sul territorio. In Libia non c’è un esercito né forze di sicurezza nazionali unanimemente riconosciuti. E i rappresentati delle milizie esclusi dalle trattative hanno pubblicato un comunicato parlando di interferenze esterne e faranno di tutto per impedire lo svolgimento delle elezioni.

La diplomazia italiana, infastidita dall’ottimismo francese, è rimasta con il cerino in mano.

Accordo Libia a Parigi
Foto dal profilo Twitter di Emmanuel Macron https://twitter.com/emmanuelmacron
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    Farid Adly
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Guerra in Siria, i ribelli non vogliono lasciare Duma

La città di Duma

Guerra in Siria. Aumenta la pressione delle forze governative siriane su Duma per costringere i miliziani alla resa. Poco fa sono iniziate le operazioni di attacco con bombardamenti dell’artiglieria per aprire la strada alle truppe di terra.

Nella giornata di ieri, Damasco ha ammassato truppe e mezzi attorno all’ultima roccaforte dell’opposizione armata nella Ghouta Orientale, mentre nei giorni scorsi si sono avute trattative tra i miliziani russi e Jaish al-Islam, la principale formazione che controlla la città. Ai miliziani assediati, insieme a oltre 70 mila civili, è stato offerto un salvacondotto in cambio della resa per risparmiare Duma da una distruzione sicura.

L’Esercito dell’Islam ha respinto l’ipotesi di abbandono della città e ha chiesto che i suoi miliziani rimangano a Duma, che verrà presidiata da osservatori militari russi. La riposta di Mosca è stato un ultimatum di 48 ore che dovrebbe scadere domani, ma Damasco vorrebbe affettare i tempi dell’evacuazione.

In un tentativo disperato l’opposizione ha inviato un messaggio ai Paesi membri del Consiglio di Sicurezza con i punti della loro proposta, ma non sembra che ci siano i tempi per la diplomazia.

Oggi a Mosca Staffan de Mistura incontrerà il Ministero degli Esteri russo Sergej Lavrov in un ultimo tentativo per salvare i civili.

La città di Duma
Foto da Facebook
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    Farid Adly
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La caduta di Afrin e il tradimento dei curdi

Dopo due mesi di resistenza eroica, Afrin è caduta nelle mani degli invasori turchi e dei loro collaborazionisti. La bandiera turca è issata sul palazzo governativo nel centro della città, insieme a quella dell’Esercito libero siriano. I carri armati di Ankara girano tra le macerie, nelle strade vuote di una città fantasma.

La guerriglia curda ammette la sconfitta, ma promette la riconquista. Per l’esercito turco non è stata una passeggiata, ma il presidente turco Erdogan – trionfante – ha deriso con sarcasmo i combattenti curdi. Il prezzo è stato altissimo: migliaia di morti e duecentomila profughi, che stanno vagando nelle zone rurali, nella provincia di Aleppo. I vincitori hanno saccheggiato negozi e rubato auto e macchinari agricoli.

Ai curdi non è servito a nulla il ricorso al sostegno governativo di Damasco, che ha mandato qualche centinaio di combattenti – miliziani alleati e non soldati – senza attivare le necessarie pressioni diplomatiche su Ankara con l’aiuto di Mosca. La soverchiante disparità delle forze in campo ha avuto la meglio. Le mire del neo-sultano sono quelle del controllo sul nord della Siria, e si teme che le truppe puntino su Kobane e Manbij. La battaglia di Afrin è il simbolo di un tradimento internazionale nei confronti dei curdi, prima di tutto degli Stati Uniti e della Russia.

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    Farid Adly
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La caduta di Raqqa, colpo mortale per Daesh

Rojda Felat. È lei il simbolo della liberazione di Raqqa. La comandante curda entra nello stadio della città sventolando la bandiera gialla delle Forze Democratiche Siriane (FDS), l’alleanza curdo-araba sostenuta e armata dagli Stati Uniti. Lei è un doppio simbolo di liberazione: da una parte la vittoria militare sugli oscurantisti e spietati miliziani del sedicente califfato e dall’altra il riscatto dell’orgoglio femminile contro un’ideologia che vuole sminuire e rinnegare il ruolo delle donne, per meglio imporre il proprio potere sulla società. Due vittorie in una.

La caduta della capitale del falso califfo era stata annunciata per imminente da giorni. Dopo quattro mesi e mezzo di combattimenti e un alto prezzo pagato per una battaglia decisiva, le FDS sono entrate trionfanti nel centro di Raqqa, espugnando le ultime resistenze dei miliziani, prevalentemente stranieri, i cosiddetti foreign fighters, concentrati nello stadio della città. Nei giorni precedenti, infatti, era stato raggiunto un accordo tra i comandanti curdi e quelli di Daesh, con la mediazione dei notabili della città, per l’evacuazione garantita dei miliziani jihadisti verso Deir Azzour, a est al confine con l’Iraq, la provincia dove i rimasugli del califfato nero hanno ancora qualche controllo su una parte della città. Un centinaio di combattenti, tutti di nazionalità siriana, accompagnati dalle famiglie e da altri civili, usati anche come scudi umani per garantirsi la sicurezza, sono saliti sui pullman messi a disposizione, per il loro trasloco in un corridoio umanitario.

Questa pratica è una delle caratteristiche della guerra civile siriana. Non è la prima volta che avviene la concessione di un salvacondotto ai combattenti per concludere una battaglia con le minime perdite tra i civili. Sono avvenute a Homs, nel 2015, poi nel Qalamoun, vicino alla capitale, e poi ad Aleppo e Idlib (in questo ultimo caso, erano i soldati governativi e loro famiglie ad abbandonare il campo). Questo trattamento di favore è stato negato e giustamente ai combattenti non siriani (Sauditi, tunisini, algerini, marocchini, sudanesi, ceceni, e nativi di paesi occidentali,…) , che sono stati protagonisti delle più efferate atrocità, secondo le testimonianze di molti civili scampati al dominio di Daesh.

La caduta di Raqqa è un colpo mortale, non solo simbolico, per il sedicente califfato. E’ molto più importante anche della perdita della città di Mosul, in Iraq, la scorsa estate, perché Raqqa era stata considerata la “capitale” del falso califfato. Raqqa infatti è il centro di smistamento dei combattenti stranieri e da lì si architettavano e si guidavano le operazioni terroristiche all’estero.

La caduta di Raqqa, però, non significa la fine del pericolo daeshista. Sia in Siria che in Iraq, ci sono ancora piccoli centri sotto il controllo dei miliziani jihadisti. Ultima città è Deir Azzour, ma presenze significative di combattenti e basi si trovano nelle cittadine di confine tra Siria ed Iraq, nella provincia di Anbar irachena e in diverse zone della Siria (Homs, Hama, Aleppo e Daraa). Per non parlare delle cellule dormienti, che al momento opportuno vengono riattivate per azioni terroristiche dietro le linee del fronte. Secondo il portavoce delle FDS, Talal Salu, “la città di Raqqa è al 90% bonificata, ma rimangono mine nel terreno e jihadisti nascosti e camuffati tra i civili. E’ in corso un’operazione di pulizia molto più dura della battaglia aperta, perché dobbiamo condurla contro un nemico invisibile”.

Ci si interroga sulla fine del falso califfo, Al Baghdadi e dei suoi luogotenenti, i capi di Daesh di primo piano. Sembrano svaniti nel nulla e la loro sorte, malgrado i diversi comunicati sulla loro presunta uccisione o morte, rimane non chiarita. Si era diffusa tempo fa, che i capi dell’organizzazione terroristica si sono trasferiti in Libia o in Sinai, ma poi la notizia è stata smentita dai fatti. Un ultimo rifugio per i capi del terrorismo jihadista, con una certa sicurezza di copertura, rimangono la zona del confine tra Afghanistan e Pakistan e quelle centrali dello Yemen. Quest’ultima rimane la zona più accessibile ai daeshisti, anche per questioni logistiche, e lo ha dimostrato l’attacco con i droni statunitensi di qualche giorno fa.

La diaspora dei jihadisti stranieri dovrebbe preoccupare e non poco i servizi di sicurezza dei paesi d’origine. In Tunisia, Marocco e Libia, nell’ultimo anno, si è registrato il ritorno dalla Siria di oltre tremila elementi addestrati, che difficilmente si accontenteranno di ritornare alla vita civile. Lo stesso vale, anche se con numeri più modesti, per i foreign fighters europei. Una mina vagante che non promette bene. I servizi segreti occidentali (e turchi in particolare) che hanno chiuso un occhio sul loro reclutamento per andare a combattere in Siria, adesso dovrebbero tirare fuori i “file”, per poterli controllare meglio, prima che entrino in azione.

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    Farid Adly
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Dignità nazionale calpestata

L’economia egiziana ha registrato una crescita del 5% nel 2° trimestre del 2017. In aumento di mezzo punto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il paese più popoloso dell’Africa e del mondo arabo fa gola a tutti gli gli investitori, malgrado i disastri politici legati al mancato rispetto dei diritti umani.

Anche gli imprenditori italiani di fronte al business egiziano non si tirano indietro. In un anno e mezzo di raffreddamento dei rapporti diplomatici, lo scambio commerciale non ha subito crolli. Le esportazioni continuano a crescere di anno in anno dal 2014 e nei primi sei mesi del 2017, sono salite del 10% rispetto allo stesso periodo del 2016, anno dell’assassinio di Giulio Regeni. E’ vero che nel 2106, le importazioni sono leggermente calate, ma nel 2017 sono riprese a galoppare: + 26%.

Cito un rapporto della Farnesina: “Al pari dell’interscambio commerciale, nonostante la crisi politica si è assistito ad un consolidamento della presenza delle nostre aziende in Egitto, che operano sia attraverso investimenti diretti che partecipando ai grandi progetti di sviluppo attuati dalle autorità egiziane”. I settori che vedono la presenza italiana in Egitto sono gas e petrolio con Eni e Edison, settore bancario e finanziario con San Paolo Intesa. Pirelli, Ansaldo, Breda ed Italcementi sono le società italiane maggiormente impegnate nei settori industriali.

Il business non è scalfito dalla difesa della dignità nazionale, calpestata sotto i talloni degli assassini di Regeni.

La ministra della Pianificazione egiziana, Hala el Saed, ha precisato che i settori che hanno registrato dati positivi sono quelli del turismo, delle telecomunicazioni e immobiliare. “Nonostante le sfide economiche, il paese è in grado di rialzare l’indice di crescita economica e di aumentare gli investimenti diretti esteri”.

Questo ulteriore sviluppo degli indici economici, malgrado il crescente impoverimento della popolazione e la crisi occupazionale che attanaglia una grossa fetta della manodopera egiziana, costretta a emigrare in situazioni drammatiche, è imputabile alle misure di apertura alle imposizioni del Fondo monetario internazionale (Fmi). Nel mese di novembre 2016, il governo egiziano ha lanciato una serie di riforme indicate dallo stesso Fmi, tra cui le misure per il controllo dell’instabilità del tasso di cambio, attraverso un accordo di 12 miliardi di dollari per sostenere le riforme fiscali. Finora l’Fmi ha erogato all’Egitto per quell’accordo circa 4 miliardi di dollari.

Lo scorso 18 agosto, l’agenzia statunitense di rating Moody’s, con sede a New York, ha mantenuto stabile l’outlook sull’Egitto, assegnando un giudizio di “B3”, cioè sufficienti capacità di far fronte agli impegni di breve periodo.

L’ambasciatore dell’Egitto in Italia, Hesham Badr, è arrivato mercoledì a Roma dove nei prossimi giorni presenterà le lettere di credenziali al ministro Alfano. L’ambasciatore dell’Italia in Egitto, Giampaolo Cantini, è arrivato al Cairo nello stesso giorno e sarà ricevuto dal ministro degli Esteri egiziano Sameh Shukri.

La memoria corta del governo italiano ha fatto dire all’ex premier Letta, che “il governo egiziano ci prende in giro”. Probabilmente la dichiarazione ha più motivi di politica interna, ma le parole di Letta fotografano la situazione reale nei rapporti tra Italia e Egitto.

Due giorni prima dell’arrivo dell’ambasciatore al Cairo, le autorità di sicurezza egiziane hanno fatto sparire, per 48 ore, l’avvocato della famiglia Regeni, Ibrahim Metwalli. Partito per Ginevra dall’aeroporto del Cairo, non è mai arrivato sull’aereo e le autorità di polizia e giudiziarie per due giorni hanno negato di sapere che fine abbia fatto. Familiari e amici sono rimasti in ansia per ben due giorni. Sparizioni forzate, le chiamano le associazioni di difesa dei diritti umani, e colpiscono, in Egitto, ogni anno migliaia di cittadini. Lo stesso figlio di Metwalli, uno studente universitario di 22 anni, è scomparso dal luglio 2013 e non si è saputo più nulla della sua sorte.

L’avvocato della famiglia Regeni è ricomparso in carcere, arrestato per motivi di sicurezza dello Stato. Doveva andare in Svizzera, alla sede dell’Onu per riferire, alla Commissione Internazionale competente, sulle sparizioni forzate in Egitto.

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    Farid Adly
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Scomparso un avvocato della famiglia Regeni

Un nuovo scomparso in Egitto. E’ l’avvocato Ibrahim Metwalli, fondatore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà e difensore dei familiari dei migliaia di scomparsi coercitivi in Egitto, tra i quali suo figlio, Amro, scomparso quattro anni fa durante le manifestazioni contro i militari e mai più ritrovato. E’ anche consulente per il caso Regeni.

I suoi colleghi dell’Ercf (Egyptian Commission for Right and Freedom) hanno denunciato che l’avvocato Metwalli stava partendo dall’aeroporto del Cairo per recarsi a Ginevra. “I famigliari di Ibrahim avevano smesso di avere sue notizie dalle otto del mattino di domenica 10 settembre”, scrive l’associazione sul comunicato “prima della scomparsa si trovava in aeroporto dove avrebbe dovuto prendere un volo per Ginevra”. Era stato invitato dalle Nazioni Unite per svolgere una relazione sui casi di scomparsi coercitivi in Egitto alla sessione della Commissione per i diritti umani, in corso fino al 15 settembre. Aveva prenotato il viaggio di ritorno il giorno 16. Invece nessun viaggio, e la Commissione dell’Onu non ascolterà la voce delle famiglie delle sparizioni forzate in Egitto, che sono migliaia ogni anno. (fonte: pagina Fb dell’associazione “Stop alle sparizioni forzate!”)

E’ stato prelevato, all’aeroporto del Cairo, da parte delle forze di sicurezza e non si è saputo più nulla della sua sorte. I familiari hanno cercato di ottenere informazioni sul suo caso, sia al ministero dell’Interno, nei commissariati e nei Tribunali, ma hanno trovato un muro di gomma. Di lui nessuna notizia.

Questo grave arresto è un brutto segnale alla vigilia dell’insediamento del nuovo ambasciatore italiano al Cairo, Cantini. Il ministro degli Esteri egiziano, Shokri, ha detto in un incontro con imprenditori locali ed internazionali al Cairo che “le relazioni italo-egiziane stanno riprendendo il loro massimo splendore, perché i due Paesi hanno interessi comuni”.

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    Farid Adly
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Migranti: un accordo di Roma con milizie libiche?

Tempesta in un bicchiere. A Tripoli negano e a Roma lo stesso. “Il governo italiano non tratta con i trafficanti”. E’ la “decisa smentita” di fonti della Farnesina. Nessun accordo tra Italia e milizie per bloccare il traffico di esseri umani e soprattutto nessun finanziamento dall’Italia alle milizie, né diretto né indiretto.

Lo scoop dell’Associated Press potrebbe avere qualche fondamento, ma ci deve essere un grande equivoco. AP scrive di un accordo, “sostenuto dall’Italia”, tra il governo di Tripoli e alcune milizie, precedentemente implicate nella tratta di migranti, per cambiare casacca e impedire adesso agli stessi migranti di attraversare il Mediterraneo”.

Prima di tutto non è un segreto e non è una cosa nuova il fatto che i governi libici, tutti dal 2012 in poi, hanno pagato gli stipendi alle milizie, ufficialmente per mantenere l’ordine, anche se in realtà loro sono all’origine del disordine.

In secondo luogo, non c’è nessun finanziamento in soldi italiani al governo Sarraj, ma in servizi e addestramento. Recentemente sono stati consegnati i kit sanitari a Zawia, per le prime cura ai migranti salvati. Alla luce del sole e con la foto dell’ambasciatore italiano, Perrone, insieme al presidente del consiglio militare della città.

Per quanto riguarda, invece, gli incontri tra personale italiano, probabilmente dei servizi segreti, con le milizie di Sabrata non credo sia la prima volta che ciò avvenga. Un precedente è stato quando erano stati rapiti quattro lavoratori italiani in quella città.

L’agenzia statunitense parte da una considerazione generale sul calo degli sbarchi di migranti sulle coste italiane: in agosto sono stati 2.936 contro i 21.294 dell’agosto di un anno fa. Per AP, questo risultato è in parte riconducibile all’azione della Guardia costiera libica, ma principalmente a un accordo tra il governo Sarraj e le milizie di Sabrata. Ne vengono citate due: Al-Ummi e Brigata 48. L’agenzia americana cita il portavoce delle due milizie che conferma l’accordo con il governo Sarraj e l’incontro con responsabili italiani; due attivisti per i diritti umani operanti a Sabrata che sostengono che le due milizie erano implicate nel controllo della tratta di esseri umani al fianco dei trafficanti; un funzionario del ministero dell’Interno che conferma all’agenzia che queste milizie hanno incontrato due responsabili italiani. Sono tre tasselli di un mosaico che messi insieme mettono in mostra uno scenario inquietante.

Le due milizie, una legata al ministero della Difesa e l’altra al ministero dell’Interno libici, avrebbero impedito – dopo questo accordo – alle barche di migranti di lasciare le coste libiche vicino a Sabrata e ordinato ai trafficanti di bloccare il loro lavoro. In cambio, le milizie hanno ricevuto equipaggiamenti, navi e stipendi“. La situazione viene descritta dal portavoce di Al-Ammu come “una tregua” che dipende dal continuo sostegno alla milizia. “Se il sostegno alla brigata si interrompe, questa non avrà più la capacità di fare questo lavoro e il traffico ricomincerà”.

Ci potrebbero essere molte millanterie, ma lo sfondo della fosca vicenda è realistico. Perché queste milizie ricevono già stipendi dal governo Sarraj. La questione da verificare è se hanno ricevuto un ulteriore incentivo per questo cambio di rotta e soprattutto se il governo italiano ha versato soldi al governo di Tripoli per questo paventato accordo. La smentita della Farnesina è stata sicuramente d’obbligo.

La storiella raccontata all’AP potrebbe essere anche di copertura a un altro risvolto interessante nella lotta contro i trafficanti di esseri umani, di droga e di petrolio tra Libia, Malta e Italia. Un contrabbando che ha sottratto alle casse dello stato libico nello scorso anno ben 2 miliardi di dollari. Il 24 agosto, un corpo speciale delle forze di sicurezza del governo Sarraj ha tratto in arresto uno dei più grandi trafficanti, il libico Fathi Khalifeh preso nel suo covo nella città di Zawia. Ha una società ufficialmente registrata a La Valletta e possiede navi e mezzi per il trasporto marittimo e terrestre. Insieme a lui sono stati arrestati un maltese e un egiziano. Nella città di Zawia si dice che i servizi italiani hanno dato una mano nella cattura.

Un funzionario del ministero degli Esteri libico, alla domanda di Radio Popolare sulla questione dell’accordo tra autorità italiane e milizie, ha suggerito di fare un’inchiesta sul petrolio libico venduto in contrabbando a Malta e Italia. E ha suggerito di approfondire a chi serve oggi infangare l’operato dei due governi di Roma e Tripoli.

Il funzionario, che ha voluto esprimersi sotto la garanzia di anonimato, si è detto incuriosito di come la stampa italiana non si interessi della visita di Salameh a Bengasi, dove l’inviato dell’Onu si è incontrato con il generale Haftar. Non si trova traccia della notizia dei due libici, un soldato e un funzionario della commissione elettorale, rapiti da Daesh nel maggio scorso e dei quali proprio in questi giorni i terroristi hanno divulgato un video, per chiedere un riscatto. “Non se ne parla perché forse non sono occidentali?”, si domanda retoricamente. Inoltre al confine sud tra Libia ed Algeria, Daesh si sta riorganizzando, al punto che l’Algeria ha dichiarato lo stato di emergenza.

Parole giuste, ma non smentiscono l’inchiesta che accusa Tripoli e Roma di essere scese ad accordi sotto il tavolo con milizie che in passato governavano il traffico di vite umane e, adesso, in cambio di soldi e ulteriore potere, passano dall’altra parte della barricata e si mettono a bloccare le partenze dei barconi, fino ad esaurimento dei fondi, per riprendere il gioco di prima.

Guardando in profondità alle cose libiche, non tutto è come sembra.

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    Farid Adly
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Yemen, la guerra dimenticata

guerra in Yemen

Caccia sauditi hanno compiuto un raid aereo su Sanaa, capitale dello Yemen, causando almeno 42 morti secondo fonti ufficiali e forse oltre 60, secondo quelle ospedaliere.

Dello Yemen non si deve parlare. E’ il diktat del governo saudita, che vieta ai giornalisti internazionali di entrare in Yemen, anche se in possesso di visti regolari forniti dal governo legittimo. Ci si deve accontentare delle notizie di parte fornite dai due campi in conflitto e dalle testimonianze delle agenzie e Ong internazionali che molte volte, per discrezione, per poter continuare indisturbate le loro attività umanitarie e per salvaguardia del proprio personale in loco, non forniscono le informazioni in tempo reale. Sappiamo poco di quel che succede tutti i giorni nello Yemen, cioè della guerra atroce che miete vite umane e prevalentemente civili.

A questa censura premeditata da un regime dittatoriale amico dell’Occidente, si aggiunge l’interesse delle industrie produttrici di armi, a partire da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia.

Anche la guerriglia Houthi e i suoi alleati, fedeli all’ex presidente Saleh, in materia di censura non scherzano. Un blogger yemenita di Sanaa, Hisham Al Omeisi, 38 anni, è stato arrestato lo scorso 14 agosto perché impegnato a diffondere notizie della guerra civile. Al Omeisi è un attivista che ha fatto conoscere, tramite i social network, la rivolta di Sanaa, del 2011, che ha portato alla deposizione di Saleh.

Bisogna leggere alla luce di questi dati gli effetti dell’ultimo bombardamento compiuto dai caccia sauditi nei cieli di Sanaa, capitale dello Yemen, occupata dal 2014 dai guerriglieri sciiti Houthi. I comunicati militari parlano di un attacco contro obbiettivi militari dei miliziani. Probabilmente è una mezza verità che vale per una bugia intera. Tra le vittime ci sono sei miliziani houthi e almeno 36 lavoratori agricoli che stavano in una residenza o hotel, una palazzina di due piani, nella località di Arhab, subborgo a nord della capitale: la palazzina è stata completamente rasa al suolo.

Le immagini mandate in onda dalla TV degli Houthi, Al Massera, sono eloquenti: detriti e fiamme sono quel che i soccorritori si sono trovati di fronte. Fonti ospedaliere ascoltate da giornalisti yemeniti hanno parlato, sotto anonimato, di un numero più alto di vittime, forse 60 morti, da aggiungersi ai feriti.

