Tra Buddha e Jimi Hendrix

Nipsey Hussle, la strana morte del rapper che sembrava un po’ Tupac, un po’ Kendrick Lamar

Un po’ Tupac, un po’ Kendrick Lamar, un piede nelle gang, un altro nei servizi sociali per aiutare i giovani a istruirsi e tenersi lontani dalle spire della delinquenza; e poi soldi, soldi soldi. Tanti soldi, come nella tradizione dei migliori rapper. Ma anche testi impegnati e una sana e lucida ispirazione nel raccontare il ghetto di Los Angeles e le sue leggi.
Viste le premesse e ascoltatone con attenzione il flow, credo non sia esagerato affermare che al momento della sua morte Ermias Joseph Asghedon, per tutti Nipsey Hussle, fosse la next big thing del rap west coast, diretto discendente della scuola di Ice T, Eazy E, Pac, Snoop e compagnia. A pochi giorni dal quarto anniversario del suo tragico omicidio, credo sia quindi doveroso ricordarlo. Il testo che state per leggere è tratto dal mio libro “Rap Criminale – Tupac, Biggie e gli altri martiri del gangsta rap” e ringrazio il Castello Editore per averne autorizzato la pubblicazione su queste pagine.
Nato il 15 agosto del 1985 a Los Angeles da mamma afro-americana e papà immigrato eritreo, Nipsey cresce in una zona della città degli angeli che definire difficile è un eufemismo. Parliamo di South L.A., quartiere di Crenshaw, dove finire in una gang è il minimo che ti possa capitare se sei un ragazzo. E difatti ci entra anche Ermias, che a quattordici anni è già un membro dei 60’s Rollins, banda affiliata ai famigerati Crips.
L’ingresso nella gang lo porta a pesanti scontri in famiglia e ad abbandonare la Hamilton High School prima di raggiungere il diploma.
Per fortuna Dawit Asghedon è un buon padre. Ce la mette tutta per far sì che i suoi tre figli – oltre a Ermias ha anche un maschio e una femmina – righino dritto e imparino cosa sia giusto e cosa sbagliato.
Di certo non sopporta che uno dei suoi ragazzi si perda in strada fra risse e attività criminali collegate alle gang. E allora non senza sacrifici riesce a comprare i biglietti aerei per portare i suoi due figli maschi a visitare l’Eritrea in modo che capiscano da dove provengono e cosa sia la sofferenza vera. È il 2004, e quel viaggio alla riscoperta delle proprie origini, a contatto con il leale ma povero popolo eritreo, sono una fonte d’ispirazione importante per Ermias, che decide di diventare un attivista per le persone disagiate della comunità in cui è cresciuto. E pure un imprenditore di successo perché, questo lo capisce subito, senza i soldi mica lo puoi cambiare il mondo.
Ok, l’obbiettivo c’è. Ma come raggiungerlo? Con il rap, ovviamente. Anche perché il ragazzo ha un flow mostruoso, un’innata capacità di scrittura e un’immagine che spacca.
Ermias Joseph Asghedon si ribattezza Nipsey Hussle – in onore del celebre attore afroamericano Nipsey Russell – e inizia a registrare pezzi e buttare fuori mixtape. Uno dietro l’altro, come si faceva negli anni Novanta. Il pubblico alza le orecchie, e così i rapper più affermati che iniziano a salutare con curiosità e interesse questo tipo alto e magro, con la barba lunga e le tute da ginnastica sgargianti. Il resto lo fa lui, che ha un fiuto negli affari degno di uno dei Rotschild, e si sa vendere davvero bene.
Infatti firma con la Epic ma ben presto li scarica perché vuol gestire lui il business sulla sua musica. E lo fa alla grande. Uno dei suoi mixtape, “Creenshaw”, decide di venderlo in tiratura limitata: 1000 pezzi a mille dollari l’uno. Utilizzando i social in maniera intelligente e creando hype intorno alla sua figura, ben presto l’obbiettivo è raggiunto: Jay Z, per dire, ne compra ben 100 copie, versandogli sull’unghia 10mila dollari.
Arrivano le collaborazioni importanti, da Drake a Snoop Dogg fino a Kendrick Lamar. Poi la nascita di una propria etichetta, la All Money Inn, perché come funziona il business della musica Nipsey l’ha già bello che capito.
Nel 2006 FDT, un suo pezzo contro Donald Trump, allora in corsa per la Casa Bianca, diventa virale con oltre 26 milioni di visualizzazioni su you tube.
Quando il 16 febbraio del 2018 esce “Victory Lap”, suo primo album ufficiale, è un successo annunciato, che debutta alla posizione numero 4 nella Billboard 200 e riceve una nomination ai Grammy come miglior disco rap. Ma per Nipsey non c’è solo la musica, la sua attività imprenditoriale comprende l’etichetta discografica, una linea d’abbigliamento e l’apertura del Marthon Clothing Store, un negozio molto cool nel quartiere di Hyde Park.
