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“100mila persone in un mese”: le Sardine rilanciano ai nostri microfoni

Le Sardine a Bologna

Mattia Santori, il giovane bolognese che insieme a tre ex coinquilini ha dato il via al movimento spontaneo delle Sardine per dimostrare all’intero Paese che l’ascesa della Lega di Matteo Salvini non coinvolgerà anche l’Emilia Romagna, è intervenuto oggi ai microfoni di Radio Popolare dopo il grande successo ottenuto anche a Modena, dove oltre 7mila cittadini sono scesi in piazza in risposta alla presenza di Salvini in città.

L’intervista di Roberto Maggioni e Lorenza Ghidini a Prisma.

Mattia Santori, sardina di Bologna di 32 anni, è colui che insieme ai suoi tre ex coinquilini ha fatto partire questo movimento. Anche tu ieri sera eri a Modena.

Sì, anche io ero in trasferta. La cosa incredibile è che l’appello che avevamo lanciato a 6mila persone a Bologna è stato raccolto da 15mila-20mila persone, i numeri non sono chiari. È bello perchè i giornali scrivono “gli organizzatori dicono” a proposito dei numeri, ma noi eravamo in quattro in piedi sopra ad un risciò e vedevamo una fiumana di persone. Nella vita non facciamo questo, non siamo abituati a fare i conti delle presenze. Quello che conta è che da Bologna l’ondata delle Sardine si sta allargando non solo all’Emilia Romagna, ma anche in tutta Italia. È già partita a Firenze ed è stata lanciata a Parma, Reggio Emilia e Genova.

Secondo te questo movimento resterà agganciato agli appuntamenti di Matteo Salvini o sono pensabili anche delle manifestazioni a sé stanti?

Il modello è stato: arriva Salvini in città portando la sua narrativa classica fatta di marketing e campagna commerciale, ad esempio non è un caso che sia stato coinvolto anche Luca Toni, e abbiamo deciso di dare una risposta a Bologna in quel modo. Ovviamente la gente questo l’ha apprezzato e l’ha capito e adesso i promotori delle altre città tendono a seguire quel modello, che si sta già evolvendo. Noi agli organizzatori chiediamo anche di continuare ad innovare. Siamo state Sardine a Bologna, ma in altre città potremo essere altro.
E poi non è detto che si debba inseguire per forza Salvini, anche se in un certo modo è anche importante. La gente dell’Emilia Romagna vuole rispondere a una campagna elettorale che ha funzionato altrove ma che in Emilia Romagna non funziona.

Come le vedi le Sardine tra qualche settimana? E cosa pensate dei partiti?

È un movimento di resistenza a questa retorica populista e a questo modo di fare campagna elettorale molto sporco e che usa Facebook e l’informazione sui giornali e che tende a imporre un pensiero unico dominante. Noi crediamo nella democrazia e visto che l’Emilia Romagna ha gli anticorpi per questa patologia alla democrazia che sta attraversando tutta Italia abbiamo deciso di dare una risposta. Ovviamente non si tratta di un movimento politico, ma di una risposta dal basso a qualcosa che fino all’altro giorno sembrava inevitabile.
È molto difficile adesso sapere cosa saremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. L’obiettivo è portare in un mese 100mila persone in piazza in tutt’Italia e mandare un segnale. Visto che Salvini tende a giocare con il consenso, noi iniziamo a tornare nelle piazze e iniziare a dire che un’alternativa c’è. Poi sarà la politica a doverla cogliere.

100mila persone in tutta Italia.

Sì, perchè per il 30 novembre a a Firenze ci sono già 30mila adesioni. E secondo me, senza scherzare, andranno tra le 40mila e le 50mila.

Ieri La Verità titolava che dietro alle Sardine c’è la Mortadella, come la mettiamo?

Emma Bonino dice che l’insulto qualifica chi lo fa e la diffamazione qualifica chi la fa. Io ho già risposto sui giornali e mi sembra allucinante che debba continuare a rispondere. Nel momento in cui La Verità o chi per loro, perchè anche Libero o Il Giornale funzionano allo stesso modo, vi porteranno un documento in cui c’è scritto che nella città in cui lavoro c’è Prodi o chi per lui nel comitato scientifico ammetterò che sono pagato da Prodi. Io faccio anche il giornalista di lavoro e nel momento in cui intervisto Prodi e riporto l’intervista di Prodi è molto facile dire che sono legato a Prodi. A Bologna Prodi è comunque una personalità e per il lavoro che faccio andava intervistato: è uno che conosce l’Africa e conosce l’energia.

Vi vedete come un esempio di contro-narrazione rispetto a quella leghista. Poi chiaramente andrete anche voi a votare e questo lo state facendo in funzione della campagna elettorale in Emilia Romagna.

Vorremmo che le Sardine che aderiscono da tutta Italia ribadissero il sostegno e la resistenza emiliano-romagnola. È un messaggio che mandiamo, stiamo dicendo che quello che sta succedendo qui arriverà anche altrove. È per questo che la Toscana ha aderito subito, loro saranno i prossimi. Questo è nato da noi perchè sapevamo quello che era successo in Umbria, sapevamo già che sarebbero andati dai vecchietti in coda alle Poste a dire di votare Lega e sarebbero andati a distruggere tutti i pensieri diversi e le alternative politiche. Sapevamo già tutto questo e ad un certo punto, a forza di non dormirci la notte, abbiamo deciso di proporre un’alternativa.

Chissà se qualcuno sta pensando di esportare le Sardine anche qui a Milano.

In questo momento a noi i contatti arrivano indirettamente. Siamo pieni di richieste per organizzare altrove questi eventi, ma adesso il nostro obiettivo è spiegare a tutte le altre sardine che non siamo noi ad organizzare, ma si tratta di movimenti spontanei. Noi possiamo dare una mano ad organizzare e dare visibilità, ma è giusto che siano movimenti spontanei come è accaduto a Bologna.

Foto dal profilo Facebook di Andrea Pizzamiglio

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Clima, il geologo Tozzi: “I sapiens non possono abitare ovunque”

Maltempo a Budrio (BO)

L’Italia è un Paese che ogni volta che piove si riscopre fragile e spesso impreparato al maltempo. E ora deve anche fare i conti con i fenomeni più estremi dovuti ai cambiamenti climatici.

Il geologo Mario Tozzi, esperto di consumo di suolo, è intervenuto oggi a Prisma. L’intervista di Roberto Maggioni e Lorenza Ghidini.

Com’è questa storia che l’Italia si scopre sempre impreparata davanti al maltempo?

Negli ultimi 25 anni le cose sono cambiate in maniera ragguardevole per via del fatto che, soprattutto per quanto riguarda le piogge, la stessa quantità d’acqua che una volta cadeva in quei mesi oggi rischia di cadere in un giorno. Questa concentrazione di piogge improvvise e così copiose trova il territorio impreparato perchè l’abbiamo tutto quasi interamente impermeabilizzato e costruito. Quando piove così tanto il problema è sempre a terra, non è tanto nella quantità d’acqua che comunque è cambiata come modalità di precipitazione nel corso degli ultimi due decenni. Noi abbiamo creato il rischio dove non c’era e abbiamo aumentato il rischio dove era minore costruendo in posti che andavano lanciati in pace, soprattutto se parliamo dell’azione dei fiumi e delle alluvioni.
Se tu costruisci sull’orlo dell’acqua, poi ti trovi che l’acqua invade le case: quando ci sono le case e l’acqua nello stesso posto, nel posto sbagliato ci sono le case. È il problema di sempre. Noi pensiamo di vivere in un territorio che non abbia rischi, ci illudiamo di questo in buona o cattiva fede. Poi però ci troviamo a piangere i morti oppure a contare i danni dal maltempo in Italia perché non siamo stati capaci di vivere bene sul territorio. Noi dovremmo sgomberare i luoghi pericolosi, vale la pena di ricordarlo senza peli sulla lingua.

Quali sono i luoghi più pericolosi e quali sono le zone d’Italia con il rischio idrogeologico maggiore?

L’Italia ha circa la metà del territorio a rischio idrogeologico, però qualche regione ha addirittura il 100% dei Comuni a rischio, come la Liguria, dove si è costruito all’inverosimile allo sbocco dei fiumi o dentro i fiumi stessi. Genova forse è l’esempio più grosso, ma anche le Cinque Terre. Ci siamo messi a vivere in posti dove oggettivamente era complicato vivere. Posti in cui se smantelli il bosco originario o la foresta e lavori il terreno terrazzando come hai fatto per secoli alle Cinque Terre allora è ancora peggio.
Ma se poi abbandoni pure il terrazzamento e ti dedichi solo all’accoglienza dei turisti, poi quella montagna ti viene giù.
Scendendo giù abbiamo la Toscana, la Maremma e l’Alto Lazio che sono sempre oggetto di alluvioni di questo tipo, ma anche in Calabria il 100% dei Comuni è a rischio idrogeologico, o la Sicilia nordorientale o la Sardegna di Olbia come abbiamo già visto nel 2013. Poi la Lucania, abbiamo visto Matera ma in generale riguarda tutto l’Appennino. E risalendo ci sono le Marche, il Trentino Alto Adige e il Veneto.
Questi sono i posti in cui il rischio idrogeologico è maggiore, ma questo fa parte del nostro territorio. Noi siamo fatti così, il territorio in Italia è geologicamente molto giovane e molto attivo e col maltempo frane e alluvioni fanno parte del percorso naturale. In quel territorio, però, avremmo dovuto un’attenzione che non abbiamo prestato.

Leggevo questa mattina su diversi quotidiani che fino ad alcuni anni fa i fiumi esondavano superando gli argini, mentre negli ultimi anni si è visto che gli argini li rompono. È così?

Dipende. Gli argini di cemento, come sono quelli delle città, non si rompono. Si rompono gli argini in terra, quelli pseudo naturali, per tante ragioni. A volte addirittura possono concorrere animali che fanno la tana, ma questa è una delle ultime cause. Il fatto è che a furia di costruire argini per proteggere le abitazioni messe nel posto sbagliato, e lo voglio ripetere un’altra volta, tu sopraelevi il fiume, cioè lo porti ad un livello più alto continuando ad alzare gli argini. A quel punto, quando arriva una piena con queste portate qui, è facile che la velocità del fiume sulle aree in cui ci sono delle anse possa portare a rettificare il proprio percorso e sfondare quell’argine lì. Il fiume può anche arrivare a questo, dobbiamo conoscere la violenza della natura. Il problema è che nelle aree in cui il fiume si deve espandere non ci deve stare nessuno. Le cosiddette aree golenali, quelle che il fiume invade quando è in piena, devono essere libere. Non è che puoi considerare il fiume soltanto dove comincia l’acqua. Tutto il letto è fiume e lo devi lasciare in pace.

Poi ci sono addirittura i fiumi tombati, come il famoso Fereggiano a Genova o il Seveso a Milano che poi si vendicano.

Il Seveso e il Fereggiano sono forse quelli più noti, ma consideriamo che in Italia ci sono circa 12mila chilometri di fiumi tombali. Solo a Genova sono 52. È frutto inizialmente delle bonifiche del fascismo, come a Genova dove costruivano grandi case sui fiumi che dovevano essere dimenticati.
In realtà averli messi sottoterra significa non poterli più vedere, non poter più fare manutenzione agli argini. Ed è davvero un danno clamoroso. Questo l’abbiamo dimenticato, ma se guardiamo le stampe del passato di Genova e altre città, lungo il corso dei fiumi non ci viveva nessuno. Stavano tutti in collina, e questo vale anche per Roma, che nasce non a caso sui sette colli. Nelle valli ci mettevano il foro, dove non si abitava in maniera persistente tutto il giorno.

Se dobbiamo abituarci ai fenomeni più intensi ed estremi dovuti ai cambiamenti climatici, quali sono gli interventi da fare subito?

Una cosa da fare è realizzare quelle opere che servono per affrontare al meglio il maltempo in Italia, come il collettore del Bisagno nel caso di Genova. L’altra opera, relativamente all’Arno, è l’espansione delle vasche vicine al corso del fiume che permettono di ospitare l’acqua forse in eccesso. Queste le aveva già progettate Leonardo Da Vinci. Io sono contrario alle grandi opere come logica. Più un fiume lo lasci in pace e meno danni fa, però è chiaro che ci sono casi in cui ormai c’è la città e quindi in qualche modo bisogna intervenire. Per il resto bisognerebbe fare un’operazione molto coraggiosa. Dalle zone pericolose, le aree cosiddette golenali, bisogna piano piano spostarsi. Non si può pretendere che si resista in quelle condizioni. Capisco che sia una cosa impopolare e difficile da dire, ma con un certo aiuto e col tempo quelle zone vanno sgomberate perché altrimenti non funziona più. Abbiamo visto che dove si fa questo ci guadagnano tutti. I sapiens non possono abitare ovunque e trasformare la terra in una grande città. Non funziona così la natura, ha tempi e ritmi molto diversi e dobbiamo tenerne conto.

Foto | Vigili del Fuoco

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Ilaria Cucchi: “Questa sentenza è un segnale di speranza. Grazie per esserci stati vicini”

Ilaria Cucchi in tribunale

Verità e Giustizia per Stefano Cucchi”.

Quante volte in questi dieci anni passati dalla morte di Stefano Cucchi abbiamo sentito ripetere questa frase dalla famiglia di Stefano, l’abbiamo letta sui muri delle nostre città, negli stadi, ai concerti. Come quello dei Massive Attack l’8 novembre 2009, solo quindici giorno dopo la morte di Stefano.

Ieri – dieci anni dopo – verità e giustizia sono arrivate: Stefano Cucchi non cadde dalle scale, non morì per anoressia o per altri fantasiosi motivi. Morì a causa del pestaggio di due carabinieri.

Una sentenza di condanna arrivata grazie a chi non ha taciuto davanti a questo abuso di potere, all’impegno della famiglia di Stefano e in particolare della sorella, Ilaria Cucchi.

Roberto Maggioni l’ha intervista durante la trasmissione Prisma. “Ancora non ci sembra vero” ci ha detto Ilaria Cucchi. “Siamo stati messi duramente alla prova in questi anni, abbiamo pagato un prezzo carissimo sotto tutti gli aspetti. Questa sentenza è un segnale di speranza, non bisogna mai smettere di crederci”.

A breve si aprirà il processo per i depistaggi dell’arma dei Carabinieri, per la famiglia Cucchi non è ancora finita. Con questa sentenza però il corpo di Stefano esce di scena, entrano gli apparati dello Stato. Ilaria Cucchi non si fermerà: “Voglio ringraziare le persone normali, quelle che mi fermano per strada e mi dicono di andare avanti”.

Ilaria, sono passati dieci anni ma ce l’avete fatta

Sì, ancora non sembra vero. Devo dire che siamo frastornati, abbiamo affrontato anni difficilissimi. Siamo stati messi alla prova, non ci siamo mai arresi e siamo arrivati fino ad oggi. È stato tutt’altro che semplice, è stata una vera e propria battaglia che abbiamo pagato ad un prezzo carissimo sotto tutti gli aspetti, dal piano emotivo al piano economico e il piano della vita quotidiana. Parlo al plurale perché chiaramente le cose non si fanno da soli. C’è stato sicuramente il sacrificio di questa famiglia, ma c’è stato anche il sacrificio e l’impegno dell’avvocato Anselmo, della Procura di Roma, del dottor Musarò, del nostro consulente e medico legale Vittorio Fineschi e di tante tante altre persone che ci hanno creduto e non hanno mai smesso di battersi, neanche nei momenti più difficili. Mi viene in mente la sentenza di secondo grado del primo processo, quello sbagliato, quella che assolveva tutti e che doveva essere il momento più difficile in assoluto.
Paradossalmente da lì tutto è ricominciato, sono arrivate le prime testimonianze dopo le prese di posizione generali e nel frattempo a Roma era arrivato il dottor Pignatone.
Il vento è cambiato. Certo, ci sono stati momenti in cui non si vedeva la fine. Eppure il messaggio che voglio dare è un segnale di speranza: non bisogna mai smettere di crederci.

Che risveglio è stato questa mattina? Qual è stata la prima cosa che ha pensato?

Che dovrei iniziare a salutare Stefano. È arrivato il momento per poter elaborare quel lutto. Fino ad ora non è stato possibile per tutti i motivi che vi dicevo e quindi questo ci ha dato sicuramente la forza di andare avanti, ma adesso è arrivato il momento di lasciarlo andare. Più che per me, credo che sarà difficilissimo per i miei genitori.

Il giorno prima della sentenza lei ha scritto su Facebook delle parole molto forti. Aveva detto “Mamma e papà sanno già di essere condannati all’ergastolo di processi che si protrarranno fino alla fine della loro vita“.

Stefano se n’è andato. Quello che vorrei che la gente capisse è che le nostre famiglie vengono sottoposte a quella che io ritengono un’ulteriore violenza, cioè quella di farsi carico sulle proprie spalle del ruolo che dovrebbe dello Stato in questi processi, di mettersi in prima linea e non potersi permettere nemmeno il lusso di piangere per la morte.

Lei e la sua famiglia, ma anche l’avvocato Fabio Anselmo, avete tanti meriti, ma uno dei più importanti e che ci insegna tanto è quello di non aver mai ceduto alla rabbia in questi anni. Non avete mai pronunciato parole di odio o di vendetta. Avete condotto una battaglia che è stata un esempio di limpidezza e di impegno civile. Mi viene da chiederle come ha fatto a trovare la forza per condurre questa battaglia.

Questo è il nostro modo di essere e questo deve far riflettere perché rispetto a quello che è stato riservato alla nostra famiglia credo che sia stata la risposta migliore che avremmo potuto dare. Non dimentichiamo che se ieri si è concluso il primo grado di questo processo per omicidio, a dicembre ne inizierà un altro, quello sui depistaggi, che io ritengo essere ancora più gravi come responsabilità. sono quei depistaggi che si sono messi in piedi dopo la morte di Stefano e sono costati a questa famiglia anni e anni di battaglie giudiziarie sbagliate e di processi a vuoto.

Adesso c’è la possibilità di aggiungere un pezzo di verità in più. In questo procedimento la svolta è stata la testimonianza del carabiniere Alessandro Tedesco, prima era stato un susseguirsi di coperture e di depistaggi. Quella testimonianza è stata fondamentale.

Vorrei ricordare che prima ancora di quella testimonianza ci sono state quelle di altri due suoi colleghi carabinieri, Riccardo Casamassima e la sua compagna Maria Rosati, che per primi, raccontando quello che sapevano sulla morte di mio fratello, hanno rotto quel muro di omertà.

C’è la possibilità di aggiungere un altro pezzo di verità con questo nuovo procedimento che si sta per aprire?

Credo che la situazione sia cambiata e se è vero che dieci anni fa
noi eravamo soli, oggi non lo siamo più. Il processo che sta per iniziare ne è la dimostrazione. In quel processo, costituiti al nostro fianco, ci sono l’Arma dei Carabinieri e le Istituzioni e questo è un segnale forte e chiaro del fatto che non è mai esistita una guerra tra questa famiglia e le istituzioni, ma tutt’altro. Quelle istituzioni sono danneggiate quando la famiglia di Stefano Cucchi.

Avete avuto anche tanto affetto, ma da un pezzo della politica e anche da qualche giornalista e da qualche personaggio pubblico voi in questi anni avete dovuto sopportare tante calunnie e tante cattiverie. Anche ieri sera Salvini ha usato parole vigliacche, se l’è presa con la droga. Lui come altri avrebbero solo dovuto chiedervi scusa.

Salvini come al solito parla tanto per parlare e secondo me non si rende neanche conto di quello dice. Che cosa c’entra la droga? Mi sembra che ieri sia stato chiarito che Stefano è morto di botte. Stefano è stato ucciso e lui ancora parla di droga perché probabilmente la gente che lo vota vuol sentirsi dire questo.

Evidentemente Salvini ha usato delle parole vigliacche. Lei si aspetta o le interessano delle scuse da queste persone che in questi anni hanno usato calunnie e cattiverie nei vostri confronti?

Guardi, io delle scuse non me ne faccio niente né mi aspetto di incontrarle. Quello che mi piacerebbe è che si smettesse di far passare questo messaggio pericolo, soprattutto visto la situazione attuale, che i diritti degli altri sono sacrificabili.

Lei in questi anni non si è mai risparmiata. Ha girato il Paese da nord a sud, ha fatto tantissime iniziative pubbliche. Ora si prenderà un po’ di tempo per se stessa e per stare in una dimensione di vita un po’ più intima e privata?

Per noi non finisce qui. Sarà ancora lunga e sarà tutt’altro che semplice. Il processo che sta per iniziare è molto importante e probabilmente sarà ancora una volta in salita.

Ilaria Cucchi, noi non possiamo che ringraziarla per l’esempio che ci ha dato e per come ha reagito. Prima di salutarla volevo chiederle se lei vuole ringraziare qualcuno in particolare.

Io voglio ringraziare tutte le persone che sono state al nostro fianco perché, se è vero che all’inizio eravamo da soli, oggi possiamo dire che siamo riusciti a portare avanti tutti insieme una vera e propria battaglia di civiltà. Voglio ringraziare tutte le persone che mi incontrano per strada e mi dicono di andare avanti.

Foto dalla pagina ufficiale di Ilaria Cucchi su Facebook

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Muro di Berlino, 30 anni dopo la caduta. Le testimonianze

Berlino - 30 anni dopo la caduta del muro

Il 2019 segna il trentennale dalla caduta del muro di Berlino e noi di Radio Popolare abbiamo deciso di raccontare questo epocale cambiamento per l’Europa e non solo attraverso una serie di testimonianze dirette, da chi ha vissuto in città prima del 1989 a chi, invece, ha vissuto il cambiamento soltanto dopo la caduta.

Frank Richter, ex sacerdote cattolico a Dresda

Frank Richter, oggi 59 anni, all’epoca cappellano cattolica a Dresda, è stato uno dei fondatori del “Gruppo dei 20” che poi andò a trattare con le autorità della DDR. Era alle manifestazioni a Dresda dell’ottobre 1989. 

La fine dell’estate e l’autunno del 1989 sono stati nella DDR mesi avvincenti, emozionanti: in poche settimane è cambiato più di quanto non abbia fatto prima in tanti anni. C’è sempre la domanda: da dove si parte con la storia e dove poi si chiude. Io parto dal 19 agosto 1989: quel giorno si aprì il confine tra l’Ungheria, uno stato dell’impero socialista sovietico, e l’Austria. Tanti cittadini della DDR facevano le vacanze in Ungheria – era uno dei pochi Paesi verso il quale si poteva viaggiare senza problemi – e usarono questa possibilità per passare dall’Ungheria all’Austria e da lì alla Germania Ovest. Lasciavano definitivamente la DDR e chi all’epoca lasciava la Germania Est, lo faceva per sempre, cioè doveva mettere in conto di non poter mai più tornare a casa. Il governo a Berlino Est per settimane non reagì affatto. Con questo per me era chiaro che aveva perso il potere politico, la fine si avvicinava. Poi il confine con l’Ungheria fu chiuso, e il 3 ottobre chiuse anche addirittura il confine con la Cecoslovacchia, anche questo uno Stato socialista. E così la popolazione della DDR era di fatto imprigionata, perché non poteva andare più da nessuna parte senza visto – e nei Paesi occidentali in ogni caso no.
Questo procedimento accelerò la rivoluzione, la ribellione della gente, con tante manifestazioni nelle strade, non solo a Lipsia, anche a Dresda, a Berlino e in città più piccole. Ciò diventò per il potere statale della DDR un problema, perché il 7 ottobre del 1989 cadevano le celebrazioni per il 40 anniversario della fondazione della Repubblica democratica tedesca. Era annunciata la presenza di Michael Gorbaciov. Alla vigilia ci furono molti episodi di violenza da parte della polizia, molti arresti, in molte città. Poi alla fine la situazione si ribaltò verso il dialogo.
E per me è importante sottolineare che nella DDR nell’autunno 1989 ha avuto luogo una rivoluzione, prima dell’apertura del Muro di Berlino e del confine tra le due Germanie, E questa rivoluzione è avvenuta prima ancora che si potesse anche solo pensare che il confine potesse aprirsi. Cioè: il risultato civico e il riconoscimento lo hanno guadagnato coloro che allora nella DDR sono scesi in strada e hanno protestato, pacificamente.

Veniamo alle manifestazioni qui a Dresda dell’ottobre 1989 – qual era l’atmosfera in città?
“Dresda ha una storia molto particolare nell’ottobre dell’89, che si differenzia da quella di altre città per come è andata in concreto. Anche solo perché il 4 e il 5 ottobre le manifestazioni a Dresda erano state molto violente: da parte dei manifestanti e, molto, da parte della polizia. Perché? Perché alla stazione centrale di Dresda il 4 ottobre migliaia di persone si erano radunato con l’intenzione di andare a Praga, entrare nell’Ambasciata della Repubblica federale tedesca e da lì andare verso la Germania Ovest. Cosa che però non era più possibile perché la DDR aveva chiuso il confine la notte del 3 ottobre. La disperazione della gente, che vide di non poter più salire sugli ultimi treni della libertà, era così grande, che le persone diventarono violente. L’interno della stazione centrale fu distrutto, lanciarono sassi, tavole… la polizia reagì con brutalità – come dicevo, era 3 giorni prima dell’anniversario della DDR e il regime voleva quiete. Poi il 5 ottobre si arrivò al punto di svolta: tra la folla di gente disperata diventarono sempre di più le persone, gente di Dresda, che si recarono a vedere cosa stava succedendo e che non volevano andare via, bensì restare qui. Ed erano pacifiche. Così dalla violenza si passò molto velocemente alla non-violenza, da un’atmosfera aggressiva ad una pacifica. Ed è ancora oggi incredibile, quanto pacifici e con quanta intelligenza politica i manifestanti si comportarono nelle strade: non diedero al potere statale più alcuna occasione, scusa per reagire con violenza. L’atmosfera cambiò e alla fine l’8 ottobre si formò qui a Dresda da una manifestazione il gruppo dei 20, un gruppo di opposizione di cui sono stato uno dei fondatori, perché anche io ero in piazza. E l’allora sindaco di Dresda, Wolfgang Berghofer, membro della SED, fu così intelligente che quella sera decise che sì, avrebbe parlato con i manifestanti. Con ciò fu il primo funzionario comunista di peso ad entrare in trattative ufficiali con l’opposizione. La città di Dresda si democratizzò, in breve tempo. E tutto restò pacifico”.