Questo non è stato un attacco episodico. E’ da domenica 20 agosto che l’aeronautica militare della coalizione araba a guida saudita sorvola a bassa quota la capitale yemenita, anche per operazioni di supervisione in preparazione dell’attacco terrestre che l’esercito governativo ed i suoi alleati arabi promettono da tempo di compiere per liberare Sanaa. Nella giornata di martedì 22 un altro bombardamento nella provincia di Taez ha provocato 16 morti. “Nel 2017 il numero dei raid aerei al mese — ha relazionato al Consiglio di Sicurezza, Stephen O’Brien, segretario generale aggiunto dell’Onu per gli Affari umanitari — è stato tre volte superiore al 2016 e sono raddoppiati gli scontri sul terreno”.

A queste vittime dei bombardamenti, si aggiungono quelle dei martellamenti di artiglieria compiuti dai guerriglieri houthi contro le zone sotto il controllo governativo e gli attentati dinamitardi messe a segno dai qaedisti, che hanno preso di mira soprattutto il capoluogo meridionale di Aden, dove ha sede il governo del presidente Hadi, ultimo capo di Stato eletto ma di fatto esautoriato dai Houthi e dai seguaci dell’ex presidente, Saleh.

Una guerra per procura dove dietro i protagonisti locali si presentano Arabia Saudita e Iran, in lotta tra di loro per l’egemonia nella regione del Vicino Oriente e nel Golfo. In Yemen, Teheran è presente, oltre alle forniture di armamenti agli Houthi, anche con consiglieri e addestratori militari.

Il più povero Paese del mondo è stato ridotto in campo di battaglia, provocando fame e malattie e almeno due milioni di sfollati. Un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza che ha affrontato la questione yemenita il 18 agosto, parla di una tragedia umanitaria. Oltre alle migliaia di persone morte sotto le bombe, il Paese è stato colpito dalla peggiore epidemia di colera: 530mila casi sospetti e duemila morti. Ci sono almeno due milioni di persone che rischiano la morte per fame.

Oltre a questo dramma della guerra, chi tenta la fuga dal Paese si trova preda dei trafficanti di esseri umani, con tutti i conseguenti drammi dei naufragi. Secondo il rapporto Onu, la cifra complessiva chiesta ai Paesi membri Onu per far fronte alle difficoltà dei civili yemeniti è di 2,3 miliardi di dollari, ma di essi ne sono stati raccolti finora soltanto il 40 per cento.

L’Onu non è riuscita a presentare un piano di negoziato credibile alle parti e le interferenze USA a sostegno di Riad, hanno fatto fallire tutte le altre mediazioni. L’inviato speciale dell’Onu in Yemen, Ismail Oueld Sceikh Ahmed, ha in pratica un ruolo assolutamente marginale e non ha ottenuto ascolto né dalle parti locali né da quelle regionali e men che meno dalle diplomazie internazionali. Le sue mediazioni sono state scippate più di una volta dall’interferenza di altri mediatori, come avvenne nel 2016 con le proposte avanzate dal Kuwait. Dopo il fallimento dei negoziati di Kuwait City nell’aprile 2016, anche il dialogo avviato lo scorso maggio per iniziativa di Sciekh Ahmed si è bruscamente interrotto.

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    Farid Adly
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Minniti a Tripoli, la missione impossibile

Quella del ministro dell’Interno Minniti a Tripoli è una missione impossibile. Tentare non certo di fermare ma soltanto di ridurre gli imbarchi dai porti occidentali della Libia verso l’Italia non è praticabile. Semplicemente perché le milizie che controllano il territorio sono le prime a sorvegliare sulla prosperità di questa industria criminale.

Il realismo del ministro Minniti lo porta a proporre una linea che “scavalca” il governo centrale guidato da Sarraj e interloquisce con i sindaci dei comuni della frontiera medionale dela Libia. Se non è possibile fermare gli imbarchi dai porti libici – pensano al ministero a Roma – si potrebbe controllare meglio i confini territoriali nel Sahara. In questo settore, in effetti,  si potrebbero sfruttare le conoscenze italiane nel settore della mediazione diplomatica dal basso, giocata negli anni passati dalla Comunità di Sant’Egidio, che aveva raggiunto un accordo di pace tra Tuareg e Tabou, le due etnie che si contendono il controllo del Fezzan, la regione meridionale della Libia, al confine con Sudan, Ciad e Niger.

Minniti a Tripoli è sempre il benvenuto. In Libia è considerato l’esponente del governo italiano più affidabile, concreto, sicuro e determinato. Questa sua visita è importante perché oltre agli incontri al vertice governativo, che produrrano in realtà poco o nulla, perché il governo Sarraj non controlla il territorio, il ministro dell’Interno avrà un incontro collettivo con i sindaci delle città della regione meridionale ai confini sud della Libia. Per non far partire dai porti libici migranti o farne partire pochi, bisognerà farne arrivare di meno e creare le condizioni perché questi migranti trovino lavoro in Libia.

Oltre all’approccio generale del lavoro diplomatico per la stabilizzazione del paese, l’Italia – secondo il pensiero espresso dal ministro in varie interviste – dovrebbe agire in collaborazione con le realtà locali libiche per mettere un argine all’economia del traffico di esseri umani.

Se a Varsavia, al tavolo tecnico dei paesi Frontex, l’Italia ha ricevuto un diniego esplicito per l’accoglienza in altri porti europei (Spagna, Francia e Malta) dei migranti salvati in mare, oggi Minniti a Tripoli affronterà la questione partenze. In un precedente incontro a Roma con i sindaci libici, sono state espresse le preoccupazioni che sul flusso di migranti sia ormai nata e prosperi un’economia specifica ed avevano espresso un loro parere chiaro: se si vuole frenare il flusso di migranti che attravera il Sahara, risalendo dai paesi africani verso la Libia e poi non trovando collocazione in un’economia locale, sono costretti a tentare l’approdo verso l’Europa – avevano spiegato – occorre che nasca un’altra economia.

Dal ministero dell’Interno, qualche idea è stata messa a punto. Ci sarebbe il progetto di arruolare in una nascente Guardia di frontiera un certo numero di miliziani dei clan Tuareg e Tebou per utilizzare questa nuova formazione di polizia nella a difesa delle frontiere. Molte milizie attualmente funzionano come garnati per i trafficanti di esseri umani in cambio di commissioni finanziarie, che fruttano milioni di dollari. Altri soggetti lavorano come passatori. E’ un’economia di frontiera che viene alimentata dal bisogno di lavoro di migliaia di africani che ogni giorno passano verso Nord.

In un documento pubblicato sulla stampa libica, i sindaci del Fezzan chiedono al governo di Tripoli prima di tutto ed al governo italiano in secondo piano, di passare dalle parole ai fatti anche su altri dossier, come sanità, acqua, elettricità, strade, aeroporti e ripresa degli investimenti per creare posti di lavoro. Insomma, chiedono che ci sia attenzione del governo centrale alle periferie dello Stato, da tempo dimenticate dalla burocrazia della capitale.

Tra le idee che il ministro Minniti porterà c’è quella dei gemellaggi tra comuni italiani e libici. E’ un incontro interlocutorio dal quale non ci si aspettano grandi svolte, ma andare a sentire cosa dicono dall’altra parte del Mediterraneo, prendere nota e riportare a Roma ed a Bruxelles, per tentare di scardinare l’economia del traffico di esseri umani, non è una cattiva idea. Anzi, è l’unica che potrebbe scongiurare quella brutta gara a chi la spara più grossa in materia di ‘cattivismo‘ anti immigrati, come quella della chiusura dei porti di fronte alle navi di salvataggio dei naufraghi.

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    Farid Adly
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Ong, la marina libica rilancia le accuse

Il dramma dei migranti nel Mediterraneo si presta a molte speculazioni politiche. L’ultima è la bordata del portavoce delle guardie costiere libiche, Ayyub Ghassem, contro Ong internazionali (che non ha nominato), accusate di avere avuto contatti preventivi con i trafficanti di esseri umani. “Sembrava dalla conversazione avuta con i trafficanti che loro fossero in attesa delle imbarcazioni e si stessero avvicinando alla costa nelle acque territoriali libiche. Gli abbiamo intimato di allontanarsi”, ha detto.

L’incidente è avvenuto stamani all’alba con tre gommoni e due barconi fermati nelle acque territoriali libiche e costretti a tornare nel porto di Zawia, a 45 km ad ovest di Tripoli. Ci sarebbe stata una sparatoria, con un migrante ucciso e altri due feriti. Tutte le vittime sono del Bangladesh. Ghassem accusa per la sparatoria una milizia di Zawia che opera in protezione dei trafficanti di migranti. “Le loro due unità moderne e con motori potenti, si sono dileguate e non è stato possibile bloccarli”, ha aggiunto.

Ghassem ha insistito nell’insinuare che le Ong sono conniventi con i trafficanti, ma senza dirlo esplicitamente e senza portare delle prove certe sul contenuto delle conversazioni intercorse; ha espresso praticamente una sua congettura, basata su sensazioni. “Secondo le intercettazioni è sembrato che le Ong fossero in attesa delle 5 imbarcazioni con oltre 570 migranti per prestare loro soccorso e accompagnarli in Italia”.

Presumibilmente le dichiarazioni del militare libico servono a coprire le responsabilità delle guardie costiere libiche nell’uso delle armi da guerra, per prendere controllo dei gommoni, pratica pericolosa e vietata dalle leggi internazionali. Questa pratica è stata denunciata da una Ong spagnola, nello scorso mese di aprile, postando sul proprio sito le foto dei militari libici con le armi puntate contro i migranti assiepati, fino all’inverosimile, su un gomme. In quell’occasione, per fortuna non si sono avute vittime e tutti i migranti sono stati salvati e riportati nel porto di Tripoli.

Intanto oggi (sabato 10 giugno) in un altro naufragio a Garaboulli, ad est di Tripoli, 8 migranti sono annegati e altri 100 sono dispersi.

Medici Senza Frontiere ha diffuso una nota a proposito delle accuse, evidentemente rivolte a una loro nave:

In merito alle dichiarazioni della guardia costiera libica sui soccorsi in mare in questi giorni, Medici Senza Frontiere (MSF) precisa di avere effettuato soccorsi sotto il normale coordinamento della Guardia costiera italiana (MRCC) e di non avere avuto alcun contatto con la guardia costiera libica. La Prudence sta ora rientrando verso l’Italia con 726 persone a bordo, tra cui 53 bambini e un corpo senza vita. L’arrivo è previsto lunedì mattina a Palermo. Nel frattempo, altre persone hanno perso la vita in mare proprio in queste ore. Senza vie legali e sicure e un sistema dedicato di ricerca e soccorso in mare, queste morti non si fermeranno. 

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    Farid Adly
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L’offensiva su Raqqa, la roccaforte del Califfato

La diga di Tabqa è la più grande della Siria e di tutto il mondo arabo. La sua costruzione è inziata nel 1968 ed è durata cinque anni. Di larghezza misura 4,5 km e la massima altezza è di 60 metri. Il lago che si è creato è lungo 80 km e con larghezza media di 8 km. Raccoglie quasi 12 miliardi di metri cubi di acqua. Una bomba a orologeria in caso di cedimento strutturale per un eventuale bombardamento o sabotaggio.

L’agenzia web jihadista considerata portavoce del sedicente Califfato ha annunciato l’imminente crollo della diga a causa di un presunto bombardamento della coalizione guidata dagli Stati Uniti e ha ordinato alla popolazione di evacuare la zona a valle, cioè compresa la popolazione di Raqqa che dista 40 km a est della diga, con i suoi quasi 220mila abitanti. Ma si è scoperto subito che era un bluff, un numero nella guerra della disinformazione propagandistica. Infatti, oltre alle smentite delle fonti militari di Washington e di quelle curde, gli attivisti dell’opposizione antijihadista di Raqqa, sul loro sito e nei social network, hanno raccontato che miliziani di Daesh hanno girato per le strade del capoluogo annunciando con i megafoni che non c’è pericolo dalla diga e che nessuno poteva lasciare la città senza autorizzazione.

Questo pasticcio mediatico è in qualche modo il segno del nervosismo che sta assalendo i miliziani e i capi di Daesh. Le offensive su Mosul in Iraq e su Raqqa in Siria stanno restringendo gli spazi di manovra dei jihadisti. Ultimo episodio di queste sconfitte è la conquista della base aerea militare di Tabqa da parte dei guerriglieri curdi delle Forze siriane democratiche. Una volta terminata l’operazione di sminamento dell’aeroporto, i collegamenti tra Raqqa e la zona occidentale della Siria, dove ci sono ancora piccole aree sotto il controllo del falso califfo, saranno completamente interrotti. Non solo, ma l’aeroporto militare di Tabqa sarà la base per le incursioni aeree sul capoluogo.

L’offensiva su Raqqa, in realtà, sarà molto più complessa dell’avanzata dell’esercito iracheno su Mosul. Per diversi motivi: in Siria ad assediare Raqqa ci sono da una parte le truppe governative siriane con l’appoggio dell’aeronautica militare di Mosca e la presenza di truppe speciali russe e dall’altra i curdi con la copertura aerea statunitense. Washington ha anche spedito sul territorio siriano oltre 400 marines per addestrare i curdi e fungere da forze di separazione con i turchi, attestati a ovest dell’Eufrate. Altri mille sono dislocati nelle basi USA in Kuwait, pronti all’intervento in territorio siriano in caso di necessità.

Questo quadro rende la riconquista di Raqqa un’operazione difficile e dai risvolti imprevedibili. A pagarne l’alto prezzo sarà sicuramente la popolazione civile, ancora molto di più di quanto sta soffrendo quella di Mosul. Il massacro del 17 marzo, dove sono morte almeno 230 persone, in seguito ad un bombardamento USA, è soltanto l’ultimo di una lunga scia di stragi di innocenti.

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    Farid Adly
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L’agonia di Aleppo e il risveglio del falso califfo

Il vertice di Parigi dei paesi cosiddetti amici dell’opposizione siriana è finito con il nulla di fatto. Comunicati ed appelli senza nessuna azione concreta, se non l’annuncio di maggiori sanzioni contro il governo di Damasco. Un segno della mancanza di una politica estera comune e di fallimento delle strategie messe in atto finora da un’amministrazione statunitense in uscita e da un’Unione Europea in crisi di identità. Per non parlare dei partner regionali, dalla Turchia, all’Arabia Saudita e Qatar. Parole grosse contro il “genocidio in atto” ed accuse di crimini di guerra, che sembrano per il consumo dei media interni più che un tentativo di dare una mano nella soluzione vera della crisi siriana. L’unico cenno politico lo ha espresso il ministro degli esteri francese che ha annunciato la disponibilità dell’opposizione siriana a tornare al tavolo del negoziato di Ginevra senza precondizioni. A Parigi, l’opposizione siriana era rappresentata dal capo negoziatore, Riad Hijab e dal “sindaco” di Aleppo Est, Brita Hagi Hassan. Da loro nessuna dichiarazione in merito; un silenzio che denota imbarazzo per i magri risultati raggiunti e per l’incapacità di prendere decisioni coraggiose sul tema del negoziato, causa divisioni interni e condizionamenti dei governi finanziatori.

Anche sul fronte ginevrino, dove militari russi e statunitensi hanno avviato un confronto tecnico su come uscire dal confitto ad Aleppo est. Mentre i russi hanno un controllo sul territorio e sugli alleati, gli statunitensi brancolano nella nebbia. Le armi che hanno fornito o permesso che siano fornite all’opposizione sono finite nelle mani di Al Qaeda e non hanno nessun controllo politico sulle milizie, se non per interposta persona, tramite Turchia, Arabia Saudita e Qatar; paesi che agiscono per conto proprio, anche se in un limitato spazio di manovra, e operano secondo linee guida con coincidono con quelle di Washington.

Sul terreno ad Aleppo la situazione della popolazione è drammatica. Una cosa chiara è che l’opposizione è stata sconfitta ed è stata abbandonata dai suoi alleati occidentali ed arabi. Un risultato prevedibile anche a causa delle divisioni interne dell’arcipelago di milizie e le forti contraddizioni tra i capi militari operanti all’interno della Siria e i capi politici che risiedono in comodi alberghi di lusso ad Istanbul, Riad e Doha. Per non parlare della frantumazione dei gruppi di milizie in piccole formazioni al servizio di Intelligence straniere delle potenze regionali. Milizie che molte volte sono entrate in conflitto armato tra di loro per il controllo di piccole parti di territorio.

Di fronte a simile accozzaglia, il governo di Damasco ed i suoi alleati russi, iraniani, libanesi e iracheni hanno avuto gioco facile di agire come un rullo compressore. I civili intrappolati sono diventati un dettaglio e sono stati loro a pagare il prezzo più alto. La responsabilità di queste sofferenze indicibili cade su tutte le parti coinvolte nel conflitto.

I media governativi abbondano nei dettagli e nelle immagini di vecchi e bambini accolti e accuditi dai soldati, di feriti soccorsi e di migliaia di civili salvati. E per i miliziani che non si arrenderanno la promessa della morte sicura. Dall’altra parte gli attivisti locali e il centro di propaganda londinese di Abdul Rahman… continuano a sfornare cifre e storie per raccontare la sparizione di centinaia di giovani sfollati che si sono consegnati ai posti di blocco dell’esercito negli 8 corridoi umanitari tra Aleppo Est assediata e Aleppo ovest e zone limitrofe, corridoi presidiati dalla cosiddetta “Commissione russa per la riconciliazione tra le parti nel conflitto”.

Il ministero della difesa russo, da Mosca, informa che, ad oggi (11 dicembre), il 95% del territorio di Aleppo est è stato “liberato” dai governativi.

In mezzo a questi due fronti contrapposti ci sono migliaia di volontari e di attivisti che operano nell’ombra per alleggerire le sofferenze della popolazione. Sono quella parte della società civile che si oppone al governo di Damasco e non si sottomette ai diktat delle milizie islamiste. Attivisti che fanno la spola tra le linee del fronte o del cessate il fuoco, in condizioni di pericolo, per trasportare feriti e garantire l’arrivo in loco di medicine e cibo. Sono eroi che operano in silenzio e che le loro storie sono confinate nelle pagine web dei social network e non diventano mai notizie mediatiche su larga scala, perché non rappresentano un buon motivi di propaganda.

Mentre Aleppo è in agonia finale, spuntano altri due fronti di guerra. Quello reale di Palmira e quello annunciato di Raqqa. Miliziani del sedicente califfato hanno attaccato nei giorni scorsi e nelle ultime ore sembrano riusciti ad occupare la città di Palmira. L’agenzia web jihadista, Aamaq, sostiene che la zona archeologica è stata già presa e che la maggior parte della città è sotto il controllo di Daiesh. I soldati sarebbero fuggiti. L’esercito smentisce queste notizie e ammette soltanto la caduta di un suo aereo militare, “per cause tecniche” – dice il laconico comunicato militare siriano. Attivisti locali parlano sul web di spari in città e della presenza massiccia di miliziani provenienti dall’Iraq, riconoscibili dall’accento della loro parlata. I caccia russi sono entrati in azione ad est di Palmire, per tagliare le linee di rifornimento dei miliziani.

Questi risveglio del falso califfo avviene nel momento in cui le forze curde della “Siria Democratica” hanno annunciato, in una conferenza stampa, l’avvio della seconda fase dell’operazione per la liberazione di Raqqa, il capoluogo del califfato. Da Washington arriva la conferma e la spedizione in Siria di un altro contingente di consiglieri militari statunitensi, costituito da 200 unità, per dare manforte ai guerriglieri curdi. La notizia non sembra trovare accoglienza positiva ad Ankara, dove il governo ha annunciato l’invio di altri soldati in territorio siriano per rafforzare l’operazione “Scudo Eufrate”, che a parole dovrebbe sradicare il califfato, ma che in realtà è servita a colpire la guerriglia curda, spina nel fianco del nazionalismo sciovinista turco.

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    Farid Adly
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La caduta di Aleppo

Anche lo stesso capo negoziatore dell’opposizione siriana, George Sabra, ha velatamente ammesso la possibile caduta della parte est di Aleppo nelle mani delle forze governative e loro alleati. “La caduta di Aleppo non sarà la fine della nostra rivoluzione”, ha detto in un’intervista televisiva. “Aleppo è una città importante per noi, ma non è l’unica. Ci sono altre zone che sono sotto il nostro controllo e continueremo da lì. Nessuno creda che la caduta di Aleppo faciliterebbe il processo negoziale. Le stragi compiute ad Aleppo – ha proseguito – hanno cancellato la soluzione politica”.

La città, duramente assediata dalla scorsa estate, vive in questi momenti in una spaventosa agonia. Dopo i bombardamenti a tappeto da parte dell’aviazione russa e di quella governativa, da due settimane è in corso un’offensiva terrestre di 50mila soldati e miliziani stranieri alleati (libanesi, iracheni e iraniani).

Tutti gli osservatori sul campo sostengono che l’esercito siriano stia vincendo la battaglia di Aleppo. Diecimila sfollati hanno lasciato la parte est della città dopo la conquista da parte delle truppe governative, domenica scorsa, di tre quartieri controllati dalle milizie dell’opposizione. La strategia militare dell’esercito è stata quella dell’assedio prima e della divisione del territorio in due spezzoni nord e sud, per sfiancare i miliziani e facilitare la conquista definitiva del territorio sotto il loro controllo.

La popolazione civile fugge verso la parte ovest sotto il controllo del regime e verso nord est cercando rifugio nei territori conquistati dalla guerriglia curda. Ma ci sono anche gli sfollati che si dirigono all’interno dei quartieri assediati per non rimanere intrappolati nel mezzo del campo di battaglia tra le milizie e i governativi. Secondo i media governativi, molti miliziani stranieri sono in fuga, con i loro familiari, per raggiungere il confine turco.

In un bombardamento governativo sul quartiere Shaar di Aleppo est sono morti, martedì, almeno dieci persone. Secondo fonti russe, il 40 per cento della parte orientale assediata è stato conquistato dai governativi e dalle milizie alleate. Nella parte nord est si registra anche l’intervento dei guerriglieri curdi che hanno preso il controllo del quartiere Hay Bustan. L’indebolimento delle milizie islamiste ha rallentato il controllo sulla popolazione civile che ha iniziato ad abbandonare la città verso la parte ovest e verso i villaggi in mano ai guerriglieri curdi. Con la conquista del quartiere Sakhor, la zone est è stata divisa dai governativi in due parti non collegate e questo rappresenta un ulteriore indebolimento delle opposizioni armate.

Le organizzazioni umanitarie e dell’Onu hanno denunciato la situazione drammatica della popolazione civile, rimarcando che le scorte di cibo sono in fase di esaurimento e che se non verranno forniti altri aiuti, la popolazione morirà di fame. Le unità di soccorso che operano all’interno della città assediata hanno descritto la situazione come intollerabile. “Il carburante per i nostri mezzi di soccorso si sta esaurendo e abbiamo scorte per due giorni”, ha detto un giovane autista di autoambulanza sentito telefonicamente da un network televisivo arabo.

Il governo di Damasco, per dare una parvenza di normalizzazione, ha cominciato a insediare le amministrazioni locali nei quartieri ripresi, ridotti in condizioni di distruzioni e violenza.

Il governo siriano sta preparando anche proposte per il dopo Aleppo: un tavolo di trattative siriano-siriano, per dettare le condizioni politiche di una soluzione negoziale. Il documento presentato si intitola “Per una Siria laica, unita e multipartitica”. La stampa del regime sta già facendo propaganda per questa strategia comunicativa che viene denominata”Piattaforma di Damasco”, ma come abbiamo riportato sopra, non sarà facile riprendere un processo negoziale dopo le atrocità compiute ad Aleppo.