“Sono un artista indipendente che non ha firmato con nessuna etichetta e alza 25.000 dollari a spettacolo” dice senza nascondere l’orgoglio. “Sto girando il mondo, senza fare nulla contro la legge, guadagnandomi onestamente i soldi per sfamare la mia famiglia. E ho dipendenti che hanno reati e non troverebbero altro impiego che lavorano per me…”.
E già che c’è, Nipsey trova anche il tempo per fare due figlie: una con l’attrice Lauren London, ex di Lil Wayne e l’altra da una precedente relazione.
Com’è che si dice? Live fast die young, giusto?
E poi c’è l’impegno da attivista, che da quel viaggio in Eritrea non l’ha mai abbandonato.
Hussle vuole, parole sue, “dare soluzioni e ispirazione” ai giovani neri come lui. E così eccolo andare nelle scuole a parlare con gli studenti delle sue esperienze con la cultura delle gang e denunciando la violenza nelle strade.
E nelle tante iniziative in cui è coinvolto investe del suo, finanziando direttamente alcune scuole del quartiere e dando vita a Vector 90, uno posto dove i ragazzi possono beneficiare di spazi di lavoro comuni e prendere lezioni gratuite di scienze, tecnologia e matematica.
Il primo aprile del 2019 – d’accordo con Steve Soboroff, un commissario di polizia di Los Angeles – viene addirittura organizzato un incontro fra lui e gli agenti di Polizia della zona per iniziare una collaborazione finalizzata a limitare l’attività dei giovani nelle gang.
Niente male per questo figlio del ghetto.
Purtroppo quell’incontro non si terrà mai, perché Nipsey Hussle muore il giorno prima.
Sono le 15 e 30 di domenica 31 marzo quando viene colpito da tre colpi d’arma da fuoco appena esce dal suo negozio di Hyde Park. A sparare è un afroamericano che immediatamente si dà alla fuga.
Nipsey muore sul colpo.
Il suo assassino viene preso poche ore dopo, si chiama Eric Holder.
Il motivo dell’omicidio? Questioni di gang. Ancora.
Pare che Holder abbia fatto delle soffiate alla Polizia su alcune attività dei Rollins 60’s e Hussle gli ne abbia chiesto conto. Tra i due è scoppiata una lite, sono volati insulti e Holder ha fatto fuoco.
Poche ore prima il rapper sul suo profilo twitter aveva scritto: “Avere nemici forti è una benedizione”.
Eric e Nipsey appartenevano alla stessa banda. Secondo le trascrizioni dell’udienza preliminare nel processo contro Holder, tra Eric e Nipsey avrebbe avuto luogo un’accesa conversazione pochi istanti prima del fatale sparo. Nipsey accusa Holder di essere una spia. La parola “spia” è menzionata 24 volte nella trascrizione.
Si sa, chiamare qualcuno “spia” è la cosa peggiore che puoi dire nel ghetto, si è pronti a uccidere per una simile offesa.
Il poliziotto in pensione Bryan Bentley, che ha trascorso tutta la sua carriera operando nel quartiere di Nipsey, non ha dubbi: “Ha mancato di rispetto a un a persona, che è la prima grande regola: non mancare di rispetto a qualcuno nel quartiere. Se lo fai, devi essere pronto a difenderti. Questa è la legge delle strade. Questa è la legge su come funzionano i membri delle gang”1.
Come abbiamo già detto, puoi togliere il ragazzo dal ghetto, difficilmente il ghetto dal ragazzo.
Un detto che ancora una volta si è rivelato tragicamente vero.
Ed è un vero peccato, perché Nipsey era davvero un tipo diverso, che si stava spendendo per essere davvero il cambiamento che voleva vedere nel suo quartiere.
Come ricorda Ben Zendt, autore del documentario “The Mysterious Murder of Nipsey Hussle”, il rapper si discostava dalla solita idea dell’artista in cerca di celebrità. Meno interessato ai follower su Instagram, più interessato a costruirsi un seguito nella vita reale, diventando la personificazione di ciò che predicava: “Non ha mai lasciato la sua comunità, ci ha investito per renderlo un posto migliore. Per questo era così amato”.

  • Federico Traversa

    Genova 1975, si occupa da anni di musica e questioni spirituali. Ha scritto libri e collaborato con molti volti noti della controcultura – Tonino Carotone, Africa Unite, Manu Chao, Ky-Many Marley – senza mai tralasciare le tematiche di quelli che stanno laggiù in fondo alla fila. La sua svolta come uomo e come scrittore è avvenuta grazie all'incontro con il noto prete genovese Don Andrea Gallo, con cui ha firmato due libri di successo. È autore inoltre autore di “Intervista col Buddha”, un manuale (semi) serio sul raggiungimento della serenità mentale grazie all’applicazione psicologica del messaggio primitivo del Buddha. Saltuariamente collabora con la rivista Classic Rock Italia e dal 2017 conduce, sulle frequenze di Radio Popolare Network (insieme a Episch Porzioni), la fortunata trasmissione “Rock is Dead”, da cui è stato tratto l’omonimo libro.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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