Perché decise di andare anche Lei alle manifestazioni?
“All’epoca ero un prete cattolico – ora non più perché poi mi sono sposato – ma allora lo ero, avevo 29 anni, e sapevo molto bene che i tanti giovani che facevano parte della comunità della chiesa e per i quali io ero responsabile, erano in strada a manifestare. Non potevo certo restare a casa seduto sul divano mentre i miei ragazzi erano in piazza. Quindi sono semplicemente andato anche io. E ho visto quanta gente c’era. Dall’altro lato, ho ritenuto mio compito fare poca politica – all’epoca non volevo per forza impegnarmi in modo diretto, ma era mio compito mettere fine alla violenza e organizzare un dialogo ragionevole. Gli studenti di teologia studiano sempre anche filosofia e sapevo come si fa la democrazia: trovando cittadini che si impegnino, delegando, formulando temi e organizzando discussioni. Questo abbiamo fatto in strada. E’ riuscito, quella sera, perché le persone erano disciplinate, perché la partenza ha avuto successo e perché i funzionari della SED e i poliziotti si resero conto anche loro che dovevano agire diversamente. C’è stata quindi molta fortuna, ma anche molta intelligenza politica”.

Non ha avuto paura?
“La preoccupazione, che non avremmo avuto successo, la paura, che a me personalmente sarebbe potuto succedere qualcosa di grave, andando a trattare con la polizia… quella arrivò 3-4 giorni più tardi. Ci sono situazioni nella vita in cui bisogna mettere la paura in un angolo e dire: resta ferma lì, adesso tocca a qualcos’altro. E questo lo riportano molte persone che all’epoca erano nelle strade: che hanno provato paura, come sensazione, soltanto quando ormai tutto era già andato bene. Non è così strano. La paura è un sentimento importante, ma non deve diventare quello dominante, se si vuole dare forma alla politica”.

È stata una sorpresa che poi tutto si sia svolto nel giro di poche settimane?
“Se nel 1988 un romanziere avesse scritto un romanzo e rappresentato gli eventi così come poi sono effettivamente accaduti gli sarebbe stata riconosciuta una notevole fantasia. Non c’era alcun copione e malgrado ciò andò in modo grandioso ed eccezionale. Nell’est della Germania è successo qualcosa di fantastico, che nessuno, in Germania e anche al di fuori, proprio alla fine del XX secolo, nel quale la Germania è stata nota per eventi differenti e tremendi, poteva più immaginare.
Le cause sono molteplici, spiegazioni mono-causali sono totalmente sbagliate. Ne prendo 2: Michail Gorbachov, con la sua dichiarazione “perestrojka e glasnost”, ha creato dal centro del potere, da Mosca, il clima mentale nel quale poi tutto questo è stato possibile. Senza di lui e la sua politica non ce lo si può spiegare. La seconda: le chiese, intendo tutte le varie comunità religiose nella DDR e anche nella Germania Ovest hanno rivestito un ruolo molto costruttivo. Le prediche a non seguire la violenza, la spiritualità della natura pacifica e dell’intelligenza, queste le hanno trasportate in modo molto preciso nella società e questo gli riuscì facile perché le chiese erano quasi l’unica istituzione nella DDR che ancora aveva una certa indipendenza”.

Cosa ha pensato quando è arrivata la notizia che il Muro era caduto?

“La sera del 9 novembre, quando il muro è stato aperto… io in realtà non l’ho proprio saputo. Credo di aver addirittura dormito…Non ricordo cosa ho fatto quella sera, ma in ogni caso non ho sentito il notiziario né guardato la televisione. L’ho saputo per la prima volta la mattina successiva, dal notiziario. E mi ricordo la frase dell’allora Sindaco socialdemocratico di Berlino, Walter Momper: stanotte i tedeschi erano il popolo più felice della Terra. I tedeschi non sono particolarmente famosi al mondo per essere un popolo felice – magari particolarmente diligenti o intelligenti, ma che potessero essere anche particolarmente felici e festeggiare in maniera spensierata non è avvenuto tanto spesso. Ma quella notte è stato così. E’ stata una grande festa, un evento che chi lo ha vissuto non dimenticherà più.
Personalmente sono stato molto contento, perché improvvisamente era chiaro che anche io potevo viaggiare nel mondo occidentale, cosa che prima non mi era permessa. Ma ho anche quanto meno un po’ immaginato, che la politica in questo Paese ora sarebbe cambiata così velocemente e radicalmente, in modo inevitabile, perché il sistema dell’Ovest era semplicemente più forte e avrebbe esercitato una forza attrattiva che alla fine avrebbe portato al tramonto della DDR. E che avrebbe portato notevoli fratture per le vite dei cittadini della DDR. Ma la gioia di quel giorno prevalse su questi pensieri”.

Gli slogan dell’89 oggi qui a Dresda si sentono alle manifestazioni di Pegida… Che effetto le fa?

“Sento le stesse parole di 30 anni fa, ‘Il popolo siamo noi’ . Ma sento un effetto sonoro differente. Quello del 1989 era pacifico, riflessivo, invitante. Quello di oggi è aggressivo e sgradevole. Le persone che oggi alle manifestazioni di Pegida gridano ‘Noi siamo il popolo’, possono farlo. Lo dico, anche se non mi viene facile: noi siamo scesi in strada nel 1989 e abbiamo manifestato al grido di ‘il popolo siamo noi’ perché in futuro le persone possano sempre andare in strada e dire ciò che vogliono. La conquista della libertà di manifestare è un risultato delle rivoluzioni pacifiche dell’89. Per questo noi democratici dobbiamo convivere con la questione che la gente oggi lo faccia da Pegida o altrove. Anche se non ci piace. Dall’altro lato, sento naturalmente questo sound di aggressività e nella sostanza è ciò che avviene da Pegida e che è voluto, anche. Non sarà così per ciascun manifestante, ma nella sostanza politica sì. E se si prendono sul serio i politici della nuova destra al riguardo, quello che scrivono, quello che dicono, nella sostanza si tratta di un’altra Repubblica, un’altra forma di democrazia – nazionalista e tendenzialmente anche razzista, xenofoba. E questo si differenzia in modo sostanziale da quanto era inteso nel 1989. Insomma, non basta guardare solo all’apparenza delle parole”.

Berlino - 30 anni dopo la caduta del muro
La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Detlev Follax, dirigente del sindacato ver.di Rostock

Detlev Follax, dirigente locale del sindacato VER.DI Rostock (dal 1991 nel sindacato, prima lavorava negli Stadtwerken di Rostock)

Rostock era un centro, o il centro economico nel nord della DDR. Avevamo in particolare l’industria navale, poi c’erano molte persone che lavoravano nell’ambito del porto e del trasporto marittimo. La compagnia di navigazione della DDR aveva sede a Rostock. E avevamo qui anche una parte dell’industria meccanica, in particolare per la costruzione di motori per le navi.

Rostock era considerata una città ricca, all’epoca?

“Credo che nessun città nell’ex DDR era davvero ricca. Si lavorò perché Rostock, in particolare nei primi anni della DDR, fosse una sorta di manifesto nei confronti dei vicini scandinavi. E per esempio furono costruiti nuovi padiglioni fieristici, in città furono eretti nuovi edifici, perché nell’ambito della cosiddetta ‘Fiera dell’Est’ si voleva mostrare ai vicina della Scandinavia che anche nelle condizioni socialiste era possibile raggiungere dei risultati”.

Nel periodo immediatamente dopo la caduta del Muro, i cambiamenti come furono comunicati nella fabbriche? Quali furono le reazioni?

“Dopo le prime reazioni di gioia per la svolta, la svolta pacifica nella DDR, l’apertura dei confini, la nuova libertà, la democrazia… arrivò in modo relativamente veloce anche una certa insicurezza. Perché inizialmente non era così chiaro come le cose sarebbero andate avanti. Le ex “fabbriche del popolo” continuarono a sopravvivere, ma al più tardi con l’introduzione del marco tedesco come moneta, l’esistenza per queste fabbriche diventò sempre più difficile. E si impose in generale un grande disorientamento, insicurezza – perché molto presto iniziarono anche i primi licenziamenti.
Alcune fabbriche furono vendute, tramite l’amministrazione fiduciaria. Cosa che portò alla riduzione dei posti di lavoro. E nel periodo successivo sappiamo che proprio nei settori che citavo prima – la grande flotta per la pesca, i cantieri navali, il porto, la compagnia di navigazione – quindi le grandi aziende, che impiegavano fino a migliaia di lavoratori, hanno risentito in dimensione notevole degli effetti del periodo successivo alla caduta del Muro e del processo di ristrutturazione che ne è risultato”.

Qual è stata la sua esperienza?

“Personalmente ho almeno avuto la fortuna di non restare mai disoccupato perché l’occupazione nel mio lavoro, la fornitura cittadina di gas ed elettricità, andò avanti. E così è stato anche più tardi, quando ho cambiato e sono andato nel sindacato. Ma questo non si può dire per tutti i settori. Come ho già menzionato, in molte fabbriche ci fu una radicale riduzione del personale. Che si estese in modo trasversale: quindi non solo i classici settori industriali, economici bensì anche in settori come i servizi pubblici, nelle università, anche nel commercio furono in parte tagliati in massa posti di lavoro. Ci furono davvero fratture nella storia lavorativa delle persone. E ci sono ancora oggi persone che da allora non hanno più rimesso radici nell’attività professionale”.

E perché è successo?
“Credo che da un lato la causa sia stata l’età di alcune di queste persone, che all’epoca della caduta del Muro avevano sui 45-50 anni. Dall’altro però c’è anche la questione dell’istruzione, della formazione: molti non avevano un titolo di scuola superiore, erano lavoratori non specializzati. E inizialmente si cercò in primo luogo di prendere, assumere gli specialisti. Chi si era registrato come disoccupato venne in parte immesso dall’Ente del lavoro in misure per poter avere una qualifica, ma anche in occupazioni temporanee, sovvenzionate. E per chi entrava una volta in questa spirale, poi era molto difficile uscirne ed immettersi di nuovo in una attività professionale a tempo indeterminato”.

Come era vista la disoccupazione nella DDR? E cosa ha significato per le persone ritrovarsi disoccupati – anche dal punto di vista psicologico?

“Credo che questo era il grosso problema. Nella DDR, almeno in forma ufficiale, la disoccupazione non esisteva. Io stesso non conosco nessuno che all’epoca era disoccupato. C’era sicuramente qualcuno che di per sé non voleva lavorare e riceveva uno status particolare da parte dello Stato. Ma disoccupazione come l’abbiamo poi conosciuta, nella DDR non c’era perché per ciascuno era previsto in qualche modo un posto di lavoro. Ed erano anche ricercati con urgenza. Questo è stato anche, credo, il problema psicologico di molte persone in particolare nell’Est, che quasi dall’oggi al domani, con la caduta del Muro si sono dovuti confrontare con il problema della disoccupazione. I tedeschi dell’Ovest conoscevano già questo problema, lì la disoccupazione c’era sempre stata, in misura maggiore o minore. Ma per i cittadini dell’ex DDR questo era un fenomeno assolutamente nuovo”.

Questo poi ha avuto conseguenze nella città?

“Sì, le persone si sono rese conto molto velocemente che, dopo l’introduzione del marco tedesco, questa medaglia aveva due facce. La gente aveva la moneta, con la quale teoricamente poteva viaggiare ovunque, e anche muoversi in altri Paesi. Ma c’erano naturalmente anche molte persone che a causa della disoccupazione non avevano soldi a sufficienza per poter fare quei viaggi che prima avevano sognato tanto. Arrivò di nuovo una grande insoddisfazione. Le famose manifestazioni del lunedì furono in parte portate avanti, in particolare da persone disoccupate da lungo tempo, che non avevano più trovato un nuovo lavoro regolare, che in questo modo davano voce al loro malcontento. Ma ci furono anche molti lavoratori delle fabbriche, o liquidate tramite l’amministrazione fiduciaria, che quindi semplicemente non esistevano più e dove sono andati persi molti posti di lavoro. Oppure se si pensa, i cantieri navali, nel frattempo venduti varie volte attraverso diverse proprietà – e non successe più che a Rostock venissero in grande misura costruite navi. Ovviamente molte persone erano scontente e frustrate per questa situazione”.

Le conseguenze si vedono ancora oggi?

“Credo che nell’insieme bisogna dire che le condizioni generali della gente siano molto migliorate. Credo che molte persone oggi dicano che stanno meglio di prima. Quando si parla con la gente, e lo si vede anche sui media, a molte persone manca ovviamente la sicurezza sociale che c’era allora, nel periodo della DDR, e che oggi non c’è più. Ma credo che la gran parte delle persone sia soddisfatta della situazione. E anche attraverso i cambiamenti demografici, abbiamo un tasso di disoccupazione relativamente basso. Le aziende cercano forza lavoro, i cantieri navali a Rostock e dintorni, nel nord, hanno assunto un notevole numero di personale. Credo che le persone vedano che le cose vanno di nuovo verso l’alto. Ma ci sono ancora persone, va detto, che guardano indietro con un po’ di scontento, che sostengono che prima era meglio. Ma penso che intendono soprattutto la sicurezza sociale, che non dovevano preoccuparsi se un domani avrebbero avuto ancora un lavoro o un affitto sostenibile – cose come queste credo che siano ancora centrali per le persone”.

Secondo Lei si sarebbe potuto/dovuto fare diversamente?

“Penso che Lei abbia posto la domanda in maniera giusta. Mi ha chiesto se si sarebbe dovuto fare diversamente oppure se si sarebbe potuto fare diversamente. Credo che questo vada in particolare preso in considerazione. Sono con Lei nel dire che si sarebbe dovuto fare diversamente, credo che nel processo della riunificazione e della ristrutturazione economica si sarebbe dovuto prendere più tempo. E credo anche che l’amministrazione fiduciaria ha liquidato aziende che avrebbero avuto diritto ad esistere e che erano in grado di sopravvivere. La domanda è però se, nelle condizioni, anche politiche, di allora, se c’era questo tempo, se si potevano lasciar correre gli eventi ancora per un po’ – in quel caso si sarebbe dovuto ritardare di molto l’introduzione del marco tedesco all’Est. Ma credo che la pressione da parte della gente, dopo l’introduzione del marco era semplicemente troppo grande e la politica si è trovata abbastanza costretta ad agire. Quindi non è possibile giudicare in modo netto. Credo che con un po’ meno velocità, anche con un po’ più di coraggio di concedere alle aziende dell’Est una reale chance, si sarebbero potuto ottenere di più”.

La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Joachim Ragnitz, Economista

Joachim Ragnitz, Economista (IFO DRESDEN)

Se si guarda alla forza economica, allora bisogna dire, ok il pil della popolazione attiva è circa l’80% rispetto al livello dell’Ovest, quindi c’è una forte lacuna. E lo stesso si vede per gli stipendi, che devono orientarsi al livello di produttività: sono circa l’80% rispetto ai livelli dell’Ovest. Cioè, l’aspetto è che l’Est sia fortemente arretrato. E se si osserva l’evoluzione nel corso del tempo, negli ultimi 20 anni non è stato fatto granché, insomma questa lacuna è rimasta piuttosto costante.
L’aspetto migliore riguarda il reddito materiale dei privati: nominale 85% [dell’Ovest], reale circa il 93%. Questo ha molto a che fare con il fatto che il nostro sistema fiscale tassa in maniera meno forte i redditi bassi, ma anche col fatto che parecchi beni di consumo all’Est hanno prezzi più bassi che nei maggiori centri urbani dell’Ovest. Così è per gli affitti, che all’Est sono molto più bassi, con l’effetto che il potere d’acquisto delle persone è sostanzialmente simile all’Ovest. Come ultimo indicatore si può prendere la situazione occupazionale: in passato abbiamo avuto periodi in cui la disoccupazione era molto alta, oltre il 20%, al momento è a circa il 6%, e tende a scendere. Cosa che ha a molto che fare con l’evoluzione demografica della popolazione: i disoccupati vanno in pensione e escono dalle statistiche. Ma si osserva anche che la situazione occupazionale nel mercato del lavoro non è più il maggiore problema dell’Est della Germania. Bisogna aggiungere che l’economia delle regioni dell’Est è molto variegata: ci sono regioni molto deboli ma anche regioni molto forti, che non si differenziano granché dall’Ovest. E questo viene spesso dimenticato quando si parla dell’Est, perché l’Est non è un corpo omogeneo, così come non lo è l’Ovest.

Quali sono state le questioni, i problemi del periodo immediatamente successivo alla caduta del Muro?

“Il maggiore problema all’epoca era che molte imprese dell’Est non erano competitive per il mercato. Avevano una cattiva dotazione di macchinari, perché non erano ancora state introdotte lì le tecnologie che invece erano di uso comune all’Ovest. Questo significa che molte imprese hanno avuto velocemente delle contrazioni. Con la conseguenza che la disoccupazione è salita piuttosto fortemente. Questo è stato il maggiore problema politico-sociale dell’inizio degli anni ’90. Sono stati fatti naturalmente alcuni errori nel processo di unificazione: tutta la questione dell’amministrazione fiduciaria, delle privatizzazioni, in cui le aziende statali dell’Est dovevano essere cedute in mani private, non si è svolta sempre in modo ottimale. Ci sono stati problemi con i finanziamenti, che in parte sono stati usati per scopi diversi da quelli previsti e che in parte, bisogna oggi dire, erano troppo alti. C’è stato il problema che il sistema normativo dell’Ovest è stato completamente portato all’Est, cosa che ha sovraffaticato, oberato, molte persone e molte imprese. C’è stata una lunga serie di problemi, che sono normali in un tale processo di trasformazione, perché non c’erano esempi concreti, di come si sarebbe potuto fare meglio”.

E queste situazioni hanno lasciato delle conseguenze poi anche oggi?

“Gli errori che furono fatti allora hanno avuto ripercussioni nella struttura economica. Per esempio, nell’ambito dell’industria, non ci sono dei veri e propri quartieri generali qui bensì solo principalmente meri stabilimenti, cosa che ha come conseguenza che non c’è una alta creazione di valore aggiunto. La seconda conseguenza, che ancora si vede, è che abbiamo molti piccoli imprenditori e aziende, perché all’epoca di fatto si è dovuto ri-fondare tutte le imprese, e non hanno ancora avuto crescite forti. Queste due questioni incidono ancora oggi. E a causa delle difficoltà che ci furono allora e della mancanza di prospettive per molta gente, tanti sono andati via. Con la conseguenza che i giovani semplicemente mancano, che spesso persone con ottime qualifiche sono andate altrove, quindi il potenziale di popolazione attiva rimasto spesso non è quello del quale le aziende avrebbero effettivamente bisogno. Questo si può ricondurre ai primi anni della riunificazione, lì furono gettate le radici per lo sviluppo demografico è stato così come è stato. E questo, suppongo, ci terrà occupati ancora a lungo”.

Quali sono stati i costi della riunificazione?

“È difficile da quantificare. Si può dire quanti soldi sono affluiti dall’Ovest verso l’Est, in 30 anni circa 2000 miliardi di euro. E’ una somma ingente, ma bisogna anche considerare che si tratta di un lungo arco di tempo. E anche che in buona parte sono spese rese necessarie perché l’Est presenta una bassa potenza fiscale, quindi per garantire uno stesso livello di reddito e di tasse è stato necessario compensare con pagamenti dall’Ovest. Poi l’alta disoccupazione ha portato a dover garantire sostegni sociali affinché le persone non sprofondassero nella povertà. E qui non è chiaro: tale somma è il prezzo dell’unificazione, oppure è a addebitare alla necessità di avere un sistema sociale e statale unitario? Io sono propenso piuttosto a dire che i reali costi dell’Unificazione sono le prestazioni speciali che sono affluite verso l’Est, quindi misure economiche, spese particolari per le infrastrutture… Se si guarda in questo senso, si arriva ad un ordine di grandezza molto minore, circa il 10% degli interi finanziamenti, trasferimenti. Ma sono stime molto grezze, da parecchio non si fanno più analisi quantitative su quanto denaro affluisca verso l’Est”.

Nel periodo dopo la caduta del Muro, si sarebbe potuto, dovuto agire diversamente, secondo Lei?

“Bisogna prendere un po’ le difese di chi ha agito all’epoca: non avevano alcuna esperienza di un simile processo di trasformazione, nessuno sapeva come si sarebbe dovuto fare e quindi ovviamente sono stati commessi degli errori. Guardando con gli occhi di oggi si è sempre più intelligenti, guardando oggi si può affermare che la veloce unione monetaria è stata dal punto di vista economico un errore, che il tasso di cambio di 1 a 1 tra il marco della DDR e quello dell’Ovest è stato un errore, ma necessario per motivi politici. Problema maggiore è stato decidere di trasferire tutte le leggi, regolamentazioni dell’Ovest senza alcuna modifica, invece di consentire per un po’ delle eccezioni o facilitazioni… cosa che avrebbe comportato che un maggiore numero di aziende avrebbe deciso di creare centri di produzione all’Est, e ciò forse avrebbe attutito la frattura. Questi sono gli unici aspetti dove direi che ci sono stati errori, che hanno ancora effetti oggi e non sono stati più corretti. Adesso è troppo tardi. Ma dal punto di vista politico era necessario agire così come si è fatto”.

Di cosa hanno bisogno i Laender dell’Est oggi?

“Il grande problema dell’Est è la mancanza di forza lavoro: troppe poche persone giovani, con alta qualificazione, che portino dinamicità. Per me il compito più importante sarebbe quello di organizzare una migrazione verso l’Est – l’immigrazione non arriva per forza solo dall’Ovest, ma anche dai paesi dell’Europa orientale o da quelli fuori dall’Unione europea. Tutti sappiamo che nelle regioni dell’Est non c’è molta propensione ad accogliere stranieri e quindi sarebbe necessario anche aumentare la disponibilità all’integrazione tra gli abitanti dell’Est. Ovviamente è difficile, organizzare una migrazione, perché non è che possiamo obbligare le persone a venire qui – e una volta che sono in Germania hanno la libertà di movimento quindi possono poi stabilirsi altrove.
Ciò vuol dire che se si vogliono fare misure politicamente attuabili bisogna rafforzare il potenziale di innovazione delle aziende, finanziare la ricerca e lo sviluppo nelle aziende, le tecnologie,
trasferire istituti di ricerca… questo avrebbe l’effetto di far aumentare la produttività e potrebbe essere di aiuto. E l’altra cosa che sicuramente si potrebbe fare e che va in una direzione simile è investire nella formazione, nell’istruzione: ci sono punte di “eccellenza” ma anche casi di gente che abbandona la scuola con un basso titolo di studio e si candida ad occupare nei prossimi anni gli strati più deboli della società. Credo che occorra migliorare il sistema scolastico e
ma anche dare la formazione a chi è già nel mercato del lavoro e si trova ancora in mezzo a cambiamenti strutturali”.

La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Gabriele Werner, storica dell’arte

Gabriele Werner, 79 anni, è storica dell’arte, ha sempre vissuto nella DDR, lavorava al museo Albertinum

La DDR è stata fondata nel 1949, quando io avevo 9 anni. E fino al 1989 è stata la mia vita. Il periodo successivo è stata una vita diversa. Mio padre era artista, stava a casa, ed ho avuto nella vita quotidiana un’infanzia molto bella. Ovviamente avevamo l’organizzazione giovanile dei Pionieri, nella quale ero anche io, e abbiamo avuto uno sviluppo, una crescita che era totalmente dedicata al sistema socialista. Quella nella DDR, se si aveva percorso di studi assicurato e il necessario per vivere, era una vita tutto sommato normale – se ci si adeguava, per dirla così, alla situazione politica, se non si era contrari al sistema.

Quando per esempio andavi a fare la spesa… trovavi tutto, bisognava fare la fila?

“Sì questo era un problema nella DDR. Subito dopo la guerra mondiale non c’era comunque niente, e l’economia fu lentamente ricostruita. Avevamo anche importazioni. Negli anni ’50 la situazione relativa ai rifornimenti era ancora molto buona, importavamo molto da altri Paesi socialisti. Ma questo è poi peggiorato nel tempo: gli anni ’60 erano ancora buoni, si diceva che erano gli anni d’oro… ma diventò chiaramente visibile che l’economia pianificata socialista non funzionava. E soprattutto non ha funzionato il sovvenzionamento dei generi alimentari: tutto era assolutamente economico, il pane costava 50 pfennig e la gente lo buttava via. Insomma, in fondo non c’era carenza di beni, ma alcuni diventarono sempre più rari. Per questo c’erano i negozi ‘Delikat’ dove si poteva acquistare solo se si aveva denaro dell’Ovest. Se uno aveva parenti all’Ovest che portavano o regalavano quella moneta, allora poteva comprare tutto, compresi cibi prelibati. Ma noi, per esempio, la nostra famiglia non ne aveva e quindi dovevamo farcela con quello che c’era. E lì sì, si doveva fare la fila. Si avevano anche conoscenze nei negozi dove si andava di solito, e ricevevi magari qualcosa sottobanco in un sacchetto nel quale non sapevi cosa c’era dentro, ma lo pagavi con gratitudine… Poi negli anni ’80 diventò molto chiaro, che queste sovvenzioni non erano più per niente giuste per niente. Credo che anche il governo sapesse, che non poteva andare avanti così.
Ad esempio: per un periodo non si trovava più burro – e fu di nuovo razionato, molto dopo la guerra. Si ricevevano dei bollini, oppure non ce n’erano e bisognava aspettare finché non te li davano. Poi è venuto a mancare il caffè – e questo è stato fonte di grande amarezza per molti, come mia madre per esempio. Frutta anche si trovava difficilmente, per quella esotica prima di Natale bisognava mettersi in fila. E questo non riguardava solo gli alimentari, ma anche gli abiti – e ciò era naturalmente una cosa difficile per le mie figlie, che volevano vestirsi in modo moderno e non c’era niente. Allora hanno preso i pannolini per bambini, fatti di un materiale soffice, li hanno colorati e con quello si sono cucite delle maglie”.

Potevate avere contatti, viaggiare all’Ovest?

“Contatti si potevano avere solo se c’erano parenti. Dagli anni ’50 ci fu una grande fuga verso l’Ovest, tantissima gente andò all’Ovest e ovviamente mandavano qualcosa ai loro familiari qui. Potevano anche venire qui a trovarli, e portavano regali. Ma voglio dire che erano solo davvero poche le persone che avevano tali contatti familiari così stretti. Noi per esempio non ne avevamo. E per noi c’erano solo i viaggi per servizio, ma bisognava avere un distintivo del Partito ed essere in funzioni tali da assicurare che si sarebbe poi tornati indietro. I pensionati anche, ma solo da parenti, se venivano invitati a feste di famiglia o cose simili. Io per esempio, la prima volta che sono potuta andare ad Amburgo era il 1988 – per un viaggio di lavoro. Non ero mai stata in Italia, per esempio, che per una storica dell’arte è veramente un’assurdità. Avevo 49 anni quando ho visto per la prima volta un quadro in Italia. Francamente troppo tardi”.