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    Farid Adly
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L’Isis contrattacca: assalto a Kirkuk

Operazione diversiva di Daiesh a Kirkuk, a 180 km ad est di Mosul. Mentre il grosso delle forze armate e di sicurezza irachene sono impengate nella campagna per la liberazione della seconda città del paese, conquistata da Daiesh nel Giugno 2014, numerosi gruppi di jihadisti, con addosso cinture esplosive e armati con mitra e granate, hanno attaccato in diversi punti di Kirkuk, città multietnica a maggioranza curda.

I miliziani del Califfato hanno attaccato la centrale elettrica con tre autobombe, due fatte saltare all’ingresso e della terza è stata evitata l’esplosione soltanto grazie all’intervento delle forze di sicurezza, che hanno ucciso l’autista prima che facesse in tempo ad inserire l’innesco. Alla centrale elettrica ci sono stati 17 morti tra i civili e decine di feriti.

Altri attacchi sono stati compiuti in diversi punti nella città e particolarmente nei pressi delle moschee, gremite di fedeli musulmani per la preghiera collettiva del Venerdì. E’ stata attaccata anche la sede centrale della polizia ed altri edifici pubblici.

Le tv locali mostrano corpi di vittime per strada e sostengono che l’attacco è stato compiuto da cellule dormienti di Daiesh presenti da tempo in città. Le operazioni fino al primo pomeriggio di oggi Venerdì sono in corso, anche se il portavoce delle forze di sicurezza aveva detto che la situazione è sotto controllo e che gli attaccanti o sono morti o catturati.

L’agenzia web del sedicente califfato, Aamaq, ha rivendicato l’attacco e ha sostenuto che è stata occupata la sede del governatorato e l’albergo Dar Essalam.

Una tv curda, informa che in città è in vigore il coprifuoco e stanno arrivando soccorsi dall’esterno, per catturare o uccidere i miliziani assediati in una moschea.

Kirkuk è una città importante strategicamente per l’economia irachena. E’ il secondo polo petrolifero del paese e un centro di comunicazione importante. E’ una città contesa tra l’autonomia curda che intende annetterla ai confini del Kurdistan iracheno, e il governo federale di Baghdad.

Kirkuk è una città multietnica a maggioranza di abitati curdi, e negli anni ’70 il vecchio regime nazionalista del Baath l’aveva arabizzata colonizzandola con nuovi migranti arabi, garantendo incentivi a chi intendesse risiedervi.

Dopo la caduta del regime, la frizione tra Baghdad ed Irbil su Kirkuk è stata accesa e un tentativo di referendum avanzato dai curdi è stato ostacolato con decisione dai governi di Baghdad. Kirkuk, un anno fa è stata liberata dal sedicente califfato dai guerriglieri Peshmerga curdi e quindi l’amministrazione della città è stata al centro di un contenzioso istituzionale non di poco conto.

In questo quadro di contraddizioni, etniche e confessionali, DAiesh ha gioco facile ad arruolare jihadisti sunniti e trovare un ambiente ricettivo della sua propaganda del terrore.

 

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    Farid Adly
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Si rischia una catastrofe umanitaria

La battaglia per liberare Mosul si annuncia come una catastrofe umanitaria per la popolazione civile. Nel primo giorno, 100 bombardamenti aerei e martellamento continuo con l’artiglieria da nord-est e sud, ci dicono i comunicati militari ufficiali.

L’avvio ufficiale delle operazioni militari dell’offensiva per liberare il capoluogo del sedicente califfato lo ha annunciato personalmente il premier Al Abbadi, in qualità di Capo supremo delle forze armate irachene.

Una pioggia di missili, lanciati dalla base aeronautica di Al Qayyara in mano alle truppe Usa, ha colpito le postazioni di Daesh nella periferia sud della città.

Fonti dei Peshmerga curdi informano che nelle operazioni sono impegnate unità missilistiche terra-terra specializzate degli Stati Uniti. L’artiglieria curda invece opera dalla base di Maishiqa, a nord di Mosul. Per il momento le operazioni dell’esercito di Baghdad si limitano ai bombardamenti e non è in corso l’avanzata delle truppe di terra.

I daeshisti si sono ritirati dalla cintura della città abbandonando i villaggi che sono stati conquistati dai peshmerga curdi, unica forza che sta avanzando a terra. I Peshmerga hanno dichiarato di aver liberato senza combattimenti 9 villaggi nella cintura nord ed est di Mosul. Fonti dall’interno di Mosul informano che i miliziani per oscurare i cieli della città hanno incendiato depositi di carburante e cataste di gomme d’auto, creando una fitta di fumo nero.

In un clima di euforia nazionale, l’operazione si avvia in mezzo alle polemiche tra i governi di Baghdad e Ankara e di tensione sul ruolo dei Peshmerqa curdi. E’ una guerra di comunicati e di analisi asettiche. Gli attaccanti per non dare la misura delle distruzioni e morti tra i civili e il sedicente califfato, per non mostrarsi debole e in difficoltà. Due strategie mediatiche contrapposte, ma che danno lo stesso risultato.

Fonti governative sostengono che un convoglio di Daiesh è stato colpito da un missile Usa e sarebbe stato ucciso un alto capo delle guardie del corpo del falso califfo. L’offensiva sembra coordinata con una rete di informatori all’interno della città. Infatti, il falso califfo si sarebbe salvato da un bombardamento contro il suo convoglio, mentre era in fuga dal bunker a Mosul. Nell’attacco missilistico è morto il capo delle forze speciali di sua protezione personale, Abu Mussa Al Moghrabi.

Le truppe del governo di Baghdad, a 24 ore dall’inizio delle operazioni, sono ancora lontane dal centro urbano e non hanno ancora ingaggiato scontri diretti con i miliziani assediati. Da Irbil, il presidente Barazani ha parlato di una positiva cooperazione tra le forze di Baghdad e quelle dell’autonomia curda. Il timore serio è quello della presenza delle milizie sciite Hashd Shaabi, che agiscono su base confessionale settaria, contro i sunniti. La tensione tra Al Abbadi e Erdogan è su questo punto: il timore di vendette settarie da parte dei vincitori contro la popolazione inerme, come avvenne a Ramadi e Fallouja. Per questo, l’esercito governativo ha assegnato alle milizie Hashd ruoli di retroguardia.

Daesh ha diviso Mosul in 63 zone militari, ma non ha la capacità tattica di difendere tutti i quartieri e si sta fortificando nelle zone occidentali. La loro tattica è quella delle autobombe contro le truppe che avanzano, le trappole e le mine, nelle strade e negli edifici che abbandonano. L’agenzia Aamaq, portavoce web ufficiale del sedicente califfato, dà notizia di 3 camion bomba guidati da kamikazi che sono stati lanciati contro i Peshmerga curdi e posta foto di esplosioni ripresi da lontano.

Il punto debole della strategia degli attaccanti è la protezione della popolazione civile. Mancano le vie di fuga e i civili rischiano di fatto di diventare scudi umani del Daesh. Un milione di abitanti che non hanno scampo e vivranno per mesi sotto le bombe e in mezzo alle sparatorie. Non ci sono campi di accoglienza per gli stimati 700mila sfollati in fuga che cercheranno scampo, una volta scappati i miliziani jihadisti.

Secondo i dati dell’Onu in città sono intrappolati circa un milione di abitanti. Si stima che le operazioni in corso provocheranno lo sfollamento di almeno 700 mila di loro, ma le strutture di accoglienza pronte potrebbero assorbirne soltanto la metà. Si rischia una emergenza umanitaria di spaventose dimensioni. La strategia degli attaccanti è quella di lasciare soltanto una via di fuga verso occidente in direzione del confine siriano. Scelta dettata dal timore di infiltrazioni di miliziani tra i civili in fuga, come avvenne a Ramadi e Fallouja. Ma ci sono anche timori che i miliziani sciiti di Hashd Shaabi, che attualmente sono tenuti nelle file di retroguardia dei governativi, compiano delle azioni di vendetta se entrassero in città.

E’ una guerra che appare senza distruzioni e morti. I comunicati ufficiali non ne parlano né arrivano foto sugli effetti delle bombe. Sui social network vengono invece postate delle immagini terribili di distruzioni.

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    Farid Adly
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Aleppo muore

Due ospedali e un panificio sono tra gli ultimi obiettivi colpiti  ad Aleppo dall’aviazione russa e governativa. Attacchi che hanno aggravato la situazione già drammatica della popolazione civile.

Annunciata una settimana fa, l’avanzata delle truppe governative nel centro della città è oramai verificata con i video e le foto pubblicate dalla stampa del regime. “I genieri stanno sminando il quartiere Al Farafira, una volta roccaforte delle milizie islamiste”, scrive l’agenzia di stampa governativa SANA, riportando un comunicato dell’esercito. La speranza della gente è che con l’entrata in campo delle truppe governative in città diminuiscano i bombardamenti aerei. Ma così non sembra, perché i caccia e gli elicotteri non hanno risparmiato le altre zone ancora in mano dell’opposizione islamista.

Aleppo est è ridotta a macerie a causa dell’uso di bombe ad implosione che penetrano fino ai piani sotterranei, dove normalmente si rifugia la gente. Da giorni manca l’acqua potabile e per dissetarsi le persone sono costrette a bere l’acqua delle pozzanghere. Anche nella parte ovest, sotto il controllo dei governativi, manca l’acqua a causa della chiusura dei rubinetti dell’acquedotto, collocati nella zona est. Ma in quella parte le autorità governative hanno provveduto a collegare gli impianti ad altre fonti d’acqua.

Contro i bombardamenti non sono serviti a nulla i proclami del segretario dell’ONU, che ha definito crimini di guerra l’uso delle bombe ad implosione e l’aver colpito strutture ospedaliere. “Siamo chiari: coloro che usano armi sempre piu’ distruttive, sanno quel che fanno. Sanno di star commettendo crimini di guerra”, ha aggiunto Ban Ki Moon nel corso di una riunione del Consiglio di Sicurezza. “Immaginate quale distruzione viene compiuta: persone con gli arti troncati, bambini feriti senza soccorso. Pensate a un mattatoio, a un macello: ciò che abbiamo davanti adesso è peggio“.

E non viene ascoltata neanche la voce di Papa Francesco, che si è rivolto alle coscienze dei responsabili dei bombardamenti. “Continuano a giungermi notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni di Aleppo: rinnovo a tutti l’appello a impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili”. Così si è pronunciato Bergoglio al termine della udienza generale, e non ha mancato di esprimere parole di denuncia: “I responsabili dei bombardamenti renderanno conto a Dio“.

Sembra un’arma spuntata la minaccia di Washington di bloccare la collaborazione con Mosca sulla Siria. Nel corso di una conversazione telefonica con il suo omologo russo Sergey Lavrov, il capo della diplomazia di Washington John Kerry ha dichiarato che “gli Stati Uniti si preparano a sospendere il loro impegno bilaterale” ed ha precisato che gli USA sono pronti a sospendere in particolare “la messa a punto di un centro congiunto di coordinamento militare” previsto dagli accordi bilaterali russo-statunitensi per la tregua, firmati a Ginevra il 9 settembre.

Gli Stati Uniti sembrano orientati a fornire, via terzi, armamenti sofisticati anti aerei, missili Grad e Taw e soprattutto missili terra-aria portatili. In un commento reso in anonimato, un alto ufficiale militare statunitense ha dichiarato che Washington ha impedito in passato la fornitura di simili armi alle opposizioni armate, ma che con la fine della tregua e con l’attuale escalation la Casa Bianca non potrebbe più impedire tali passaggi. E’ chiaro il riferimento ai paesi del Golfo e in primis all’Arabia Saudita, principale finanziatore e fornitore di armi via Ankara alle diverse milizie islamiste operanti in Siria, alcune delle quali legate senza veli alla galassia del terrore qaedista, come l’arcipelago di movimenti affiliati e/o alleati con il Fronte Fateh Sham, ex Fronte Nusra.

Una mobilitazione del mondo islamico contro l’agonia di Aleppo è stata espressa dall’Ente Mondiale degli Ulema Musulmani, che ha proclamato per venerdì 30 settembre una giornata di protesta contro le bombe sui civili di Aleppo. L’organizzazione ha sede a Doha ed è finanziata dal governo del Qatar e fortemente promossa dalla rete televisiva Al-Jazeera. Probabilmente questo aspetto renderà l’iniziativa di parte e ne condizionerà la partecipazione di soggetti indipendenti.

In Europa di fronte al massacro di Aleppo non si registrano mobilitazioni per la pace, contro la dittatura di Assad e contro la guerra. La deriva terroristica della maggior parte dell’opposizione siriana e la grande confusione sotto il cielo del pacifismo ha convinto – probabilmente – i movimenti pacifisti nei paesi capitalistici (che, ricordiamolo, sono i principali produttori ed esportatori di armi) a relegare la materia alle diplomazie ufficiali, abdicando a quel ruolo di “sesto continente” degli inizi degli anni novanta, contro la prima guerra del Golfo.

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    Farid Adly
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C’è al Qaeda dietro agli italiani rapiti?

Nessun contatto dai rapitori di Ghat e nessuna rivendicazione. I due lavoratori italiani e il loro compagno italocanadese sono spariti nel nulla da lunedì scorso. Le indagini sono ferme alle dichiarazioni e alle impressioni delle autorità. Dagli inquirenti libici non è arrivata nessuna indicazione o elemento concreti.

Il portavoce militare dell’esercito nazionale libico, Ahmad Al-Mismary, ha dichiarato che il rapimento ha le impronte di al Qaeda e che le unità dell’esercito nelle zone vicine si stanno adoperando per trovare tracce di questo crimine compiuto contro lavoratori che erano impegnati nella manutenzione di opere aeroportuali libiche.

Non è tardata la smentita del sindaco di Ghat, Mohammad Saleh, “affermiamo con certezza che non è al-Qaeda ad aver rapito i due italiani”, spiega il sindaco. “Abbiamo forti sospetti su un gruppo fuorilegge attivo al di fuori della città e con cui non siamo ancora entrati in contatto”.

Emerge così una polemica tra le diverse autorità governative in Libia che rischia di intralciare le ricerche sul terreno. Dalle parole del sindaco, più vicino al luogo dei fatti criminali, si comprende che la linea perseguita è quella trattativista, per riportare a casa gli ostaggi anche a costo di pagare un riscatto. Da qui la necessità di negare che i soldi andranno a finanziare i progetti dei terroristi di al Qaeda.

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    Farid Adly
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Un riscatto dietro il rapimento

Nessuna rivendicazione per il sequestro dei tre lavoratori della Conicos, tra cui gli italiani Danilo Calonego, Bruno Cacace, e avvenuto ieri a Ghat in pieno deserto libico al confine con l’Algeria.

Il Consiglio comunale della cittadina esclude che sia opera di Al Qaeda o di altre formazioni terroristiche, e parla di azione di bande criminali fuorilegge operanti in zona a scopo di riscatto.

Le ricerche sono scattate immediatamente con l’utilizzo di un elicottero, appena l’autista del gruppo è riuscito ad informare dell’accaduto, ma finora nessuna traccia dei rapitori.

La versione dei fatti è appunto quella fornita dall’autista. All’alba di ieri, sulla strada dell’aeroporto, mentre il gruppo si stava recando al cantiere di lavoro, alcuni uomini dal volto mascherato ed armati con mitra hanno bloccato il veicolo e portato via i due italiani e l’italocanadese.

L’autista, ferito a una gamba, è stata lasciato per strada con le mani legate. Le rassicuranti dichiarazioni ufficiali delle autorità locali non dovrebbero però ingannare, perché la zona è via di passaggio di tutti i traffici illegali, dal contrabbando di droga e armi all’immigrazione clandestina, attività controllate dalle organizzazioni terroristiche legate ad Al Qaeda e di recente a Daiesh. Sullo sfondo c’è anche lo scontro etnico tra Tuareq e Tabu, che recentemente hanno siglato proprio a Roma una riconciliazione con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio.

La storia dei sequestri di italiani in Libia è lunga. Si è cominciato in piena rivolta, nell’agosto 2011, con il rapimento a Tripoli di quattro giornalisti: Claudio Monici di Avvenire, Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera e l’inviato di La Stampa Domenico Quirico. Sequestro che è costato la vita al loro autista libico, ucciso sotto gli occhi dei quattro giornalisti. La liberazione è avvenuta due giorni dopo, in un’irruzione in una casa privata a Tripoli, in cui i giornalisti erano tenuti prigionieri da due uomini armati.

Il 2014 è stato l’anno con maggior numero di rapimenti di cittadini italiani in Libia. Anzitutto il tecnico Gianluca Salviato, sparito nel nulla a Tobruk, dove seguiva i lavori di realizzazione degli impianti fognari della città per conto di un’impresa di Udine. Salviato è stato rapito il 22 marzo del 2014 e la sua auto è stata ritrovata abbandonata. La liberazione avvenuta a novembre dello stesso anno dopo il pagamento di un’ingente somma di denaro e una complessa trattativa.

Tre giorni prima del rilascio di Salviato, si era conclusa la vicenda del tecnico emiliano, Marco Vallisa, rapito nel mese di luglio a Zuwara, città costiera a circa 100 km ad ovest di Tripoli. Anche in questo caso, malgrado le smentite ufficiali, è stato pagato un riscatto milionario per il rilascio.

Il 17 gennaio del 2014 si sono perse le tracce di Francesco Scalise e Luciano Gallo, originari della Calabria, rapiti nei pressi del villaggio di Martof, a est di Derna. I due sono stati sequestrati mentre si stavano recando in cantiere con il loro furgone. Secondo la testimonianza dell’autista, un gruppo di uomini armati e a volto coperto, ha fermato il veicolo e li ha costretti a salire su un’auto. Nei giorni successivi al sequestro non c’è stata nessuna rivendicazione, ma si era ipotizzato un rapimento a opera di gruppi legati ad Al Qaeda, per ottenere un riscatto. I due italiani sono stati liberati il 7 febbraio 2014, grazie ad un’operazione congiunta tra autorità libiche e italiane.

L’ultima vicenda di sequestri in Libia che riguarda cittadini italiani, prima di questa in corso a Ghat, è quella drammatica di Sabratha. Il 19 luglio del 2015 quattro dipendenti della ditta Bonatti di Parma vengono rapiti vicino all’impianto Eni di Mellitah, subito dopo il loro ingresso in Libia provenienti dalla Tunisia. Sono Fausto Piano, Salvatore Failla, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno. Due di loro, Piano e Failla, sono stati uccisi il 3 marzo 2016 durante un’operazione di trasferimento verso un nuovo covo, in seguito a uno scontro a fuoco tra milizie locali rivali. Gli altri due sono stati liberati e hanno fatto ritorno in Italia il 6 marzo 2016.

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    Farid Adly
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Libia, lo scontro sul petrolio

Il premier Sarraj ha fatto marcia indietro. Non pretende più che l’esercito nazionale guidato dal generale Khalifa Haftar si ritiri immediatamente dagli impianti della “Mezzaluna petrolifera”, ma chiede che tutte le parti libiche in conflitto si riuniscano per trovare un accordo. E quando ha letto i comunicati bellicosi delle potenze occidentali, ha esplicitamente respinto ogni intervento straniero nella vicenda.

L’occupazione (oppure liberazione come la chiamano quelli del Parlamento riunito a Tobruk) dei terminali petroliferi dei quattro porti di Ras Lanouf, Sidra, Brega e Zuweitina, ha cambiato le carte in tavola e messo il governo incaricato guidato da Sarraj in gravi difficoltà economiche.

La mossa fulminea che ha cacciato le milizie locali di Ibrahim Jadran denominate “Guardie delle infrastrutture petrolifere” ha privato il Consiglio di presidenza di Sarraj dalla fonte principale di entrate economiche, proprio nel momento nel quale le milizie di Misurata inquadrate nell’esercito libico erano impegnate nella lotta contro gli ultimi covi di resistenza dei daeshisti a Sirte.

Il discusso capo milizie, Ibrahim Jadran, che durante i precedenti governi del dopo caduta della dittatura, aveva fatto il bello e cattivo tempo sul controllo delle esportazioni petrolifere, dopo una chiusura forzata delle esportazioni dal 2014, a causa degli attacchi dei jihadisti del sedicente califfato, la scorsa primavera ha rotto la sua affiliazione al governo di Al Thinni e ha dichiarato fedeltà al Consiglio di presidenza di Sarraj.

L’accordo ha svelato uno scandalo che ha scosso l’opinione pubblica libica: in cambio del passaggio politico, Jadran ha ottenuto il riconoscimento di un’ingente indennità alle sue Guardie. Una cospicua tangente, insomma, che non ha scandalizzato né l’inviato dell’Onu, Kobler, né le potenze occidentali che hanno puntato su Sarraj, per la normalizzazione del Paese.

Ho letto alcuni articoli di stampa che descrivono il generale Haftar come golpista gheddafiano a capo di milizie della Cirenaica. Non ho mai letto un concentrato di bugie in una così breve frase. Il generale Haftar ha tanti difetti e ha compiuto diversi errori madornali nella storia recente della Libia post Gheddafi, ma è riconosciuto dal Parlamento legittimo come guida suprema dell’esercito nazionale libico e non guida milizie come vogliono far apparire le potenze occidentali interessate a mettere mano sul petrolio libico. In secondo luogo, il generale Haftar non è stato mai gheddafiano. Anzi, l’ex dittatore lo temeva per le sue doti militari; lo ha lasciato alle sue sorti in Ciad, senza rifornimenti e soccorsi militari per la battaglia persa di El-Dom (1987) e in seguito (1990) lo ha fatto condannare in contumacia a morte “per alto tradimento della Jamahiria”; nel Febbraio 2011, il generale è tornato a Bengasi, dopo vent’anni d’esilio negli Stati Uniti, per partecipare alla rivolta contro il dittatore.

L’azione militare compiuta senza quasi spargimento di sangue per la riconquista delle strutture petrolifere ha ottenuto, inoltre, il plauso del parlamento, unica istituzione legittima in Libia. Non solo, i militari hanno già consegnato la gestione degli impianti nelle mani delle strutture civili dell’Ente Nazionale del Petrolio (Noc, nell’acronimo inglese), che ha annunciato che ha iniziato a preparare la ripresa delle esportazioni dal terminal principale del Paese. “I nostri team tecnici hanno iniziato a valutare che cosa fare per porre fine alla situazione di forza maggiore e riprendere le esportazioni nel più breve tempo possibile”, ha detto il presidente del Noc, Mustafa Sanalla, in una dichiarazione pubblicata sul sito web della società. Tuttavia, il comunicato non spiega come si potrebbe aumentare le esportazioni da questi terminal petroliferi che non sono controllati dal Consiglio di Presidenza e dal governo incaricato.

La vicenda è molto delicata e le potenze occidentali potrebbero compiere passi falsi gravissimi se intervenissero in sostegno di una parte libica contro l’altra. La gravità della situazione è divenuta chiara sia a Sarraj sia ad Aqila, i due uomini politici che si contendono la presidenza e la legittimità del potere in Libia. Proprio martedì sera, il presidente del parlamento, Aqila Saleh, ha impartito disposizioni al capo del governo provvisorio Abdullah al Thinni (al quale risponde il generale Haftar le cui forze hanno espugnato i terminal) di riconsegnare i terminal petroliferi all’Ente Nazionale del Petrolio ed alle nuove guardie delle strutture petrolifere”.

Lo stesso Sarraj nella mattinata di mercoledì ha rafforzato la sua opposizione a un intervento straniero in Libia sulla vicenda petrolifera e ha chiesto un tavolo di trattative tra le parti in conflitto.

Mettendo in guardia dal rischio di una “divisione del Paese”, l’inviato dell’Onu per la Libia, Martin Kobler, ha affermato che la risoluzione 2259 delle Nazioni Unite “proibisce chiaramente le esportazioni di petrolio illegali” dalla Libia e stabilisce che installazioni petrolifere libiche devono essere sotto l’autorità del Consiglio di presidenza. Ma la questione è complicata perché questo Consiglio dovrebbe essere sottoposto al potere del Parlamento e il governo incaricato dovrebbe ancora ottenere il voto di fiducia. Questa complicata impalcatura istituzionale inventata dall’UNSMIL, la missione dell’ONU per la Libia, è servita infatti a dare legittimità alle milizie islamiste che controllavano la capitale Tripoli e che per il momento lavorano sotto traccia, per minare il potere di un vero governo di unità nazionale. Il premier incaricato Sarraj, infatti, è relegato ancora nella base navale di Abu Setta e non risiede nel centro della capitale, perché la sicurezza del governo è nelle mani di queste milizie.

La gravità della crisi politica e militare libica ha spaccato lo stresso Consiglio di presidenza. Due dei vicepresidenti hanno stigmatizzato le prime dichiarazioni di Sarraj che minacciavano “lo scontro frontale contro le forze che hanno occupato i terminali”. Sono state imprudenti le prese di posizioni dell’UE e dei cinque paesi occidentali che hanno “ordinato” il ritiro delle truppe del gen. Haftar dagli impianti petroliferi, definendoli milizie. Ad allarmare le parti libiche legate alla maggioranza del Parlamento, il concomitante annuncio dell’invio di truppe italiane a Misurata, nel quadro di un’azione umanitaria sanitaria, per la costruzione di un ospedale da campo, fornito di medici e personale paramedico oltre a unità di tecnici e militari per la protezione delle equipe sanitarie. Diversi deputati vi hanno letto una presa di posizione italiana a favore di una parte del conflitto interno. “Nessun aiuto umanitario è stato fornito dal governo italiano alle vittime di Bengasi, quando eravamo da soli a combattere il terrorismo jihadista, malgtrado le ripetute richieste avanzate dal Parlamento”, ha tuonato un deputato di Bengasi.

Alla fine sembra prevalso il buon senso e la consapevolezza che la Libia potrà rinascere come Stato soltanto se rimarrà unita e la ricchezza petrolifera rimarrà a disposzione di tutti i libici e non di una parte contro l’altra. Da qui il passo indietro del premier incaricato Sarraj, che ha calmato il nervosismo dell’invitato ONU Kobler con una dichiarazione saggia poco prima della riunione del Consiglio di Sicurezza, riunito d’emergenza per discutere della crisi libica.

Adesso nessuna delle due parti rivendica il monopolio della legittimità e si sta lavorando per una riunione, all’interno della Libia, tra le parti politiche libiche con l’obiettivo di unificare i due rami dell’esercito e concordare le linee guida per la riunificazione dell’ente petrolifero. Dopo la fase di emergenza si penserà alla formazione della nuova compagine governativa, che Sarraj dovrà sottoporre al voto del Parlamento.

Nella sua dichiarazione, il presidente del Noc ha indicato che le esportazioni potrebbero riprendere dopo l’unificazione delle due istituzioni, un processo che ha avuto inizio nel mese di luglio. Mustafa Sanalla ha affermato inoltre che si aspetta “l’inizio di una nuova fase di cooperazione e convivenza tra le forze politiche libiche”.

“Siamo in grado di aumentare la produzione a 600.000 barili al giorno in quattro settimane e a 950.000 entro la fine dell’anno, a fronte dei 290.000 attuali”, ha detto ancora il presidente del NOC.

Se l’elefante occidentale non entrerà nella cristalleria a fare danni, forse i libici si rinsaviranno e torneranno alla perduta unità, che si era rivelata vincente contro la dittatura, ma che poi si è persa a causa della voracità dei signori della guerra e degli emiri delle milizie islamiste, al servizio di potenze straniere, arabe ed internazionali.

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    Farid Adly
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Accordo Kerry-Lavrov per la tregua

Stati Uniti e Russia hanno trovato un accordo sulla Siria per un cessate il fuoco. Entrerà in vigore lunedi 12 settembre in coincidenza con l’Aid, la festa musulmana del sacrificio. L’annuncio è stato fatto questa notte a Ginevra dal segretario di Stato americano , John Kerry, e dal suo omologo russo, Serghiei Lavrov.

Lavrov ha garantito che Assad è pronto a mettere in atto l’accordo. Secondo Kerry se applicato, l’accordo segnerà un ‘punto di svolta’ in direzione della fine della guerra civile.

Un accordo importantissimo, che potrebbe rimettere in piedi il negoziato per la fine del conflitto siriano. Ci sono voluti 4 incontri in 15 giorni ed una maratona negoziale di 13 ore tra i due capi delle diplomazie di Mosca e Washington. Tutti i particolari non sono stati ancora svelati, ma dalle parole espresse da Kerry e Lavrov risulta chiaro che è prevalsa l’idea delineata dalla Russia: combattere insieme contro tutti i jihaidsti, sia del sedicente califfato sia quelli di Fronte Nusra.

Ied Kebir , la festa del sacrificio, porterà la tregua su tutto il territorio siriano e si aprirà la strada alla ripresa del negoziato di Ginevra tra l’opposizione e il governo di Damasco, con la mediazione dell’ONU. Se la tregua reggerà, inizierà la diretta collaborazione sul campo tra le due potenze mondiali nella guerra contro Daesh e contro le altre organizzazioni terroristiche. Non soltanto collaborazione dell’intelligence e scambio informazioni, ma bombardamenti coordinati e congiunti contro obiettivi del califfato e dei gruppi jihadisti.

Ma rimane un’incognita: saranno capaci i politici dell’opposizione siriana a persuadere i litigiosi e contrastanti gruppi combattenti a rispettare la tregua ed a smarcarsi dal Fronte Nusra? Non è un compito facile, anche perchè nei documenti pubblici dell’accordo non vi è cenno sulla destituzione di Bashar Assad.

Il ministro degli esteri russo non ha nascosto i suoi timori per le interferenze di coloro che intendono boicottare l’accordo. Altri paesi regionali che potrebbero remare contro sono Turchia e Arabia Saudita. La prima per i timori di un’eventuale autonomia curda nel futuro della Siria e il regno wahhabita teme lo smacco politico, per la ripresa del negoziato con Assad ancora in sella.

La stampa siriana accoglie positivamente l’annuncio ginevrino e informa che il ministro Al Moallim sarà a New York per l’Assmblea annuale dell’ONU. E’ chiaro a tutti che nel futuro di una Siria pacificata non ci sarà un posto per l’attuale presidente Assad, ma le vittorie sul campo delle sue truppe, ad Aleppo come nella provincia di Damasco, hanno permesso al raggiungimento di un accordo con non prevede la sua destituzione a priori. Lo stesso Lavrov ha confermato che le autorità del governo siriano sono state informate del contenuto dell’accordo ed hanno dichiarato di approvare la sua applicazione.

Forse è la volta buona, per la gente martoriata della Siria.

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    Farid Adly
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Palestina, elezioni in forse

Le elezioni amministrative palestinesi del prossimo 8 Ottobre sono state temporaneamente sospese. La Corte suprema dell’Autorità Nazionale Palestinese, con sede a Ramallah, ha sospeso le elezioni amministrative, sia in Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza. La decisione della Corte Suprema dell’Autorità Palestinese, che riguarda sia la Cisgiordania sia la striscia di Gaza, è stata presa in seguito a un ricorso sulla legittimità di un tribunale di Gaza – che dal 2006 è di fatto sotto il controllo del movimento islamista Hamas: quel tribunale aveva escluso dei candidati del movimento nazionalista maggioritario Fatah, che esprime il presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas.

La Corte prenderà una decisione definitiva il 21 Settembre, dopo la festa islamica del Eid al-Adha, prevista per la settimana prossima. Molti osservatori palestinesi sostengono che la decisione sarà confermata anche in quella data, perché le mosse compiute da Hamas hanno minato la fiducia reciproca e sono state considerate come una provocazione.

La decisione della Corte suprema palestinese è stata criticata da diversi movimenti politici palestinesi e non soltanto da Hamas, che ha promesso di contrastarla e di tenere lo stesso le elezioni malgrado la decisione della Corte. Un portavoce di Hamas ha detto, infatti, che la decisione è stata «politica» e annunciato che non riconoscerà la decisione della Corte.

Queste elezioni amministrative dell’8 ottobre erano molto attese. In Palestina, infatti, il Consiglio Legislativo (Parlamento)  non viene rinnovato da una decina di anni, malgrado le promesse del governo. Queste amministrative erano considerate una prova generale per valutare i rapporti di forza tra i due movimenti che dominano la scena politica palestinese. Le elezioni amministrative passate del 2012 sono state boicottate da Hamas e sono state tenute soltanto in alcuni comuni della Cisgiordania.

Le elezioni amministrative palestinesi interessano 141 consigli municipali e 272 consigli di villaggio, per un totale di oltre 4 mila seggi. I votanti registrati sono poco meno di due milioni, in tutt’e due i settori in cui è diviso il territorio palestinese sotto amministrazione autonoma. La campagna elettorale sarebbe dovuta iniziare ufficialmente il 25 settembre.

Le ultime elezioni parlamentari del 2006 sono state vinte da Hamas che, a causa della legge elettorale maggioritaria, con circa il 33% dei voti validi ha ottenuto un controllo totale del Consiglio Legislativo, entrando in conflitto con la presidenza dell’Autorità Nazionale. L’anno dopo, il movimento Hamas ha preso il controllo armato della striscia di Gaza e ha espulso gli esponenti di Fatah. Lo stallo politico nel negoziato e le politiche aggressive del colonialismo israeliano hanno di fatto allontanato un’intesa di concordia nazionale tra i movimenti palestinesi, malgrado i tentativi di mediazioni interni e esterni. Diversi accordi sono stati siglati, ma nella pratica non è stato prodotto nessun passo in avanti, nel ridurre il livello di tensione tra i due poteri amministrativi e politici.

In questa fase, con la recente mediazione russa per un probabile incontro Abbas-Netanyahu a Mosca, la popolarità del presidente Abbas rischia di calare enormemente. Un recente sondaggio condotto dall’Arab Worl Institute for Research and Development ha rilevato che le liste affiliate a Hamas avrebbero ottenuto una forte affermazione sia in Cisgiordania (con il 33% contro il 34% per Fatah e 9% per la lista unitaria delle sinistre), sia a Gaza (con il 37% per Hamas e il 32% per Fatah e il 9% alla lista unitaria delle sinistre).

Contro la decisione della Corte si sono mosse anche le organizzazioni di sinistra, che hanno auspicato che la questione della sospensione si possa risolvere al più presto, per salvaguardare l’esperienza democratica palestinese e aprire la strada ad una riconciliazione nazionale, per far fronte alla sfida del colonialismo israeliano strisciante che, con l’assalto contro le terre, sta minando le basi dell’indipendenza della Palestina.

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    Farid Adly
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La follia dei jihadisti: “Dopo di me il diluvio”

La più grande diga in Iraq e la seconda in Medio Oriente. Quella di Mosul è alta, nel punto più profondo, 330 metri e raccoglie 11 miliardi di litri d’acqua. E’ stata progettata e costruita nel 1982, per volontà dello stesso dittatore Saddam Hussein, che voleva inseguire le orme di Giamal Abdel Nasser (diga di Asswan sul Nilo) ed ereditarne la leadership del mondo arabo.

Il gigantesco manufatto però ha i piedi di argilla. Non è per nulla una metafora, ma la realtà geologica. Per la stabilità della diga è stato necessario eseguire sistematici lavori di manutenzione, per consolidare la base sulla quale è stata costruita. A causa della guerra e del disinteresse dei governi succeduti a Baghdad e poi in seguito all’occupazione di Mosul da parte dei jihadisti, la diga è rimasta senza interventi di consolidamento e la stabilità della struttura ne ha sentito ampiamente. Nel 2015, uno studio tecnico del genio militare statunitense ha addirittura pronosticato l’inutilità degli interventi di consolidamento sostenendo che la diga era oramai compromessa, ed ha invitato il governo di Baghdad a mettere in campo un piano di emergenza per la salvaguardia della popolazione dei villaggi a valle e della stessa Mosul. Secondo quello studio, l’onda lunga provocata dal crollo minaccerebbe addirittura alcuni quartieri di Baghdad. La stampa irachena allora aveva scritto che le previsioni statunitensi erano esagerate e la diffusione del rapporto, forse, era dettata dallo smacco della perdita dell’appalto, indetto dal governo di Baghdad e vinto da una ditta italiana, la Trevi di Cesena.

Lo scenario ipotizzato è stato chiamato dai media locali “la replica in tempi moderni del diluvio universale”, a 50 km dal sedicente califfato nero. Il governo iracheno dell’allora premier Al-Maliki ha diramato un piano di emergenza, ma non potendo intervenire direttamente, perché il territorio non era sotto il suo controllo militare, si è limitato a chiedere alla popolazione di abbandonare le case costruite nelle vicinanze dell’alveo del fiume e di arginare l’onda delle acque con sacchi di sabbia. Un comunicato che ha suscitato l’ira e l’ironia degli iracheni.

L’infrastruttura che era difesa dai curdi, nel 2014 è stata occupata dai miliziani di Daiesh e poi alla fine del 2015, dopo settimane di combattimento, è stata riconquistata dai Peshmerga curdi. Le prime analisi tecniche hanno dimostrato che era pericolosa. Alcune paratie per la regolazione del flusso dell’acqua erano fortemente compromesse da dissesti geologici che hanno causato danni ai meccanismi di apertura e chiusura.

Adesso arrivano le notizie di un piano folle per la distruzione della diga. Un piano allo studio dei capi militari di Daiesh che prevede l’utilizzo di 200 kamikaze. L’intelligence irachena ha avuto una soffiata e si sta lavorando per contrastarlo. Il 6 settembre l’ambasciatore italiano Marco Cornelos si è incontrato con il ministro delle risorse idriche iracheno per far fronte alla minaccia. Dallo scorso aprile, infatti, lavorano al consolidamento della diga circa 400 italiani tra civili e militari.

Due anni fa gli USA avevano messo in guardia il governo iracheno sulle gravi condizioni in cui versa la diga, rimasta senza manutenzioni per diversi anni. La gara per i lavori di salvataggio è stata vinta da una ditta italiana e il governo Renzi ha spedito un contingente militare per la protezione di tecnici e lavoratori. Il piano folle dei jihadisti per il momento è soltanto sulla carta, ma la situazione è critica, anche perché la diga militarmente è indifendibile. Il suo crollo causerebbe una catastrofe umanitaria e ambientale. Oltre all’interruzione dell’elettricità per 2 milioni di abitanti, l’acqua sommergerebbe diversi quartieri di Mosul e interi villaggi a valle, per arrivare a minacciare quartieri della capitale Baghdad.

Lo scorso maggio un servizio della Rai aveva documentato un tentativo di attacco kamikaze alla diga

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La missione militare alla diga di Mosul è la prima del suo genere per l’Italia. Sono stati mandati soldati italiani non per una missione umanitaria o per un’azione di politica estera, ma per proteggere un interesse economico diretto. Il “sistema paese” che va a difendere in terra straniera il lavoro italiano. Non era mai avvenuto prima. Le missioni militari italiane all’estero – contrariamente a quanto avveniva per quelle delle altre potenze occidentali – non si erano mai tradotte in appalti per le ditte italiane, anche in quelle operazioni che avevano visto i soldati italiani ed il ruolo politico dell’Italia in prima linea, come per esempio nel piano di peacekeeping in Libano e nella guerra del Kossovo. Nel caso della diga di Mosul, la situazione si è rovesciata: sono i militari a sostenere le sfide tecniche vincenti delle imprese italiane.

Da una parte si dovrebbe essere lusingati, ma un pizzico di preoccupazione non guasta.

 

 

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    Farid Adly
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Aleppo: attacco al cloro delle forze governative

Una forte denuncia dell’opposizione siriana contro l’uso di barili bomba, carichi di armi chimiche al cloro, da parte di aerei del regime ad Aleppo. L’Ente di Protezione Civile di Aleppo e la Federazione dei medici volontari siriani hanno pubblicato un video che mostra le vittime di un bombardamento avvenuto martedì nella città assediata.

Il quartiere colpito Al-Sukkari si trova nella parte sud di Aleppo Est e nelle vicinanze ci sono duri combattimenti. La zona colpita, però, è abitata da civili e tra le 127 persone ricoverate molti sono i bambini. Secondo fonti giornalistiche ci sarebbe stata una bambina uccisa dal gas.

I sintomi delle vittime ricoverate in ospedale sono quelle di soffocamento e di bruciore sulla pelle. Nel video si vedono molte persone soccorse con maschere anti gas e diversi soccorritori che girano tra le macerie con le mascherine.

Non è la prima volta che il regime viene accusato di usare il gas cloro contro i civili: già lo scorso agosto, militanti delle opposizioni siriane, diverse Ong e personale sanitario avevano denunciato un altro attacco chimico con barili-bomba al cloro. Al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite c’è un dossier sull’uso di armi chimiche, che però accusa tutt’e due le parti: esercito regolare e gruppi armati dell’opposizione, in particolare il Fronte Nusra.

Nell’agosto 2014, si è arrivati a un passo dall’intervento degli Stati Uniti contro il regime di Assad, ma un accordo mediato da Mosca ha portato alla distruzione delle armi chimiche in possesso del regime. Le indagini della commissione Onu avevano allora documentato l’uso di armi chimiche nella provincia di Damasco, ma non hanno accertato da chi siano stati utilizzati, visto che anche l’opposizione le possedeva.

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Libia, le ragioni per i nuovi arrivi

E’ il numero più alto di migranti salvati in un giorno, nel canale di Sicilia. 6500 ieri e 1100 il giorno prima.

Non è solo questione di condizioni meteorologiche favorevoli: tempo bello e mare calmo. Alle 40 operazioni di soccorso hanno partecipato congiuntamente unità della Marina Militare, di Ong, dei dispositivi Ue Frontex e EU Navfor Med. Tutte le operazioni di salvataggio di ieri riguardavano il tratto di mare tra la Libia e la Sicilia.

La Libia è il principale passaggio di migranti dall’Africa verso l’Europa, per la sua naturale posizione geografica e per la mancanza di uno Stato centrale, che garantisca la sicurezza e l’applicazione delle leggi. I motivi dell’impennata di questi giorni è legata a diversi fattori: uno la chiusura della rotta balcanica in seguito all’accordo UE/Turchia. Un altro motivo per questa pressione verso l’emigrazione dalle città libiche riguarda la situazione libica interna, per l’offensiva in corso contro Daiesh a Sirte.

L’altro motivo – ed è il più importante – riguarda l’annunciata proposta europea di firmare con la Libia un accordo sul controllo dei migranti come quello siglato con la Turchia. Questo significa l’arrivo in Libia di miliardi di euro; e le milizie che controllano i paesi della costa ad ovest di Tripoli stanno facendo a gara per dimostrare lo stato di emergenza nella loro zona e aprire così trattative per i risarcimenti europei. Un eventuale accordo sul controllo dei migranti con il governo Sarraj non avrà effetti concreti, perché questo governo è protetto dalle stesse milizie islamiste che lucrano sui traffici di vite umane.

Le cifre del fenomeno di partenze dalla Libia sono comunque preoccupanti, perché malgrado il calo degli arrivi nei primi otto mesi di quest’anno, il numero dei morti nei naufragi è aumentato. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, dall’inizio del 2016 sono già 270.576 i migranti entrati via mare in Europa (oltre 105 mila solo in Italia), un po’ meno dei primi otto mesi del 2015, quando furono 354.618. Le persone morte durante la traversata del Mediterraneo, soprattutto del Canale di Sicilia, sono state 3.165, ben 509 in più dello stesso periodo del 2015, quando furono 2.656.

L’Italia è il secondo paese di destinazione, per tutti i due periodi in esame, dopo la Grecia.

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Aleppo, l’assedio senza fine

Le due potenze mondiali, USA e Russia, non si mettono d’accordo sulla Siria e la situazione sul terreno si complica con l’intervento turco contro i curdi, nella zona di confine. Nel frattempo il regime segna una vittoria a proprio favore a Daraya e prosegue gli scontri contro Daiesh nella provincia di Homs.

Mentre a Jarablus arrivano nuovi carri armati turchi e a Daraya, alle porte di Damasco, si comincia l’evacuazione di miliziani e popolazione, dopo l’accordo di resa, a Ginevra non c’è stato l’accordo tra Kerry e Lavrov, sul cessate il fuoco ad Aleppo ed in generale su una strategia comune per combattere contro Daiesh. Le due parti continuano a lavorare a livello tecnico per trovare una formula di tregua ad Aleppo.

Dopo 10 ore di discussioni, nella conferenza finale, i due capi delle diplomazie hanno detto che si è arrivati a delle chiarificazioni significative sulla Siria. Il punto di disaccordo viene svelato indirettamente da Kerry che ha accusato il regime siriano di lavorare per una soluzione militare della crisi. Lavrov ha puntato il dito contro il “Fronte Nusra” che si nasconde in mezzo all’opposizione moderata e poi ha pungolato la politica estera americana con una stoccata: “Non si può indebolire l’esercito siriano, per non rifare quel che è avvenuto in Iraq e Libia”.

Sul lago Leman, non poteva non palesarsi la delusione della missione ONU in la Siria, per il mancato accordo, ma De Mistura, che ha preso parte al vertice russo-statunitense, non demorde e afferma che si sta lavorando.

Su questo incontro, molti avevano delle forti aspettative. Le premesse c’erano tutte, ma probabilmente Washington non è pronta a rendere esplicita la perdita della partita siriana. La strategia di Obama basata sul concetto di scaricare sulle potenze regionali il compito di gestire le crisi, ha mostrato il suo totale fallimento nel difendere gli interessi statunitensi. L’esempio più eclatante è la Turchia, paese membro della Nato ed una potenza regionale alleata, si ribella alla scelta del Pentagono di sostenere i curdi per arruolarli nella battaglia decisiva contro il sedicente Califfato. Non solo, ma Ankara ingaggia un braccio di ferro con Washington sul caso Gulen, pretendendo l’estradizione in Turchia del predicatore e uomo d’affari, per essere processato per il fallito golpe.

Mosca ha avuto gioco facile a riempire il vuoto e ha riallacciato pienamente i rapporti con Ankara, malgrado la crisi dell’abbattimento del caccia russo. Mentre Kerry e Lavrov erano intenti a cercare una strategia comune per far fronte alla sfida di Daiesh, Putin ha telefonato ad Erdogan ed ha concordato con lui un meccanismo per il rifornimento di aiuti umanitari alla popolazione. intrappolata ad Aleppo.

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    Farid Adly
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Erdogan, un colpo all’Isis e uno ai curdi

Carri armati turchi hanno invaso il nord della Siria. I combattenti curdi dell YPG, Unità di difesa del popolo, si sono ritirati ad est dell’Eufrate, nel nord della Siria. E’ stata la richiesta della Turchia, assecondata da Washington.