Quali erano i controlli che lo Stato faceva?

“C’era la Staatsicherheit, la Stasi. Era un’organizzazione che ci sorvegliava e chiunque aveva contatti con l’Ovest poteva essere sicuro di essere controllato dalla Stasi. Anche io e mio marito lo eravamo. Mio marito costruiva organi e si era opposto a fare il servizio militare. Questo era già molto grave nella DDR. Non poteva viaggiare all’Ovest, i suoi colleghi hanno costruito organi ovunque ma lui non poteva. E fu spiato in segreto, la nostra soffitta fu perquisita alla ricerca di lettere eccetera, in nostra assenza. Anche nel nostro appartamento sono stati, lo so per certo. Per noi non è mai stata una cosa normale ed è stata sempre fonte di preoccupazione. Anche per quanto riguardava i nostri figli, che a scuola dovevano imparare e partecipare a tutta questo ipocrita sapere politico, sociale della DDR… Ma noi abbiamo sempre parlato apertamente con loro e credo che erano anche sufficientemente intelligenti per vederlo anche loro così. Ma… mio marito era capo-restauratore nella costruzione di organi, aveva un’ottima posizione, lo stipendio non era altissimo ma era interessante e lui era un uomo molto capace. E io avevo il lavoro qui, come storica dell’arte. E questi erano entrambi lavori che noi abbiamo estremamente amato e poiché non avevamo parenti all’Ovest, dai quali voler andare, e anche le nostre anziane madri erano qui, non ci è mai venuta l’idea di andare via. Ma naturalmente abbiamo sofferto sempre di più sotto questa situazione, anche per il fatto che nostri amici hanno lasciato il Paese, di continuo c’era qualcuno che andava via, e la sera prima ci si incontrava e si poteva solo piangere… Ma paura per noi stessi non ne avevamo, perché ci dicevamo: abbiamo il nostro lavoro, nessuno ce lo poteva portare via, per arrivare a quel punto bisognava fare qualcosa di sbagliato davvero pesante. Ma non si sapeva come sarebbe stato il futuro e anche che questo stato di cose sarebbe finito”.

Veniamo alla caduta del Muro… te lo aspettavi che sarebbe successo, che sarebbe potuto succedere?
“È stato molto strano. Un avvenimento molto importante nella mia vita fu, come raccontavo, il primo viaggio di lavoro ad Amburgo nel 1988. Amburgo era città partner di Dresda e io ho potuto preparare con un gruppo di giovani artisti di Dresda una mostra nella Kampnagel Fabrik, un galleria ad Amburgo. Alla fine fu che io ed un collega siamo potuti andare ma gli artisti no. Arrivammo lì, c’era una grande stazione. Per una settimana ci hanno corteggiato, mostrato tutte le istituzioni, gli allestimenti di arte e cultura. E noi eravamo accecati, abbiamo pensato: ‘Mio Dio!’. Il caposezione della cultura mi portò alla stazione, con la mia borsa, e disse: ‘Ci rivediamo presto!’. E io ho detto: ‘Non ci rivedremo più’.
Fino all’88 o anche all’89 non ritenevamo possibile che la svolta sarebbe arrivata così velocemente. Non ci credevamo. E credo che fossero molto pochi quelli che pensavano che non si poteva continuare così, che qualcosa doveva succedere. Ma noi non eravamo tra quelli”.

Quando sono iniziate le manifestazioni qui a Dresda, che cosa hai pensato?

“I nostri figli ci sono sempre andati. L’incontro era alla Theatherplatz, lì si ritrovavano i manifestanti, e i nostri figli erano lì. E il 7 ottobre, giornata delle celebrazioni per la fondazione della DDR, ovviamente ci furono festeggiamenti, ma era evidente che era tutto più fermo. Si andò nelle chiese, ad ascoltare i teologi. E noi abbiamo detto ai nostri figli: non andate alle manifestazioni. Loro sono andati, ed hanno detto a noi genitori: pensiamo che voi siate dalla parte sbagliata. Quel giorno furono arrestati: dalla Theatherplatz furono portati in un commissariato di polizia, ed interrogati tutta la notte. E sarebbe potuta finire in modo molto drammatico, se non ci fosse stato questo gruppo di portavoce, che è andato dal sindaco e lo ha pregato di far sì che la polizia non intervenisse.
Noi eravamo qui, nel museo, avevamo già pronti i piani di evacuazione per le nostre opere. Era tutto preparato. E gli ospedali si aspettavano molte migliaia di persone, feriti. Tutto questo si è potuto evitare, grazie a Dio. E dal 7, 8, 9 è iniziato un periodo di interim nel quale ci si è resi conto: adesso si muove qualcosa, ora va avanti”.

Dov’eri il 9 novembre?

“Anche questa è curiosa. Ero a Berlino – e la storia ti mostra anche che non avevo idea di cosa sarebbe successo: avevo un viaggio di lavoro, ero nel quartiere di Marzahn. Il lavoro si è protratto a lungo, ho preso l’ultimo treno da Lichtenberg per tornare a Dresda. E sono arrivata che era già mezzanotte. Ho preso un taxi per tornare a casa, credo, mio marito era già a letto, dormiva. Ma lui lo sapeva, aveva già sentito la notizia, e quando ho suonato mi ha detto: ‘non ci avevo più contato che saresti venuta oggi, ho pensato: questo devi vedertelo, a Berlino'”.

Quali sono state le cose che hai voluto fare, subito dopo la caduta del Muro?

“A questo al momento non ci si riusciva a pensare. Anche noi siamo andati a Berlino Ovest, ma non per prendere il nostro contributo di benvenuto o per trasferirci velocemente lì. Poi ci siamo andati, per interesse personale. Ma quello che successe qui, nel nostro lavoro, nella nostra professione, fu all’inizio una situazione estremamente difficile: per esempio il museo, l’Albertinum, non fu più amministrato dallo Stato bensì fummo annessi alla neonata Regione Sassonia. E questa non aveva fondi per i nostri stipendi. Abbiamo avuto un’assemblea aziendale, nella quale il direttore generale disse: chi può rinunciare al proprio stipendio, per quanto non lo sappiamo, può restare. Gli altri devono andare a casa. Non possiamo pagarvi. La gran parte di noi ovviamente rimase. Non c’erano soldi, semplicemente non c’era un budget. Per questo non avrei mai pensato che sarei poi potuta venire in Italia. Fu nel 1990, il mio primo viaggio per servizio, una settimana. E una cosa simile veniva accettata con enorme gratitudine, come un regalo. Ma all’inizio non credevo sarebbe mai stato possibile: abbiamo solo lavorato, lavorato e ancora lavorato, fino a 16 ore, o continuando poi a casa. Dovevamo mettere in piedi mostre, ed il mondo si era aperto. C’era tanto da fare. E questo era una cosa nuova”.

Quali aspetti della tua vita sono cambiati?

“È cambiato tutto. La cosa più importante è stata ovviamente poter mantenere il mio lavoro. Furono fatte verifiche su tutti noi, tutta la nostra vita professionale, il nostro curriculum furono esaminati. E anche se uno sapeva, che non aveva collaborato con la Stasi, aveva comunque paura di quale sarebbe poi stata la decisione. Ci furono molti licenziamenti, un terzo dei nostri collaboratori fu mandato direttamente a casa. Gli altri poi pian piano, raggiunta l’età per la pensione.
Ma ciò che cambiò, come dicevo, fu che tutto il mondo era aperto per noi. Avevamo molte richieste, da molti Paesi, per prestiti – la nostra collezione era famosa a livello internazionale. E allora abbiamo detto: vogliamo conoscere il mondo. Viaggeremo assieme ai nostri quadri. E quando sono passata sopra al Brennero, quella è stata… quella era la libertà.
E poi arrivarono tutte le facce confortevoli della società del consumo. Si guadagnava anche di più. Tutto cambiò. Ma bisognava adattarsi: imparare ad usare il computer, imparare le lingue, se si voleva viaggiare per il mondo. E abbiamo lavorato davvero tanto”.

Se guardi indietro, qual è il bilancio?

“Sì, la mia vita precedente la difendo, come prima. Ancora oggi. Non voglio per forza sapere cosa la Stasi ha scritto su di me. Sì ho preso il mio dossier, abbiamo letto tutto. Ma non c interessa più. Per me la vita dopo la caduta del Muro è stata la mia vera vita professionale. I nostri figli studiavano, tutto scorreva normalmente, Sapevi che non saresti più stato spiato, si poteva viaggiare, c’era una certa libertà di parola, si poteva parlare senza temere che qualcuno ascoltasse… Se faccio un bilancio: la DDR è stata per me il mio Paese e non posso dire che non era la mia vita o che andava male. Nell’ambito di quello che ci era possibile si poteva anche vivere bene. Ma quello che è venuto dopo è stato il culmine nella vita professionale. E in confronto ai tanti che hanno perso il posto, non si finisce di essere grati, visto che io avevo già 50 anni. E malgrado tutto dico che quella che fino alla pensione ho potuto ancora vivere, è stata una vita fantastica”.

muro di Berlino
La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Axel Salheiser, esperto di estrema destra

Dr. Axel Salheiser, esperto di estrema destra del centro IDZ (Istituto per la Democrazia e la società civile) di Jena. 

L’est della Germania è considerato il cuore dell’estrema destra. E’ effettivamente così e perché?

“Bisogna dire che i 5 Laender nell’est della Germania hanno un particolare problema con l’estremismo di destra. E questo a causa delle esperienze, delle condizioni storiche che vanno anche indietro di 30 anni, e cioè le condizioni dell’unificazione tedesca e il passato nel socialismo reale, nella dittatura della DDR. E da lì si sono impresse oppure mantenute molte posizioni, idee che hanno poi portato a che modi di pensare antidemocratici o anche di estrema destra abbiano messo qui in particolare radici”.

In che modo la DDR ha contribuito e come veniva affrontato il tema dell’estrema destra e del periodo nazista?

“La DDR era nella sua rappresentazione pubblica, nella sua dottrina di Stato, antifascista. Questo è stato il mito fondativo della repubblica socialista sul suolo tedesco: che ci si intendeva, come demarcazione dalla Repubblica federale, un paese comunista, antifascista. Come una società costruita da combattenti della resistenza antifascista. E ha dato una scusa all’intera popolazione: malgrado questa sia stata in realtà nel Terzo Reich fortemente pesante, oppure parte del popolo tedesco, che in ultima analisi avevano seguito il nazionalsocialismo, si è detto loro: siete tutti combattenti della resistenza.
Dobbiamo riconoscere che in quei 40 anni non ha imperato la democrazia bensì c’era un regime autoritario, profondamente anti-democratico e opinioni nazionaliste, anche opinioni tradizionaliste, conservatrici sono continuate ad esistere nella DDR. La DDR era etnicamente e culturalmente omogenea e dopo la caduta del Muro la democrazia è arrivata sulla DDR, o sui tedeschi dell’est, come una forza della natura. E abbiamo nel processo di trasformazione, della unificazione tedesca, negli ultimi 30 anni, sempre anche un grande deficit democratico, un forte scontento verso i partiti, uno scetticismo verso le Elites e questi avvicinano anche xenofobia e distanza dalle opinioni democratiche”.

C’erano stranieri nella DDR?

“La quota di stranieri, e la quota di immigrazione nella DDR era molto molto piccola. E in realtà nell’ambito della popolazione della DDR c’erano molte poche occasioni di avere esperienze nel proprio Paese di multiculturalismo, con persone di culture e Paesi diversi. Quindi la quotidianità nella DDR era etnicamente omogenea. C’erano lavoratori immigrati, da Paesi “fratelli socialisti” come si diceva, soprattutto da Vietnam, Angola ma anche dalle vicine Repubbliche popolari dell’Europa orientale, ad esempio Polonia e Repubblica Ceka… ma erano generalmente isolati, anche in alloggi appositi. C’era relativamente poco scambio e anche questo non era esattamente voluto, incoraggiato. Ufficialmente c’era la dottrina dell’amicizia tra i popoli, ma se qualcuno voleva portare avanti contatti privati, senza la sorveglianza dello Stato, non era granché possibile. Era già difficile andare, fare un viaggio in Unione Sovietica”.

Durante la DDR erano presenti gruppi di estrema destra oppure è un fenomeno che è arrivato dopo la caduta del Muro?

“Qui bisogna di nuove differenziare: ufficialmente non c’era alcuna attività di destra radicale o estrema. Se accadeva qualcosa del genere, gli organi statali della DDR, quindi la polizia o la Stasi, l’avrebbero perseguito e anche severamente punito. Ma è noto che nell’ambito privato, oppure fuori dai radar, c’erano associazioni di persone con ideologia di estrema destra, che avevano anche influenze neonaziste. Questo c’è sempre stato, ed ad esempio sono stati senz’altro organizzati nella DDR anche incontri ‘camerateschi’ di vecchi nazisti, quindi anche appartenenti alle SS, mascherati tuttavia da feste private. La Stasi, la polizia politica segreta della DDR, ha tenuto sotto osservazione anche la scena dell’estrema destra. Nei rapporti veniva in parte minimizzata, perché non si voleva ammettere a sé stessi, neanche in maniera informale, nelle gerarchie del partito e degli organi si Stato, che il problema dell’estremismo di destra c’era. Ma proprio negli anni ’80 è provato che esisteva un rafforzato orientamento verso l’Ovest, che c’erano contatti con la scena dell’estrema destra della Germania occidentale e di quella internazionale. E che già allora, nella fase finale del socialismo, prima del 1989, si stava preparando qualcosa di ciò che poi è arrivato a rottura nel 1989-1990. Presumiamo che una notevole parte proprio della popolazione giovanile, maschile, era ideologizzata verso l’estrema destra, il neonazismo, spesso nell’ambito degli hooligans del calcio – all’epoca non si diceva ancora così ma c’erano anche nella DDR. E alla fin fine anche il potere statale ha dovuto, in modo relativo, alzare le mani davanti a ciò”.

Poi cos’è successo dopo la caduta del Muro?

“Con la caduta del Muro, la democrazia, e con ciò anche la libertà di opinione e l’ampia attività politica è stata possibile per ogni genere, o diversi vari gruppi, movimenti, correnti politiche nell’Est della Germania. Ci fu, come a livello della grande politica, l’importazione di istituzioni o organizzazioni dall’Ovest. E così i settori della popolazione che avevano idee etnocentriche, xenofobe, nazionaliste, furono riforniti di un certo livello di organizzazione. Ci furono molto velocemente i tentativi di organizzazioni, associazioni, movimenti di estrema destra dell’Ovest di mettere radici qui nell’Est. Questo, purtroppo – o preoccupantemente – ha funzionato con un discreto successo. Soprattutto nella provincia, soprattutto anche nelle zone rurali, dove la politica per lungo tempo non aveva granché guardato. L’estrema destra si è potuta insediare nell’est della Germania ed è diventata molto velocemente, a partire dal 1991-92, un problema diffuso: era violenta, incline alla violenza, ed ha portato ad una maggiore insicurezza anche dei gruppi di migranti o chi non si riconosceva nell’estrema destra. Quindi attacchi, anche estrema violenza, fino ad omicidi con motivazione politica di destra, erano, bisogna purtroppo dirlo, quasi all’ordine del giorno. C’era una forte intimidazione e si è sviluppata anche una scena giovanile con influenze di destra nazionalista o estrema che esiste ancora fino ad oggi”.

Si può vedere una continuità con i successi elettorali degli ultimi anni dell’AfD all’Est?

“Sappiamo che quote non insignificanti della popolazione nell’est della Germania hanno profonde influenze in senso xenofobo, nazionalista, autoritario. E che soprattutto domina uno scontento verso i partiti, uno scetticismo verso le elites, le istituzioni della democrazia – per esempio il governo federale o regionale. E a causa di questo quadro ideologico l’AfD ha potuto negli ultimi anni ottenere crescite notevoli di voti. L’AfD si nutre in realtà da un ambiente, da un’atmosfera tra la popolazione in cui si vede malcontento verso i partiti, sensazione di essere svantaggiati, dove soprattutto domina il venire a mancare delle certezze, delle sicurezze. E persone con impostazioni autoritarie, nazionalista, conservatrici, hanno una maggiore tendenza a votare per l’AfD. Soprattutto la paura del futuro, che riguarda in particolare misura i tedeschi dell’est, rende un po’ più inclini a votare per l’AfD e le sue tesi.
Nelle nostre analisi abbiamo potuto dimostrare che lì dove prima si votava apertamente per partiti fascisti o di estrema destra, come il partito nazionaldemocratico tedesco NPD, proprio lì adesso l’AfD può particolarmente ingrandirsi. Quindi dobbiamo anche dire che c’è stato un trasferimento della base elettorale da partiti apertamente di estrema destra all’AfD e che l’AfD all’est, ma anche oltre le regioni dell’est, ha assorbito in ampie parti l’NPD. E possiamo anche presumere che molte persone con idee neonaziste oggi votano l’AfD perché viene riconosciuta come la forza politica più potente o più efficace e il successo alle urne o nei Parlamenti, dove l’AfD è ora rappresentata in forze, dà a questa richiesta alla fin fine anche ragione”.

Berlino - 30 anni dopo la caduta del muro
La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Hagen Oppelt, artista

Hagen Oppelt, il punk che andava ai concerti nelle chiese. Oggi ha 48 anni, vive a Dresda, è originario di Eisenhuettenstadt, in Brandeburgo.

Sono nato ad Eisenhuettenstadt, la mia vita lì nel periodo della DDR posso dire che non era male, ero ancora molto giovane… Si andava a scuola, poi il pomeriggio c’erano le organizzazioni giovanili che ti tenevano impegnato. Tutti facevano la formazione professionale, ricevevano un lavoro, a volte anche quello al quale uno aspirava, che voleva fare, se si avevano i voti giusti si poteva magari addirittura scegliere. Sì, insomma… da giovane non era male, devo dire.
A 13 anni, per il mio ‘debutto’ nella società – socialista -, una cosa che si faceva a 13-14 anni nella scuola, ho ricevuto in regalo un registratore per cassette e con quello registravo ogni giorno musica.
Siccome non eravamo lontani da Berlino, alla radio riuscivamo a prendere stazioni dell’Ovest come RIAS 2 oppure SFB. Registravo tanta musica, quella degli anni ’80 – pop, wave – ma ascoltavo di tanto in tanto anche i Cure – dei quali a 15-16 anni ero un grande fan – Sisters of Mercy, ho iniziato a conoscere gruppi come i Talking Heads, i Sex Pistols… La cosa mi ha molto interessato. Ad Eisenhuettenstadt c’erano prima della caduta del Muro 3 punks –di numero, intendo – che erano tutti 5 anni più grandi di me. Ma in qualche modo sono riuscito ad avvicinarmi a loro, mi hanno fatto sentire la loro musica e così sono arrivato anche io al Punk.

Si poteva ascoltare, ricevere musica dall’Ovest?

“Questo devo dire variava da regione a regione. Qui a Dresda, per esempio, non si prendeva la radio dell’Ovest. Nella mia città invece si riusciva, si poteva ricevere e anche registrare – naturalmente non è che uno poi lo andava a raccontare in giro a scuola o cose del genere… Ma so di un mio amico , uno dei tre punks di cui parlavo prima, che una volta ha mandato una lettera alla radio Rias 2 a Berlino. La domenica avevano una trasmissione in cui gli ascoltatori davano la propria ‘top 3’, e lui gli scrisse. E loro dissero nel corso della trasmissione: ‘ah, questa è la classifica, le tre canzoni, di Stricky da Eisenhuettenstadt… Ehi Stricky, ti mandiamo i dischi”. Che però non arrivarono mai e lui fu cacciato da scuola, non poté portare a termine la maturità. Sì, c’erano delle sanzioni, delle punizioni. Lui è stato messo in evidenza, ma io per esempio non me ne sono accorto e neanche i miei amici. Si andava anche in giro con le giacche di pelle e la cresta punk, la gente ti guardava storto, ma per il resto non so dire esattamente…”.

Si organizzavano concerti, iniziative…

“Organizzare concerti era molto difficile, se erano delle vere band punk, underground. Non come band che noi definivamo, col nome dell’organizzazione giovanile del sistema, ‘Ef-De-Jot Punks’, perché avevano già suonato spesso ad eventi statali, e alla fine erano anche sui vinili della DDR. Per noi quello non era Punk. Il Punk è totalmente underground.
Se oggi qui o in Italia per esempio i punks non vorrebbero avere nulla a che fare con la Chiesa, perché rifiutano la religione e l’istituzione della chiesa, al tempo della DDR era diverso: le chiese erano luoghi dove l’apparato statale e la Stasi non avevano diritto di parola, di intervento. E le chiese dicevano anche, a braccia aperte, ai punks, agli hippies, a chi suonava blues: venite da noi.
E così i punks si ritrovavano nelle chiese ed organizzavano lì concerti. La polizia non poteva entrare, né interrompere il concerto oppure influenzarne lo svolgimento. Quindi nella DDR si facevano concerti punk nelle chiese, con l’approvazione del prete – o quantomeno questi non era contrario. Sì, dicevano di non portare birra, di non bere alcoolici… ma tanto ci si ubriacava già prima”.

Ci si muoveva, ci si spostava tra le varie città oppure si restava a livello locale?

“No, il fenomeno era in tutta la DDR, e c’era una specie di ‘giro’ di contatti, informazioni. C’era un nocciolo duro di punks, forse 2 o 300, non lo so… Nel nostro caso, noi avevamo un amico qui a Dresda, il suo soprannome era Jauch, e lui ci mandava un telegramma, nel quale per esempio c’era scritto: 26 ottobre, ore 14, punto d’incontro Stazione centrale di Dresda. Nient’altro. Non c’era scritto ‘concerto’, le bands… solo la data e il luogo. E come firma: ‘Mario’. E quando ricevevamo un telegramma del genere, sapevamo che ci sarebbe stato qualcosa, vuoi un concerto, o una festa o comunque un evento punk. E quindi abbiamo preso il treno, la mattina presto, ci siamo incontrati alla stazione a Dresda, e ci siamo radunati lì – in parecchi avevano ricevuto un telegramma di quel tipo o avevano sparso la voce. Non c’erano telefoni e la Stasi leggeva le lettere, ma i telegrammi erano così veloci che gli ufficiali della Stati probabilmente non riuscivano ad intercettarli. Quindi siamo rimasti alla stazione fino alle 18 circa e poi siamo andati, tutti insieme, verso la chiesa. Insomma il metodo funzionava. Non sono stato a lungo un Punk della DDR perché ero molto giovane, ma cose del genere le ho vissute ad Halle, Jena, Berlino, Dresda, Eisenberg… Ed era sempre così: un telegramma senza dettagli, e tutto il resto si vedeva poi dopo”.

Non era pericoloso?
“Beh, sì… una volta per esempio siamo arrivati ad Halle e uno di noi, della nostra città, aveva una maglietta con una scritta antifascista – quella con la svastica barrata di traverso – e sopra indossava due pullover. Alla stazione se ne è tolto prima uno, poi l’altro, e poi ha rimesso su il primo, così che per un attimo il simbolo Anti-Nazi fosse visibile. Ci siamo messi in cammino e cinque minuti dopo sono arrivati 3 uomini con le giacche marroni, della Stasi, e ci hanno portato via, al commissariato di Halle. Erano circa le 14, probabilmente, e ci hanno tenuto lì, in stato di fermo, fino alle 19. Continuavano a chiedermi dove volevamo andare, cosa avevamo in mente. E io rispondevo: ‘non lo so e grazie a voi non avrò neanche più modo di saperlo!’. Perché tutto quello che sapevo era che dovevamo incontrarci, diciamo , alle 16, alla stazione. Così ci hanno trattenuto fino a sera, poi ci hanno detto: ‘ora vi portiamo direttamente alla stazione, vi mettiamo sul treno, andate dove vi pare basta che lasciate Halle’. La maglietta se la sono tenuta, dicevano: nella DDR non ci sono neonazi, perché indossi questa maglietta?
Va detto che questi concerti, quelli col telegramma, erano magari 3 o 4 all’anno, non di più. Altrimenti ci si incontrava nella propria città. Nella mia, poco prima della caduta del Muro, su 50 mila abitanti eravamo forse 10 punks, e andavamo spesso nelle birrerie dove c’era blues, con gli hippies, anche loro malvisti dallo Stato perché considerati come noi degli asociali.
Dischi punk non ce n’erano, e anche alla radio non lo trasmettevano, così ci si scambiava delle cassette. Un nostro amico, più grande di me, è andato in Ungheria, a Budapest, dove c’era un negozio, l’unico che aveva dei fantastici LP di musica punk hardcore internazionale. Li vendeva ciascuno per 150 marchi della DDR. E così la gente andava in Ungheria, con i propri risparmi in moneta della DDR, con 300 marchi comprava due dischi e quando tornava scambiava con altre persone, li registrava su cassette che poi passavano di mano in mano… così ci si procurava la musica nella DDR. Nell’89, poco prima della caduta del muro, a 18 anni sono andato anche io – non sapevo ovviamente cosa sarebbe successo da lì a poco – e con un sacco di soldi sono entrato in questo negozio. Ma il proprietario si era fatto più furbo, e mi disse che non li vendeva più ma poteva riversarli. E ho dovuto pagare 50 marchi solo per avere due dischi registrati su una cassetta, lato A e B!”

Quando poi è caduto il muro, che cosa è cambiato?