Ankara ha mandato altri carri armati e rinforzi per consolidare le posizioni a Jarablus. Il controverso intervento contro Daiesh ha l’obiettivo neanche tanto nascosto di far fuori militarmente le organizzazioni curde siriane. Per il nazionalismo sciovinista di Ankara, il rafforzamento dell’identità curda oltre confine, in Siria ed in Iraq, potrebbe spingere i curdi della Turchia ad aumentare le rivendicazioni autonomiste e indipendentiste. Lo stesso Erdogan lo ha detto in un’intervista televisiva: “Abbiamo il diritto di difenderci e colpiremo i terroristi di Daiesh e quelli curdi”. In realtà l’operazione in corso denominata “Scudo dell’Eufrate” non è di difesa, ma di violazione della sovranità di un altro paese, la Siria. Lo sostiene e denuncia il ministro degli esteri di Damasco, Al Muallim, che ha chiesto l’immediato ritiro delle truppe turche. Anche Mosca ha espresso riserve sull’intervento di Ankara.

Sul fronte militare, la cittadina di Jarablus è stata completamente conquistata e i miliziani dell’Esercito Libero Siriano sono entrati nel centro città. I miliziani di Daiesh sono fuggiti verso Elbab, più a sud, che sarà la meta della prossima offensiva turca. Washington ha dato la copertura aerea all’operazione e ha avvertito i curdi che avrebbe tolto loro il sostegno, in caso fossero avanzati ad ovest dell’Eufrate. Da qui la decisione delle unità dell’ YPG di ritirarsi ad est. Rimangono soltanto alcune unità di guerriglieri curdi a Manbij per “completare come previsto le operazioni nell’area e rimuovere ordigni Ied”, ha detto un portavoce dell’operazione. Ufficialmente la spiegazione della ritirata è la seguente: “Le unità curde Ypg sono passate a est dell’Eufrate per preparare un’eventuale liberazione di Raqqa”.

Le mire della Turchia sul nord della Siria non sono mai state nascoste. Dal 2012 Ankara chiede continuamente una zona smilitarizzata di 10-20 km in territorio siriano, lungo tutto il confine. Questo intervento militare con decine di carri armati e con truppe è stato avviato non per un breve periodo, ma per concludersi a data da destinarsi, come avvenne per il Kurdistan iracheno. Il ministro della difesa turco, Fikri Isik, ha detto che i suoi soldati rimarranno a Jarablus fino a quando la città non sarà messa in condizioni di sicurezza. “E’ un nostro diritto rimanere lì, per garantire i nostri confini da eventuali attacchi terroristici”. E’ la stessa logica usata da Israele per mantenere l’occupazione di una striscia di territorio nel sud del Libano.

Stranamente, questo fervore turco non si era mai palesato quando ad imperversare nella zona erano i miliziani del falso califfo. Adesso che i terroristi del Daiesh sono in fuga, Ankara manda i carri armati per impedire che al loro posto nel territorio di confine si insediassero i guerriglieri curdi. In questo modo, il presidente Erdogan si presenterà come l’eroe della guerra contro il terrorismo jihadista, che a lungo aveva foraggiato, e nello stesso tempo potrà soffocare la voce degli autonomisti curdi che rivendicano il proprio diritto all’autodeterminazione.

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Bambini kamikaze, un crimine di guerra

 

Usare i bambini in operazioni militari è un crimine di guerra. Usarli per compiere azioni kamikaze contro civili è doppiamente criminale. Nel mondo, secondo i dati dell’Onu, ci sono 300mila bambini soldato, principalmente in Africa, Asia e America centrale e del Sud.

Il terrorista che ha colpito a Gaziantep, in Turchia, contro una festa di matrimonio di una famiglia curda, secondo le immagini delle videocamere di sorveglianza e le riprese video amatoriali, risulta essere un bambino di 12 anni, accompagnato sul luogo dell’attentato da due adulti, che si sono allontanati velocemente. Assassini senza scrupoli reclutano bambini, gli fanno un lavaggio del cervello, li addestrano, li armano e li mandano a morire e a uccidere. A Gaziantep sono morti in 54, trenta dei quali erano minorenni.

Domenica scorsa a Kirkuk, la polizia curdo-irachena ha fermato un ragazzo di 12 anni, che indossava una maglia di una squadra di calcio col nome di Messi; sotto aveva una cintura esplosiva. E’ stato bloccato, neutralizzato e salvato. Soltanto il caso ha evitato che avvenisse un’altra strage di innocenti.

Il bambino kamikaze fermato a Kirkuk prima che colpisse. Sopra la cintura esplosiva indossava una maglia di Messi
Il bambino kamikaze fermato a Kirkuk prima che colpisse. Sopra la cintura esplosiva indossava una maglia di Messi

I jihadisti hanno praticato questo tipo di odioso crimine in Afghanistan, Pakistan, Algeria, Iraq, Siria e adesso in Turchia. Il manuale del giovane jihadista del Fronte al Nusra, lo teorizza senza vergogna: “Usate i bambini per compiere attacchi dolorosi, perché il nemico non sospetta di loro”.

Nel 2007, in Pakistan, a Gazni, un bambino di sei anni è stato imbottito di tritolo e mandato a farsi esplodere contro i soldati. Il detonatore era nella sua mano. I suoi vili mandanti gli avevano detto che era un gioco. Ma lui ha capito tutto e si è consegnato piangendo: “Non voglio morire!”.

Un altro caso simile, questa volta in Palestina: un bambino di undici anni con cintura esplosiva e uno zainetto imbottito di esplosivo sulle spalle viene intercettato dal posto di blocco israeliano al confine di Gaza. E’ stato salvato e il video del robot, che lo ha disarmato e salvato, ha fatto il giro del mondo. Era il 2007 e da allora nessuna azione kamkaze è stata compiuta in Palestina.

A Raqqa, in Siria, nella scuola dei giovani kamikaze vengono addestrati migliaia di minorenni, a partire dalla tenera età. Vengono sottoposti a un lavaggio del cervello a base di Sure del Corano, interpretate a piacere dai falsi teologi salafiti, armati di Kalashnikov più alti di loro e cinture esplosive e addestrati con la promessa del paradiso. Tra di loro ci sono molti bambini di altre fedi e minoranze, rapiti nelle città e villaggi conquistati. Ha girato il mondo l’immagine del bambino con la pistola che uccideva con un colpo in testa, nel 2013, un ostaggio occidentale.

Sui social network sono apparse, alla fine del 2014, le scioccanti foto dell’attentatore suicida più giovane del sedicente Califfato: Abu Hassan Ashami, jihadista siriano che, a meno di 14 anni, alla guida di un camion, si era fatto esplodere nella provincia irachena di Salahuddin, uccidendo decine di civili.

Leila Zerrougui, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i minori nei conflitti armati, ha pronunciato davanti al Consiglio di sicurezza, lo scorso gennaio, le sue preoccupazioni sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti : “Da gennaio 2014 in Iraq almeno 700 bambini sono stati uccisi o mutilati, vittime anche di esecuzioni sommarie. Perché Daesh non si fa scrupolo di addestrare, utilizzare e uccidere anche i bambini, reclutati dai predicatori e attirati dal martirio che la Jihad offre. Sono profondamente preoccupata – ha aggiunto la giurista algerina – per le notizie secondo cui Daesh ha colpito le minoranze, tra cui bambini e donne, nelle aree sotto il suo controllo in Iraq e Siria. I jihadisti hanno incaricato ragazzini di appena 13 anni di usare armi, controllare luoghi strategici o arrestare civili. Altri sono usati come attentatori suicidi”.

Una deriva criminale che, allo stesso tempo, segna la disumanità di questi terroristi e la grave crisi in cui versano militarmente, per le continue sconfitte subite sul campo di battaglia. Il ricorso a donne e bambini per compiere azioni terroristiche è indice di mancanza di reclute tra gli adulti. E’ l’inizio della loro fine.

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Catturato Al Fezzani, terrorista internazionale

La carriera del tunisino Moez Al Fezzani come terrorista internazionale è arrivata al capolinea. E’ stato catturato in Libia dalle milizie di Zentan, fedeli al Parlamento di Tobruk. La sua cattura è avvenuta al confine con la Tunisia, tra le due città di Regdaleen e Al Jemayel.

Probabilmente stava tentando di tornare nel suo Paese di origine, dopo aver seminato morte e distruzione in Libia, Tunisia, Afghanistan e Italia. Segnalato in Italia all’inizio degli anni Duemila, è stato catturato dagli statunitensi in Afghanistan e dopo qualche anno a Guantanamo, è stato consegnato all’Italia, per essere incarcerato, processato con l’accusa di reclutamento di jihadisti, ma è stato assolto dal Tribunale di Milano, perché considerato ideologo e non combattente.

Prima dell’espulsione, fugge rocambolescamente lanciandosi dalla macchina della polizia, ma viene riacciuffato qualche tempo dopo in casa di un amico, a Varese. Espulso in Tunisia, riprende la sua carriera jihadista con Ansar Sharia, dove è accusato dell’eccidio di Ben Guerdane, del marzo scorso che è costato la vita a 58 persone tra agenti e civili.

E’ stato segnalato in Libia a Sabratha e sembra coinvolto nel rapimento dei quattro tecnici italiani della ditta Bonatti e nell’uccisione di due di loro. Dopo il bombardamento statunitense su Sabratha, trova un ruolo preminente nel Daesh di Sirte, da dove è fuggito pochi giorni fa dopo la sconfitta dei daeshisti.

In queste ore a Sirte cominciano a entrare i convogli di aiuti umanitari e alcuni abitanti sfollati tentano di tornare alle proprie case. La città però non è stata pacificata. Ci sono ancora dei jihadisti, singoli o a gruppi, che resistono e non vogliono arrendersi. Ma non c’è più nessuno controllo del territorio da parte del sedicente Califfato.

Oggi sono stati catturati quattro jihadisti e ne sono stati uccisi 32 dalle forze governative. Il generale Al Ghosry ha dichiarato che sono state bloccate alcune donne col burqa che hanno tentato di avvicinarsi alle postazioni delle forze governative, armate di cinture esplosive, ma sono state uccise prima di arrivare all’obiettivo.

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Una buona notizia: Ghina è in ospedale

Il suo caso è stato lanciato dalla TV Al Hadath. La storia di Ghina ha commosso il mondo. Due settimane fa, un cecchino l’ha colpita alla coscia e la frattura multipla dell’osso non ha ottenuto le cure necessarie nella sua città Madhaya, assediata dalle truppe governative e dai guerriglieri di Hezbullah libanesi.

Madhaya è una cittadina di 40 mila abitanti sotto il controllo dell’esercito dell’opposizione.  Si trova nella provincia di Damasco, non lontano dal confine con il Libano.

Ghina Hammad Wadie è una bambina di 11 anni e lo scorso 2 Agosto è stata colpita all’anca da un cecchino mentre andava a fare la spesa per la famiglia. Nella città non ci sono le strutture sanitarie adeguate per curarla e la bambina continua a soffrire atroci dolori. Qui potete vedere un servizio di una Tv araba su Ghina)

Gli analgesici con i quali veniva curata non erano sufficienti a calmare i dolori. L’unico modo per poterla curare sarebbe stato quello di evacuarla verso Damasco o Beirut, dove ci sono gli ospedali attrezzati per curare fratture simili.

Un’intervista con la madre sulla Tv Al Hadath ha portato il caso alla ribalta dei media e delle organizzazioni umanitarie internazionali.

L’appello di Amnesty International e le azioni svolte dalle comunità siriane in Europa e negli Stati Uniti, hanno portato il regime di Damasco e le milizie di Hezbullah libanesi, che assediano tuttora la città, ad autorizzare la sua evacuazione. Nella notte tra Sabato e Domenica, un’autoambulanza della Mezzaluna rossa siriana ha trasferito la bambina in un ospedale di Damasco, insieme alla madre.

Una buona notizia, in mezzo ad una montagna di sofferenze.

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Siria: l’Is si ritira da Manbij, ostaggi liberati

I jihadisti dell’Isis si sarebbero ritirati completamente dalla siriana di Manbij e avrebbero rilasciato  i circa 2.000 civili che usavano come scudi umani, secondo quanto dichiarato dai ribelli curdi e siriani delle Forze democratiche siriane (Sdf), che hanno riconquistato la città.

Manbij è situata nella provincia di Aleppo e controlla il nodo stradale tra Raqqa e il confine turco. La liberazione di Manbij priva il falso califfo da ogni possibile via di collegamento con la Turchia da dove provengono armamenti, munizioni e reclute. La conquista della città è stata possibile grazie anche ai bombardamenti della coalizione USA, alleata di Siria Democratica, che hanno spianato la strada dei Peshmerga curdi verso il centro della città.

Image: Members of the Free Syrian Army talk as they sit with their weapons in a damaged street in Aleppo's Karm al-Jabal district

Intanto, la battaglia di Aleppo non conosce tregua. Le milizie armate hanno annunciato di aver preso il controllo della via principale di comunicazione delle truppe governative tra Aleppo e Hama. I camion degli aiuti che percorrevano quella strada verso la parte della città sotto il controllo governativo hanno dovuto fare marcia indietro e riprendere un’altra strada alternativa.

Anche ieri , l’aeronautica militare russa ha rispettato le tre ore di tregua, ma a terra non è cambiato nulla. In tutte le zone della provincia si è combattuto duramente. Aerei governativi hanno bombardato la zona est della città controllata dall’opposizione, provocando la morte di decine di civili. La carovana dei camion di aiuti umanitari, con la bandiera dell’ONU, in cammino verso la zona assediata, è stata sottoposta a lanci di artiglieria e diverse volte gli autisti hanno dovuto fare marcia indietro. Ad ogni caso, gli aiuti che è stato possibile consegnare non sono sufficienti e soprattutto la rottura della rete idrica mette a rischio la vita dei bambini.

ALEPPO SIEGE

L’inviato De Mistura sta tuttora tentando di negoziare una tregua di 48 ore con le parti belligernati per garantire la sistemazione delle reti idrica e elettrica.

La città di Aleppo è importante strategicamente per le sorti della guerra siriana. E’ l’ultima grande città nella quale si registra una presenza massiccia delle opposizioni e la parte est è sotto il controllo delle milizie islamiste Fath Sham, ex Fronte Nusra. La perdita di Aleppo, per le opposizioni significa una maggiore frantumazione e dover subire le condizioni del governo Assad nei programmati, ma non confermati, negoziati di Ginevra, annunciati per la fine di Agosto. Per il regime di Assad, una vittoria ad Aleppo consolida la sua avanzata nelle diverse province ed apre all’avvio dell’attacco contro Raqqa, roccaforte del sedicente califfato.

Aleppo bombardata
Aleppo bombardata

 

 

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L’Italia è in guerra?

L’Italia entra a modo suo nella guerra in Libia. E’ stato confermato ufficialmente in un documento trasmesso dal governo al Copasir (Comitato di Controllo sui Servizi Segreti) classificato “segreto”, ma subito il suo contenuto divulgato in forma anonima.

Nel documento (redatto dal Cofs, Comando Interforze per le Operazioni delle Forze speciali) si dice chiaramente che commando delle forze speciali sono stati dislocati in Libia.

La conferma avviene dopo che notizie provenienti dalla Libia, con testimonianze di ufficiali libici sul fronte di Sirte, hanno avanzato l’apprezzamento per il ruolo del governo italiano a fianco del governo Sarraj, nella lotta contro i daeshisti.

Le avvisaglie non sono nuove e ne abbiamo già parlato su questo sito lo scorso gennaio. La presenza italiana in Libia, viene spiegato nel documento governativo trasmesso al parlamento, corrisponde alla normativa approvata dalla Camera lo scorso novembre e al Senato nel dicembre 2015. Quella normativa consente al presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari italiani, con garanzie di immunità. La normativa inoltre limitava questi interventi ai corpi d’élite da mettere sotto la catena di comando dei servizi segreti.

Le notizie arrivate dal territorio libico ci dicono che ufficiali italiani stanno addestrando personale militare libico allo sminamento, per ridurre le predite tra le file delle milizie di Misurata inquadrate nelle forze armate libiche sotto il controllo del governo di unità nazionale guidato da Sarraj. Lo stesso Colonnello El Ghasri ha smentito la presenza di truppe italiane sul fronte di combattimento. Un sottosegretario del governo Renzi ha ammesso la presenza di forze speciali italiane in Libia. “Lo sanno tutti che da tempo teniamo ufficiali a Misurata, per addestramento allo sminamento; ma non abbiamo truppe impegnate in operazioni sul fronte”.

Adesso quindi è ufficiale che oltre ai soldati statunitensi, britannici e francesi, ci sono anche gli italiani. Ancora tecnicamente l’Italia non è in guerra in Libia, ma il passo è breve.

Le ammissioni ufficiali parlano della presenza di decine di unità, ma le agenzie stampa riportano cifre, rivelate da fonti ben informate, ma sotto garanzia di anonimato, che superano il centinaio di unità. Sarebbero paracadutisti del 9° Reggimento Col Moschin, carabinieri del Gruppo di Intervento Speciale (Gis) e incursori del 17° Stormo dell’Aeronautica Militare, dislocati a Tripoli, Bengasi e Misurata.

Il ruolo italiano, quindi, si differenzia da quello delle altre tre potenze occidentali partner nell’avventura libica. Mentre Parigi, Londra e Washington sono impegnate direttamente sul fronte e hanno perso anche dei militari sul campo, l’Italia ha scelto di lavorare sulle retrovie, per addestramenti sullo sminamento e per la protezione delle sedi diplomatiche. Oltre alla già nota, per indiscrezioni, presenza di forze speciali negli impianti petroliferi di Mellita, in supporto alle milizie libiche fedeli al governo Sarraj e ai contractors assunti dall’ENI.

Queste informazioni arrivano nel momento in cui le forze governative, grazie alla copertura aerea statunitense su Sirte, stanno restringendo l’assedio sul centro della città dove sono asserragliati i miliziani del sedicente Califfato. E parallelamente, le esportazioni petrolifere della Libia tornano a un livello inaspettato fino a due settimane fa. Le parti libiche infatti hanno raggiunto un accordo per la ripresa delle esportazioni in seguito alla maggiore sicurezza garantita agli impianti dalla restrizione delle aree sotto il controllo di Daesh a Sirte. Ma l’accordo politico non è all’orizzonte e il sostegno occidentale al governo Sarraj rischia di indebolirlo politicamente, malgrado le vittorie sul campo.

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    Farid Adly
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“Due milioni di siriani rischiano di morire”

“Due milioni di siriani ad Aleppo sono a rischio morte”. E’ l’appello lanciato dai rappresentanti delle Nazioni Unite, Yaaqoub El-Hello e Kevin Kennedy, e rivolto a tutti i belligeranti per una tregua umanitaria di 48 ore. La popolazione assediata sia nella parte Est sia a Ovest è da giorni senza acqua e senza elettricità, a causa della rottura degli impianti colpiti dalle bombe.

L’appello del Palazzo di Vetro contiene anche un avvertimento rivolto sia ai governativi sia alle opposizioni armate: “Quando la popolazione viene privata intenzionalmente di cibo e di altri beni fondamentali per la sopravvivenza, l’assedio rappresenta un crimine di guerra“.

A Ginevra, esperti militari russi e statunitensi stanno studiando la possibilità di assolvere alle richieste dell’Onu, per l’introduzione di un cessate il fuoco di 48 ore per consentire la riparazione degli impianti e la fornitura di scorte di cibo e medicinali alla popolazione civile.

I due rappresentanti internazionali sottolineano anche la grave situazione sanitaria nelle città siriane. El-Hello e Kennedy sottolineano che nelle ultime settimane vi sono stati “innumerevoli civili uccisi e feriti” nei bombardamenti da entrambe le parti, mentre “continuano gli attacchi su ospedali e ambulatori da campo”.

Nelle scorse ore si è saputo che un altro ospedale è stato distrutto in un bombardamento aereo, sabato scorso. Almeno 13 i morti, pazienti e medici. La struttura, nella provincia di Idlib, è supportata da Medici Senza Frontiere. Noto come centro specialistico in pediatria, l’ospedale forniva cure a circa 70mila persone nella città di Millis.

Silvia dalla Tommasina è la coordinatrice medica di MSF per la Siria nord occidentale. L’ha intervistata Flavia Mosca Goretta.

Ascolta qui l’intervista

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Basteranno le bombe dal cielo a sconfiggere l’Isis?

L’intervento diretto statunitense, con i bombardamenti su Sirte, pone la crisi libica in una fase nuova. Non ha senso parlare di sovranità nazionale come fa il premier incaricato Sarraj, nel momento in cui nel Paese convivono tre governi e un parlamento che non riesce – da gennaio 2016 – a riunire una seduta regolare.

Formalmente questi bombardamenti sono legittimi perché sono stati chiesti da un Consiglio di presidenza riconosciuto localmente e internazionalmente. Infatti la richiesta rivolta a Washington è avvenuta non dal governo incaricato che non ha ottenuto ancora il voto di fiducia del parlamento, ma dall’organismo unitario uscito dai negoziati di Skhierat, lo scorso dicembre 2015.

I bombardamenti di forze militari straniere, agli occhi della maggioranza dei libici, sono interventi per difendere gli interessi occidentali. Ma pragmaticamente, l’uomo della strada crede che far soccombere Daesh sia un bene per il Paese.

L’ex rappresentante della Libia all’Onu, Shalgham, scrive: “Soltanto una concordia tra le parti libiche potrà sconfiggere il jihadismo daeshista e riportare il Paese sulla ricostruzione istituzionale, sociale e strutturale. Ma per arrivare a questo accordo, ciascuno deve fare un passo indietro: scelta che non sembra alle porte”.

A spingere Sarraj a fare questa richiesta sono state le valutazioni dei militari impegnati sul campo a Sirte. I comandanti dell’Operazione Bunyan Marsous (Solida Costruzione), formata principalmente da milizie di Misurata ma inquadrate nell’esercito libico e guidate da ufficiali militari di carriera, hanno scritto al Consiglio di presidenza un accorato appello, nel quale descrivevano da una parte i successi sul campo nella lotta contro Daesh, ma spiegavano anche l’alto costo in vite umane tra i soldati e la popolazione civile intrappolata in città, da una guerriglia urbana alla quale non erano addestrati. Nel documento si chiedeva esplicitamente un sostegno dal cielo, con bombardamenti mirati, per colpire al cuore la struttura di comando del sedicente califfato.

Il documento dei comandanti militari dell'operazione Bunyan Marsous rivolto al Consiglio di presidenza
Il documento dei comandanti militari dell’operazione Bunyan Marsous rivolto al Consiglio di presidenza

Quello che non è comprensibile nella logica del governo incaricato, diretto sempre da Sarraj, è la dicotomia di posizioni rispetto all’intervento francese e quello statunitense. Francia, GB, USA e Italia hanno forze speciali in Libia e negarlo è soltanto una forma di ipocrisia. Il governo francese non ha gradito di certo le anticipazioni di Le Monde dello scorso febbraio, sulla presenza di unità speciali francesi a Bengasi. Poi ha dovuto ammettere l’intervento dopo la caduta di un elicottero e la morte di tre ufficiali francesi. La presenza di truppe speciali di GB e USA a Misurata è stata rivelata da fonti militari libiche alla stampa locale, sotto la copertura dell’anonimato. Contestare la presenza francese ieri e invitare gli statunitensi oggi è stato un errore politico di Sarraj, che in caso di fallimento dell’operazione, rimarrà ancora più isolato nella stessa sua roccaforte Tripoli, dove è praticamente protetto dalle milizie islamiste che hanno cambiato soltanto casacca, ma non l’anima.

In caso di successo dell’operazione, invece, i suoi avversari – il gen. Haftar e il presidente del Parlamento Aqila – dovranno venire a patti con lui.

Il disastro libico è stato causato dalla miopia della classe politica del dopo dittatura e in particolar modo dall’avidità della Fratellanza musulmana. Aver rotto l’unità nazionale dietro la spinta di forze regionali interessate al dominio sulle risorse e il mercato libico (Qatar e Turchia da un lato e Egitto e Emirati arabi dall’altra) ha provocato lo smantellamento dello Stato e creato crepe dove si sono annidati i jihadisti di Al Qaeda e del Daesh.

Soltanto la ripresa di quell’unità porterà il Paese verso la ricostruzione. La sconfitta del sedicente califfato non potrà mai avvenire con i bombardamenti aerei. L’esempio siro-iracheno lo dimostra pienamente. Soltanto le truppe di terra libiche riunificate porteranno a termine quel compito. Serve quel passo indietro delle due parti – auspicato da Shalgham – per poter riportare sicurezza e prosperità a una popolazione esausta e costretta a vivere per metà degli abitanti, o sfollati o in esilio volontario. Ma fino a quando le risorse finanziarie disponibili potranno garantire questo scempio? Non a caso un accordo tra le parti è stato raggiunto sulla gestione delle esportazioni petrolifere, che dopo la sperata sconfitta del Daesh a Sirte potrà riprendere a pieno ritmo.

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    Farid Adly
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I bombardamenti americani su Sirte

I bombardamenti statunitensi sulle postazioni di Daesh a Sirte, in Libia, continueranno e quelli di ieri non sono isolati. E’ la conferma che viene da Washington. Dal fronte in realtà le notizie scarseggiano. Non vengono fornite informazioni su dove siano stati effettuati questi bombardamenti e contro quali obiettivi, e soprattutto non si dice nulla sugli effetti.

I velivoli Usa sono partiti dalla portaerei Wasp, che naviga nel Mediterraneo di fronte alle coste libiche. Secondo fonti locali, sarebbe stato colpito il centro congressi, usato dal sedicente Califfato come base di comando. Il portavoce militare libico, Al Ghosry, ha annunciato l’arresto di un capo di Daesh, mentre tentava di fuggire via mare, ma non ha fornito la sua identità.

L’avvio delle operazioni statunitensi in territorio libico è stato annunciato ieri, prima dal premier incaricato Sarraj e poi confermate dal Pentagono. In una conferenza stampa trasmessa, in diretta televisiva, Sarraj ha annunciato di aver chiesto agli Stati Uniti di dare un sostegno nella lotta contro Daesh a Sirte. Sarraj ha voluto sottolineare che questi bombardamenti statunitensi non sono una violazione della sovranità del Paese e che hanno un termine temporale e geografico.

Dal Pentagono informano che, sulla base della richiesta del governo di unità nazionale, il presidente Obama ha dato il via libera ai bombardamenti su Sirte, dopo le consultazioni con il ministro della difesa, Ash Carter. “Le operazioni mirano a negare a Daesh (Isis) porti sicuri in Libia per attaccare gli Stati Uniti e i loro alleati”, giustifica il Pentagono.

Tutt’e due le parti sottolineano che non ci sarà l’utilizzo di truppe di terra statunitensi, anche se fonti militari libiche avevano parlato della presenza a Misurata di consiglieri britannici e statunitensi già da maggio.

La guerra contro Daesh è iniziata dal governo Sarraj lo scorso 12 maggio con il sostegno delle milizie di Misurata, che sono riuscite a cacciare i jihaidsti dai villaggi nei dintorno di Sirte e liberare diversi quartieri e centri alla periferia di Sirte. Nelle operazioni sono intervenute da Est anche le Guardie degli impianti petroliferi, alleate del governo Sarraj. Con questa operazione a tenaglia, i miliziani del Daesh sono rimasti assediati da tre lati e a nord dal mare, dove è stato imposto un blocco navale con le piccole unità della marina libica.

L’operazione negli ultimi giorni si è rallentata a causa della presenza degli abitanti tenuti come scudi umani da Daesh e dalle mine e trappole esplosive disseminate dai jihadisti. La scorsa settimana, in un’esplosione sono morti 23 soldati in seguito a un attacco all’autobomba con un jihadista suicida. I cecchini nascosti nei palazzi hanno frenato l’avanzata delle truppe. In due mesi e mezzo di battaglie sono caduti tra le file governative 354 soldati e oltre 2 mila feriti. La richiesta agli Stati Uniti ha l’obiettivo di aprire la strada alle truppe governative, distruggendo le postazioni dove sono asserragliati i seguaci del falso Califfo.

La questione di chiedere aiuto agli Stati Uniti creerà difficoltà al governo Sarraj, che in precedenza ha criticato la presenza di consiglieri militari francesi a Bengasi, a fianco dell’esercito nazionale libico guidato dal generale Haftar, avversario di Sarraj. Il premier incaricato nella sua comunicazione in diretta telvisiva ha sottolineato ripetutamente che non ci saranno truppe statunitensi sul suolo libico, ma soltanto un sostegno dal cielo per sfiancare i daeshisti con bombardamenti mirati.

L’impegno diretto degli Stati Uniti in Libia segna una svolta rispetto alla fase precedente nella quale Washington aveva delegato agli alleati europei e in particolar modo al’Italia la guida dell’intervento occidentale nel paese arabo nord-africano. Le divisioni di strategie e di interessi con gli altri Paesi occidentali, Francia in primis, ha portato il presidente Obama a intraprendere un coinvolgimento diretto.

Con quali effetti sul debole governo Sarraj lo diranno i risultati sul terreno per la conquista di Sirte. Se la battaglia conto il sedicente Califfato sarà coronata da vittoria, gli avversari del governo di unità nazionale, dal generale Haftar al presidente del Parlamento Aqila Saleh, dovranno arrivare a un accordo con lui. Altrimenti il premier incaricato sarà divorato dalle stesse milizie islamiste che lo sorreggono e proteggono nella capitale Tripoli.

 

Secondo il ricercatore dell’Ispi Arturo Varvelli, sono almeno due le ragioni che hanno spinto Serraj a chiedere l’intervento, e gli Usa ad accettare. Ma non sarà comunque una guerra breve.

“Da un lato serviva provare a sbloccare lo stallo creatosi dopo che le truppe governative avevano ormai isolato l’Isis al centro di Sirte: come già in Siria, combattere ‘casa per casa’ è molto più difficile. I raid dunque potrebbero dare un nuovo impatto e una svolta al conflitto. L’altra ragione – continua Varvelli – è politica: per il governo Serraj l’appoggio internazionale serve riguadagnare la fiducia delle milizie che si sentivano anch’esse isolate. Anche se è un’arma a doppio taglio, perché lo espone alle accuse di essere un ‘governo fantoccio’ degli Stati Uniti.”

Per gli Usa l’idea sarebbe tentare di dare una spallata come in Iraq e Siria, dove Daesh è in forte difficoltà, seppure il contesto libico sia diverso. “Molto – spiega ancora Arturo Varvelli – dipenderà dall’impatto che avranno i bombardamenti: di sicuro non chiuderanno la partita e non elimineranno Daesh, che deve appunto essere combattuto come in una guerra civile casa per casa. L’intervento però può servire a ridare fiducia alle truppe di Misurata. E’ difficile che la cosa possa risolversi a breve, anche perché non sono possibili bombardamenti massicci ma servirà individuare e colpire obbiettivi mirati”.

La nuova guerra in Libia, secondo l’esperto dell’Ispi, è appena cominciata.

Ascolta qui l’intervista di Massimo Alberti ad Arturo Varvelli

VARVELLI

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    Farid Adly
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Libia, guerra per il petrolio

Il paradosso libico. La Libia è un Paese che vive fondamentalmente dall’esportazione del petrolio. E’ anche il Paese africano con maggiori riserve petrolifere. Per poter raggiungere livelli necessari di produzione e commercializzazione sarebbe condizione obbligatoria il raggiungimento di una sicurezza e stabilità politica. Tutti i politici libici e tutte le nazioni straniere interessate lo sanno, ma non si arriva mai ad una sintesi conseguente.

Le esportazioni del petrolio libico sono scese dall’1,6 milioni di barili al giorno del 2010, a 80 mila barili nel 2011 per poi risalire ad 1,3 milioni di barili nel 2012-2013, per poi piombare alle attuali 300 mila barili al giorno. I Paesi importatori sono: al 50% Italia, al 13% Francia e al 13% Cina. Il restante 24% è diviso tra partner minori. Non sono mancate le esportazioni clandestine in cambio di forniture di armi, alcune delle quali sono state bloccate prima che le navi petroliere giungano a Malta o Turchia.

L’accordo tra il Consiglio di presidenza guidato da Sarraj, premier incaricato e sostenuto dall’ONU, e il Parlamento insediato a Tobruk, unica istituzione libica riconosciuta dall’ONU, in merito alla riunificazione dei due enti petroliferi (di Tripoli e di Bengasi) come primo passo verso la pacificazione del Paese ha funzionato sulla carta.

L’essenza del conflitto libico è nel controllo sulle risorse petrolifere. Gli strateghi del sedicente califfato lo avevano capito e hanno sferrato i loro attacchi al centro della Libia, dove risiedono la maggior parte degli impianti di esportazione.

Il pericolo daeshista, malgrado le sconfitte subite, permane a causa delle divisioni tra le forze politiche libiche e la presenza di molte milizie islamiste, con a capo emiri della guerra che si sono nutriti e arricchiti dalla gestione della cosiddetta sicurezza delle istituzioni governative.

Lo scontro per il controllo militare del territorio è auto-alimentato dallo stesso meccanismo che dovrebbe sottostare alla stabilità delle stesse istituzioni. Affidare la sicurezza del premier incaricato Sarraj alle milizie islamiste che avevano condotto il silenzioso colpo di Stato contro il Parlamento eletto non è stata sicuramente una grande idea. I problemi e i limiti della Missione ONU sono provocati dal permanere di divergenze di interessi e di strategie delle potenze occidentali. L‘Italia vuole bloccare i flussi migratori dalle coste libiche e garantire gli investimenti nel settore gas, mentre la Francia aspira ad ottenere migliori condizioni per le concessioni petrolifere nell’Est libico.

Stati Uniti e Gran Bretagna lavorano per mantenere le precedenti posizioni conquistate. La foglia di fico della lotta contro il terrorismo si svela in realtà controproducente, come si è visto per la presenza di truppe speciali britanniche a Misurata e per quella francese nella zona di Bengasi. E’ stata una mossa di lungimiranza politica non spedire, lo scorso marzo, truppe italiane sul territorio libico.

Gli eventi bellici attualmente in corso nel Paese arabo nordafricano sono continui, ma non fanno notizia se non nel caso di morte di soldati occidentali. I centri principale di scontri sono Sirte, Bengasi e Derna. Ma non mancano altri focolai. Come per esempio quello del 25 luglio al valico di frontiera di Ras Jedir, fra Tunisia e Libia. Il Valico è stato chiuso dalla parte libica dopo scontri avvenuti tra gruppi armati per il controllo del punto confine. Secondo il tunisino Business news, a scontrarsi due gruppi rivali: Fajr Libya (Alba della Libia, la coalizione di milizie islamiste che controllano Tripoli) e Amazigh Zouara (milizia berbera della città nord-occidentale libica di Zuara).

La zona principale di conflitto rimane però Sirte, dove le milizie di Misurata, arruolate nell’Esercito libico, stanno tentando la riconquista della roccaforte di Daesh. Sirte è assediata da tre fronti terrestre ed è sotto blocco navale. I circa rimanenti 300 miliziani jihadisti si sono arroccati in sue quartieri, prendendo di fatti la popolazione civile come ostaggi. Nelle ultime 48 ore, le truppe governative hanno perso 34 soldati e circa 200 feriti a causa delle mine disseminate nella zona. Il totale delle vittime tra le forze governative da quando è iniziata la campagna per la liberazione di Sirte – secondo le dichiarazioni del comandante in capo delle operazioni, il generale Mohammed Al Ghosry – è di 338 morti e 1980 feriti.

L’altra città al centro della crisi libica è Derna, prima città conquistata dal falso califfo in Libia. Derna è stata liberata dai daeshisti per cadere nelle mani delle milizie islamiste vicine ad Al Qaeda – Consiglio della Shura dei Mujahiddin – sostenuto con finanziamenti, reclute e armi dalle milizie di Tripoli e Misurata. Derna è assediata dall’Esercito nazionale libico (LNA), guidato dal generale Haftar. L’unico punto di accesso per la città rimane quello del mare. I miliziani impediscono alla popolazione civile di lasciare la città e l’esercito ha rifiutato di togliere l’assedio provocando una crisi umanitaria che richiede un intervento urgente da parte delle istituzioni internazionali. In risposta agli appelli dell’inviato dell’ONU, Martin Kobler, il portavoce dell’esercito nazionale ha imposto come condizione il disarmo della città.

Il capo del Consiglio della Shura dei mujaheddin di Derna, Atiya al Shairi, noto anche con il soprannome di Biqeua, è rimasto ucciso durante uno scontro tra i miliziani islamiste e le forze assedianti.

La terza città libica in stato di guerra è Bengasi. Dopo la sua liberazione da Daesh, per mano delle truppe dell’esercito nazionale, gli jihadisti sono ricorsi alle azioni terroristiche clandestine ed alle azioni di guerriglia urbana. Non occupano più postazioni e sedi fisse, ma sono presenti in alcuni quartieri da dove agiscono nel buio della notte o sparano da auto veloci e fuggono. La stabilizzazione di Bengasi avrebbe dato maggiore prestigio al generale Haftar e quindi i suoi avversari della confraternita Fratelli Musulmani hanno messo in piedi una campagna mediatica per demonizzarlo. L’atteggiamento militarista del generale e la sua alleanza con l’Egitto di Al-Sisi lo hanno isolato nei confronti dell’Italia e Gran Bretagna. Ha invece ottenuto il sostegno della Francia che ha riconsociuto recentemente la presenza di proprie truppe speciali in Libia, in seguito alla morte di 3 ufficiali nella caduta o abbattimento di un elicottero nella località di Maqroun, nei pressi di Bengasi.

La complessità della crisi libica è dimostrata anche dalle interferenze di Al Qaeda. AQIM, il gruppo fedele ad Al Zawahiri, attivo nell’area del Maghreb e del Sahel, ha annunciato il proprio sostegno alle Brigate di Difesa di Bengasi, formazione nata sulle ceneri delle formazioni soccombenti e sponsorizzata dall’ex mufti della Libia, Sadeq Al Ghariani. In una nota diffusa su internet da AQIM, viene elogiata la posizione assunta dall’ex muftì rispetto alla crisi libica.

Della pericolosità della situazione a Bengasi, si è accorto anche il ministro della Difesa del governo di riconciliazione, al Mahdi al Baraghuti, rivale di Haftar, che ha confermato che le Brigate di Difesa di Bengasi rispecchiano l’ideologia di al Qaeda. Va ricordato che questo gruppo armato aveva rivendicato lo scorso 17 di luglio l’abbattimento di un elicottero delle forze LNA, con a bordo militari francesi e libici.

Lo scenario libico non vede all’orizzonte soluzioni positive, sia per la miopia delle classi dirigenti libiche nate dopo la rivolta contro la dittatura, sia per le interferenze straniere di carattere politico e militare, regionali e internazionali. In un recente incontro tra le parti convocato a Tunisi dall’ONU, lo stresso inviato Kobler ha proposto la creazione di tre esercito libici federati in un’unica struttura militare. Una proposta che ha fatto scrivere agli analisti libici di un possibile spartizione del paese secondo interessi stranieri. Nella stampa libica la parola più ricorrente, per definire la fase attuale, è: “Somalizzazione”.

Pensando che la crisi somala risale al 1991-1993, si prospetta un altro quarto di secolo di crisi in Libia.

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    Farid Adly
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Turchia: il nemico di Erdogan

Fethullah Gulen è un carismatico imam e politico turco alla guida del movimento Hizmet. Dal 1999 vive negli Stati Uniti in una sorta di esilio volontario.

75 anni d’età e vanta la pubblicazione di ben 60 libri di teologia islamica. Ha milioni di seguaci che lo venerano come guida spirituale in Turchia e nel resto del mondo islamico e nella sua carriera di predicatore ha costruito un impero economico che vanta centinaia di centri di istruzione in 110 paesi del mondo, giornali, radio e tv ed una banca islamica.

In Turchia, ha proseliti nella magistratura, nei servizi d’intelligence e nelle forze armate e di sicurezza. Gulen, è stato uno stretto alleato di Erdogan e lo aveva sostenuto nella sua scalata al vertice del potere.

Nel 2013, fra i due sono sorti contrasti dopo uno scandalo di corruzione nel quale erano coinvolti alcuni ministri, ed esponenti di alto livello del partito Giustizia e Sviluppo e lo stesso figlio di Erdogan, Bilal.

Gulen è ideologicamente un uomo di destra ed a suo tempo è stato tra i fondatori della Lega per la lotta contro il comunismo. Ma è considerato da tutti un predicatore moderato che dichiara di credere nella scienza, nel dialogo inter-religioso e nella democrazia multipartitica ed accusa Erdogan di manie di grandezza, di interferenze nelle vicende di altri paesi mediorientali e di favorire movimenti fondamentalisti.

Sono noti il suo incontro con papa Giovanni Paolo II e la sua dura condanna dell’attentato terroristico delle torri gemelle, nel 2001.

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    Farid Adly
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Una storia di colpi di stato

I generali turchi hanno dominato la scena politica in tutto il ventesimo secolo.

Il fondatore della Turchia moderna

Mustafà Kemal Ataturk è stato il padre fondatore della Turchia moderna, che ha riscattato il paese dalla sconfitta della prima guerra guerra mondiale e il conseguente smembramento dall’impero ottomano. Le ferite della sconfitta militare sono state curate con l’acceso nazionalismo turco e il generale Ataturk, alla testa del Partito Popolare Repubblicano, ha deposto il sultano Maometto IV, mettendo fine al califfato, fondando la Repubblica Turca diventandone il primo presidente.

Le sue riforme sono andate in direzione occidentalista e fortemente nazionalista, riducendo fortemente il ruolo degli imam. La laicità dello Stato è stata il punto cardine del riformismo kemalista, ma il nazionalismo sciovinista e il militarismo spinto hanno imposto un tetto di limitazioni allo sviluppo armonioso della società turca, con tutte le sue componenti nazionali e sociali. Basti pensare alla questione curda, che in un quasi secolo di vita della Turchia repubblicana non ha trovato una soluzione rispettosa dei diritti culturali e nazionali.

Dal Kemalismo discende la deriva militarista dell’ordinamento costituzionale turco. La gerarchia militare di fatto è diventata la garante del rispetto della Costituzione e i politici al governo erano dei semplici pupi manovrati dall’alto. Fino alla seconda guerra mondiale, la Turchia è stata retta da un regime a partito unico, quello kemalista. Nel dopoguerra, l’introduzione del multipartitismo e l’adesione alla Nato, non hanno scalfito il ruolo dei generali nella vita politica, che dietro la foglia di fico della difesa della laicità dello stato e dell’unità della patria, hanno soffocato ogni aspirazione allo sviluppo progressista e all’autonomia.

Una storia costellata di colpi di stato

Sono stati quattro i colpi di Stato cruenti che hanno interrotto la vita dei governi civili in Turchia.

  1. 1960

Il primo Golpe è stato portato a termine nel 1960. Un gruppo di una trentina di giovani ufficiali hanno deposto il governo democraticamente eletto di Menderes, del Partito Democratico che aveva sconfitto nelle elezioni a partire dal 1950, il partito kemalista Partito popolare Repubblicano. Era un golpe in salsa CIA, perché le politiche economiche del governo Menderes avevano da una parte favorito riforme a favore delle classi meno abbienti, ma nello stesso tempo accresciuto il debito pubblico. Per sfuggire alla morsa del dominio statunitense, Menderes, sull’esempio dell’egiziano Nasser, pensò di rivolgersi all’URSS, per ottenere una linea alternativa di credito. Il colonnello Turkesh non gli ha lasciato il tempo per compiere la visita a Mosca programmata per la firma degli accordi economici. Il colonnello Turkesh, non a caso, è stato tra la ventina di ufficiali turchi che, nel 1948, hanno ottenuto l’addestramento negli Stati Uniti per la formazione di “Stay-Behind”.

Il Golpe serve a riportare il Partito Popolare Repubblicano nella stanza dei bottoni. Nel 1961 vengono infatti tenute nuove consultazioni che riportano la formazione alla guida del Parlamento, anche se la carica di primo ministro e di presidente della Repubblica sono nelle mani degli stessi militari golpisti.

2. 1970

Il secondo golpe è stato messo a segno nel 1971. Ma questa volta per arginare l’influenza delle correnti islamiste nel governo e nelle stesse forze armate. Il Partito popolare Repubblicano non garantiva più i generali che lo manovravano dall’ombra e con il pretesto dell’impasse governativa per l’incapacità di far approvare la legge finanziaria, il generale Tagmac ha presentato al premier Demirel un memorandum che di fatto era un ultimatum. Si chiedeva “l’immediata formazione di un “governo forte” che mettesse fine all’anarchia e rispettasse i principi fondamentali della Repubblica, proclamati da Ataturk, il padre della nazione”. Ma in quella fase, i militari turchi non hanno voluto assumere in prima persona il potere politico, probabilmente consapevoli delle reali difficoltà economiche del paese e del fallimento dei generali golpisti greci, loro vicini alleati nella Nato, ma storici rivali.

Alla carica di primo ministro è stato nominato un professore universitario, Nihat Erim, un tecnico ben accettato dai due partiti che dominavano il Parlamento, “Giustizia” erede del Partito Democratico e quello di destra, Popolare Repubblicano. Per controllare il paese è stata dichiarata la legge marziale.

3. 1980

Il terzo nel Settembre 1980. E’ stato diretto dal gen. Kenan Evren, per mettere fine ad una fase di crescita della sinistra nel paese negli anni ’70. Una sorta di strategia della tensione ha portato il paese ad un conflittualità politica con molte formazioni armate contrapposte, espressioni della destra e della sinistra estrema. Una situazione che rifletteva il clima della guerra fredda. Il gen. Evren si presentava come il salvatore della patria; ha sciolto i partiti, ha cambiato la Costituzione, rafforzando il ruolo del Presidente della Repubblica e si è fatto eleggere a presidente per sette anni.

Nel 2014, è stato condannato all’ergastolo, dopo un’indagine istruita nel 2011 sulle responsabilità dei golpisti del 1980.

Negli anni ’90, la Turchia è entrata in una nuova fase di instabilità per il fallimento delle riforme economiche e l’impossibilità di dare una soluzione giusta alle rivendicazioni curde che vivevano dal 1983 sotto un regime di emergenza militare. Le elezioni del 1995 hanno portato ad un governo di coalizione tra il partito diretto da Yilmaz e quello diretto dalla Ciller, le due persone che si sono alternate alla guida del governo nella fase precedente.

4. 1997

Il quarto colpo di Stato è stato portato a compimento, nel 1997, soltanto con un avvertimento. Il premier Erbakan è stato costretto a presentare le dimissioni sotto la minaccia dei generali, che hanno presentato il passo come un’azione atta a preservare il carattere laico dello Stato.