“Quando c’è stata la Svolta avevo 18 anni, giovane, nell’età migliore. E Berlino Ovest, il quartiere di Kreuzberg, erano solo ad un’ora di treno. Io lavoravo, poi tutti i fine settimana o anche più spesso andavo a Kreuzberg. E lì potevo recuperare tutto quello che mi ero perso, vedere tutte le band che già conoscevo… Però era diverso. In senso buono ma… forse era troppo. Improvvisamente potevi comprare tutti i dischi che volevi… era quasi come troppa libertà tutta insieme, troppa abbondanza di punk.
Ovviamente nella DDR si era punk anche per fare qualcosa contro il sistema. Nel mio caso magari ero ancora forse troppo giovane, più che altro mi piaceva la musica, il modo di vestirsi… Ma so di altri, più grandi, che erano contrari al servizio militare obbligatorio, per esempio. Era uno Stato autoritario, che ti vietava di pensare e se dicevi qualcosa contro Erich Honecker e il suo regime, si sa come andava. Non c’era libertà di opinione. E se uno diceva, che so, vorrei andare a Colonia a trovare mio nonno, vorrei vedere l’America, era già troppo. E si finiva nel mirino della Stasi. No, non vorrei che la DDR tornasse.
Il Punk, l’essere punk, era nella DDR sicuramente un qualcosa di più intenso rispetto ad oggi. Mi ricordo una volta che eravamo qui a Dresda, prima di un concerto, stavamo camminando per la strada e dall’altro lato arrivano altri due punks – si riconosceva subito: giacche stracciate, con attaccate lamette di rasoio o spille da balia, magliette fatte in casa. Ci si è visti, salutati, e poi si è andati dall’altro lato della strada a parlare con loro, ‘cosa fate stasera? Ah c’è un concerto, venite con noi’… Era come una grande comunità, in cui sapevi di essere parte di una stretta minoranza all’interno della società, e c’era maggiore coesione. Invece se oggi ci si incontra, ci si guarda e poi basta, via. Il punk nella DDR era molto più intenso”.

Berlino - 30 anni dopo la caduta del muro
La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Anne, nata dopo il crollo del muro

Anne, 28 anni, originaria della Sassonia-Anhalt, lavora a Radio Lohro (radio comunitaria) a Rostock.

Sono originaria di un piccolo paesino nella Sassonia-Anhalt. La DDR ha avuto un ruolo importante nella mia famiglia. Credo che nelle zone rurali ci sia anche una situazione diversa rispetto alla grande città, dove si hanno molte occasioni, opportunità di analisi, nei musei per esempio… Ciò che so è che mio padre aveva all’epoca cercato di presentare una richiesta di espatrio, ma non gli fu concessa l’autorizzazione. Mia madre è cresciuta in una cosiddetta zona vietata, cioè il villaggio in cui viveva era praticamente al confine con l’Ovest. Non potevano avvicinarsi troppo al confine, dall’altro lato mia nonna diceva spesso che i soldati venivano a casa per prendere il caffè e cose del genere.

Quel periodo è ancora oggi, nella famiglia, tra gli amici, un tema di cui si parla oppure viene considerato piuttosto un qualcosa di ormai passato?

“È ancora un tema. Credo che proprio per la generazione dei miei genitori o dei loro è ancora un tema importante. Lo si nota per esempio da episodi tipo questo: ho un amico che è originario dell’Inghilterra e l’ultima volta che siamo andati ad una festa di famiglia, era la prima volta che era qui dalla mia famiglia, qualcuno ha subito voluto mettere in chiaro che nella DDR non tutto era così male, che tutto viene rappresentato negativamente ma avevamo anche lati positivi, citando ad esempio c’erano tanti posti negli asili… Voglio dire, anche nella mia famiglia di sono tanti punti di vista, opinioni differenti. Ci sono quelli che dicono che non tutto andava male e si chiedono se l’ovest capitalista sia poi tanto meglio. Dall’altro lato ci sono voci come quella di mia madre, che per esempio una volta il giorno della festa nazionale, il 7 ottobre, con i suoi amici ha staccato la bandiera della DDR – ovviamente in segreto, se qualcuno lo fosse venuto a sapere non si sa cosa sarebbe potuto succedere… Mia madre mi ha anche raccontato che ha saputo che quando persone del villaggio, che erano finite in prigione perché per esempio avevano detto qualcosa contro il regime, quando tornavano non erano più le stesse. Ci sono racconti di torture nelle prigioni della DDR, come quella di Bautzen: ad esempio la luce veniva sempre lasciata accesa la notte, le guardie entravano di continuo nelle celle per svegliare i detenuti che si erano addormentati…”.

Tu sei nata dopo l’unificazione. I concetti di Est ed Ovest hanno un peso per te?

“Per me personalmente in realtà no. Sono nata dopo la caduta del Muro, e cerco di tenere questa questione lontana da me. Alla fine siamo tutte persone, esseri umani. Ma, chiaro, a scuola l’ho notato più e più volte, che c’erano dei pregiudizi, che si diceva ‘ah, questo Wessi, questo tedesco dell’Ovest’… Io sono cresciuta all’est e credo che il pregiudizio era sempre del tipo: i cosiddetti ‘Wessis’ diventano sempre più benestanti, sono più arroganti, si esprimono in maniera esageratamente pomposa… Credo che fino ad un certo punto alcuni pregiudizi siano veri, ovviamente anche nei confronti degli Ossis, dei tedeschi dell’Est. Ma sono dei clichè, e come dicevo per me tutti sono esseri umani, quindi no, personalmente la distinzione non ha importanza.
I miei primi contatti con l’Ovest? Indirettamente credo tramite le mia famiglia, perché mia nonna e mia madre avevano parenti all’ovest, che mandavano i ‘pacchetti dall’Ovest’ di là oltre il confine, quindi da questo punto di vista c’era un rapporto verso l’Ovest. Altrimenti a scuola ho avuto i primi contatti con questa questione. Non capivo però granché il significato… sapevo che una volta c’era un confine. Intendo che avevo 10-12 anni, l’età in cui uno comincia ad affrontare anche queste questioni. E ovviamente tante cose che i bambini dicono a scuola le ripetono da quello che hanno sentito dai loro genitori. Perché nessuno di noi aveva davvero idea di come era prima, all’Ovest oppure all’Est. Con i bambini che arrivavano dai Laender dell’ex Ovest sono sempre andata d’accordo. E alla fine dicevo: i confini sono caduti prima che noi nascessimo, per noi questa non dovrebbe più essere una questione”.

Quando qualcuno ti dice: tu vieni dai nuovi Laender, che effetto ti fa?

“In realtà non lo so. Non credo di aver mai avuto l’impressione che questo preconcetto poi si riflettesse su di me. Credo che qui sia di nuovo la domanda: è perché vengo dall’est o perché sono una donna che in qualche modo vengo sminuita nella società, come se fossi un po’ stupida – questo qui è uno dei pregiudizi, degli stereotipi nei confronti degli Ossis. Tipo che bevono tutti birra durante il giorno, vanno in giro in tuta… è sempre l’immagine, stereotipata, che ancora oggi c’è nei media. Così come è sempre presente questo ‘dare addosso’ ai tedeschi dell’Est. Credo che questo sia un problema. Ad esempio, ci sono qui in Germania delle trasmissioni di intrattenimento – tv spazzatura, ma con mia sorella da bambine le guardavamo. E ne abbiamo spesso parlato, riso… lì quelli dell’est erano sempre quelli stupidi, vestiti male, in un appartamento sporco e pieno di spazzatura, mentre da quelli dell’ovest era sempre tutto lindo e bellissimo. All’epoca non credo neanche di averlo preso come un’offesa, perché non mi identificavo con quello che veniva mostrato, non rispecchiava neanche la realtà che conoscevo. Nella mia famiglia o tra i miei amici non c’è nessuno che è come viene generalmente rappresentato lo stereotipo in tv. E, voglio dire: a volte vado ad Hannover, all’ovest, da mia sorella. E anche lì si vede gente girare in tuta per strada…
Non l’ho mai preso troppo sul serio, ma chiaramente più vado avanti con l’età e più mi confronto anche in maniera critica con i media, mi chiedo anche che effetto abbia sulla gente. E non sono tanto d’accordo che da decenni ci si avventi a senso unico solo su quelli dell’est. Non lo trovo corretto e mi chiedo quale sia lo stereotipo per quelli dell’ovest e dove sia, venga mostrato in televisione. Sono in qualche modo sempre i canali dell’Ovest che prendono in giro la gente dell’Est e questo lo trovo un peccato, perché in realtà dopo la caduta del Muro, compito dei media era anche accompagnare l’integrazione tra le due parti, spiegare alla gente dell’Est la cultura dell’Ovest e lo stesso al contrario… E trovo più importante l’avvicinare le persone piuttosto che il ridere perché dare addosso a quelli dell’Est è tanto divertente o cose del genere. Non porta proprio a nulla”.

Pensi che l’integrazione di cui parlavi è in qualche modo riuscita o che ci sia ancora da lavorare?

“Sì, c’è ancora da fare, ancora necessità di agire. Proprio quello che dicevo prima, sulla rappresentazione dei tedeschi dell’Est nei media, ti mostra che ci siano appigli a dire che l’integrazione non è riuscita. Credo che questo abbia anche una relazione con la percentuale, la parte di popolazione che all’Est, nei singoli Laender, vota per il partito Alternativa per la Germania, perché in tanti problemi, non vengono ascoltati o hanno la percezione di non essere più ascoltati. E dire, semplificando: beh, quelli dell’Est hanno sempre avuto il problema nei neonazisti, è troppo riduttivo. Ad esempio questo è un aspetto che anche da lì viene fuori, che l’integrazione non è ancora riuscita così ben e che dal punto di vista strutturale ed economico l’Est non ha raggiunto abbastanza. E che in qualche modo i valori dell’Ovest sono stati imposti. E’ quello che percepisco quando ne parlo, non per forza con la mia famiglia, ma quantomeno con le persone del villaggio in cui sono cresciuta o comunque in quell’ambiente. Resta sempre una questione aperta. La DDR credo che sia tema di discussione, almeno percepito, in ogni festa familiare o negli eventi nella provincia, nelle piccole città. Queste rivalità tra Est ed Ovest ancora esiste. E sì, credo che ci sia ancora bisogno di lavorare.

Hai pensato, o vorresti trasferirti all’Ovest oppure preferisci restare qui all’Est?

“In realtà ho già vissuto nell’ex Ovest, prima di trasferirmi a Rostock ho abitato a Wilmersdorf, un quartiere di Berlino, nell’ex zona occidentale. Mi ricordo un episodio: mia madre mi è venuta a trovare mia madre, e mi ha detto che il suo sogno più grande, una volta, era passare attraverso la Porta di Brandeburgo, perché lì ai tempi correva il confine. C’era già stata una volta, da bambina: rimase ferma lì davanti e con la voglia di sapere come fosse il mondo dall’altra parte. E lo abbiamo fatto adesso, insieme. Per lei è stato un momento molto importante, particolare. Per me la Germania è una, tutta. Non c’è più alcun Est e alcun Ovest. Per me è assolutamente lo stesso, dove andrò”.

Berlino - 30 anni dopo la caduta del muro
La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo
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Partiamo dalla polemica che è stata innescata dalle parole del ministro del Sud Giuseppe Provenzano su Milano rispetto al resto d’Italia, ma con lei non vogliamo commentare Provenzano. Vorremmo capire come Napoli vede una città come Milano. Il Mattino ha parlato di città sanguisuga, ma secondo i napoletani è davvero così?

Io sorrido perché Milano è una straordinaria città d’Europa, è all’avanguardia e sta peraltro vivendo un momento splendido grazie anche alla conduzione di un sindaco illuminato, Beppe Sala, che io ho avuto occasione di incontrare più volte e di cui ho avuto una straordinaria impressione. Andare a Milano è molto piacevole perché si respira un’aria di euforia, di crescita e di rinnovamento che a mi piace moltissimo. Quindi non è una città sanguisuga, non lo è affatto. È vero che le risorse che secondo la Costituzione di questo Paese avrebbero dovuto nel lungo periodo di vigenza della stessa Costituzione essere destinate al Meridione d’Italia, di cui Napoli è un pò una capitale, di fatto non vi sono state destinate.
Non è vero che Milano succhia il sangue a Napoli. Milano è una grande città d’Europa che fa parte del settentrione d’Italia che purtroppo, grazie alla improvvida conduzione politica di questo Paese è stata destinataria di maggiori risorse di quelle che sono invece state destinate al Sud. Su questo non ci piove. Che invece poi Milano abbia grandissime realtà rivolte appunto all’Europa da cui dista molto meno, non c’è dubbio ed è un grosso beneficio non solo per Milano, ma per tutto il Paese.

Questa polemica è stata incentrata sul concetto di restituzione, inteso però come restituzione in termini di relazioni, culturali e di lavoro. Milano è oggettivamente una città che in questi anni si è internazionalizzate. Secondo lei sono i milanesi che non hanno voglia di avere a che fare con gli altri italiani oppure che c’è una difficoltà oggettiva a lavorare in altre aree del Paese?

È un discorso di velocità. Non c’è discussione sul fatto che Milano vada a una velocità diversa dal resto del Paese. Ma è anche vero che se questo Paese vuole avere il ruolo, la potenza e la forza che è giusto che abbia come Paese fondatore della Comunità Europea, e allora la velocità di un gruppo si misura dalla velocità del più lento, non da quella del più veloce. Fingere di non saperlo, fingere di non sapere che Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, non ha una stazione ferroviaria secondo me è una follia. Banalmente è un discorso di grandi occasioni perdute.
È un’idiozia pensare di essere rivali. Rilevo che alcune forze politiche hanno trovato la propria forza anche in questi slogan.
Credo che l’individuazione della zavorra e di un nemico sia sempre un modo per compattare le forze. E questa è una sciocchezza perché questo Paese ha bisogno di tutto il Paese, in ogni aspetto e in ogni lato. Pensare di poter crescere lasciandosi indietro più di metà del Paese credo sia un discorso più da fessi che da furbi.

Però lei sa che a Milano la Lega non ha mai attecchito. Questo discorso a Milano è stato sempre minoritario.

Come la Brexit non è un discorso londinese.

Andare ad una doppia velocità può anche significare sviluppare diverse sensibilità. A quel punto sì che ci sarebbe una sorta di allontanamento.

Bisognerebbe capire la velocità e in quale gara. Io che vivo in una città che è sempre agli ultimi posti delle classifiche sulla qualità della vita, le posso garantire che raramente capita che turisti o nativi possano pensare di vivere altrove. E siccome non credo nel masochismo turistico, evidentemente c’è qualche misuratore che non viene preso in adeguata considerazione. Penso che fondamentalmente questo sia un Paese estremamente diversificato, forse troppo per certi versi, e quindi ci si dimentica il valore della differenza. La differenza è una ricchezza, la diversità è una ricchezza. Se cercassimo di ricordarcelo più spesso, forse vivremmo tutti molto meglio.

Noi che viviamo a Milano siamo ben consapevoli degli stereotipi che ci sono su questa città e che ogni tanto oggettivamente risultano un pò pesanti. Le leggo un messaggio che ci è arrivato via Telegram. Mi dica se secondo lei questo è uno stereotipo o se è vero e anche a Napoli è così. Questo ascoltatore scrive i motivi per cui Milano è attraente: non c’è omofobia, c’è un livello di razzismo che è il 5% di quello del resto d’Italia.

Io posso posso dire con certezza che Napoli è una città che nasce dal porto, nasce dal mare, e quindi ha l’accoglienza nel suo DNA. Non c’è dubbio che a Milano sia la stessa cosa. Milano è da sempre la meta di tantissima immigrazione italiana e non italiana. Non potrebbe fare a meno di essere accogliente. Il discorso è purtroppo queste caratteristiche di civiltà si finge che non esistano, a volte anche strumentalmente. Sono convinto che le grandi metropoli condividano la tolleranza, l’accoglienza e l’apertura. Il problema è che l’Italia è fatta di poche grandi metropoli e di molto molto molto hinterland.

Una cosa che porterebbe via a Milano?

L’allegria. E lo dico con assoluta certezza. L’allegria civile e l’allegria di una vita affrontata da una collettività. Napoli è una città che sa essere molto triste, perchè dimentica la collettività. Io faccio questa provocazione: sarei per togliere a Milano l’allegria e portarla a Napoli.

Foto dal profilo Facebook di Maurizio De Giovanni

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    MALOS
    Davide Facchini e Luigi Ambrosio quest'anno saranno MALOS. Alle 17.35, dal lunedi al giovedì, per raccontare un Paese in preda a rabbie, paure, fake news, fatti alternativi, vecchi punti di riferimento che non ci sono più, e anche cose interessanti che si muovono nella società. Riusciremo a bucare le bolle dentro cui vivono gli italiani? Sicuramente proveremo anche a divertirci. Malos ha una pagina Facebook: https://www.facebook.com/Malos-258213295029128/?modal=admin_todo_tour
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Domenica in Auditorium “Solaris” spettacolo musicale di Giorgio Li Calzi e Manuel Zigante

Domenica 17 novembre alle ore 18 all’Auditorium Demetrio Stratos va in scena “SOLARIS” con Giorgio Li Calzi (tromba, live electronics) e Manuel Zigante (violoncello).

Due diversi percorsi musicali convergono in un originale territorio comune ispirato al fillm di Tarkovskij, SOLARIS. L’incontro tra il violoncello di Zigante e i suoni elettroacustici della tromba di Li Calzi è un progetto che attraversa improvvisazioni elettro-acustiche, elettronica e riscrittura contemporanea del classicismo di Bach e Artemyev.

Manuel Zigante (Roubaix, 1963), diplomato in violoncello presso il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, è fondatore del Quartetto d’Archi di Torino sotto la guida
di Piero Farulli -Quartetto Italiano- e del compositore Gyorgy Kurtág, con il quale svolge un’intensa attività concertistica. Amante della montagna, ha ideato una serie di passeggiate musicali con violoncello ed elettronica in val di Susa.
È fondatore del gruppo 8 violoncelli di Torino (8Celli), primo violoncello in diverse orchestre e docente di Quartetto presso il Conservatorio “G.Verdi” di Torino.

Giorgio Li Calzi (Torino, 1965), trombettista e produttore, autore di 12 album a proprio nome, ha collaborato con musicisti internazionali come la rockstar brasiliana Lenine, lo storico membro dei Kraftwerk Wolfgang Flür, e maestri della nuova scena elettronica e world in un continuo scambio di culture musicali. Nel 1999 e nel 2005 vince insieme a Johnson Righeira il Premio Ciampi. Dal 2010 con l’associazione “Insieme a Chamois” dirige il festival CHAMOISic. Dal 2018 è uno dei due direttori del Torino Jazz Festival. Nel maggio 2019 rma la regia di Medea per il Balletto Teatro di Torino.

Fino a esaurimento posti! Prenotazioni alla mail info@cittasonora.org

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Davide Enia racconta gli sbarchi nel Mediterraneo: “Persone, non migranti”

Davide Enia

Davide Enia è uno degli interpreti più originali ed intensi della nostra scena contemporanea. E con lo spettacolo L’Abisso, che ha già ottenuto importanti riconoscimenti ed è tratto dal suo romanzo Appunti per un naufragio, sbarca al Piccolo Teatro Grassi di Milano per affrontare l’indicibile tragedia contemporanea degli sbarchi sulle coste del Mediterraneo.

Lo spettacolo è dedicato al rapporto che Davide ha creato nel tempo con l’isola di Lampedusa e con quello che succede, ma anche con una serie di sentimenti misti e intensi che riguardano il suo vissuto personale e la sua famiglia. Proprio perchè quello che ha visto e vissuto a Lampedusa non può essere scisso dai sentimenti più profondi per la propria famiglia.

Nel momento in cui, trovandomi a Lampedusa, cercavo di rispondere alla domanda “come si può raccontare il tempo presente nel momento della crisi” mi si sono spalancate due strade che andavano percorse entrambe nel tentativo di scrivere. Il primo è prendere atto del fallimento della parola che non riesce a contenere la pienezza di quello che sta avvenendo. Ci manca una metà sovrabbondante delle storie delle persone che attraversano il mare e il deserto. E ci manca perchè la loro elaborazione non arriva nella lingua della loro culla, ma avviene in una lingua terza – inglese, francese o tedesco. L’altro motivo di questa mancanza di restituzione piena è il trauma. Hanno subito un trauma talmente devastante che c’è bisogno di un lungo tempo affinché venga accettato, metabolizzato, compreso e infine nominato.
Abbiamo un esempio abbastanza chiaro per capire più o meno cosa succede come statistica, con un’unica eccezione luminosa che è stato Levi: il lager, una delle parole chiave per capire anche questo presente. I sopravvissuti ai lager ci hanno messo vent’anni e più per iniziare a nominare quello che gli era successo. Noi tra 10-15 anni sentiremo da loro il costo che ha una vita nell’attraversata del deserto o quello che accade al corpo, per quanto il corpo sia comunque narrativo e ci permetta anche oggi di leggere di rimbalzo i segni delle violenze, le mutilazioni, le torture e gli stupri che avvengono in Libia.
L’altro aspetto è legato al fatto che rispetto a quello che andavo studiando o leggendo, c’era un grande scarto e la differenza era data dal fatto che a Lampedusa coi lampedusani, col personale medico o con la guardia costiera io parlavo in dialetto, nominando le cose immediatamente secondo la lingua della nostra origine. Mi sono trovato, senza nessun merito, il vocabolario per poter parlare con queste persone, soprattuto nel momento in cui si spalancava il loro trauma. La parola celebra il silenzio, ma ero in grado di processare quel silenzio perché ci sono stato costruito come essere umano. Da noi ‘a megghiu parola è chidda ca ‘un si dici, la migliore parola è quella non detta. Questo sprofondare dentro la mia lingua, che significa sprofondare dentro la costruzione del mio linguaggio, e quindi dentro m stesso, mi ha in qualche modo aperto la rete di relazioni sociali che è la mia famiglia, che mi impedisce di sprofondare dentro il mio stesso abisso.

Non è un caso che la figura di tuo padre sia quella che pronuncia la frase definitiva di quello che ha visto la prima volta che ha assistito a uno sbarco. Dice la cosa che va detta.

Mio padre, uomo di pochissime parole, quando vediamo insieme il primo sbarco – perchè io seguo l’impulso del mio intuito di portare mio padre a Lampedusa – io non ho le parole e domando a lui cosa abbiamo visto. E anche lui dice di non avere le parole per esprimere lo spaesamento provato nel vedere queste persone e lo spaesamento che ha letto nei loro occhi. E poi mi padre fa un’operazione che non credevo fosse possibile nominare in maniera così spudorata: crea un correlativo oggettivo tra lo sbarco e il cancro che ha colpito suo fratello, mio zio Peppe. È una di quelle situazioni in cui viene da gridare “ma che cosa posso fare?” e non ottengo risposta. Facendo questo, papà mi offre una prospettiva: quella frase è talmente forte che mio zio diventa da quel momento uno dei protagonisti del lavoro. La malattia di mio zio e il rapporto tra me e la sua malattia è talmente dentro al romanzo perchè quella frase di mio padre era così forte da non permettermi di fare finta di nulla. Non potevo non intruderci dentro anche questo mio naufragio personale. In qualche modo la malattia di mio zio è stato l’ago e il filo che ha permesso a me e mio papà di costruire quelle parole che erano mancate per iniziare a nominare tutto. La domanda è quindi: perchè mi sono portato proprio mio padre? Io faccio parte di un intero bacino culturale in cui i padri sono muti e gli uomini e le donne vengono cresciuti dalle donne. Le madri ci hanno insegnato il rapporto con il Mondo. L’empatia che nasce dallo stomaco è materna, ma lo sguardo che guarda è sempre quello del padre. E dal mancato dialogo tra stomaco e occhi nasce il conflitto. È talmente nuovo quello che sta succedendo che bisogna mettere in discussione lo sguardo nei confronti della realtà. Servono pensieri, categorie e probabilmente anche parole nuove per processare quello che accade. Il nostro occhio è ancora paternalista e neo-coloniale, uno sguardo intrinsecamente segnato dal paternalismo e dal patriarcato. Noi siamo occhi nati nel millennio scorso, dobbiamo quindi cambiare il nostro sguardo per comprendere l’assoluta novità di questo evento gigantesco che è semplicemente la storia nel suo darsi in atto.

Ci sono tantissimi linguaggi diventati strumenti di scena appassionati ed appassionanti per il pubblico. Dal gesto, come dicevi, alla musica. Definirla musica è un po’ riduttivo, perchè si tratta di una vera e propria partitura eseguita in scena da Giulio Barocchieri e che viene composta dal vivo con un meccanismo di accumulo. Si è riflettuto sull’idea di trauma, che proprio con l’accumulo ha a che fare.

Esatto. C’è proprio una soluzione registica in cui Giulio accumula rumori esattamente come si accumula l’esperienza del trauma, fino al momento in cui io riprendo a raccontare e questi rumori si sciolgono in un’armonia e poi in una melodia che indicano il processo terapeutico che io stesso ho sperimentato. Credo che andare in terapia sia stata una delle cose migliori della mia vita. È proprio importante sentire la propria voce nominare i fatti, capire che ci è successo qualcosa. Da quel momento inizia il distanziamento tra te e i fatti che hai vissuto. Io devo chiaro che la musica avrebbe dovuto essere sporca e distorta, perché sporca e distorta è la realtà della frontiera che ho conosciuto. Dentro questo, però, ci sono momenti di altissima pietas che fanno sì che alcune persone si portino davvero il peso del Mondo sulle spalle. Questo è il momento storico che stiamo vivendo, è il momento in cui se dovessi darti un’immagine: i figli si separano dalle madri e dai padri continuamente e si separano anche da morti, perchè a volte recuperiamo i corpi dei figli in mare o il corpo delle madri e l’altro rimane perso nell’abisso profondo. Ed è quello che sta continuando a succedere da un quarto di secolo.

Un’ultima precisazione da Davide Enia:

C’è un elemento che mi ha sempre molto interessato rispetto al modo in cui viene comunicato lo spettacolo, e voi di Radio Popolare grazie a Dio non l’avete fatto. Ma proprio per questo mi sento di dirlo: se uno legge i giornali e la stampa si parla spesso di Enia che affronta il dramma dei migranti. Io non uso mai la parola migrante, né nel romanzo né nello spettacolo. È una scelta nata dal fatto che a Lampedusa non la usa nessuno. Non la usano i medici, non la usano i pescatori e non la usa la Guardia Costiera. Le persone mi chiedono “e come li chiamano”? Persone.

Foto dal profilo Facebook di Davide Enia

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“Milano non restituisce”: il Ministro Provenzano chiarisce ai nostri microfoni

il Ministro Giuseppe Provenzano

Milano attrae ma non restituisce quasi più nulla di quello che attrae“. Questa la frase pronunciata dal Ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano durante il suo intervento al dibattito “il Meridione visto da Nord” organizzato l’altro giorno a Milano dall’Huffington Post.

Provenzano, eletto in quota PD, ha approfondito il proprio punto di vista, ma è stata quella singola frase a farlo travolgere dalle polemiche:

Tutti decantiamo Milano, ma non è la prima volta nella storia d’Italia che è un riferimento nazionale. A differenza di un tempo, però, oggi questa città attrae ma non restituisce quasi più nulla di quello che attrae. Intorno ad essa si è scavato un fossato: la sua centralità, importanza, modernità e la sua capacità di essere protagonista delle relazioni e interconnessioni internazionali non restituisce quasi niente all’Italia. È la sfida che dovremo provare a cogliere.