L’epoca Erdogan

La salita al potere di Erdogan con la vittoria, nelle elezioni del 2002, del partito islamista da lui guidato, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ha ridimensionato il ruolo dei generali; sono state introdotte modifiche alla Costituzione che hanno cambiato il ruolo delle forze armate di difensori della laicità dello stato a “difensori dei cittadini e garanti dei confini e unità dello Stato” ed hanno tolto il loro controllo sulle istituzioni civili, a partire dal Consiglio della sicurezza nazionale, dove i generali sono diventati una minoranza e la presidenza di questo organismo è passata ad un civile nominato dal Presidente della Repubblica. Lo stesso organismo è stato messo alle dirette dipendenze del premier.

Il braccio di ferro tra il partito islamista e i generali è continuato e l’opera di erosione del potere politico delle forze armate è andata di pari passo con le vittorie che gli islamisti hanno ottenuto nelle elezioni del 2007 e nel 2011, passando per il referendum del 2010.

Le repressioni contro i manifestanti di Piazza Taqsim, la svolta autoritaria di Erdogan e le interferenze nella rivolta democratica della vicina Siria, che è stata così trasformata in una guerra civile disastrosa, con violenti riflessi anche sulla Turchia, hanno indebolito il consenso al partito islamista, che nelle elezioni del 2015 ha perso la maggioranza assoluta dei voti e non ha potuto formare un governo di coalizione.

Soltanto la tattica delle elezioni anticipate ha permesso al presidente Erdogan di riprendere la maggioranza assoluta e di poter rimanere al vertice del potere incontrastato in Turchia. Una democrazia parlamentare di facciata che nasconde una dirompente deriva autoritaria di stampo islamista, vestita con panni di modernità. Un’erosione strisciante dei diritti e delle libertà che non può non allarmare l’opinione pubblica democratica in Europa, Unione Europea alla quale Ankara chiede di accoglierla a pieno titolo e non esita ad usare l’arma del ricatto dei rifugiati per ottenere concessioni.

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    Farid Adly
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Liberare Mosul. Ma come?

Liberare Mosul. E’ questo il tema della stampa irachena che fa eco ai piani del governo e della coalizione guidata dagli Stati Uniti.

La riconquista della base aerea di Al-Qayyara ha dato una spinta al morale dell’esercito. “Mosul è sotto tiro”, dice il portavoce delle forze armate irachene. La base aerea di Al Qayyara, infatti, dista soltanto 70 km dal centro di Mosul. I miliziani sono in fuga da diversi villaggi della zona, dopo la sconfitta a Al-Qayyara. Nella loro ritirata, verso Mosul o verso il confine siriano, si sono vendicati minando 5 pozzi petroliferi, causando così un ingente danno economico e un enorme inquinamento dell’ambiente.

In Iraq, come in Siria, il territorio sotto il dominio di Daiesh è sempre più ridotto. Rispetto al gennaio 2015, il cosiddetto Califfato di Al-Baghdadi ha perso il 45% dei suoi territori amministrati in Iraq. La sconfitta recente di Fallouja è stata cocente. L’arresto di alcuni suoi capi in fuga da Fallouja, truccati da donna dopo aver rasato la lunga barba, ha reso il movimento una barzelletta sulla bocca di molti, anche se c’è chi sospetta che questa sia stata una bufala propagandistica confezionata nei laboratori della guerra psicologica delle milizie Hashd Shabbi (Mobilitazione Popolare) di confessione sciita e a guida iraniana.

La campagna per Mosul non ha ancora una chiara strategia. Quale ruolo per i guerriglieri Peshmerqa curdi, che sono stati in passato la principale diga di contenimento contro l’avanzata del Daiesh? E soprattutto con quali alleati sunniti, il governo di Haidar Al-Abbadi vuole portare avanti la battaglia, senza che vi siano vendette messe in atto dalle milizie sciite, sue alleate? Sono domande che non si possono eludere, sia perché sono il nocciolo della crisi irachena, sia per i pericoli di coinvolgere nella battaglia un milione di civili ancora residenti a Mosul, amministrata dal sedicente califfato.

Il falso califfo sta perdendo terreno, ma non ci sono segnali sufficienti di resistenza all’interno della città da parte della popolazione. Per il momento, ci si è limitati ad azioni passive di contrasto allo strapotere dei miliziani, come scrivere sui muri la lettera M, iniziale di Muqawama, Resistenza.

Al di là dell’entusiasmo propagandistico, che fa dire ai capi militari “La vittoria è a portata di mano”, la questione è più complessa. Un analista iracheno scrive, oggi, che “i miliziani del Daiesh sono una minoranza, ma feroci e spietati e questa loro fama semina il terrore tra le gente comune. Senza la rivolta interna della città, sarà un bagno di sangue”.

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    Farid Adly
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“La liberazione di Sirte dall’Isis è vicina”

Forze governative libiche stanno combattendo contro Daesh (o Isis) a Sirte e stanno liberando la città dopo un anno e mezzo di occupazione da parte del sedicente Califfato. Non sono soldati regolari dell’esercito, ma milizie di Misurata guidate da ufficiali dell’esercito, nominati dal governo incaricato. I risultati finora ottenuti, senza grandi aiuti internazionali, sono importanti. I jihadisti sono stati costretti ad arretrare da una postazione dopo l’altra e adesso sono asserragliati all’interno della città, prendendo la popolazione civile come ostaggio.

L’offensiva a tenaglia è costruita su tre direttrici, due da Ovest e Sud, con le milizie di Misurata, e da Est con le guardie degli impianti petroliferi. Le truppe del generale Haftar invece sono attestate a Sud, ma sono lontane dal campo di battaglia; il grosso delle sue forze sono impegnate nelle battaglie per Bengasi e Derna. L’assedio terrestre e navale è sostenuto dall’aviazione libica, che ha bombardato il centro congressi di Sirte, utilizzato dai jihadisti come comando centrale.

Nei mesi scorsi sono corse voci sulla presenza, a Misurata, di militari statunitensi e britannici, in compiti di consiglieri militari. Addirittura si è parlato dell’uccisione di un soldato britannico, ma la notizia non è stata mai ammessa da Londra. Di fatto, questa prima e parziale vittoria su Daesh è tutta libica, malgrado la persistenza dell’embargo internazionale contro l’esercito libico.

È sicuramente una vittoria di Fayez Sarraj, il premier incaricato e impone un dato di fatto: le milizie di Misurata sono una forza centrale per l’unità del Paese. Questo equilibrio nelle forze anti Daesh potrebbe portare ad accelerare l’accordo politico. In effetti, il presidente del parlamento riunito a Tobruk ha convocato per il prossimo lunedì una seduta con all’ordine del giorno la modifica costituzionale e il voto di fiducia al governo Sarraj.

La tv di Misurata ha trasmesso la diretta dalla rotatoria di ingresso alla periferia occidentale di Sirte, dove i pick-up misuratini, blindati artigianalmente e trasformati in carri armati, occupavano la piazza, una volta usata dai jihadisti come patibolo con una forca per impiccare e crocifiggere le vittime dei terroristi. Al posto della bandiera nera del sedicente Califfato, adesso sventola la bandiera dell’indipendenza libica. Secondo il portale libico Al Wasat, il capo di Daesh a Sirte, Hamed Maalouqa, sarebbe stato ucciso.

La popolazione di Sirte è presa in ostaggio. Non è mai stata accondiscendente con gli occupanti stranieri di Daesh, ma non ha avuto scampo. Nel 2015 ci sono stati anche dei moti di subordinazione, ma sono stati soffocati con impiccagioni e sgozzamenti di decine di giovani dei quartieri ribelli.

Il comandante delle truppe governative, Mohammed al Ghasri, ha detto che “le perdite sono state enormi, ma la liberazione della città è vicina”. Sicuramente prima di entrare con le truppe alla conquista delle strade della città, si dovranno fare i conti con i cecchini e le trappole esplosive, oltre alla vocazione suicida dei jihadisti.

Il premier incaricato ha mandato un messaggio di incoraggiamento per le truppe al fronte. Il tentativo è quello di sfruttare al massimo questa vittoria per rafforzare, sia a livello interno, sia internazionale, il governo di unità nazionale e per convincere l’Onu a sbloccare l’embargo sulle armi.

Nella città di Sirte gira voce che la maggior parte dei jihadisti sono già scappati via, verso Sud. Un cittadino di Sirte ha detto a Radio Popolare, che “molti jihadisti di Daesh, soprattutto quelli di nazionalità libica, si sono tagliati la barba, per confondersi con i civili”.

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    Farid Adly
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Gli interrogativi sulla strage jihadista

Amman come Parigi e Bruxelles. Un commando di terroristi ha fatto irruzione di prima mattina, nel primo giorno di Ramadan, ha sparato e lanciato bombe a mano contro l’ufficio dei servizi di sicurezza, al secondo piano di un edificio alle porte del campo profughi palestinesi di El Baqa’a, alla periferia settentrionale della capitale giordana. Cinque persone sono state uccise, tutti dipendenti dai Servizi: due impiegati e tre ufficiali. Si è evitata una strage ben più pesante, soltanto perché non era ancora iniziato il turno mattutino. Il personale presente in ufficio era quello del turno della notte, ridotto rispetto al lavoro diurno.

Per il momento nessuna rivendicazione, probabilmente perché due dei terroristi sono stati arrestati. Tutti gli analisti, però, puntano il dito contro Daiesh. Il ministro dell’informazione, Mohammed Al-Moamany, ha accusato implicitamente gli islamisti: “Gli autori sono elementi criminali, che non rappresentano la nostra fede moderata e che hanno versato sangue innocente nel primo giorno del Ramadan, il mese del digiuno e del perdono”. Queste parole possono essere interpretate come accusa ai jihaidsti siriani e iracheni oppure anche agli islamisti giordani.

L’altra ipotesi che viene avanzata, infatti, è la militarizzazione dell’estremismo islamista giordano, in seguito alle misure restrittive del governo contre la Fratellanza Musulmana, con la chiusura delle sedi e il ritiro delle licenze per le attività dei loro circoli.

Il campo profughi El Baqa’a è il più grande campo palestinese in Giordania ed è esistente dal 1967, ed è abitato di circa 100 mila persone, ai quali si sono aggiunti negli anni recenti i rifugiati siriani, in seguito al’accuirsi del conflitto nel paese arabo confinante.

Il sedicente Califfato non ha mai nascosto le sue minacce alla Giordania, considerata un perno importante della Coalizione, organizzata da Washington, per combattere il jihadismo in Iraq e Siria. La crudeltà con la quale era stato ucciso, arso vivo, il pilota giorndano, Muaz Qasassbeh, catturato nel nord della Siria nel dicembre 2014, dimostra il livore che i capi del jihadismo nero tengono nei confronti dell’azione della Giordania.

Uno dei perni sui quali Daesh potrebbe fare leva è la divisione nella società giordana tra la popolazione indigena e quella palestinese. Ma il governo, nella sua comunicazione, sembra voler scongiurare che queste diverse sensibilità possano diventare una frattura ulteriore nella quale l’azione terroristica tenti di incunearsi. Anche le autorità palestinesi sono sensbili al tema e non è tardata infatti la condanna da parte dell’ANP, per bocca dello stesso presidente, Mahmoud Abbas. Anche il movimento islamista Hamas ed altre organizzazioni palestinesi, che hanno uffici di rappresentanza in Giordania, hanno espresso cordoglio al governo ed alle famiglie delle vittime del dovere.

Lo stesso ufficio dei servizi di sicurezza di El Baqa’a è stato obiettivo di un fallito attacco simile, nel 2009, e allora il governo aveva accusato Al Qaeda di essere dietro l’operazione terroristica.

Se è terrorismo esterno oppure interno lo diranno le indagini e gli interrogatori dei due terroristi arrestati. Gli inquirenti stanno visionando tutte le registrazioni video delle camere di sorveglianza nella zona, per raccogliere ulteriori elementi. La stampa giordana sostiene che le forze di sicurezza sono alla ricerca di un’auto bianca che ha portato gli assalitori nel luogo dell’attentato.

Tre mesi fa, nella città settenterionale di Irbid, vicina al confine con la Siria, le forze speciali giordane hanno intercettato una cellula armata di jihadisti di Daesh, ingaggiando con loro una battaglia durata diverse ore, finita con sette miliziani e un agente uccisi. Dalle carte sequestrate nelle abitazioni dei membri della cellula, sono venute fuori piani terroristici per organizzare attacchi ad Amman e altre città giordane, sul modello attuato a Parigi prima e poi a Bruxelles.

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    Farid Adly
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Fallujah contesa

Liberare Fallujah dalle grinfie di Daesh è un obiettivo strategico per il governo di Baghdad. Ma è anche una prova delle sue capacità di gestire una situazione difficile in una provincia a maggioranza sunnita. Fallujah è stata la prima città irachena occupata dai miliziani di Daesh e sottratta al controllo governativo.

La perdita di Fallujah, nel gennaio 2014, ancora prima dell’autoprocalamazione del falso Califfato, è stata il risultato di una sciagurata politica di discriminazione confessionale dell’ala oltranzista del governo Al Maliki, che ha fatto dello scontro frontale con i sunniti il motivo della propria propaganda ed azione politica. Una ferita dell’unità nazionale, slogan tanto sbandierato, che ha aperto varchi all’azione degli jihadisti.

Ad oltre due anni dalla caduta della città, che aveva dato filo da torcere agli invasori statunitensi nel 2004, lunedì scorso le truppe speciali irachene hanno assaltato, all’alba e dopo oltre un mese di assedio, il centro abitato su tre direttrici. Secondo quanto annunciato dal premier Al-Abbadi sarebbe la terza e definitiva fase per la liberazione della città “entro 48 ore”. Un’enfasi e una sicurezza che non sembrano condivise dai militari sul fronte. I portavoce militari da Fallujah, infatti, hanno parlato di una campagna lunga e di aver incontrato una forte resistenza.

Le operazioni a terra sono sostenute dai raid aerei della Coalizione statunitense. Si registra, però, una sostanziale differenza di strategia tra iracheni e statuniteni. Washington è preoccupata per le possibili vendette delle milizie sciite Hashd Shaabi (Mobilitazione Popolare), che in passato hanno compiuto azioni di pulizia etnica e confessionale nei confronti dei civili sunniti, a Tikrit e a Ramadi.

In effetti, nel secondo giorno dell’offensiva, i rapporti dal fronte sono contrastanti. Mentre da Baghdad si parla della ripresa del quartiere Shuhadaa nella parte sud ovest della città, notizie raccolte dall’interno di Fallujah, da parte di network televisvi arabi, sostengono che l’avanzata delle truppe speciali è stata rallentata dalle operazioni dei suicidi, messa in campo dai miliziani jihadisti. Per non parlare delle mine e delle trappole esplosive disseminate in tutte le principali arterie che conducono al centro abitato.

Il rallentameto dell’avanzata è riconosciuto dallo stesso portavoce del governo che adduce la necessità di evitare grosse perdite fra la popolazione intrappolata. 50 mila civili sono ancora dentro la città assediata da oltre un mese e ci sono notizie di morte per fame e sete. Oltre alle bombe dell’artiglieria e dei raid aerei. I pochi sfollati che sono riusciti a fuggire dalle grinfie di Daesh e si sono rifugiati dietro le linee del fronte, assistiti dalle organizzazioni umanitarie, hanno raccontato che i jihadisti hanno ucciso i giovani di Fallujah che si sono rifiutati di combattere al loro fianco. Non sono mancate però anche le testimonianze di maltrattamenti subiti per mano delle milizie sciite Hashd che affiancano l’offensiva delle truppe governative.

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    Farid Adly
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I video dei migranti soccorsi

Un barcone con un centinaio di persone a bordo si è rovesciato di fronte alla città di Zuara, a circa 35 miglia dala costam libica. Ci sono decine di morti, tra i 20 e i 30, secondo le prime testimonianze. 88 sono stati tratti in salvo. Sul posto sono intervenute anche le motovedette della Guardia costiera. L’allarme è stato dato da un velivolo del programma EuNavfor Med, la missione dell’Unione Europea incaricata di sorvegliare la parte sud del Mediterraneo.

Nelle ultime 24 ore, sono stati 16 le operazioni di salvataggio e soccorso. Secondo alcune stime sarebbero 2600 le persone salvate. Ai porti siciliani di Palermo e Messina sono arrivate le prime navi e sono tutt’ora in corso le operazioni di identificazione e di sistemazione. A Palermo, la nave Dattilo ha portaqto in salvo oltre 1000 migranti. A Messina, una nave inglese ha portato 485 migranti. La Polizia di Stato e la Guardia di Finanza hanno fermato 17 persone tra gli sbarcati a Palermo. Sono accusati di essere gli scafisti dei gommoni partiti dalle coste libiche. Gli investigatori sono arrivati alla loro identificazione, controllando i filmati e le immagini raccolte sulla nave e soprattutto grazie alla testimonianza di 25 migranti.

 

Il Tweet con il commento del Ministro della Difesa Roberta Pinotti in merito ai salvataggi della Marina militare.

 

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    Farid Adly
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Tutti gli interrogativi sull’EgyptAir scomparso

L’inchiesta sulla caduta in mare dell’airbus Egyptair è costellata di scoop giornalistici e di fughe di notizie incontrollate e successive smentite. Soltanto il ritrovamento, a 290 km dalle coste egiziane nel tratto di mare prospiciente la città di Alessandria, aveva trasformato il capitolo da aereo scomparso a precipitato nel Mediterraneo sud-orientale. L’aeronautica e la marina egiziane non hanno lesinato uomini e mezzi per arrivare ad un risultato concreto per risolvere l’enigma di quella scomparsa del velivolo con 66 persone a bordo. Le implicazioni politiche ed economiche erano forti e toccavano le relazioni con la potenza amica, la Francia, e la ripresa del turismo, una scommessa sulla quale il governo del Cairo aveva posto molte speranze per risollevare le sorti della stabilità.

Contro tutte le attese, il governo egiziano ha assunto una posizione che faceva prevalere la pista dell‘attentato terroristico. Mentre Parigi e Washington sostenenvano che era troppo presto per indicare uno scenario credibile.

Martedì, un medico del centro di analisi, che ha compiuto gli esami autoptici sui resti delle sventurate vittime, ha dichiarato che le piccole dimensioni dei resti indicano che la causa della caduta è sicuramente un‘esplosione interna. Non sono passate neanche 12 ore che il capo della struttura e membro della commissione investigativa, Hisham Abdel Hameed, aveva smentito che ci siano indizi inequivocabili per propendere su una tesi rispetto alle altre. “Tutte le dichiarazioni che girano sono soltanto delle ipotesi di lavoro, ma non c’è ancora nessuna prova materiale concreta che ci dà la certezza completa. Non sono state ancora trovate tracce di esplosivo – ha proseguito il capo del team medico – e quindi non si può affermare con certezza che sia stata una bomba”.

Questa ridda di voci sugli esami ha costretto le autorità egiziane a continue smentite. Lo stesso portavoce del ministero della Giustizia ha esplicitamente escluso che siano state trovate tracce di esplosivo nei tessuti umani. La cosa certa invece è che la commissione medica ha chiesto a diverse famiglie delle vittime del volo MS 804, di sottoporsi all’analisi del DNA, per poter risalire all’identificazione dei resti recuperati. La notizia trova conferma in diverse testimonianze dirette degli stessi familiari.

Non solo la stampa egiziana ha fatto a gara a divulgare notizie affrettate, ma anche quella internazionale non è stata di meno. Soprattutto quella britannica e statunitense. Per gli evidenti motivi della presenza massiccia delle agenzie di intelligence delle due potenze nell’Est del Mediterraneo, le testate di Londra e Washington hanno più facile accesso alle rivelazioni dei propri governi. Più prudente quella francese.

In effetti, in mancanza delle due scatole nere e prima di trovare tracce di esplosivo non si potrà escludere nessuno dei diversi scenari possibili, dal guasto tecnico, all’errore umano e dal tentativo di dirottamento fino alla collocazione di una bomba o l’azione di un kamikaze.

Anche la traiettoria della caduta viene adesso messa in dubbio dalle autorità egiziane, che hanno chiesto alla Grecia e Francia i tracciati radar per completare la documentazione in mano alla procura del Cairo. Da Atene si insiste sulla virata ad angolo retto e l’abbassamento di quota, prima della spariazione dell’aereo dagli schermi radar. E si conferma che a partire da mercoledì, verrà inviato il materiale richiesto dagli investigatori egiziani.

Per la ricerca delle due scatole nere, alle unità della marina militare egiziana si è affiancata una nave francese. Gli egiziani hanno messo in campo anche un sottomarino-robot con capacità di arrivare fino alla profondità di 3 mila metri per perlustrare i fondali alla ricerca della prova regina.

Per i familiari è una vicenda dolorosa, che prenderà sicureamente molto tempo per arrivare alla verità giudiziaria. Inchiesta che dalle sue risultanze dipendono molte responsabilità sulla gestione della sicurezza e, un particolare non meno importante, diverse responsabilità assicurative.

Il governo egiziano su questa vicenda sembra aver preso un impegno di trasparenza per garantirsi una fetta di credibilità in seguito al caso Regeni ed al giro di vite contro le opposizioni, che ha visto messa in campo una pratica come quella delle sparizioni forzate.

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    Farid Adly
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Prove di stabilizzazione. Ma la soluzione è lontana

A Vienna una giornata dedicata alla Libia.

I rappresentanti di quattro organismi internazionali, ONU, UE, Lega Araba e Unione Africana – insieme ai ministri degli esteri di 20 paesi: i cinque membri permanenti dell’ONU, i paesi confinanti e della regione, dietro invito di Stati Uniti e Italia – si sono riuniti nella capitale austriaca per trovare una via alla “stabilizzazione della Libia”.

Un obiettivo impegnativo, visti i risultati della precedente riunione a Roma il 13 dicembre 2015, che ha sì portato alla firma dell’accordo di Skhierat, in Marocco, ma che poi non ha fatto fare veri passi avanti nell’avvio di un percorso unitario che metta fine al dualismo di potere o meglio al vuoto di potere che sta di fatto favorendo l’espansione di Daiesh nella parte centrale del Paese.

La comunità internazionale, infatti, nicchia e non decide chi e come sostenere nello scenario politico libico. Ci sono interessi e alleanze diverse e soprattutto non c’è accordo su una strategia comune.

Il premier incaricato Sarraj è presente a pieno titolo in questa Conferenza ed è la prima volta che un esponente politico libico siede in queste riunioni allo stesso livello degli altri partecipanti; un’anomalia che la dice lunga sulle contraddizioni tra le potenze occidentali.

Sarraj ha avuto il merito di mettere fine a una speculazione ricorrente sulla necessità dell’intervento straniero. Il premier libico ha detto chiaramente che non vuole chiedere e non chiederà un intervento straniero, ma vuole la fine del blocco degli armamenti all’esercito libico. E dalla riunione di Vienna la risposta è stata: “vedremo”.

Il comunicato finale si limita a parlare di alleggerimento dell’embargo e di addestramento delle forze alle dipendenze del governo di unità nazionale. Una finezza linguistica e diplomatica che segna il grado di attendismo nella politica internazionale e regionale sulla crisi libica. Il governo unitario, infatti, per il momento non c’è ancora e quindi tutto è rimandato al voto di fiducia da parte del Parlamento di Tobruk.