Oggi il Ministro Provenzano è intervenuto a Prisma su Radio Popolare anche per chiarire quel discorso e mettere fine alla narrazione che lo vorrebbe in contrapposizione col sindaco di Milano Beppe Sala proprio per quelle dichiarazioni.

Io mi sto occupando di come velocizzare gli interventi già previsti di bonifica e riqualificazione, di istituire la zona economica speciale per sfruttare i vantaggio competitivi del porto di Taranto, che in questi anni è stato un po’ abbandonato. tutto questo ha a che fare con quella vocazione mediterranea che dobbiamo ritrovare al Sud. A proposito di questo ricordo che nel 2026 ci saranno non solo le Olimpiadi Invernali di Milano e Cortina, ma anche i Giochi del Mediterraneo a Taranto. Io vorrei che diventassero un appuntamento importante per l’intera nazione come saranno le altre. La logica di superare le contrapposizioni tra nord e sud, che è stata paradossalmente il senso del mio intervento che ha scatenato tutte quelle polemiche. Polemiche che, me lo lasci dire, sono inesistenti e infondate, perchè con Sala non c’è stato nessun battibecco e nessuna reazione piccata. Lui era presente in sala e abbiamo discusso dello stesso problema.

Lei ha proposto un ragionamento molto interessante sul divario che c’è tra Milano e il resto d’Italia. “Milano cresce e attrae, ma non restituisce“. Questa è stata la frase che ha aperto quella polemica. Cosa intendeva dire?

Quando ho detto che non restituisce intendevo dire che da Milano non si diffonde quello sviluppo e quei processi di cambiamento che invece nella città di realizzano. Non è la responsabilità di Milano, solo uno scemo penserebbe questo. Non restituisce perchè non può restituire: quel fossato che si è scavato impedisce la diffusione di quei processi di sviluppo senza politiche che lo accompagnino. Il senso del mio ragionamento è condiviso anche da Sala: costruire dei ponti oltre quei fossati, diffondere anche quei processi e le buone prassi che esistono a Milano, anche con politica che tengano più unito il Paese. Questo serve all’Italia, ma serve anche a una città come Milano che, per quanto forte, da sola non può bastare. Questo è il tema che abbiamo affrontato l’altro giorno ed è un tema di cui sta parlando mezzo mondo. E in Italia invece è stato ridotto ad una polemica che assolutamente non c’è stata.

Il tema della coesione territoriale è proprio di sua competenza nel governo. Le domandiamo quali politiche può mettere in campo il governo.

È esattamente il tema che ho proposto io. La coesione territoriale non riguarda più soltanto il divario tra nord e sud e a Milano abbiamo parlato proprio di questo. Riguarda la distanza tra centro e periferie, tra città e campagne deindustrializzate, tra centri urbani e aree interne. Io ho raccontato la prima cosa concreta che ho fatto al governo, cioè raddoppiare le risorse, e dunque anche gli interventi, per la strategia nazionale sulle aree interne. Questo non riguarda solo il Sud, riguarda anche il centro-nord e le stesse valli lombarde a rischio spopolamento. Questo significa servizi più efficienti in quelle realtà e anche una prospettiva di sviluppo legata alle vocazioni produttive del territorio. Senza lavoro buono non si costruisce il futuro.
C’è un tema che va al di là dell’economia e riguarda la nostra tenuta democratica. A dispetto di quando si dice che lo sviluppo si fa con la concentrazione e con l’agglomerazione, i contraccolpi di questo sono enormi. I luoghi che non contano e percepiscono di non contare poi si vendicano e lo fanno votando Trump o votando Brexit o i nazionalisti in tutta Europa. È un tema che riguarda chi ha a cuore le sorti della democrazia e, come me, anche della sinistra. Lo dico con chiarezza: ho stima e simpatia per il sindaco Beppe Sala e per la sua giunta. Sono orgoglioso come democratico e uomo di sinistra dell’innovazione sociale che esiste a Milano, delle sue buone pratiche e della civiltà che Milano ogni giorno testimonia, da ultimo quella manifestazione di solidarietà alla senatrice Segre. Detto questo, un minuto dopo mi occupo di come colmare i divari territoriali, perchè questo è il mio mestiere. Mi interessa farlo non solo a partire dal sud, ma anche tra le aree del nord.

Queste differenze si ritrovano anche nella città di Milano. Il divario tra centro e periferia o ricchi/poveri sarà uno dei temi centrali della stessa città di Milano.

Su questo la giunta di Milano ha molto da dire perché si è impegnata tantissimo sulle periferie. Io ho più volte parlato di questi temi con l’assessore Majorino prima che facesse l’eurodeputato. È un tema che sta a cuore a Milano. Il ragionamento che ho fatto l’altro giorno è un ragionamento condiviso dal sindaco. Capisco che è interessante portare avanti una polemica e una finta rissa. Se io le dico che non è una rissa e anche il sindaco dice che non lo è…

Come colmare questo divario territoriale?

Io sto lavorando ad un piano per il Sud che vorrei si chiamasse “Piano per l’Italia”. Investire al sud è interesse dell’intero Paese, anche del centro-nord. In tutti questi anni abbiamo discusso di contrapposizione territoriale trascurando invece la forte interdipendenza che c’è tra le aree e avere un sud più forte fa bene anche al centro-nord. In legge di bilancio ci sono già i primi interventi in questo senso. Noi abbiamo la necessità non di stanziare più risorse, ma assicurare a ciascuno ciò che gli spetta. E poi essere capaci di spenderle e accelerare gli interventi. Abbiamo anche provato ad investire, in particolare al sud, sulle imprese che innovano, che fanno investimenti e che puntano sulla ricerca e l’innovazione. Le misure di politica industriale sono molto tarate sul Mezzogiorno che ha bisogno di recuperare. E poi c’è un tema che riguarda i piccoli comuni. Ricordavo la strategia delle aree interne, ma anche il fondo creato per le infrastrutture sociali che servono a quella coesione delle comunità che è la prima base per costruire un futuro. Lì abbiamo bisogno di recuperare una distanza. E dobbiamo ritrovare delle missioni comuni. Possiamo pensare che una partita come quella del Green New Deal si possa giocare sulla vecchia e abusata contrapposizione tra le città e la competizione dell’una con l’altra e non come un sistema Paese integrato? Tutto questo significa avere un punto di vista più generale sul nostro Paese e sul nostro futuro.

Prima ha parlato dei territori che si sentono trascurati e poi si vendicano. Questo mi ricorda la ricerca dell’Istituto Cattaneo di Bologna che, in previsione del voto in Emilia Romagna, rivela che i territori più ricchi vicini alla via Emilia votano in un modo, mentre i territori dell’Appennino, più lontani dai centri più ricchi, votano in un altro modo. Questo è qualcosa di cui il Partito Democratico dovrà farsi carico nella campagna elettorale in Emilia.

Era proprio il senso del mio intervento dell’altro giorno. Riguarda l’Emilia, ma riguarda anche l’Occidente. La vendetta dei luoghi che non contano è la formula utilizzata da un grandissimo studioso della London School of Economics. In America i liberali stanno rimettendo testa sul fatto che la loro presenza non può essere concentrata solo nelle grandi città e si pongono il tema delle aree rurali. Penso che sia giunto il momento di aprire questa discussione anche nel nostro Paese, facendola con serietà e rispetto reciproco, il rispetto che io provo per Milano senza dovermi giustificare ogni volta che pongo il tema delle aree che sono più indietro. La politica deve sporcarsi le scarpe e io sono tra quelli pronti a farlo.

Foto | Palazzo Chigi

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Elezioni in Emilia, Max Collini: “L’egemonia culturale è passata di mano”

Max Collini

Max Collini, ex Offlaga Disco Pax, ora in giro col tour “Max Collini legge l’Indie italiano” è intervenuto a Malox per parlare della sua Regione, l’Emilia Romagna, e delle elezioni che si terranno il 26 gennaio prossimo.

L’intervista di Luigi Ambrosio e Davide Facchini.

Tu vivi a Reggio Emilia e conosci la Regione. Dal tuo punto di vista c’è stato un cambiamento anche nella quotidianità?

Ho sentito un brivido cupo che dura da molto tempo, però vorrei anche sottolineare che questa mitologia dell’Emilia rossa indistruttibile e indelebile è un mito. L’Emilia è in Italia, è una Regione molto grande e nell’immaginario collettivo viene vista come una sorta di soviet, ma in realtà è una regione come tante altre. Che qui abbiano attecchito di più un certo tipo di cultura e di società è assolutamente vero. Qui gli anticorpi sono più forti, ma non è che sia impermeabile ai fenomeni politici e culturali del Paese. L’Emilia è permeabile e lo è da molto tempo e oggi facciamo i conti con questa società.

Al di là di come andrà, come è possibile che questi anticorpi non impediscano alla destra italiana, che ora scimmiotta il fascismo, di ottenere percentuali che secondo i sondaggi oscilleranno tra il 40% e il 45%?

In Emilia le percentuali non saranno queste, ma il dato vero è che la Lega alle ultime elezioni europee è stato il partito più votato in Emilia Romagna ed ha superato il PD, anche se di un punto o poco più. Credo che esista un problema di coalizione ed un problema di società, ma la cosa per me più incredibile è che la Lega sia fortissima in tutte le zone alla periferia dell’impero: più si tratta di piccoli paesi e di luoghi isolati più la Lega è forte, più vi avviciniamo alle città e ai luoghi dove è più presente la società civile e più la Lega diminuisce i consensi.

Che spiegazione ti sei dato?

È in questi paesi e in queste zone più isolate che attecchisce di più la paura dell’altro che viene fomentata dai politici. L’unico interlocutore spesso è la televisione, mentre nelle grandi città c’è una vita sociale diversa – sto semplificando – e tutti questi “pericoli sociali” che vengono descritti spesso neanche ci sono.

Gli episodi di violenza e razzismo strisciante, però, si registrano anche nelle grandi città, da Bologna a Reggio Emilia.

Non volevo minimizzare, ma è evidente a chiunque abbia fatto una minima analisi sul voto delle europee che le percentuali della Lega erano più alte proprio nelle zone più periferiche del territorio, probabilmente perchè legate anche ad un elettorato più anziano e più solo e quindi più facilmente influenzabile da quel tipo di propaganda.
Questo è il vento che fischia in questi ultimi due anni anche in una regione come l’Emilia Romagna. Ci sono più anticorpi, ma credo sia necessaria una mobilitazione perchè temo che l’egemonia culturale sia passata di mano.

Bonaccini ha governato bene?

Assolutamente sì. Possiamo criticare o meno la sua amministrazione, anche se mi è sembrata efficiente, ma credo che serva a poco crogiolarsi sui successi del passato, altrimenti alla fine ti ritrovi col cerino in mano.

In strada e al bar di queste elezioni in Emilia si parla? E in che modo?

Probabilmente al bar questo argomento non è ancora arrivato all’apice. Io ho due impressioni. La prima è che l’affluenza al voto sarà molto superiore a quel 37% di cinque anni fa, ci sarà un dato molto diverse o in questo senso le ultime settimane di campagna elettorale mobiliteranno chi di dovere. Credo che sia altrettanto presente nella testa degli emiliani cosa ci sia in gioco: la Regione e il governo nazionale. E forse tra Lucia Borgonzoni e un bravo amministratore forse andrà fatta una riflessione.

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Affitto a Milano in crescita fino al 6%. Di chi è la colpa?

Affitti a Milano

Milano è una delle città italiane più in crescita, una di quelle in cui si va a lavorare da tutta italia e una di quelle in cui gli investimenti sono in continuo aumento. Il rovescio della medaglia, però, è che il mercato immobiliare reagisce di conseguenza. E in mancanza di alcun tipo di regolamentazione, il costo dell’affitto diventa sempre più instabile.

Il rapporto di Tecnocasa sui primi sei mesi del 2019 colloca la città di Milano, insieme a Bologna, al primo posto tra le realtà con l’aumento più importante dei canoni di affitto per monolocali, bilocali e trilocali indipendentemente dalla zona della città in cui si trovano.

Il motivo, nel caso dell’affitto a Milano e non solo, è da ricercare nella riduzione dell’offerta e nell’aumento della domanda, come confermato oggi a Prisma da Fabiana Megliola, responsabile dell’ufficio studi di Tecnocasa:

Abbiamo riscontrato un aumento dei canoni di affitto a Milano del 6,1% sui monolocali, del 4,2% sui bilocali e del 5,3% sui trilocali. Per dare un valore medio, un bilocale a Milano si attesta sopra agli 800 euro al mese. Le motivazioni principali sono la riduzione dell’offerta dovuta al fenomeno degli affitti brevi e ad una crescita della domanda. Il mercato delle locazioni ha sempre raccolto le richieste di chi, per una serie di motivi, non riesce ad accedere all’acquisto. O chi, per motivi di studio o lavoro, si deve spostare sul territorio ed è alla ricerca di una soluzione temporanea.

Tecnocasa lega in parte questo repentino aumento dei canoni di locazione al fenomeno sempre più diffuso degli affitti brevi. Si preferisce spesso, e non soltanto per motivi economici, mettere in affitto un appartamento per brevi periodi, così da approfittare del turismo e dei lavoratori o studenti temporanei e avere la certezza, per i proprietari, di poter tornare in possesso dell’appartamento in tempi rapidi.

Questo aspetto da non sottovalutare è stato confermato anche da un ascoltatore di Radio Popolare, Carlo, che ha denunciato quanto possa essere complesso, in Italia e a Milano in particolare, rientrare in possesso di un appartamento in caso di inquilino moroso o non intenzionato a lasciare l’abitazione:

La mia famiglia ha un appartamento a Milano ed è in causa di sfratto da due anni. Tutti sanno che se si trova un inquilino che non paga e che non vuole andarsene è necessario aprire una causa e perdere almeno due anni prima di tornare in possesso di quella casa. Quando riuscirò a riottenere la mia casa, probabilmente andrò a viverci. Ma se dovessi affittarla, punterei sugli affitti brevi. È una parte del problema, ma se ci fosse una legislazione per cui tu, proprietario della casa, hai tutto il diritto di tornarne in possesso e nel giro di un mese riuscissi ad ottenerlo, si libererebbero centinaia di appartamenti in affitto e questo abbasserebbe il prezzo.
È vero che gli affitti brevi portano maggiori introiti al proprietario, ma la ragione principale è quella di proteggersi da una legislazione che non tutela minimamente i proprietari.

La testimonianza di Carlo è stata confermata anche da Fabiana Megliola: gli affitti brevi garantiscono ai proprietari di appartamenti di poterne tornare in uso in tempi rapidi qualora ne avessero bisogno, oltre ovviamente a guadagni maggiori. “Se ho necessità dell’immobile posso liberarlo e usufruirne in tempi ragionevoli“.

Anche una seconda ascoltatrice ha portato una testimonianza simile. Nel suo caso l’inquilino che non voleva andarsene lavorava in nero e risultava nullatenente. Rientrare in possesso di quell’appartamento per l’ascoltatrice è stato un percorso lungo e dispendioso.

Queste esperienze piuttosto comuni spingono ovviamente i proprietari di appartamenti a preferire un appartamento sfitto per qualche periodo anziché affittarlo a chi non riesce a garantire un minimo di affidabilità: “È giusto tutelare la casa e l’inquilino, ma non bisogna gravare sui piccoli proprietari“.

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Premio Franco Giustolisi: Roberto Festa premiato per “Diario Americano”

premio franco giustolisi 2019

Roberto Festa ha vinto il Premio Franco Giustolisi per  “Diario Americano” la rubrica dedicata agli Stati Uniti all’interno di Esteri.

 

Il comunicato ufficiale della giuria del Premio Franco Giustolisi:

Premio Franco Giustolisi 2019:

vincono il giornalismo d’inchiesta e l’alta qualità dell’informazione

 

Il Premio di giornalismo d’inchiesta ‘Giustizia e verità Franco Giustolisi’.

Il Premio è dedicato alla memoria di Franco Giustolisi, di cui oggi ricorre il quinto anniversario della scomparsa. E’ giunto alla sua quinta edizione e ha toccato alcuni luoghi teatro di stragi nazifasciste tra il 1943 e il 1945 e oggetto delle inchieste di Franco Giustolisi: Sant’Anna di Stazzema (2015), Marzabotto (2016), Boves (2017), Capistello (2018), e nel 2019 Roccaraso.

 

Franco Giustolisi 

Franco Giustolisi (1925-2014), è stato uno dei più importanti giornalisti d’inchiesta italiani. Dalle indagini sulle mafie a quelle su terrorismo, fino ai reportage sulla corruzione e il grande lavoro sulla memoria italiana. La sua è stata una vita incentrata su un impegno civile continuo e insistente. Inviato speciale dal 1963 prima per “Il Giorno” poi per la “Rai” (“Tv7”), quindi per “l’Espresso”. Insieme a Pier Vittorio Buffa ha pubblicato “Al di là delle mura” (Rizzoli, 1984) e “Mara Renato e io” (Mondadori, 1988). Grazie al suo lavoro per far luce sui responsabili delle stragi nazifasciste avvenute in Italia dal 1943 al 1945, e alla diffusione del contenuto dei faldoni scoperti nel 1994 in quello che lui stesso a definito in un libro “L’armadio della vergogna” (ristampato nel 2019 da Nutrimenti), Giustolisi ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Stazzema e di Fivizzano.

 

Premi e premiati

(la premiazione si terrà il giorno 13 gennaio presso la sala Koch, Senato della Repubblica)

 

Premio Franco Giustolisi “Giustizia e verità”

–  Federica Iezzi (Il Manifesto), inchiesta su immigrazione da Somalia ai Balcani, ex aequo

– Lorenzo Cremonesi (Corriere della Sera), “Sulle orme di Padre Dall’Oglio”, carta e video, ex aequo

– Giulio Mola (Quotidiano nazionale), inchiesta “Sport malato”, menzione speciale

 

Premio speciale “Franco Giustolisi – Fuori dall’armadio- Senato”

– Valerio Cataldi (Rai 3-Tg3), “Narcotica”

 

Premio letterario

– Paolo Berizzi, “Nazitalia”, Baldini e Castoldi

– Benedetta Tobagi, “Piazza Fontana”, Einaudi, menzione speciale

– Francesca Mannocchi, “Io Khaled vendo uomini e sono innocente”, Einaudi, menzione speciale

 

Premio speciale della giuria

– l’intera redazione del programma “Report” per il complesso delle inchieste trasmesse

Premio alla memoria

– Vittorio Nisticò e il giornale “l’Ora” con il libro “l’Ora” edizione straordinaria, Editore Regione siciliana

Premio radiofonia

– Roberto Festa (Radio Popolare), “Diario americano”, menzione speciale

 

L’importanza del Premio Giustolisi

Sandra Bonsanti, presidente del Premio Giustolisi:

“La fierezza di informare, l’orgoglio dell’autonomia, la coscienza di essere al servizio del cittadino nel rispetto della Costituzione. Questo e molto altro ci dice la quinta edizione del premio Franco Giustolisi, nella consapevolezza di camminare lungo la strada che, in solitudine, Franco imboccò quando volle dedicare il suo lavoro, la sua vita stessa, alla ricerca dei colpevoli delle stragi nazifasciste contro i civili. Fu allora che scopri L’armadio della vergogna e denunciò a tutto il mondo i nomi dei carnefici. Il lavoro della giuria si è mosso su un terreno di grande ricchezza numerica e di contenuti: una scoperta tanto importante in un tempo di estrema difficoltà e di insofferenza politica nei confronti della libera informazione.”

Francesco Di Donato, sindaco di Roccaraso:

“Se può esserci un criterio oggettivo per misurare l’importanza di un premio culturale, mi piace immaginare che l’alta qualità dei lavori giornalistici che la Commissione è stata chiamata a valutare è un segno tangibile che il Premio Giustolisi è un riconoscimento al quale ambiscono i migliori giornalisti del nostro paese. Il Comune di Roccaraso è orgoglioso di essere partner del Premio. Soprattutto in un momento come questo in cui la libertà di stampa deve essere uno strumento per trasmettere valori sociali e di solidarietà alle nuove generazioni.”

 

La giuria del Premio Giustolisi

Roma, 10 novembre 2019

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Radio Popolare in diretta da Bookcity

Bookcity 2019

Anche quest’anno ricco palinsesto di trasmissioni in diretta da Bookcity 2019.

Ci trovate nella nostra consueta postazione sotto la tenda della libreria nel Cortile delle Armi al Castello Sforzesco.

Alla nostra postazione sarà possibile fare abbonamenti, acquistare la tessera 2020 e i nostri gadget.

 

Qui il programma delle trasmissioni da Bookcity 2019:

 

VENERDI’ 15 NOVEMBRE 2019

11.30 – 12.30 Cult a cura di Ira Rubini

12.45 – 13.30 Memos a cura di Lele Liguori

14.30 – 15.30 Considera l’armadillo a cura di Cecilia Di Lieto – ospiti: Daniele Zovi col suo libro “Italia Selvatica, storie di orsi, lupi, gatti selvatici, cinghiali, lontre, sciacalli dorati, linci e un castoro” (Utet editore) e Patrik Svensson con il libro “Nel segno dell’anguilla” (Guanda editore)

15.35 – 16.30 Conduzione di Barbara Sorrentini

16.30 – 17.30 Due di due a cura di Florencia Di Stefano – Abichain e Disma Pestalozza

 

SABATO 16 NOVEMBRE 2019

11.00 – 12.00 Sabato Libri a cura di Roberto Festa

12.00 – 13.00 I Girasoli a cura di Tiziana Ricci

15.35 – 16.30 Mind the Gap

17.35 – 18.30 Il Suggeritore a cura di Ira Rubini

 

DOMENICA 17 NOVEMBRE 2019

11.30 – 12.30 Onde Road a cura di Claudio Agostoni

12.30 – 13.00 Barrilete Cosmico con Matteo Serra e Claudio Agostoni

16.30 – 18.00 Conduzione a cura di Ira Rubini e Roberto Festa

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Willie Peyote: “Bisogna prendere una posizione, non quella più comoda”

Willie Peyote

Willie Peyote è stato ospite di Radio Popolare in occasione dell’uscita del suo nuovo album, Iodegrabadile, e nel presentarci dal vivo tre brani contenuti nell’ultimo lavoro ci ha parlato della musica di oggi e delle sue influenze e del suo rapporto con l’impegno e l’informazione nel 2019, senza risparmiare qualche critica ai colleghi che si dimostrano impegnati, anche se spesso si tratta di pura convenienza.

Ecco l’intervista a Willie Peyote trasmessa durante la puntata di Jack del 29 ottobre 2019.

Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada e cosa ti piace di quello che ascolti in giro oggi?

Io credo di aver capito che volevo fare questo nella vita quando non mi annoiavo accompagnando mio padre nei concerti quando ero adolescente e mi davano le mansioni quelle più pacco come scaricare il furgone, portare gli strumenti sul palco, vendere i CD durante il concerto o recuperare le birre per la band. A me piaceva l’atmosfera che c’era nel furgone e in sala prove. Mi divertivo. E quindi ho pensato che se mi divertivo anche nelle parti noiose, forse era meglio che lavorare insomma. Sai quante birre ho regalato in giro fingendo che fossero per la band…

Di quello che gira oggi nell’ambiente del rap, che ormai è amplissimo, ma in generale nella musica in Italia cos’è che ti convince e cos’è che ti convince meno?

È un buon periodo, ci sono tante uscite interessanti a vario titolo. Magari è interessante tutto il disco, magari ci sono solo alcuni pezzi interessanti. O magari è l’idea che c’è dietro al disco ad essere interessante. Ce ne sono molte, devo essere sincero. Tra tutti mi ha molto colpito Massimo Pericolo, lo seguo da vicino come un fan. E poi ci sono diversi dischi che stanno per uscire, quello di Marracash in particolare. Io comunque ascolto un po’ di tutto. Facendo questo mestiere ascoltare tutto è un po’ come fare un corso di aggiornamento costante. Trovo che sia un buon periodo.

Molti tuoi colleghi non si fanno mancare l’occasione di dire di non ascoltare nulla per non essere influenzati. Te invece dici esattamente il contrario, anche perché in realtà il modo in cui tu fai musica o in cui produci musica è comunque molto slegato da quello che esce in Italia. E diciamo che se dobbiamo cercare dell’ispirazione abbiamo un paio di nomi dall’altra parla dell’oceano.

Sicuramente tutto quello che ascolti ti influenza, ma non vedo perché far finta che non sia così. Ascolterai qualcosa che fanno gli altri e verrai comunque influenzato. Tanto vale ascoltarlo di default e partire dal presupposto che di base verrai influenzato. Io ad oggi non credo di correre il rischio di essere influenzato dall’ascolto del disco di Marracash. Posso dire, però, che in effetti ascoltare la trap mi ha cambiato nel modo di scrivere e di metriche utilizzate, anche se parlare di metriche è un po’ troppo anni ’90. Mi sono fatto influenzare nel senso che ho studiato quella cosa anche perché bisogna stare sul pezzo. I tempi cambiano e non avrebbe senso fare rap come si faceva vent’anni fa.

Iodegradabile di Willie Peyote è in uscita, lo dicevamo all’inizio, ed è un disco che ha parecchia freschezza dentro. Che periodo fotografa?

Il periodo in cui è stato scritto è già cambiato per alcuni versi. È cambiato il contesto. C’è un pezzo che parla del governo del cambiamento, ma nel frattempo il governo è caduto. L’elettorato è rimasto, quindi il brano risulta attuale.

Il governo era più degradabile del disco.

Decisamente. E sembrava che ce lo saremmo tenuto per 30 anni, “o mio dio non ce lo toglieremo più dai coglioni” e invece in agosto è caduto. Il problema è che cambiamo per non cambiare mai, è molto gattopardesca la società. È sempre tutto attuale perchè in fondo non cambiamo mai abbastanza da diventare qualcos’altro.

Recentemente ci hai raccontato che la tua modalità di scrittura non prevedeva la scrittura. Ora, invece, il fatto di doverti mettere lì a scrivere quanto influisce sul risultato?

Io non scrivo tutto. L’inizio della scrittura è a mente, però sicuramente trovare scritte le cose mi velocizza il processo creativo. Prima era molto più in freestyle, pur non essendo un vero freestyle. Era un po’ come una filastrocca perchè ogni volta ripetevo la frase prima per aggiungere la seconda strofa e poi la la terza. Però poi i pezzi li ricordavo molto meglio di quanto li ricordi oggi. Il modo di scrivere è cambiato, non tanti però per le modalità di scrittura, quanto per la tipologia di parole che vengono utilizzate. Una volta sentivo un disco di Fabri Fibra, credo fosse appena uscito Tradimento, e quella volta disse “più si allarga il tuo pubblico, meno parole puoi usare”. È una frase molto sintetica, ma che spiega benissimo il concetto che sto cercando di spiegare.
In base all’interlocutore che hai davanti cambia anche il registro linguistico. Più passa il tempo e si allarga il pubblico con cui ho a che fare e più devo fare attenzione a questa cosa. È un discorso di farsi capire. Uso anche meno parole di una volta, quindi sceglierle è più importante. Prima scrivevo molto più di pancia, ora c’è molto più cervello in quello che scrivo.

Nel pezzo Mango c’è anche la tua visione dei media. Come ti approcci all’informazione nel 2019?

Io faccio fatica, è quello che cerco di raccontare. Capisco la confusione che c’è perché io per primo faccio fatica a capire di chi ci si può effettivamente fidare. C’è troppa confusione. Abbiamo talmente tante scelte e tanta possibilità di informarci che poi alla fine c’è più confusione che quando c’era una testata giornalistica e basta. Mi approccio all’informazione con questo presupposto. Non vado a cercare il quotidiano che ha il taglio che voglio, perchè quello è limitante. Preferisco qualcuno che mi parla in un modo che a me non piace, perché penso che mi aprirà la mente e mi darà un punto di vista alternativo. Trovo limitante chi cerca di ascoltare o leggere solo chi la pensa come loro.
Per il resto c’è casino. Soprattuto sulla politica e sulla comunicazione cerco di approfondire. Non sono complottasti, ma dico che la verità non sempre puoi saperla. Viviamo in un’epoca in cui c’è troppa roba.

Nel pezzo emerge anche questo rispetto nei confronti del racconto della realtà, ma c’è anche un invito all’impegno. Non basta fare il santone da Fazio, non basta che si protesti sui social e non basta neanche fare un disco. Il problema è capire come declinare a livello pratico questo impegno.

La mia non è una chiamata alle armi o un invito a scendere in piazza perchè secondo me oggi non è quello il modo giusto di protestare. Non c’è più la cultura della protesta di piazza e per questo viene spesso percepita nel modo sbagliato e viene svilita, anche nel racconto dei media. Il mio tentativo era quello di parlare soprattutto agli artisti. Mi è capitato in passato di avere a che fare con altri personaggi della musica, magari che vengono percepiti come persone impegnate, secondo i quali l’antifascismo non è più un valore. ”Il fascismo non esiste più e quindi sei vecchio”. Io ho cercato di spiegare loro che la nostra Costituzione si basa sull’antifascismo. Possiamo parlare di tutto, ma non si può prescindere dall’antifascismo. Volevo solo riportare l’attenzione su quello. A voler non pestare i piedi a nessuno si fa il gioco di quelli a cui poi passano sopra. Questo gioco che non voler perdere degli ascoltatori, sticazzi. Quando ho visto Coez salire sul palco con la maglia di Open Arms ho fatto un plauso anche a lui, perchè è uno di quelli con un pubblico più ampio e quindi corre ancora di più quel rischio. Nonostante questo, però, ha preso una posizione. Non vedo perché non bisogna parlare di alcuni temi per paura di perdere due ascolti. Hai anche una personalità?
C’è stato un momento, fino a poco tempo fa, quando Salvini contava ancora qualcosa, in cui è andato di moda l’antisalvinismo di facciata che serviva per vendere più dischi. È successo anche quello, l’abbiamo visto. Non è quello che serve e in questo pezzo in particolare volevo dire che è necessario prendere una posizione, ma non prendiamo quella più comoda. Anche essere antisalviniani in qualche modo è stata una posizione comoda, come lo fu l’antiberlusconismo che ti dava comunque una coperta di Linus a cui potevi appoggiarti. “Sono di sinistra perché c’è l’ho con Silvio”. No, essere di sinistra sono altre cose cose. Calenda e Renzi possono anche avercela con Berlusconi e Salvini, ma non sono di sinistra neanche loro.

Dopo l’uscita del disco arriveranno i live. Cosa dobbiamo aspettarci?

Il trend è quello che abbiamo già mostrato. Cerchiamo di far muovere il culo e il cervello contemporaneamente. Ci piace la gente che balla ai concerti. Oggi il pubblico vuole cantare, ma io vorrei si muovesse anche un po’. Il groove non mancherà. Ci stiamo lavorando e dovremo far quadrare il disco nuovo coi dischi vecchi, di arrangiamento ci vorrà un po’. Quello che dovete aspettarvi è che se venite a un mio concerto vi tocca sudare.

Potete ascoltare la versione live de La tua futura ex moglie, Mango e Quando nessuno ti vede e riascoltare l’intervista a Willie Peyote nel podcast odierno di Jack.

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Gli appuntamenti in auditorium

Riprendono le nostre serate di musica e spettacolo nell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare in Via Ollearo 5 a Milano.

L’ingresso è gratuito e non serve prenotare. I concerti iniziano alle 21.00, arrivate per tempo!

2019/2020

14 novembre – Massaroni Pianoforti

21 novembre – The Cosmics

28 novembre – C+C = Maxigross

 

Gli spettacoli e i concerti che abbiamo ospitato da ottobre 2018:

11 ottobre – Camilla Barbarito 

18 ottobre – Democomica (cabaret)

25 ottobre – Ruggero dei Timidi 

27 ottobre – StratoclassicaNovecento italianoConcerto di Rotoclassica

8 novembre – Hit Kunle

15 novembreFabio Cinti

24 novembre – StratoclassicaNovecento italianoConcerto di Rotoclassica

29 novembre – Voicello: Luisa Cottifogli e Enrico Guerzoni

6 dicembre – Esterina

13 dicembre – Cesare Malfatti

10 gennaio – Deaf Kaki Chumpy

17 gennaio – Sulutumana

24 gennaio – Democomica – Burlexotan (cabaret) 

31 gennaio – Centolanza e Gli Splendidi

14 febbraio – Giovanni Falzone

21 febbraio – Kaballà – Viaggio immaginario nella Sicilia della memoria

28 febbraio – I hate my village

7 marzo – GDG Modern Trio

14 marzo – I Casi

21 marzo – Egokid

28 marzo – I Camillas

4 aprile Democomica (cabaret) 

11 aprile – Pashmak

2 maggio – Re: Funk

 9 maggio – Il concerto di Eugenio in Via di Gioia è stato cancellato.  

16 maggio – Gran Bal Dub

23 maggio – Dino Fumaretto con Iosonouncane

30 maggioBlack Beat Movement

17 ottobre – Succi in solo: serata di musica, parole e carne cruda.

25 ottobre – Quel gran genius del mio amico: Ancora Lucio, a un mese dalla piattaforma.  Ospiti: Alberto Radius, Rachele Bastreghi, Dente, Gianluca De Rubertis e Giulia Cavaliere.  Conducono Florencia Di Stefano.Abichain, Matteo Villaci, Piergiorgio Pardo. 

7 novembre – Pinguini Tattici Nucleari  (esaurito)

Selton all’Auditorio di Radio Popolare
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Il nuovo sito di Radio Popolare

nuovo sito

Eccoci nel nuovo sito di Radio Popolare, “la penultima sulla rotella della radio, la prima nel vostro cuore” come a volte in maniera ironicamente melensa amiamo definirci.

Questo sito è stato pensato per rendere migliore l’ascolto dei nostri programmi in streaming e on demand. Consideratelo un “Radio Pop Play” dove però troverete anche approfondimenti, scritti con la stessa originalità e lo stesso rigore dei programmi che ascoltate in onda.

I nuovi ascoltatori e chi d’abitudine ascolta la musica su internet si trovernno in un ambiente dove è facile orientarsi e dove capire al volo quali sono le peculiarità di questa impresa editoriale che da 43 anni prova a essere eccezionale. A volte ci riusciamo, altre volte no, ma sempre teniamo nella massima considerazione le indicazioni di voi che ci ascoltate e sostenete.

Non tutto è già funzionante alla perfezione, ma entro pochi giorni contiamo di avere a pieno regime tutte le funzioni.

Siamo sicuri che il nuovo radiopopolare.it  vi piacerà e renderà più bella la fruizione dei nostri contenuti, ma non esitate a dirci la vostra, come avviene nei microfoni aperti e nei momenti di scambio in onda.

Certamente qualche particolare sarà da aggiustare in corso d’opera, ma adesso bando agli indugi, fate un giro e vivete la vostra full pop experience. Per chi non ama gli anglicismi traduciamo in “Non facite i malamente, facite abbonamente”

 

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Pisapia: “L’UE imponga pesanti sanzioni alla Turchia”

Giuliano Pisapia

L’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, eurodeputato dallo scorso luglio, è intervenuto a Malos il 14 ottobre per illustrare la raccolta di firme tra gli eurodeputati per chiedere al Parlamento europeo e alla Commissione europea non solo di condannare con assoluta fermezza l’attacco della Turchia in Siria, ma anche di imporre pesanti sanzioni economiche e diplomatiche ad Erdogan.

Già 60 eurodeputati hanno aderito “Gruppo di amicizia curda”. Di cosa si tratta esattamente?

L’iniziativa è partita ancora prima dell’invasione della Turchia in Siria e in Kurdistan. Lunedì scorso ho ricevuto, dopo loro richiesta avanzata con estrema urgenza, i rappresentanti curdi che mi chiedevano un’iniziativa a livello di Parlamento europeo sugli arresti e anche le torture che avevano subito i loro parlamentari, i loro sindaci e i loro cittadini. Abbiamo quindi iniziato il lavoro per cercare di riunire tutti i parlamentari che fossero a conoscenza di quello che stava succedendo e fossero disposti a fare qualcosa di concreto. E già lì, io insieme ad altri, abbiamo iniziare a prendere una serie di contatti e di adesioni per cercare di portare all’attenzione di tutti quello che stava accadendo in Turchia. Poi c’è stata l’invasione e a quel punto abbiamo deciso di iniziare concretamente con una riunione in cui ci fossero sia curdi sia non curdi, parlamentari e non parlamentari, per far sì che iniziassero delle proposte concrete per evitare un attacco alle città curde e soprattutto affinché ci fossero delle sanzioni da parte dell’Europa. Le sanzioni ci possono essere in quanto, come molti sanno, la Turchia riceve somme anche significative dal Parlamento Europeo, soprattutto perchè tiene presso di sé tre milioni di profughi siriani. Il nostro obiettivo è far si che l’Europa sanzioni la Turchia eliminando quello che secondo i turchi l’UE dovrebbe dare al loro Paese.

Questi 60 eurodeputati che hanno aderito all’iniziativa appartengono a specifici gruppi politici di sinistra o provengono anche da altri gruppi politici?

Ce ne sono tra i Verdi, i Socialdemocratici e poi ci sono singoli individui. Alla prima riunione era presente addirittura un parlamentare di estrema destra. Non abbiamo capito perché fosse lì e gli è stato chiesto di allontanarsi proprio per evitare che all’interno ci fosse qualcuno che puntasse a provocazioni di vario tipo.

Leggo oggi che le prime sanzioni annunciate non riguardano direttamente l’invasione della Siria, ma il petrolio a Cipro e l’azione aggressiva della Turchia nei confronti delle piattaforme petrolifere. Qui viene fuori un po’ la contraddizione europea.

La contraddizione non è soltanto europea, ma soprattutto da parte della Nato, al cui interno ci sono Paesi che condannano fortemente la Turchia e che dal punto di vista militare ne sono alleati. Questo è un nodo da sciogliere e secondo me anche la presenza di nostri soldati in determinati luoghi non dovrebbe esserci, soprattutto quando si trovano in confini in cui possiamo trovare soggetti e nazioni che sono all’interno della Nato e che però hanno obiettivi completamente diversi.

Quello che riguarda l’Europa più da vicino sono i rapporti economici e la gestione dei flussi migratori.

Io credo che con determinate iniziative anche di carattere economico si può fare male, ma il problema è che per farle diventare realtà i tempi sono lunghi. È un po’ come il problema delle armi, purtroppo gliele abbiamo già date. L’embargo ha un significato politico importante, ma non incide sull’armamentario già in possesso della Turchia. Una cosa su cui riflettere è l’appello che sta girando, non soltanto dei parlamentari europei, per cercare di bloccare la finale di Champions League che nel 2020 si giocherà ad Istanbul. Credo però che adesso sia necessario evitare che questa attenzione a livello nazionale di amore per il popolo curdo finisca nel dimenticatoio come spesso accade e come sta accadendo adesso per la Palestina.

Quando lei dice così, però, a me vengono in mente quei milioni di profughi siriani che rimangono in Turchia perchè noi europei, attraverso questi cospicui finanziamenti, abbiamo chiesto ad Erdogan di tenerli lì. Quando lui dice “ve li mando a casa vostra” mette il dito nella piaga alla nostra politica.

Sì, questo è un tema molto più ampio e secondo me anche poco conosciuto. In questa fase non stiamo dando soldi alla Turchia e anche lo stesso Erdogan dice che gli abbiamo dato i primi 3 miliardi, ma che non gli abbiamo ancora dato gli altri 3 miliardi che erano stati preventivati. Mi dicono, e però lo voglio verificare, che quelle somme vengono date direttamente alle associazioni che gestiscono i campi profughi. Non passano quindi attraverso il governo turco.

La questione di cui si discute in queste ore è il blocco della vendita delle armi. La Commissione UE ha deciso che questa scelta è demandata ad ogni singolo Paese. Perché su un tema come questo non si riesce a prendere una decisione comune?

Perché, purtroppo, oggi qualsiasi provvedimento del Parlamento Europeo deve essere confermato dal Consiglio d’Europa e su molti temi, tra i quali c’è anche questo, serve l’unanimità. È una cosa che stiamo cercando di cambiare e io nella commissione Affari Costituzionali ho proprio questo ruolo. Sembra però, e credo lo abbia dichiarato anche Mogherini alla stampa, che tutti i presenti abbiano dichiarato di essere pronti a bloccare la vendita delle armi in Turchia. Adesso bisogna passare dalle parole ai fatti.

Come giudica la posizione del governo italiano?

Io non amo particolarmente questo governo, che però si è mosso subito ed è stato abbastanza preciso e duro al Consiglio d’Europa. Il governo ha fatto sua la proposta che arrivava dalla cittadinanza attiva, ma ora l’importante è essere coerenti. Un conto è dire di essere disponibile a fare qualcosa, un altro è farla diventare realtà. Gli effetti non si vedranno subito, ma è importante che la minaccia diventi concretezza.

RIASCOLTA L’INTERVISTA A GIULIANO PISAPIA

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Minorca e la difesa dell’ambiente

Colloquio con Marti Escudero, direttore del Parco Naturale dell’Albufera di Es Grau

Era il 1993 quando l’Unesco ha dichiarato l’isola di Minorca Riserva della Biosfera. Un riconoscimento all’armonia con cui i cittadini minorchini hanno saputo convivere con la natura circostante. Il cuore naturalistico dell’isola è il Parco Naturale dell’Albufera di Es Grau, laguna di acque libere di 67,7 ettari separata dal mare da una barriera di sabbia. La sua profondità, di 1,5 metri di media e le colline terrose che la circondano, la fanno sembrare più un lago che una laguna del litorale. Caratteristiche che determinano il fatto che il suo aspetto paesaggistico sia di grande originalità.

Marti Escudero ne è il direttore, e al Parco ha dedicato gli ultimi 40 anni della sua vita. Escudero è stato uno dei fondatori del GOB, un movimento nato nel 1977 con la mission (mai tradita) di promuovere la difesa dei valori ambientali, l’equilibrio tra le attività umane e la conservazione della natura. “Durante il franchismo – racconta – c’era il progetto di urbanizzare la laguna. Una azienda aveva comprato tre fattorie e voleva trasformarle in chalet”. Questo, ricorda Escudero, ha fatto insorgere la popolazione, che si è opposta con convinzione e determinazione a questo progetto, finché nel 1993 è entrato in vigore il piano di ordinamento sulle risorse naturali ancora oggi in vigore.

06_Faro di Favaritx

Il GOB è ancora fondamentale nell’andamento della vita a Minorca, anche se più burocratizzato e complesso di una volta: “Molti minorchini – spiega Escudero – sono figli di questa organizzazione. Li ha educati, è andata nelle scuole a insegnare il rispetto per l’ambiente. Fisicamente oggi fa poco, ma è essenziale per sensibilizzare e far sentire la comunità minorchina più felice”. Certo, Minorca non è un’isola vergine in stile tropicale, sono due città con più di 30mila abitanti, ci sono aeroporti e la mano dell’uomo è nettamente visibile, ma senza l’intervento del GOB la situazione sarebbe sicuramente più cupa.

Escudero sa bene che il benessere del parco dipende molto anche dal rapporto con quelle persone che in esso vivono e lavorano: “Pescatori, agricoltori e allevatori sfruttano le risorse del parco: ci sono 47 fattorie che producono formaggio e latte, addirittura una che fa mozzarella italiana, non con la bufala ma con mucche frisone”. A Minorca poi è abbondante la pesca dell’aragosta e dei pesci da scoglio, oltre che la coltivazione di grano e verdura, a cui si aggiungono poi aziende turistiche, come quelle che affittano kayak e biciclette ai turisti per girare l’intero parco. Questo triangolo mantiene viva l’economia del parco, sempre nel rispetto dell’ambiente.

“Questo perché non solo l’uomo abita questa zona. Molte sono le piante e gli animali che chiamano il parco di Albufera “casa”. Come la Poseidonia, una pianta oceanica sommersa che sopravvive grazie all’incrocio di acqua dolce e salata che proprio davanti alle coste dell’isola si incontrano. Molti uccelli (oltre 50 specie) vivono sull’isola, a cui si sommando quelle di passaggio, che si fermano per nutrirsi e accoppiarsi. Tutto questo è da difendere in maniera assoluta”.

03_Riserva naturale Albufera di Es Grau

I cambiamenti climatici, evidenti in tutto il mondo, hanno interessato anche l’isola, come spiega Martin: “Tocchiamo con mano gli effetti della modifica del clima, fondamentalmente in due modi. Prima nelle piogge. Di solito l’estate è secca e in autunno arrivano, ma ultimamente l’estate si sta allungando, creando rischi di siccità. L’altro aspetto riguarda il livello del mare: lo scioglimento dei ghiacci provoca un innalzamento del livello delle acque, con tutte le problematiche annesse per animali e agricoltura”. Sono state create delle strutture di acciaio per provare a controllare questo elemento, ma è chiaro che se questo fenomeno, che è cresciuto di 5 centimetri negli ultimi 20 anni, dovesse continuare, misure come questa non sarebbero più sufficienti.

A Minorca, nel raggio di pochi chilometri, si passa dall’Inghilterra vittoriana del XVIII secolo a un angolo sperduto del Nordafrica, da un paesaggio dolcemente normanno all’asprezza della pietra che si incontra all’interno della Sardegna. Una diversità che genera anche una multiculturalità che può essere riassunta nel sangue degli isolani. “Per esempio io” ci dice Escudero parlando delle sue origini “ sono per il 14% dell’Emilio Romagna, per il 14% della Tracia, in Bulgaria; il 14% francese, il 17% di Madeira in Portogallo. Il mio 3% viene dall’Iraq e lo 0.2% dall’Afghanistan. Poi ho anche uno 0.2% della Papua Nuova Guinea”. L’anima di un popolo che prima di tutto si sente latino e mediterraneo, ci tiene a sottolineare Escudero, determina il fatto che la nostra capitale è si Madrid, ma “anche Roma. Da buoni latini infatti guardiamo anche a questo città, e alla sua storia. Sono un nostro punto di riferimento imprescindibile…”.

Qui l’intervista a Martin Escudero nella puntata di Onde Road su Minorca

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Il Parlamento vota sul ridimensionamento di se stesso

Gli ex parlamentari, quelli ad esempio a cui hanno tagliato il vitalizio, si sono fatti vedere più volte nei giorni scorsi alla Camera dei deputati, con sguardo divertito assaporano una sorta di rivalsa, “ora tocca agli altri” sembrano voler dire sorridendo: vedere sui volti dei parlamentari attuali la preoccupazione di chi si sta votando da solo il ritorno a casa al prossimo giro, come i capponi a Natale.

E’ la legge sul taglio del numero dei parlamentari, che arriva domani all’approvazione definitiva e quindi senza nessun’altra modifica o correzione accadrà che alla prossima legislatura i deputati da 630 diventeranno 400 e i senatori da 315 si ridurranno a 200.
Un taglio drastico, per il quale i cinque stelle ad agosto, ad un certo punto, hanno condizionato tutta la trattativa per il nuovo governo Conte: al punto numero uno c’era la riduzione di deputati e senatori per risparmiare sui costi della politica, che per alcuni ammonta ad un risparmio di 500 milioni, per altri invece si ridurrebbe a 70 milioni l’anno.
E comunque il Partito democratico e Leu hanno detto sì, nonostante che per ben tre volte, prima di questo ultimo passaggio, abbiano votato contro. Sarà interessante quindi vedere domani, oggi ci sarà solo la discussione generale, come voteranno i nuovi gruppi di maggioranza e come invece si pronunceranno quelli che ora sono all’opposizione, ma che prima avevano detto sì, a cominciare dalla Lega. Un voto incrociato, che Di Maio vede in maniera positiva, sperando in un via libera trasversale e quindi ancora più ampio della maggioranza assoluta necessaria.
Ma tra i cinque stelle i dubbi ci sono, la paura di assenze in aula, di voltafaccia, di voti contrari, per non parlare del fatto che il dissenso interno al Movimento da domani in poi sarà più rischioso, perché se si attacca il capo politico si potrebbe non essere più ricandidati, e i posti saranno molti di meno, ma questo rischio varrà per tutti i gruppi parlamentari. Si tratta di un clima di sospetti e timori intorno ad una legge bandiera per i cinque stelle, che dà ancora più forza al suo capo, ma che senza i contrappesi chiesti ripetutamente dal Partito democratico rischia di non essere più rappresentativa dei collegi attuali, che andrebbero ridisegnati.
Il Pd vuole un cambiamento della legge elettorale, in senso proporzionale con una soglia di sbarramento almeno del 4 per cento, per non essere ostaggio in Parlamento, dicono, di partiti e partitini.
Legge elettorale ma anche delle modifiche ai regolamenti parlamentari, perché con un numero ridotto di deputati e senatori le commissioni non potrebbero lavorare come ora.
Insomma, una riforma istituzionale che il Pd vuole in contemporanea, che si avvii cioè con tempi certi già da subito al Senato per essere legge almeno entro il 2022.  Ma per ora deve fidarsi solo dell’alleato di governo, garanzie non ne ha, così come Zingaretti e lo stesso Conte non hanno nessuna certezza di come domani voteranno i parlamentari di Renzi, non più nel Pd e quindi con le mani libere. E Renzi, che da quando è uscito segna una distanza sempre maggiore dal suo ex partito, è sempre stato più favorevole al maggioritario che al proporzionale.
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Cecilia Strada: migranti, è cambiato troppo poco

Esattamente un anno fa, il 4 ottobre 2018, Mediterranea Saving Humans iniziava la sue missioni di salvataggio in mare con la nave Mare Jonio.

La trasmissione Malos di Radio Popolare ha ospitato Cecilia Strada, tra i fondatori di Mediterranea

Dopo il cambio di Governo, si nota una differenza evidente nella modalità comunicativa sul tema dei migranti. Ma è anche sostanza?

“Lo vedremo nei fatti, c’è un cambio di stile, è stato dato un porto alla Ocean Viking ma dobbiamo aspettare i fatti. La bozza degli accordi di Malta gronda ancora clima di sospetto e calunnie verso le navi di soccorso della società civile e gronda accordi con la Libia ed è inaccettabile perché in Libia ci sono morte e tortura quotidiane e traffico di esseri umani. Non si può pagare la Libia per mantenere il controllo delle nostre frontiere” ha detto Strada.

“Non basta dare un porto dopo sei giorni anziché sedici per dire che esiste continuità, serve aprire i canali di accesso” ha aggiunto Cecilia Strada.

“I  numeri dell’Onu dicono che oggi ogni 100 persone su un barcone 37 arriveranno in un porto sicuro, 6 moriranno, e 57 verranno riportati in Libia dove troveranno morte stupro e tortura. Quando sentiamo la nuova ministra dell’Interno Lamorgese parlare dell’ottimo lavoro fatto dalla Guardia Costiera libica, per noi è inaccettabile”.

Ascolta l’intervista completa con Cecilia Strada, a cura di Luigi Ambrosio e Davide Facchini. Malos è in onda dal lunedi al giovedi, dalle 17.35 alle 18.30. Il Podcast della trasmissione, a partire dal minuto 10’30”

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Fassina: il Governo durerà ma attenti a Renzi

Stefano Fassina, in ospedale dopo essere stato travolto da una carica di Polizia mentre partecipava alla protesta dei lavoratori licenziati dall’azienda di proprietà del Campidoglio “Roma Metropolitane”, è stato intervistato da Luigi Ambrosio e Davide Facchini durante la trasmissione Malos di Radio Popolare.

“L’assessore Lemmetti ha voluto fare una prova di forza politica perché ha caratteristiche tendenzialmente autoritarie, una prova di forza assecondata per ragioni inspiegabili dalla Polizia” ha denunciato Fassina.

Il Governo durerà, ha detto Fassina venendo alla politica nazionale, a meno di scherzi da parte di Renzi come ai tempi di Enrico Letta.

Fassina parla del passato, a partire da quando Renzi lo liquidò con quel famigerato “chi?” e del futuro, dicendosi contrario ad alleanze elettorali create solo per fermare Salvini:

“Non funzionerebbe. Sarebbe l’ammucchiata dell’establishment contro chi rappresenta il popolo e verremmo spazzati via. Non c’è solo il liberismo del Pd o di Renzi, c’è anche una opzione che guarda agli interessi dei lavoratori su un asse keynesiano. Se l’unica alternativa a Salvini è il liberismo europeista abbiamo chiuso”.

L’intervista completa a Stefano Fassina nel Podcast di Malos, a partire dal minuto 11 e 58 secondi

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Unbelievable: la serie più politica dell’anno

Nella prima puntata di Unbelievable, Marie, una ragazza appena diciottenne, denuncia uno stupro subito, e tutto quello che può andarle male va male. Non perché incontri poliziotti misogini o crudeli, o perché chi le sta attorno sia eccezionalmente insensibile o bigotto: più semplicemente, polizia e personale ospedaliero sono del tutto impreparati ad affrontare il suo trauma, e amici e conoscenti sono viziati da pregiudizi più o meno inconsci.