Scoglio inevitabile, ma che significa un accordo con il generale Haftar, che ha avuto il merito di liberare Bengasi da Daiesh. Difficile comprendere l’ostilità italiana al ruolo del generale Haftar, che viene designato da diversi analisti italiani, probabilmente su suggerimenti della Farnesina, come il fedelissimo di Gheddafi. Una grande bugia, perché il generale ha rotto con l’ex dittatore già nel 1978, alla fine disastrosa della terza guerra libica in Chad e si è rifugiato negli Stati Uniti, dove ha formato un gruppo di opposizione al regime ed è tornato in Libia soltanto nel febbraio 2011, immediatamente dopo l’inizio dell’insurrezione di Bengasi.

Il suo ruolo militare nella caduta della dittatura è stato determinante ed ha dimostrato grande “sensibilità politica”, cedendo il comando delle forze armate del CNT all’ex ministro di Gheddafi, Abdel Fattah Younis, assassinato poi dai jihadisti infiltrati. E’ chiaro che Haftar ha il difetto, agli occhi degli occidentali, di essere l’alleato del generale Al Sissi, il nuovo rais del Cairo.

Il generale però non è solo e conta su un’alleanza politica minoritaria, ma determinante; soprattutto, dal punto di vista militare, è riuscito ad organizzare l’esercito nazionale libico e controlla vasti territori in tutto l’Est della Libia e una regione nell’Ovest, quella di Zentan. A suo fianco in particolare c’è il presidente del Parlamento, Aqila, che con mezi discutibili è riuscito a bloccare le sedute del Parlamento dedicate al voto di fiducia e che per questo suo atteggiamento ha ricevuto sanzioni dall’Unione Europea e dal Dipartimento di Stato USA.

Nel pomeriggio di lunedì è arrivato a sorpresa a Vienna proprio Aqila. “Ha in tasca una proposta per superare l’impasse senza ingerenze straniere”, dicono i suoi sostenitori.

Le potenze occidentali inoltre sono divise sul da farsi e sanno che sostenere una parte libica contro l’altra ha soltanto un risultato: la spartizione del paese con il rafforzamento di Daiesh, che da ieri minaccia Bani Walid, città a sud ovest di Misurata ed a soli 180 km a sud della capitale.

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    Farid Adly
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Perché l’intervento militare è inopportuno

L’eventuale avventura italiana in Libia si presenterebbe nelle peggiori condizioni. Prima di tutto con “l’armiamoci e partite” delle altre quattro potenze occidentali riunite ieri a Hannover. Il vertice Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna insieme all’Italia ha deciso di mettere la Libia in cima all’agenda per la lotta contro Daesh e il traffico di esseri umani. Ma subito dopo ciascun Paese si è sfilato dall’impegno in prima linea. Il ministro della Difesa francese, Jean-Yves Le Drian ha annunciato che Parigi “è pronta a garantire la sicurezza marittima”.

Sul Corriere della Sera ieri è stata anticipata la notizia che 900 soldati italiani sono pronti per partire per il Paese nordafricano, appena sarà perfezionata la procedura istituzionale. La Repubblica, invece, ha avanzato altri numeri ridimensionati a 250 soldati. Sulla Stampa, la ministra della Difesa Pinotti ha annunciato che per contrastare l’immigrazione irregolare si entrerà entro tre mesi nella seconda fase del piano con l’impegno della Nato per la sorveglianza delle coste in acque territoriali libiche.

La seconda motivazione dell’inopportunità dell’intervento italiano riguarda le reazioni libiche. In Libia l’appoggio italiano al governo Sarraj di fatto si è tramutato in un sostegno alle fazioni islamiste, secondo le interpretazioni dell’altro governo ancora in carica. Il generale Paolo Serra, consulente della missione Onu in Libia, ha riconosciuto, in un’intervista a Panorama, che fra gli alleati del nuovo governo guidato da Sarraj ci sono i “poliziotti” di Abdel Aruf Qara e i miliziani di Abdelhakim Belhadj, entrambi ex jihadisti qaedisti che hanno combattuto in Afghanistan. Ha anche ammesso che l’Onu tratta con tutte le forze sul terreno a parte Ansar al Sharia, Al Qaida e Daesh. “Non abbiamo preclusioni – ha ammesso – per trovare una soluzione politica. Queste milizie si sono dichiarate favorevoli a una nuova istituzione governativa. Ci si può fidare se il contatto è basato sul reciproco rispetto”.

La cautela con la quale il governo Renzi sta trattando la vicenda della missione militare non sarà mai troppa. La nota di Palazzo Chigi sulle fughe di notizie apparse sulla stampa nazionale è stata secca: “Nessuna offerta di fronte a nessuna richiesta”. È nota da tempo l’esistenza di un piano – confermato recentemente in via confidenziale – per la spedizione di 250 soldati a difesa delle sedi diplomatiche a Tripoli. In effetti, bisogna prima di tutto sapere cosa andare a fare, per non impantanarsi in un’avvenutra militare dolorosa. Un conto è la protezione delle sedi diplomatiche e degli organismi internazionali a Tripoli, un’altra è mandare soldati per proteggere i pozzi in mezzo al deserto. Una terza cosa ancora è combattere contro Daesh.

Dal lato libico, la situazione non è del tutto chiara. Lo stesso comunicato stampa di Sarraj è ambiguo e parla di richiesta di sostegno per proteggere gli impianti petroliferi, sostegno che si potrebbe svolgere con il monitoraggio dei cinquemila chilometri di frontiera terrestre, soprattutto quelle a Sud, da dove arrivano miliziani jihadisti e traffici d’armi. Le intenzioni di Sarraj per il momento si limitano a essere un comunicato e non un passo diplomatico con richiesta ufficiale di questo sostegno, che non è esattamente una richiesta di intervento militare.

Non solo, ma adesso si è messo di traverso anche il parlamento eletto che accusa esplicitamente l’Italia di mire sul petrolio. In una conferenza stampa, il presidente del parlamento Aqila, ha alzato la voce in risposta alle dichiarazioni della ministra Pinotti. L’uscita allo scoperto del presidente Aqila, colpito da una sanzione Ue per aver ostacolato di fatto il voto di fiducia al governo Sarraj, è motivata anche da come si sta conducendo in sede Onu e nelle cancellerie occidentali, che privilegiano i rapporti con le componenti islamiste, assicurando a loro un’influenza politica sulle sorti della futura Libia, a scapito delle altre componenti, quelle autonomiste regionali e l’alleanza delle forze nazionali e democratiche.

La situazione libica appare spaccata in due realtà contrapposte e non dialoganti, esattamente come nella fase precedente ai negoziati di Skheirat. La differenza è che le potenze occidentali sono riuscite a mettere al centro della trattativa la componente islamista, spurgata dalle frange estremiste. Nel mirino della comunità internazionale sono finiti per essere il presidente del parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale, Aqila, e il capo di Stato delle forze armate, il generale Haftar, che ha combattuto e vinto la battaglia contro Daesh a Bengasi.

Il braccio di ferro sulla figura del generlae Haftar è il centro dello scontro politico. La sua azione contro Daesh non viene riconosciuta dalle cancellerie occidentali e dall’Onu, che continuano a mantenere l’embargo sul riarmo. L’inviato speciale delle nazioni Unite, Kobler, lo ha declassato a capo di una fazione, sostenendo che “l’Esercito Nazionale guidato dal generale Haftar non è l’esercito libico riconosciuto da tutti”. L’inviato dell’Onu non ha escluso altre sanzioni contro personalità e istituzioni libiche che continuano le operazione ostruzionistiche nei confronti del governo Sarraj. Queste affermazioni sono state interpretate a Tobruk come un accenno all’arrivo di nuovi rifornimenti militari all’esercito nazionale libico guidato dal generale Haftar. E così il voto di fiducia per il governo Sarraj si allontana sempre di più, perché sono i deputati fedeli al generale a bloccare i lavori dell’assemblea legislativa libica e a impedire il raggiungimento del numero legale.

In una polarizzazione politica così forte, un eventuale intervento occidentale sarebbe come l’ingresso di un elefante nella stanza di cristalli.

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    Farid Adly
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Washington-Riad, la fine di un amore?

Una difficile visita quella del presidente Barack Obama in Arabia saudita. L’ex principale alleato arabo degli Stati Uniti è in rotta di collisione con la politica dell’amministrazione Obama.

Gli incontri di Obama sono cominciati mercoledì con il monarca Salman e sono continuati giovedì con il vertice dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Durante i meeting sono stati affrontati diversi dossier, che vanno dalla politica petrolifera a quella finanziaria, oltre alle crisi regionali (Siria e Yemen). Ma il più importante è il dossier sull’Iran, il Paese islamico (sciita) nemico della famiglia reale saudita. La divisione confessionale all’interno della famiglia islamica è prepotentemente sfruttata dale due potenze regionali, Arabia Saudita e Iran, per alimentare lo scontro per l‘egemonia sul Medio Oriente.

Le monarchie del Golfo non hanno legittimità democratica e si sono rette soprattutto sul sostegno militare e di intelligence dell’Occidente e in particolare di Washington. Ma dall’accordo sul nucleare iraniano, le petrolmonarchie sono entrate in fibbrillazioni e hanno cominciato a cercare altre sponde, in rapporti molto più stretti con l’Europa, Francia in primis, e con Russia e Cina.

C’è poi l’ombra del terrorismo jihadista, che le monarchie combattono in casa propria, ma con il quale simpatizzano e soprattutto fagocitano in dollari e armi, fuori dai propri confini.

Il giorno prima dei due vertici si è tenuta la riunione dei ministri della difesa e dei capi delle agenzie di Intelligence dei Paesi appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo, con il segretario di Stato USA alla difesa, Ash Carter. Un incontro che ha ribadito l’impegno di Washington per la difesa della stabilità delle monarchie del Golfo.

Le contraddizioni e le crepe nelle relazioni tra paesi del Golfo e Stati Uniti assumono anche aspetti di politica interna a Washington. Negli USA il congresso sta studiando una legge che permetterà di chiedere indennizzi ai Paesi stranieri per atti di terrorismo compiuti da loro cittadini. Alla vigilia della visita di Obama il ministro degli esteri di Raid, Al Giubeir, ha minaciato il ritiro degli investimenti sauditi nel tesorso USA. Una dichiarazione alla vigilia della visita di Obama che non è stata una mossa diplomaticamente amichevole.

Nel suo discorso al vertice e nella conferneza stampa, il presidente Obama ha pronunciato le parole che i monarchi volevano sentire, ma non è chiaro se tutte le problematiche siano state risolte per davvero. “Ci sono tra di noi divergenze di opinioni, ma dobbiamo credere che con il confronto le possiamo superare”, ha detto. Obama ha difeso la firma dell’accordo sul nucleare iraniano, sostenendo che “nessuna delle nostre nazioni ha interesse a entrare in conflitto con Teheran”. E poi ha aggiunto che il regime iraniano continua la sua opera di destabilizzazione nella regione e gli USA hanno bloccato più di una volta le esportazioni di armi iraniane in Yemen.

Anche sulla Siria, le parole di Obama coincidevano con le aspettative di re Salman & company: la tregua è in pericolo a causa delle violazioni del regime di Assad e la soluzione non può che essere con il suo allontanamento.

Un vertice dominato dalle questioni politiche, che hanno messo in secondo piano quella petrolifera, visto anche il venire meno delle forti dipendenze statunitensi dalle importazioni. Un altro tema soltanto accennato è quello del prosciugamento delle fonti di finanziamento dei terroristi. Una visita interlocutoria che ha salvato la faccia alle petrolmonarchie e ha rinsaldato la leadership di Raid nel mondo arabo. Proprio Riad che non ha sostenuto l’elezione di Obama e invece si appresta a sostenere Clinton.

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    Farid Adly
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“Irhal, irhal”, vattene Al Sisi

“L’Egitto non è in svendita!”. Questo lo slogan più scandito nelle manifestazioni del “Venerdì della Terra”. Al Cairo, ad Alessandria e in tutte le province egiziane, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro la cessione all’Arabia Saudita dei due isolotti di Tiran e Sanafir. Una mobilitazione che è stata indetta da alcuni mediattivisti sui social network, ma che ha avuto l’adesione di molte forze politche di opposizione, compresa la Fratellanza Musulmana, dichiarata fuori legge dal regime nel 2013 in seguito alla destituzione di Morsi.

Imponenti manifestazioni hanno caratterizzato le mobilitazioni al Cairo, malgrado le autorità abbiano chiuso tutti gli accessi a Piazza Tahrir e fermato la metropolitana. Giovedì il Ministero degli interni ha raccomandato in un comunicato ufficiale, pubblicato da stampa radio e tv, di non scendere in piazza in occasione del “Venerdì della Terra”, proclamato dalle forze di opposizione sia laiche che islamiste. Lo stesso presidente Al Sisi, nel suo discorso in diretta, aveva parlato contro le manifestazioni, chiedendo che non si parli più della questione dei due isolotti.

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Isola di Sanfir

Ma il malcontento che serpeggia nella società egiziana è prevalso e migliaia di persone sono scesi in piazza subito dopo la preghiera del Venerdì, per riversarsi in diversi punti della capitale. Scontri e arresti davanti alla sede del sindacato dei giornalisti dove i manifestanti hanno tentato di sfondare il cordone di polizia per raggiungere la piazza simbolo delle manifestazioni del 25 gennaio di cinque anni fa. La stampa egiziana parla di manifestazioni imponenti in diverse altre province, con scontri e arresti. In alcuni casi, le manifestazioni hanno preso la forma di lunghi serpentoni di migliaia di uomini in fila indiana, che si ingrossavano da una moschea all’altra. Gli slogan gridati dai dimostranti vanno dalla rivendicazione dell‘integrità territoriale (appunto, “L’Egitto non è in svendita” oppure “La terra è l’onore”), alla fine del regime (“Il popolo vuole la caduta del regime”, come contro Mubarak e “Irhal, Irhal!- vattene, vattene” rivolto questa volta ad Al Sisi). La parola più scandita è “libertà”. Cartelli scritti a mano e foto degli scomparsi nelle prigioni dei servizi segreti, senza processi, senza accuse e dei quali i parenti non sanno nulla. Non è mancata la presenza di una foto di Giulio Regeni, con la scritta: “Regeni è un a vittima della repressione contro l’opposizione”.

Il malcontento della politica repressiva del regime serpeggiava da tempo nella società egiaziana, malconteto che il regime ha soffocato con il pretesto del terrorismo di Daesh nel Sinai, dell’organizzazione Beit Al-Maqdis. Oltre alla repressione dura contro ogni forma di dissenso, il regime ha fallito nella sua politica economica e gli scandali hanno costretto Al Sisi ha cambiare governo e imporre rimpasti ministeriali.

La società civile egiziana, che non si è mai tirata indietro nella rivendicazione delle libertà democratiche, ha avuto una spinta con il caso dell’assassinio del ricercatore italiano Giulio Regeni. La gestione maldestra del regime di questo drammatico caso e l’insistenza a difendere l’indiffendibile per salvare i torturatori di Regeni, ha isolato il regime e lo ha indebolito.

Secondo osservatori egiziani, l’inadeguatezza di Al Sisi si è palesata e la crisi del regime potrebbe inasprirsi. Anche sulla stampa governativa si leggono critiche all’operato del governo in diverse materie, da quelle economiche a quelle dei servizi al cittadino. E’ vero, sono critiche che non toccano il capo dello Stato e la struttura delle forze armate, ma hanno determinato un clima di sfiducia nelle capacità di un uomo solo al comando a risolvere i problemi enormi del Paese. Non sono servite le campagne nazionalistiche-patriottiche per nascondere il fallimento sia nelle materie della sicurezza, come l’abbattimento dell’aereo russo nel Sinai, sia il dirottamento del volo Alessandra-Il Cairo su Cipro, per non parlare dei continui attentati sia in Sinai che nel resto del paese, contro poliziotti e soldati.

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A tutto questo clima di insicurezza, si aggiunge una crisi economica che si auto alimenta dalla stessa politica repressiva del regime. Il ciclo repressione-crisi economica-scandali-spese militari-repressione è diventato senza fine. L’indebitamento dello Stato, anche a causa della perdita di introiti del gas in Sinai e della caduta verticale del tursimo, come effetto diretto del terrorismo jihadista aggaravato dall’isolamento internazionale per il caso Regeni, ha costretto il governo a rivolgersi alle petrolmonarchie del Golfo ed in particolare all’Arabia Saudita, per pompare nelle casse dello Stato egiziano decine di miliardi di dollari, a copertura del deficit accumulato. L’indebolimento politico dell’Egitto nella regione è sotto gli occhi di tutti. Oltre alle controversie con Qatar e Turchia, Il Cairo conta sempre meno nelle crisi che attanagliano il Medio Oriente.

Per superare questa crisi economica, l’establishment militare ha pensato bene di risolvere una vecchia controversia tra l’Egitto e l’Arabia Saudita sulla proprietà di due isolotti nel Mar Rosso. Sono due isole contese, ma non c’è mai stato un arbitrato internazionale. La questione era stata risolta ai tempi di Nasser con l’occupazione manu militari e un memorandum all’ONU. All’inizio di aprile, durante la visita del monarca saudita al Cairo è stato firmato il trattato che riconosceva la cessione della proprietà delle due isole all’Arabia Saudita, in cambio di una cifra di due miliardi di dollari all’anno, per 75 anni. Una firma annunciata a sorpresa che non ha incontrato il gradimento dell’opinione pubblica egiziana malgrado l’arruolamento di centinaia di ricercatori e storici che hanno scovato documenti e dichiarazioni, memorie e discorsi di ex presidente egiziani, da Nasser a Sadat. Ma non è servito a nulla. Pochi parlamentari e qualche ex diplomatico, come per esempio Amr Mussa, hanno criticato la mancata comunicazione e l’impreparazione dell’opinione pubblica ad un evento simile, che tocca il sentimento nazionale, alimentato a dismisura dalla stessa propaganda del regime nella lotta contro l’opposizione, dipinta come finanziata e condizionata da potenze straniere.

Il presidente Al Sisi ha tentato nel discorso televisivo di qualche giorno fa a mettere la parola fine alla discussione, ma non è stato per nulla convincente. Il suo attacco alla stampa è stato patetico, perché tutta la stampa ufficiale è governativa o filo governativa e le poche testate web, che presentano un minimo di libertà di opinione sono soggette alla repressione che chiusure, arresti di giornalisti e processi. L’unico spazio di mobilitazione per l’opposizione rimane quello dei social network, che riescono però a raggiungere una parte minoritaria della popolazione, ma che quando è stata toccata la questione della sovranità nazionale e quella che viene presentata come la genuflessione del presidente Al Sisi di fronte alle volontà del monarca saudita Salman, diventato uno spazio vitale per riaccendere la miccia delle grandi manifestazioni.

Da questi eventi si evidenza l’inadeguatezza di Al Sisi a dirigere un paese come l’Egitto, inadeguatezza che è stata sottolineata dalla stessa sua esternazione, nel discorso in diretta Tv, quando ha detto, “pazientate per questi altri due anni e poi vi libererete di me!”. Gli scenari per l’Egitto non sono rosei e molti analisti arabi sostengono che l’establishment militare potrebbe sacrificare Al Sisi sull’altare della salvezza dell’egemonia delle Forze armate sul sistema politico. Una prospettiva di un golpe bianco non è il massimo per le sorti del Paese.

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    Farid Adly
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Verità per tutti i desaparecidos egiziani

La stampa egiziana si è data una mossa sul caso degli scomparsi a partire dalla vicenda di Giulio Regeni. Un dibattito che fino a sabato scorso era racchiuso dentro le gabbie delle direttive e veline del governo. Non si accennava minimamente a qualsiasi dubbio sulla condotta delle istituzioni statali preposte alla sicurezza, polizia e forze armate. Chiunque sia uscito fuori dai binari, si è visto accusato di tradimento.

Un caso simile è quello di Khaled Said, assassinato dalla polizia nel 2010, ai tempi di Mubarak, ed è il caso che ha scosso l’opinione pubblica egiziana, perché l’assassinio era avvenuto per motivi oscuri ed in pubblico, davanto ad un bar. La polizia in quel caso aveva emesso un comunicato sostenendo che aveva ingoiato una forte quantità di droga. Ma la testimonianza di un medico e un video hanno incastrato i tre poliziotti, che erano loro stessi implicati nella spartizione della droga sequestrate per rimetterla nel mercato. La mamma di Khaled ha mandato un messaggio video alla mamma di Giulio Regeni, nel quale esprimeva solidarietà. Nei media e nelle tv di Stato e qulle filo governative si sono scatenate contro la signora Leila, accusandola di tradimento e chiedendo che sia processata.

La reazione della famiglia Regeni e la scossa del governo Renzi hanno allertato diplomazia e opinione pubblica al Cairo. Cinque giorni fa, Al-Khabar, un giornale governativo, ha pubblicato una sintesi del dossier che la commissione egiziana avrebbe portato a Roma. In quel testo si diceva chiaramente che sarebbero state omesse, per ragioni di sicurezza dello Stato, video e foto della prima autopsia compiuta dal medico legale egiziano. Le proteste del governo italiano e le notizie di possesso da parte degli inquirenti italiani di intercettazioni hanno portato al rinvio della missione di alcini giorni e ad integrare il dossier con quelle parti mancanti, ma fondamentali per permettere all’inchiesta italiana di approfondire le indagini. Al Masry Alyom, scrive che nel dossier ci sono le registrazioni delle videocamere, i tabultati delle chiamate del cellulare di Giulio e l’intero rapporto del medico legale egiziano sull’autopsia.

Le inchieste giornalistiche della stampa italiana hanno dato fastidio al potere in Egitto, hanno incoraggiato la stampa egiziana militante a parlare del tema delle sparizioni, riprendendo l’eco degli articoli riguardanti il caso Regeni.

Non solo, ma la stessa stampa governativa come per esempio Al Ahram, autorevole e più diffuso quotidiano arabo, in un editoriale, di domenica 3 aprile, a firma dello stesso direttore, Mohammed Adel Hadi Allam, ha lanciato un messaggio chiaro alle autorità del Cairo: “Prima del momento della verità, esortiamo lo Stato a portare in giudizio gli autori del crimine. Annunciare con trasparenza le verità trovate o le dimissioni dei negligenti che sono responsabili direttamente di questo incidente, per salvare la reputazione dell’Egitto, il suo posto e la sua credibilità sul piano internazionale… La situazione è seria – conclude Abdel Hadi Allam – e non consente leggerezze, e lo Stato deve fare una pausa reale perché si possa recuperare una reputazione minacciata».

Lo stesso giorno, la corrispondente da Washington del settimanale egiziano Rose El Yousuf e collaboratrice conn la Tv di Stato, Hanna El badry, ha lanciato un segnale: “”Il governo italiano sa tutta la verità sulla morte di Regeni, perché ha in mano i tabulati e le registrazioni delle telefonate tra inquirenti, funzionari del ministero dell’interno e i politici del Cairo”. Un’interattività con vicende della sicurezza nazionale che prima non si erano verificati dalla destituzione di Morsi e le elezioni di Al Sisi.

Si sono succedute, dopo moltissime trasmissioni, inchieste su Internet e campagne sui social network che chiedono trasparenza e verità.

Probabilmente dietro queste pressioni il governo del Cairo ha rinviato il viaggio della commissione egiziana a Roma di qualche giorno, per potere provvedere all’inserimento dei documenti d’indagine che gli inquirenti italiani chiedevano, cioè le registrazioni delle videocamere di sorveglianza che documentavano il percorso seguito da Giulio il 24 gennaio, nelle ore precedenti alla sua sparizione, i tabulati telefonici del suo cellulare e tutto il rapporto del medico legale egiziano, con allegate le foto.

Il ritardo della visita e l’ins