Nel secondo episodio di Unbelievable, Amber, una donna un po’ più grande di Marie, una studentessa universitaria, denuncia uno stupro subito, e l’investigatrice che raccoglie la sua testimonianza fa tutte le cose giuste. Per certi versi, questo secondo episodio è quasi più difficile da guardare del primo, perché svela una verità drammaticamente inaccettabile: è il primo caso la normalità, il secondo è l’eccezione.

Unbelievable è una miniserie in otto episodi, disponibile su Netflix da metà settembre. A idearla e a coordinare la stesura della sceneggiatura è stata Susannah Grant, già autrice dello script di Erin Brockovich, il film di Steven Soderbergh che fruttò a Julia Roberts un Oscar nel 2001. È ispirata a una storia vera, ed è estremamente fedele ai fatti reali, raccontati in un reportage congiunto di ProPublica e del Marshall Project, due importanti agenzie no profit di giornalismo investigativo, che ha vinto il premio Pulitzer nel 2015.

Le protagoniste, oltre alla giovane Marie interpretata da una bravissima Kaitlyn Dever, sono due detective, Karen Duvall e Grace Rasmussen, rispettivamente interpretate da Merritt Wever e Toni Collette. Lavorano in due distretti confinanti, entrambe stanno indagando su una violenza sessuale e, per caso, scoprono che i loro casi hanno degli elementi di straordinaria similitudine; uniscono l’investigazione e catturano uno stupratore seriale che per anni aveva agito indisturbato, aggredendo e stuprando decine di donne, anche approfittando dell’impreparazione delle forze dell’ordine.

Da un punto di vista televisivo, Unbelievable è una serie molto interessante perché da un lato s’inserisce nel fortunato filone del true crime (la ricostruzione di fatti di cronaca realmente accaduti), dall’altro è uno dei migliori esempi recenti del genere poliziesco, con più di un richiamo a True Detective: sobrio e teso, il racconto avvince dalla prima all’ultima inquadratura, anche quando rallenta il passo per comunicare tutta la frustrazione di indagini complicate, fatte di vicoli ciechi e tempi morti.

Dal punto di vista del contenuto e della rappresentazione, Unbelievable è una serie assolutamente unica: per il modo in cui sa illustrare un sistema fallato, non per colpa di qualche mela marcia, ma per condizionamenti sociali diffusi; ma anche per come decide di mostrare le violenze (sempre e solo dal punto di vista delle vittime, eliminando qualsiasi sospetto di morbosità), per la capacità di rivelare, attraverso la regia, come spesso le vittime di stupro vengano trattate come fossero colpevoli; e perché, grazie alle eroine Duvall e Rasmussen, lascia la speranza che un’alternativa sia non solo possibile, ma perfettamente fattibile.

Sì, è dura da guardare, Unbelievable, ma è una visione inedita e necessaria: efficace nella forma e incontrovertibile nella sostanza, è la serie più politica dell’anno.

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Italia Viva spera: “Sala vieni alla Leopolda”

I numeri, ieri sera al salone degli affreschi della Società Umanitaria, hanno soddisfatto gli organizzatori di Italia Viva.

Il nuovo partito di Renzi ha fatto la sua prima uscita pubblica a Milano e la sala era piena.

Del resto i ‘Comitati di Azione Civile’, ossia lo strumento con cui Renzi ha organizzato il nuovo partito, sono nati a Milano, guidati da Ivan Scalfarotto che ieri ha fatto da padrone di casa.

Nel cartellone di presentazione della serata, i nomi degli ex Pd milanesi passati con Renzi, da Comincini a De Cesaris, da Mor a Noja. In sala, molte le facce di ex militanti del Pd, contenti del risultato numerico. Un rapporto tra ex Pd e ‘nativi renziani’ di cinquanta a cinquanta secondo i neo militanti di Italia Viva.

“Gli equilibri politici anche a Milano non sono in discussione” ha detto Scalfarotto, ripetendo quanto già assicurato da Renzi a livello nazionale. Italia Viva sosterrà la maggioranza che governa Milano, è la garanzia.

Nessun ulteriore passaggio dal Pd a Italia Viva a Milano, almeno per ora anche se la speranza di Italia Viva è che possa accadere in futuro. Fonti milanesi della formazione renziana ieri sera dicevano che potrebbero essere quattro i consiglieri comunali del Partito Democratico potenzialmente disposti in un secondo momento a cambiare partito.

“E chissà che non vengano alla Leopolda” dicevano. L’appuntamento fiorentino di quest’anno, dal 18 al 21 ottobre, sarà importante perché rappresenterà il vero lancio di Italia Viva.

Alla ‘prima’ milanese di Italia Viva si è visto il Capo di Gabinetto del sindaco Beppe Sala a Palazzo Marino, Mario Vanni. E ieri all’Umanitaria circolava l’indiscrezione -o forse il desiderio di chi questa indiscrezione faceva circolare- secondo cui anche il sindaco, Beppe Sala potrebbe fare un passaggio alla Leopolda “per un saluto istituzionale” (Anna Scavuzzo, la vicesindaca, dall’inizio della sua carriera politica molto vicina a Renzi ma rimasta nel Partito Democratico, ha smentito una sua partecipazione).

 

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PopUp torna al Bar Bah

PopUp sabato 28 settembre trasmette dal Bar Bah in via Porro Lambertenghi 20 a Milano in diretta dalle 18.30 e presenta con un’esibizione live in esclusiva il nuovo attesissimo singolo di Marianne Mirage, “L’amore è finito”, che prelude l’uscita del nuovo disco prevista per il 18 ottobre per Sugar.

La trasmissione proseguirà a bordo dell’ormai mitico westfalia con un dibattito aperto anche agli ascoltatori sul controversissimo tema del cambiamento climatico con esponenti del movimento #fridayfortuture.

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Costruire una forza popolare e progressista

“Avevo deciso da tempo ma la crisi mi ha costretta ad attendere”

Laura Boldrini è entrata nel Partito Democratico e in questa intervista con Luigi Ambrosio e Davide Facchini durante la trasmissione Malos su Radio Popolare spiega quali sono i suoi progetti.

Nel Pd entrano un po’ tutti, compresa una ex di Forza Italia come Beatrice Lorenzin. Che agibilità pensa di avere?

Farò le battaglie di sempre, per i diritti sociali e i diritti civili, mi batterò contro le diseguaglianze di genere e territoriali, farò una battaglia contro l’odio in rete e nella società e penso che l’ambiente debba essere rimesso al centro dell’attività politica.

Le priorità?

Abbassare le tasse sui salari medio bassi. Più soldi in tasca a lavoratori e lavoratrici. Stessa retribuzione per uomini e donne a parità di mansione. Piano di riconversione ecologica.

Nel resto dell’intervista, Boldrini spiega il segreto per mettere in difficoltà Salvini sui social, denuncia il sessismo e l’odio che non sono calati nella comunicazione on line anche da parte di fonti insospettabili, e fa il punto su un tema fondamentale come l’immigrazione

Ascolta l’intervista con Laura Boldrini qui nel Podcast di Malos a partire dal minuto 8 e 50 secondi

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Il trionfo di Phoebe Waller Bridge

Esistono solo le mezze stagioni, si potrebbe dire ormai per la tv americana, ribaltando il luogo comune: a differenza di un tempo, le serie importanti ormai vanno in onda in qualsiasi periodo dell’anno (e non solo da settembre a maggio), hanno un numero ridotto di episodi, e se finiscono sulle piattaforme streaming si consumano in pochi giorni col binge watching. Certe tradizioni però restano, per esempio quella di inaugurare la nuova annata catodica con la cerimonia degli Emmy Award, gli Oscar della tv – e così facciamo anche noi, con questa rubrica dedicata alle serie.

 

La premiazione degli Emmy 2019, che si è svolta a Los Angeles la sera del 22 settembre, è stata piena di sorprese, (altro…)

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Scienceground. Una comunità scientifica nuova.

E’ un innamoramento quello che mi prende conoscendo e ascoltando le giovani persone che hanno dato vita a Scienceground. Li incontro al liceo Isabella d’Este, il loro quartier generale, durante il Festival della letteratura di Mantova. Una grande sala disadorna, con alcuni tavoli pieni di microscopi e manifesti scritti a mano, incollati alle pareti, tra cui campeggia una citazione di Mark Twain. “Sognai che l’universo visibile è persona fisica di Dio; che i vasti mondi che noi vediamo scintillare, milioni di miglia lontano nelle distese dello spazio, sono corpuscoli nel sangue delle sue vene; e che noi e le altre creature siamo i microbi che saturano i corpuscoli di vita innumerevole.” (altro…)

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Radio Agorà: ciclo di incontri con Radio Pop a Palazzo Isimbardi

Segnate in agenda le date di venerdì 27 settembre e venerdì 4 ottobre: saranno le due giornate di incontri del progetto Radio Agorà, cofinanziato dalla Commissione Europea e ospitato a Palazzo Isimbardi, sede della Città metropolitana di Milano.

Gli incontri saranno quattro (27 settembre mattina, 27 settembre pomeriggio, 4 ottobre mattina, 4 ottobre pomeriggio), sono aperti a tutti e garantiscono ciascuno 3 crediti per la formazione permanente dei giornalisti. Ricco buffet per tutti i presenti.

Trasmetteremo le tavole rotonde in diretta sulla pagina Facebook di Radio Popolare.

Ecco il programma completo del ciclo di Radio Agorà:

Venerdì 27 settembre, mattina

9-27_AGORA ITricerca-1

Venerdì 27 settembre, pomeriggio

9-27_AGORA ITclima-1

Venerdì 4 ottobre, mattina

10-4_AGORA ITlavoro-1

Venerdì 4 ottobre, pomeriggio

10-4_AGORA ITcoesione-1

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48 ore per avere torto, 6 anni per avere ragione

Pierluigi Bersani parla a tutto campo intervistato da Radio Popolare nella trasmissione Malos, condotta da Luigi Ambrosio e Davide Facchini.

Con Bersani in onda, Malos inaugura la rubrica “Compagni Che Governano”.

Sei anni fa, quando era segretario del Pd, subito dopo le elezioni politiche Bersani tentò di formare un governo con il Movimento 5 Stelle ma né i pentastellati né, dentro il suo partito, la componente renziana lo seguirono. Oggi, a governo giallorosso in carica, Bersani si toglie la soddisfazione di dire “avevo ragione”. Non senza ironia e senza nascondere l’amarezza per il tempo perduto in questi anni.

Nell’intervista, Bersani spiega che il governo va ora supportato anche a livello locale, per non fargli fare la fine di “un caciocavallo nell’iperuranio”. Risponde a Rosi Bindi, che gli attribuisce la responsabilità dell’ascesa di Renzi nel 2013 e ci dice, o ci fa capire, come andò quel giorno in cui i famigerati 101 del Pd bocciarono l’elezione di Prodi a presidente della Repubblica. E soprattutto parla del futuro, dei popoli della sinistra e del Movimento 5 Stelle, dei giovani. E ci spiega perché, in fondo, Giulio Cesare era di sinistra.

Ascolta l’intervista a Pierluigi Bersani nel podcast di Malos a partire dal minuto 5 e 45 secondi

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Pronti via, Renzi detta le condizioni

Nemmeno il tempo di formare ufficialmente i nuovi gruppi parlamentari di Italia Viva – a proposito, al Senato, grazie all’accordo con Nencini, il gruppo si chiamerà Psi, sì, proprio nel senso di Partito Socialista Italiano, e quando oggi due deputati del Movimento 5 Stelle lo hanno saputo le loro facce erano quelle di chi avrebbe voluto sotterrarsi – nemmeno i gruppi si sono formati e Renzi inizia a dettare le condizioni al Governo. La materia, lo avevamo già detto e non avrebbe potuto essere diversamente, è quella economica.

“Il Jobs Act non si tocca” ha detto Renzi subito dopo avere affermato che, per carità, condivide tutto del governo. Tutto, ma non le cose su cui i suoi interessi sono differenti.

La strategia è spietata: tenere sulla corda il governo, fare pesare il suo esser determinante, cercare di indebolire il dialogo che M5S e Pd, tra mille difficoltà, provano a creare. Imporre al tempo stesso i suoi temi. Una strategia utile anche ai fini della campagna elettorale permanente cui ormai è ridotta la politica italiana

Un altro tema è l’ambiente. Il governo ha annunciato il cosiddetto “Green New Deal”, un piano straordinario di interventi per la “riconversione ecologica” dell’economia. A parte che altri Paesi a economia ben più avanzata di quella italiana hanno piani ben più ambiziosi, a cominciare dalla Germania dove si discute di introdurre una tassa di 40 Euro per ogni tonnellata di CO2 prodotta, in Italia i progetti del governo Conte-bis rischiano di essere ulteriormente ridimensionati. Da Italia Viva si fa sapere ad esempio che occorre discutere del piano di riduzione progressiva degli incentivi all’industria fossile.

“Bisogna valutare gli effetti sull’occupazione” è l’argomento.

Sono le prime conseguenze concrete del nuovo assetto di governo, con Renzi che è libero di agire come crede ed è determinante per la tenuta della maggioranza.

Sarà dura, per il governo e i partiti che lo sostengono, dialogare con Renzi.

A complicare le cose, i problemi degli altri partiti. Nel Movimento 5 Stelle un picconatore dell’alleanza col Pd come Di Battista continua a bombardare. E all’interno si fa sentire la rabbia di chi non ha accettato che Di Maio prendesse per sé e i suoi fedelissimi tutti gli spazi possibili nel governo.

Nel Partito Democratico, invece, si dimostra come fosse un’illusione l’idea di coloro che credevano che una volta uscito Renzi si sarebbe fatta chiarezza anche dal punto di vista ideologico. Beatrice Lorenzin ha annunciato la sua adesione al Pd. La ministra del “Fertility Day”. La quale ha dichiarato: “voglio rafforzare l’area liberale del partito, il Pd non può guardare solo a sinistra”. Parole come sale sulle ferite  per chi vorrebbe un Pd che virasse a sinistra

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PopUp riparte dal Colibrì

Come da tradizione per il terzo anno consecutivo PopUp riparte in diretta sabato 21 settembre  dalle 18.30 dal Colibrì di via Laghetto 9 a Milano.

Puntata dedicata alla letteratura ed in particolare al Rap con Cesare Alemanni, autore del libro, “Rap una storia, due Americhe” e con la giornalista Marta Blumi Tripodi.

Nella seconda parte come sempre spazio alla musica dal vivo con Django’s Clan band manouche che si esibirà alla fine della trasmissione.

 

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Vota le voci con Bollicine Live in auditorium!

L’ultimo evento musicale dell’estate di Radio Popolare: dopo aver proposto durante le puntate domenicali di Bollicine il meglio della produzione canora al femminile degli ultimi 50 anni, siamo arrivati alla finalissima della kermesse “Vota le voci”. Sul palco dell’Auditorium Demetrio Stratos, in via Ollearo 5, giovedì 19 ci sarà un evento unico dove potrete non soltanto ascoltare riproposte dal vivo le canzoni che avete selezionato voi ascoltatori, ma anche votare la “miglior canzone al femminile italiana” tra le 10 finaliste (tra cui Pensiero Stupendo, Un’estate al mare, Insieme a te non ci sto più e tante altre).

Tragni & Carini, i conduttori di Bollicine, guideranno la serata assieme agli Splendidi Splendenti, la band di Giuseppe Fiori e Paola Colombo (che interpreteranno dal vivo buona parte delle canzoni finaliste), e ci saranno poi Alberto Vitale e Viola Scintilla di Democomica a ironizzare sul loro rapporto con la musica italiana.

Tutto questo giovedì 19 settembre, a partire dalle 20.30 fino alle 22.30, in Auditorium (ad ingresso gratuito) ed in diretta su Radio Popolare. Vi aspettiamo!

Le canzoni finaliste:

Matia Bazar – Vacanze romane

Loredana Bertè – Il mare d’inverno

Patti Pravo – Pazza Idea

Rettore – Splendido splendente

Alice – Per Elisa

Anna Oxa – Un’emozione da poco

Mina – L’importante è finire

Giuni Russo – un’estate al mare

Nada – Amore disperato

Caterina Caselli – insieme a te non ci sto più

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La fiducia non c’è

La prima senatrice di Forza Italia a passare con Renzi si chiama Donatella Conzatti.

“Ho deciso di accettare l’invito che mi ha rivolto Matteo Renzi di partecipare sin dal principio, senza attese e tatticismi, alla fondazione di Italia Viva” ha dichiarato.

Poco prima, Berlusconi aveva garantito che nessun parlamentare avrebbe lasciato Forza Italia per aderire alla nuova forza politica nata dalla scissione nel Pd.

Potrebbero essere non pochi i forzisti in transito verso Italia Viva. Non subito, nel tempo, con una strategia di sgocciolamento, di adesione dilazionata nel tempo. La medesima strategia che potrebbe riguardare anche diversi renziani rimasti nel Pd, a sancire politicamente una crescita progressiva in Parlamento e mediaticamente una crescita progressiva nel Paese.

La maggioranza che sostiene il governo Conte ha cambiato connotazione politica. Il programma approvato dieci giorni fa non corrisponde alle intenzioni renziane soprattutto per quanto riguarda le misure economiche. L’avvicinamento con Forza Italia lo dimostra ancora di più, ma sono sufficienti le idee di chi è uscito dal Pd su temi come il reddito di cittadinanza, per fare l’esempio più scottante. O quota 100. O le tasse.

Auguri al nuovo Governo.

Fratelli d’Italia chiede che Conte riferisca in Parlamento ma nessuno ha voglia di un nuovo voto di fiducia.

Non sarebbe difficile. Basterebbe che il presidente del Consiglio si presentasse alla Camera e al Senato chiedendo di nuovo un sì sul programma. In teoria una formalità, visto che Renzi ha giurato più volte che non farà cadere il Governo.

Conte, però, nonostante l’irritazione fatta uscire tramite i soliti canali informali detti “fonti di Palazzo Chigi”, non si sogna di chiedere la fiducia. Dal Quirinale, nulla trapela. Dal Movimento 5 Stelle, solo silenzio e si può appena immaginare l’imbarazzo per una maggioranza cui si aggiungono ex berlusconiani, oltre al ritrovato ruolo da protagonista dell’odiatissimo Renzi.

Votare una nuova fiducia non sarebbe difficile ma non si ha fiducia nella fiducia. Non nel senso che potrebbero esserci clamorosi voti contrari. Piuttosto, nel senso che un dibattito rischierebbe di mettere in luce tutte le contraddizioni e i rischi del nuovo scenario politico. Il progetto di Renzi è palesemente diverso e incompatibile con un asse Pd-Leu-5 Stelle. Meglio troncare e sopire. Meglio far finta di non vedere l’elefante nella stanza. Fino a quando, e non manca molto, Renzi inizierà a usare il governo come faceva Salvini: agitare le proprie bandiere ai fini della propaganda e della crescita del consenso. Tenendo in vita il Governo ma lasciandolo continuamente sulla corda di una tensione che intende gestire lui ai fini di proprio tornaconto politico.

Alla Camera, al primo voto comune, i franchi tiratori nascosti dietro il voto segreto hanno negato gli arresti domiciliari per il deputato di Forza Italia Diego Sozzani, indagato per illecito finanziamento dei partiti e  corruzione. Franchi tiratori che arrivano probabilmente dalle fila dei renziani ma non solo, anche da quelle del Pd.

E il Movimento 5 Stelle inizia a ingoiare calici amari. Nel cortile della Camera uno di loro si sfogava platealmente urlando: “se io non avessi niente da nascondere vorrei essere processato”. Ma il capogruppo D’Uva spegneva gli ardori: “il voto su Sozzani non riguarda la tenuta della maggioranza”

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Un festival da salvaguardare

“Per la Sardegna di quarant’anni fa il jazz era come internet oggi, qualcosa che ti metteva in rapporto col mondo: e il festival era quasi un pretesto, che ci permetteva di parlare nuovi linguaggi”. In un incontro con la stampa convocato l’ultimo dei dieci giorni della 34esima edizione del festival, l’8 settembre, Basilio Sulis, direttore artistico di “Ai confini tra Sardegna e Jazz”, la rassegna di Sant’Anna Arresi, torna alle ragioni di fondo che hanno portato alla metà degli anni ottanta ad organizzare un festival di jazz orientato all’avanguardia in “un angolo di periferia dell’impero” – per usare un’espressione abituale di Sulis – come il Sulcis. Era un progetto molto politico, e non solo per le valenze di cui era portatore il jazz che veniva proposto: l’idea era anche che attraverso il festival si potesse agire sul contesto, (altro…)

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Alla scoperta della Bruxelles africana

IL VIAGGIO E’ COMPLETO

Il centravanti della nazionale belga è Lukaku, congolese di origine e il musicista pop più famoso è Stromae, di origine ruandese. Nulla di strano quindi se il più grande museo del mondo consacrato al continente africano è a Tervuren, immediata periferia di Bruxelles. LAfricaMuseum, circondato dal verde e ospitato in un vecchio palazzo del re Leopoldo II, ha riaperto i battenti lo scorso gennaio sulle ceneri del vecchio Museo reale dell’Africa Centrale. Figlio dell’Esposizione Internazionale di Bruxelles del 1897, era stato concepito dal re come mezzo di propaganda per osannare i meriti della monarchia nella colonizzazione belga di Congo, Ruanda e Burundi. Nella nuova versione del museo la storia coloniale viene finalmente raccontata in tutta la sua violenza  grazie a foto e documenti di appoggio all’utente.  I numeri dell’AfricaMuseum testimoniano la sua imponenza: tre km di archivi, 120mila oggetti etnografici, maschere, sculture, 10 milioni di animali imbalsamati tra cui un elefante. Il nuovo allestimento pone l’attenzione anche sulla diversità linguistica nell’Africa Centrale attraverso mappe, dipinti popolari, frammenti di suoni e video. I visitatori possono ascoltare le storie della narrazione orale riflettendo sul loro significato e messaggio, capendo l’importanza della parola che veniva associata a specifici strumenti. Oltre a workshop sui ritmi e la  musica africana per studenti e adulti, vengono affrontati anche temi contemporanei come le diaspore, la biodiversità e il cambiamento climatico.

AfricaMuseum 07_Chéri Samba, Réorganisation, 2002. Oil on canvas

Oltre alla visita dell’AfricaMuseum il nostro viaggio nella Bruxelles africana prevede la scoperta di due quartieri meticci. Matongè, il primo, si dipana lungo la Chaussée de Wavre, a pochi passi da una delle più costose vie dello shopping di Bruxelles, Avenue Louise. Prende il nome da una vivace area di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, ed è nato alla fine degli anni ’50 con l’afflusso di studenti congolesi in Belgio, trasformandosi in un autentico quartiere africano dopo che il Congo conquistò la sua indipendenza nel 1960. Per le strade le lingue si mescolano armoniosamente: wolof, inglese e arabo incrociano dialetti difficili da classificare. Le bancarelle dei negozi pullulano di frutti e verdure importati dall’Africa, l’afrore dei pesci essiccati si alza dai bancali di bizzarre drogherie e i numerosissimi parrucchieri sono affollati di clienti. Ritmi e groove variegati escono dagli smartphone dei passanti ed è molto fornito il cartellone di iniziative culturali e concerti. Non è difficile riuscire ad ascoltare alcuni canti in lingua kikongo, accompagnati dal suono di strumenti tradizionali. Frequenti anche le celebrazioni religiose legate ad ataviche tradizioni. Le nostre guide saranno gli operatori culturali di Kuumba , un centro sociale che come nome si è scelto una parola swahili che significa “creare” e come mission ha lo sviluppo dell’energia e della creatività che emergono quando culture e comunità si incontrano.

Bruxelles_aprile 2019 053

Il secondo quartiere è Molenbeek. Conosciuto come “Molenkech”, ovvero la “Piccola Marrakech” di Bruxelles, è diventato tristemente famoso in seguito agli attentati che hanno colpito il cuore dell’Europa. E’ un’area di fortissima immigrazione magrebina e per scoprirlo useremo le biciclette che ci presterà il Centre Communautaire Maritime – CCM , un attore chiave nella vita socioculturale, artistica ed educativa del distretto marittimo di Molenbeek (a Bruxelles non c’è il mare, ma nel quartiere c’è un porto fluviale con relativa dogana).

Molenbike 01

Invece, aiutati dalla nostra collaboratrice Margherita Radaelli, residente da anni a Bruxelles, scopriremo  Les Marolles, una sorta di borgo nella città, dove si parla ancora un dialetto stretto e sopravvivono le botteghe di una volta. Conosciuto per la presenza di mercatini, caffè e ristoranti regala da sempre uno spaccato dell’anima popolare della città anche se, secondo i brussellesi doc, da qualche anno si sta ‘sablonizzando’ (Sablon è un quartiere borghese prossimo a Les Marolles) e la gentrificazione è incombente. Ovviamente abbiamo ritagliato un monte ore sufficiente per perdersi in qualche museo di Bruxelles: da quello dedicato a Magritte a quello dei fumetti, senza dimenticare il Museo Reale di Belle Arti del Belgio, dove si può visitare la collezione permanente delle opere del versatile pittore e incisore fiammingo Pieter Bruegel (generalmente indicato come il Vecchio per distinguerlo dal figlio primogenito), di cui quest’anno la città celebra il 450° anniversario della sua morte.

Bruxelles_aprile 2019 017

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Un decreto legge sul cambiamento climatico

Sergio costa è stato confermato nel governo Conte bis al Ministero dell’Ambiente. La sola conferma, nello stesso dicastero, insieme a quella di Alfonso Bonafede alla giustizia. Costa è nato a Napoli nel 1959; è stato comandante regionale della Forestale in Campania e generale di brigata dei carabinieri. Prima di diventare ministro, ha guidato le indagini condotte nella Terra dei Fuochi; è stato il primo a dare il via alle inchieste dopo aver scoperto una discarica abusiva nel casertano. Si è occupato delle discariche abusive nel Parco del Vesuvio e insieme alla direzione nazionale antimafia è stato referente nelle indagini su ecomafie e crimini ambientali. Quando è arrivata la conferma nel nuovo governo, su Facebook ha scritto: <<L’ambiente è al centro dell’azione del governo. Vorrei portare al primo Consiglio dei Ministri un provvedimento urgente sui cambiamenti climatici.>>. (altro…)

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Il mio amico Piero

Ho atteso che il dolore si estendesse in modo uniforme sul corpo onde attutire il trauma violento, una amputazione in corpore vivo, per la morte di Piero Scaramucci, militante di Lotta Continua, quindi fondatore di Radio Popolare e per molti anni suo direttore. Giornalista da sempre. Un professionista straordinario dell’informazione e della controinformazione, e ne aveva la vocazione.

Lo conobbi prima della nascita della Radio, come ci si conosce e incontra militando nella stessa organizzazione ma amici diventammo dopo, quando lui tornò a Radio Popolare. Credo che per lui esserne il direttore, e dopo una voce portante nella cooperativa fino a diventarne presidente, fosse una chiamata destinale, senza scampo anche quando ne aveva le palle piene e certe assemblee gli parevano insopportabili. Mi sono chiesto perché oltre alla tristezza e al dolore grandi miei e di moltissime altre persone, io mi sia sentito percosso e spezzato dalla sua scomparsa.

La risposta forse sta nella sua intelligenza critica molto precisa. Una qualità che è tipica, e necessaria, anche nel mio mestiere di fisico teorico, e che non è comune nelle redazioni dei media, giornali, radio, televisioni dove al meglio prevale l’informazione, al peggio la retorica sensazionalistica. Questa precisione dell’intelligenza critica si trasformava poi nella prassi linguistica del fare radio, da lui definita una volta: una radio di classe. Una definizione che non chiudeva, come spesso accade alle definizioni che appunto stabiliscono confini, ma apriva un mondo. Anche questa cosa tipica della fisica teorica, dove tu definisci un oggetto non per rinchiuderlo in una comprensione data una volta per tutte, ma per farne un propulsore verso un nuovo universo e un generatore di nuove domande, dubbi, campi di ricerca. Credo che questa attenzione alla precisione linguistica creativa fosse una sorta di affinità che sentivo con lui, e che vidi una volta dispiegata in tutta la sua ricchezza, quando con Piero e Giorgio Galli andammo in carcere a Pisa per una lunga conversazione trasmessa in diretta con Adriano Sofri, al tempo detenuto con l’accusa di omicidio del commissario Calabresi.

Giorgio Galli era colpevolista, epperò nel dialogo la carcerazione di Sofri emerse anche per Galli come storta, ingiusta, quasi che una nuova comune pietas fosse nata in quella sala del carcere di Pisa. Col che noi poi uscimmo liberi, e Adriano rientrò in cella.

Piero sapeva che “ i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” e la radio era un luogo e un mezzo per allargarli quei limiti con la parola, comunicata si badi bene non in una ristretta cerchia di dotti ma nell’etere, a disposizione di tutti. Parola che andava e veniva dai microfoni agli ascoltatori, e viceversa, Chiamerei questa attitudine di Piero, copiando Gramsci e Wittgenstein, una praxis linguistica rivoluzionaria che produce oggetti i quali che senza di lei non sarebbero dati. Che poi è il cuore, l’anima, il cervello di Radio Popolare. L’invenzione di cui Piero è stato in gran parte costituente.

C’è una seconda intelligenza di Piero che mi mancherà assai, l’intelligenza emotiva cui io sono invece completamente estraneo, di rapporti e emozioni degli umani non capendo più o meno niente. Piero aveva una sensibilità quasi tattile per l’intimità cogli altri. Non solo quelli che conosceva bene, ma anche persone incontrate lì per lì, cui diceva le cose giuste quasi sempre con tenerezza, mai sdolcinata. E neppure ipocrita.Non manifestava alcuna rozzezza maschil maschilista, e si muoveva da maestro tra le sfumature, pur anche quando parlava che ne so, della sua esperienza nei Quaderni Rossi. Non ci si vedeva per mesi, e quando accadeva lui riprendeva da dove ci eravamo lasciati far conto di niente, quasi che il tuo discorso fosse stato per lui importantissimo, mentre io me ne ricordavo niente o poco. Con la vicinanza che ti faceva sentire quando stavi in cattive acque, o dentro grandi sofferenze.

Infine. Infine la sua rettitudine che è qualcosa in più dell’onestà. Proprio uno star dritti, eretti. Senza essere ingenuo. Anzi anche pronto allo sgambetto, ma guardandoti negli occhi. E tu, che pur avevi ragione, ti sentivi sempre in dubbio, che magari avessi torto. Un torto che vedeva solo lui, ma spesso avrei voluto abbracciarlo. E ora invece non c’è più e questo mi fa piangere.

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È morto Piero Scaramucci

Giovedì 12 settembre 2019

Mercoledì 11 settembre 2019

È morto questa mattina alla clinica Humanitas, dov’era ricoverato dalla metà di agosto, Piero Scaramucci. Aveva 82 anni.

Piero Scaramucci è stato l’elaboratore del progetto politico-editoriale che ha dato origine a Radio Popolare; è stato direttore nella primissima fase della vita della radio, che è tornato a dirigere nel 1992 restandone alla guida fino al 2002.

Il nostro ricordo

di Michele Migone

Il giornalismo democratico italiano ha perso oggi una delle sue figure di riferimento e Radio Popolare ha perso la persona che 43 anni fa la fondò.

Piero Scaramucci è morto questa mattina dopo un mese di ricovero ospedaliero a seguito della rottura di un aneurisma. Aveva 82 anni e non aveva perso neppure un’oncia della sua capacità di guardare con approccio critico, quasi radicale, ma sempre profondamente lucido ai fatti del mondo.

La sua visione del giornalismo come vero guardiano del potere, come strumento per dare voce a chi non ne ha, la sua idea dei mezzi di comunicazione come strumenti di servizio pubblico, hanno caratterizzato tutta la sua carriera dentro e fuori la Rai e hanno determinato il DNA di Radio Popolare.

Negli anni ’60 e ’70 Piero Scaramucci, in una Rai paludata, era riuscito a dare la sua impronta di giornalista democratico in inchieste come quella sulla morte di Enrico Mattei, sulla strage di Piazza Fontana, sul processo di Catanzaro sulla strage.

Poi avrebbe scritto con la vedova di Pino Pinelli, Licia, il libro – intervista “Una storia quasi soltanto mia” in cui si raccontavano gli anni di piazza Fontana e la strategia della tensione.

Piero Scaramucci ritornò alla sua creatura, a Radio Popolare nel 1992. Amava molto questa radio.

Gli ha dato la sua impronta “glocal”, cioè globale e locale, un mezzo di comunicazione che riesce a guardare con la stessa intensità e profondità ai fatti della città e del mondo.

È stato il maestro di giornalismo di decine di noi, ma non è caduto mai nel tranello di pensare che Radio Popolare fosse solo giornalismo. Ha plasmato un paio di generazioni di persone che lavorano qui dentro all’idea che la radio fosse un modo di comunicare una tensione morale, civile, politica, quasi esistenziale attraverso una serie di molteplici linguaggi, modalità, toni, suoni.

Ha insegnato a tutti quanti noi ad essere orgogliosi della nostra indipendenza e a difendere con le unghie questo valore.

Il suo ritorno nel 92 aveva dato alla Radio un ambizione e un orizzonte nazionale, l’aveva spronata a superare i confini fino ad allora conosciuti. Per questo venne costruito il network con tante altre radio italiane.

In quel periodo, Piero è stato direttore per più di 10 anni. Ma in realtà, per tutti quanti noi, ma anche per le migliaia di persone che lo hanno seguito, alla fine, Piero è sempre rimasto il Diretur, con la D maiuscola, come lo chiamavamo in redazione.

A Mimosa e a Marianna va il nostro abbraccio e l’abbraccio di tutti gli ascoltatori.

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“Il Bazar e la Moschea” all’auditorium Demetrio Stratos

Mercoledì 18 settembre 2019 alle 19.00 la giornalista Farian Sabahi presenterà il suo libro “Il bazar e la moschea – Storia dell’Iran 1890 – 2018” (2019, Bruno Mondadori Editore) nell’Auditorium Demetrio Stratos c/o Radio Popolare (via Ollearo 5).

Questo volume ripercorre le vicende dell’Iran partendo dalla rivolta del tabacco del 1890, in occasione della quale i mercanti si allearono con il clero riuscendo a far sentire le proprie ragioni. Un’alleanza, quella tra il bazar e la moschea, che si rivelerà cruciale nel corso del Novecento.

Questa edizione presenta un aggiornamento di dieci anni rispetto a quella precedente, pubblicata a fine 2008 e quindi poco prima delle contestate elezioni, segnate da brogli, che videro la rielezione del presidente Ahmadinejad per un secondo mandato. Le tematiche analizzate comprendono il movimento verde d’opposizione del 2009 e la repressione di regime, le reazioni iraniane alte primavere arabe e in particolare a quella sciita del Bahrein, l’elezione del presidente moderato Rohani e l’accordo nucleare del luglio 2015, il coinvolgimento di Teheran nelle questioni regionali, le proteste di inizio 2018, le tensioni con gli Stati Uniti del presidente Donald Trump, con Israele e con l’Arabia Saudita, nonché le conseguenze – anche per le imprese italiane – dei due round di sanzioni americane imposte nell’agosto e nel novembre 2018.

La giornalista Farian Sabahi scrive per il “Corriere della Sera”, per “il Manifesto” e collabora a varie emittenti televisive e radiofoniche tra cui Radio Popolare e la Rai. Insegna all’Università della Valle d’Aosta e all’Università di Ginevra. Tra i suoi libri segnaliamo il memoir Non legare il cuore. La mia storia Persiana tra due Paesi e tre religioni (Solferino, 2018) e il saggio Storia dello Yemen (Bruno Mondadori, 2010). E’ autrice del reading teatrale Noi donne di Teheran (Jouvence, 2014).

La serata sarà introdotta e conclusa dall’esibizione della musicista persiana Yalda. Presente sul mercato discografico con numerosi lavori, tra cui l’album Yalda (Ishtar, 2008). Attiva da anni nella scena artistica italiana e internazionale, ha collaborato con artisti come Pacifico e Raiz. Ha composto e interpretato brani per colonne sonore di grandi nomi del cinema italiano, come Gabriele Salvatores e Silvio Soldini, e per documentari prodotti dal Corriere della Sera. Per questa serata sarà accompagnata alla chitarra da Alessandro Sicardi.

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Tutti col vestito nuovo

Si potrebbero usare la fisica e la psicologia per spiegare la giornata della fiducia alla Camera al governo Conte bis.La fisica, la dinamica, aiuterebbe a comprendere l’atteggiamento di Conte e quello delle opposizioni più radicali, Fratelli d’Italia e Lega.

Il presidente del Consiglio, nella sua replica, è stato aggressivo come non ci si sarebbe aspettato contro i leghisti. Anche la mimica facciale tradiva rabbia. Una sorpresa, da parte di chi ha fatto dei modi composti, fino al manierismo, una cifra estetica. Conte ha senza dubbio ancora una questione personale aperta con Salvini ma la chiave è un’altra. In realtà, Conte ha fatto un calcolo preciso: scavare un fossato il più largo e profondo possibile, il più possibile infestato da coccodrilli, tra la Lega e il Movimento 5 Stelle.

Lega e 5 Stelle sono stati insieme fino a ieri, hanno lavorato bene insieme, hanno condiviso quasi tutto, e bisogna essere cauti: quanta più divisione, anche personale, si introduce nel sistema, meglio è.

Una strategia a cui Lega e Fratelli d’Italia contrappongono un’altra dinamica: attaccare frontalmente il 5 Stelle, sperando di spaccarlo, di mandare in crisi i –non pochi- che con la Lega si trovavano a casa.

La psicologia: oggi è stato il primo giorno in cui il Parlamento si è confrontato con gli effetti materiali della pazzesca crisi di agosto, quella in cui è accaduta una cosa che non era mai accaduta, con un partito che fino a un mese fa governava con la destra estrema e che oggi forma una maggioranza con il lato sinistro dell’emiciclo. E con il premier che è sempre quello di prima, ma con un linguaggio e un programma diversi.

Stamattina i deputati, soprattutto quelli meno famosi, arrivavano nel cortile di Montecitorio, si salutavano dopo le vacanze, si guardavano intorno un po’ straniti e poi si sfogavano con le battute.

“Aho siamo andati al mare che eravamo all’opposizione e mo stiamo al governo, come te senti?” si dicono due di Leu. “Arrivano i grillini, ti abbracciano e ti dicono vediamoci per parlare –dice una deputata del Pd- ma come, fino a ieri ci odiavamo, ci tiravamo le cose”.

Battute che contengono una verità politica che è il problema di chi questo governo vuole farlo durare, a cominciare da Conte. Serve il collante e la colla delle poltrone, che Meloni ama citare per attaccare gli avversari, non basta. Serve radicalizzare lo scontro.

“Non ha mai citato il Pd, solo i 5 Stelle” si lamenta di Conte un altro deputato del Partito Democratico. Il punto è che Conte sa bene che il problema è ancora dentro al suo partito, il Movimento 5 Stelle, e ha sempre il volto di Di Maio che come primo atto da ministro degli Esteri ha tenuto una sorta di consiglio dei ministri parallelo, alla Farnesina, solo coi ministri pentastellati. Non va bene, in primis al presidente del Consiglio vero, ovviamente, che non vuole tornare a essere il burattino nelle mani di altri, come è stato quando c’era il governo gialloverde.

Lo schema è cambiato, tutti stanno cercando di abituarsi e lo fanno con le parole e i modi di cui sono capaci. Il giorno prima la fiducia, il segretario del Pd, Zingaretti, lo aveva detto in un comizio: “agli alleati chiediamo lealtà”. Tradotto: serve un accordo preciso a partire da economia e riforme. E niente personalismi. Si sta abituando l’opposizione: la piazza di Fratelli d’Italia, a cui ha partecipato Salvini, è servita a cambiare lo schema da quelle parti. I due partiti più a destra si avvicinano sempre più, con Meloni che si toglie la soddisfazione di dire a Salvini “te lo avevo detto” e Salvini che si toglie la soddisfazione di farsi acclamare da quelli che hanno fatto il saluto romano e che poi sono corsi da lui, quando il capo leghista ha deciso di buttarsi tra la folla, per toccarlo, fotografarlo, salutarlo.

La loro strategia sarà quella della piazza. Ma nonostante le parole roboanti –“volevamo circondare Montecitorio, se cambiano la legge Fornero non escono di qua, andremo noi fisicamente a chiudere i porti se li riaprono”- nonostante gli altoparlanti sparati al massimo con una potenza sovradimensionata per le piazzette del centro storico, giusto per far credere di essere di più e più in forma di quanto non sia, la realtà è che erano pochi, con tanti occhiali Rayban a goccia indossati da tanti anziani, e che Meloni e soprattutto Salvini sono apparsi stanchi e incapaci di andare oltre gli slogan sulle poltrone, i poteri forti, l’Europa malvagia, la finanza internazionale.

La solita paccottiglia. Che prima era al governo, e ora è all’opposizione. Tutto in un mese. Perché tutto sia metabolizzato, serve ancora elaborazione, direbbe lo psicoanalista

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Equilibri ed equilibrismi del nuovo esecutivo

il premier incaricato Giuseppe Conte
Sfogliati i nomi e le schede dei nuovi ministri e assimilati i commenti di soddisfazione, si cerca ora di capire chi ha dato e chi ha ricevuto di più tra i due nuovi alleati del Conte bis, in sostanza se ci sono vincitori e perdenti, al di là di una secca divisione a metà dei ministri, tra Partito Democratico e Cinque Stelle, con un ministero, quello della Salute a Leu con Roberto Speranza.
Nicola Zingaretti è rimasto fuori dal governo, per non essere troppo imbrigliato nella quotidianità e nelle dinamiche di Palazzo Chigi.
Luigi Di Maio va agli Esteri, ma perde parecchie posizioni. Lui, che non voleva un governo con l’odiato Partito Democratico, vede vincere la linea di Roberto Fico e di Beppe Grillo, ma mantiene i suoi ministri nelle posizioni chiave di tutte le principali bandiere grilline, dal Lavoro con il reddito di cittadinanza affidato a chi l’ha costruito per prima, Nunzia Catalfo, al ministro dello Sviluppo economico che dovrà risolvere il problema trivelle con Stefano Patuanelli, fino all’ambiente dove torna Sergio Costa.
Di Maio vince l’ultimo braccio di ferro, dopo aver perso quello per fare il vicepremier, e colloca uno dei suoi accanto a Conte, Riccardo Fraccaro come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e poi D’Incà ai Rapporti con il Parlamento, per tentare di assorbire un po’ di quella troppa luce e potere che nel Movimento sta acquistando Conte, mettendolo in ombra. Il potere di Fraccaro dipenderà dalle deleghe che Conte vorrà dargli.
Il Pd può considerare un successo aver consegnato il ministero dell’Interno ad un prefetto, Luciana Lamorgese, che guarderà alle leggi sull’immigrazione in maniera obiettiva, togliendole dalla propaganda di odio condotta da Salvini, e solo questo, insieme alle caratteristiche del prefetto, senza nemmeno un profilo social, segna già una svolta, quella discontinuità chiesta da Zingaretti. Ma Lamorgese non è un ministro del Pd.
Appartiene al Pd invece il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che avrà onori e oneri già nei prossimi giorni con la manovra economica da scrivere, cercando di reperire i miliardi che servono per non far aumentare l’Iva a gennaio. Un ruolo delicato, sostenuto dalle lodi, i riconoscimenti e forse il sospiro di sollievo delle capitali europee, ma in Italia è sempre complicato far accettare manovre pesanti. E’ una grande scommessa e il Pd ha in mano molte possibilità e responsabilità da questo punto di vista, ma anche molti rischi: espone in prima linea tre dei suoi, David Sassoli al Parlamento europeo, Gualtieri al ministero dell’Economia, e forse Paolo Gentiloni commissario a Bruxelles.
Per il resto è un governo un po’ sbilanciato verso il Sud, ed è un problema visti i consensi della Lega al Nord, con i ministeri che avranno le competenze per le regioni e l’autonomia differenziata in mano a politici del Sud, come Francesco Boccia e Beppe Provenzano.
Renzi schiera tre ministri, Lorenzo Guerini, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, ma è fuori dall’esecutivo. Per ora Zingaretti assicura che l’operazione “governo” è avvenuta nell’unità del partito, ma l’ex segretario controlla ancora i gruppi parlamentari. Ci sono molti volti nuovi e forti competenze, come il ministro dell’Istruzione oppure la ministra alla Famiglia e pari opportunità, che si è detta favorevole alle unioni gay e che farà dimenticare Fontana e i progetti di Pillon.
La prossima settimana ci sarà la fiducia in Parlamento, e Conte esporrà con maggiori dettagli i 26 punti del programma, sul quale finora sia il Pd che i Cinque stelle hanno garantito condivisione e unità di obiettivi, ma molti di questi non sono ancora stati spiegati, ad esempio il Tav oppure le riforme costituzionali.
Al Senato dove avverrà il voto più atteso, considerati i numeri della nuova maggioranza, il governo andrà martedi, lunedì la fiducia alla Camera dei deputati. Oggi intanto il Giuramento e il primo Consiglio dei ministri, e poi subito dopo il passaggio di consegne, la cerimonia della campanella, mai così singolare come questa volta, da Conte a Conte.
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Fissione nucleare, poche altre certezze

Durante l’esplosione avvenuta sulla costa nord della Russia l’8 agosto scorso c’è stata una fissione nucleare, ma questa è una delle poche certezze intorno alla vicenda. Per cominciare, non sono ancora chiare le dinamiche dell’esplosione. (altro…)

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Tommaso Giulini: “Uniti contro il razzismo negli stadi”

“Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti i tifosi per bene, che sono il 99.9% per sconfiggere il razzismo”. Questo è il messaggio che il presidente del Cagliari Tommaso Giulini, in esclusiva ai microfoni di Radio Popolare, manda ai propri tifosi e non solo per cacciare una volta per tutti gli ignoranti e i razzisti dagli stadi italiani. Non ha fatto tempo a cominciare il campionato che già la Serie A, dopo i diversi casi dello scorso anno, deve fin da subito fare i conti con il razzismo. Il nuovo bersaglio è stato Romelu Lukako, attaccante dell’Inter. Nel momento di battere il calcio di rigore da una parte della tifoseria cagliaritana sono piovuti degli ululati razzisti.

L’intervista al presidente del Cagliari durante la puntata di Tamarindo del 3 settembre 2019

Giulini 1

Dopo il caso Kean della scorsa stagione, Cagliari e il Cagliari si vedono nuovamente il dito puntato contro con l’accusa di razzismo. “Mi dispiace molto – dice Giulini – perché conosco questa città e la Sardegna e so quanta cultura e umanità ci sia. Combatterò ancora per far sì che questo non accada più”. Giulini però sa che la battaglia è ancora lunga e che non basta la tecnologia per espellere definitivamente questi “imbecilli” dai nostri stadi: “Le telecamere a nostra disposizione servono per lo più per i gesti e i movimenti, per individuare possibili traffici di droghe, ma non per i labiali”. Per questo aumenta l’importanza degli steward, che devono essere i primi a segnalare e individuare i responsabili di questi barbarici gesti.

Questo ennesimo episodio crea molta rabbia in Giulini, che attraverso diverse iniziative sta provando a trasmettere, soprattutto ai più giovani, valori decisamente diversi: “Da tempo – dice il presidente – portiamo avanti la ‘Scuola di tifo’, con cui ogni settimana andiamo nelle scuole per insegnare ai bambini che si tifa ‘per’ e non ‘contro’, questi sono i valori che vogliamo trasmettere ai nostri tifosi”.

Una battaglia del singolo nella collettività per eliminare queste inciviltà. è molto facile però generalizzare, come sostiene Giulini: “Questi ululati però sono uniti anche ai “buuu” e agli insulti di molti che non sono in grado di fischiare, e che fanno questo non con fini razzisti ma per deconcentrare e quindi spingere a sbagliare un avversario, a prescindere dal colore della pelle. Di questo ne sono convinto”.  Lo stesso Giulini non si è accorto di quanto successo nello stadio: “Ho visto – dice – la partita insieme a Bebe Vio e né lei né io abbiamo sentito questi ululati. Lo stesso è successo alla terna arbitrale e alla procura federale. Questo perché il nostro stadio non è così grande e coloro che volevano insultare Lukaku per il colore della pelle era perfettamente mischiato in mezzo a chi lo fischiava con ben altre finalità”.

La soluzione che gli organi federali hanno trovato fin qui per porre rimedio a questa brutta abitudine del nostro calcio è stata quella di chiudere le curve o lo stadio intero, oltre a multare le società. Evidentemente questa però non è la strada giusta, sia per la ripetitività con cui si verificano questi episodi sia perché così molti pagano la colpa di pochi, lasciando però di fatto impuniti i diretti responsabili. Di questa stessa opinione è anche Giulini: “Chiudere le curve non è una soluzione; lo è aiutarci di più a coordinarci con i nostri steward e con le forze dell’ordine per non far più entrare il colpevole alla partita successiva. Sono convinto che alcuni membri del personale stadio abbia visto chi ha fatto quei fischi ma è difficile poi leggere un labiale tramite telecamera. Per questo è ancora più importante l’aiuto di tutti”.

Esattamente come successo in Premier League, dove durante Chelsea-Manchester United del dicembre 2018 alcuni tifosi hanno fatto degli ululati razzisti: il club inglese ci ha messo più di 7 mesi per individuare i colpevoli, grazie soprattutto all’aiuto di altri tifosi, che sono stati fondamentali per la riuscita dell’operazione. “Dobbiamo prendere esempio – ha concluso Giulini – e scacciare questi 20-30 imbecilli una volta per tutte”.

Foto | cagliaricalcio.com

[Matteo Serra]

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La crisi di governo e le classi subalterne

La crisi di governo in atto è insieme grottesca e divertente, losca e limpida, strafogata e austera, grave ma non seria (Flaiano), globale fino a Trump, locale fino alla stanza di Di Maio, come un uomo che scivolato un momento su una buccia di banana, annaspi roteando braccia e gambe senza riuscire a fermarsi per rimettersi in equilibrio. Già ma quale equilibrio? Quello verticale, oppure orizzontale, o a 45 gradi, statico o dinamico, e in quanti sono a cercarlo questo equilibrio. O equilibri, ché più d’uno è possibile. Eppure l’uomo aveva un  solido bastone a sorreggerlo che è venuto meno, e ora incespica a ogni passo. E gli uomini sono più d’uno, ciascuno col suo passo, dovendo accordarsi il che non è facile quando si cammini in direzioni diverse.

Così il moltiplicarsi di geometrie variabili e di dinamiche zigzaganti rende la situazione confusa, invocando più o meno tutti una forza superiore che metta ordine, senza sapere quale ordine e quale forza. Le elezioni anticipate, la suprema parola di Mattarella, L’Unione Europea, e quant’altro fino addirittura all’intervento della Vergine Maria. E’ come se tutti i nodi fossero venuti al pettine insieme e nello stesso tempo; quindi scioglierli diventa difficile assai, ma pure tagliarli appare impresa non da poco.

Però un dato è chiaro: si tratta di una crisi che si svolge tra i rappresentanti delle classi dominanti. Il che non significa che i suoi esiti siano tutti indifferenti.  Come è ben noto non tutte le soluzioni alle crisi capitalistiche si equivalgono. Con un esempio classico: alla grande crisi del ’29 negli USA si rispose col New Deal di Roosvelt, in Germania col nazismo di Hitler, e c’è una bella differenza, tanto che per sciogliere la contraddizione si dovette arrivare a una guerra mondiale, la seconda. Nel nostro piccolo italico mondo, una cosa è la vittoria del fascioleghismo salviniano autoritario e razzista, un’altra un governo M5S-PD, non proprio uno splendore ma meglio, e una democrazia liberale.

Qui già si misura il peso dell’assenza nel panorama politico di una forza rappresentativa delle classi subalterne, dei loro interessi, bisogni, desideri. Si tratta di una limitazione della democrazia non secondaria, che investe l’intero assetto istituzionale e, almeno in Italia, Costituzionale, essendo la nostra una Repubblica fondata sul lavoro. Ma se il lavoro subalterno – la massima parte del lavoro – non è rappresentato, l’affermazione costituzionale è monca, quindi destituita di reale forza costituente. Per cui nel misurare la crisi, bisognerebbe anche misurare se e come sia possibile, dopo la fine dei partiti socialista e comunista, costruire una forza politica capace di rappresentare le classi subalterne, e di definire un percorso per una presa di potere delle stesse, sempre parziale in democrazia. Ma consistente. Non è questione di numeri ma di strategia.

Tutti i gruppi sorti, evaporati, risorti, sfumati, attestati sul 2%, non hanno come limite questa piccola quantità di voti, bensì di essersi sempre presentati per un verso come i custodi di una qualche ortodossia “di sinistra” e per l’altro come gli integerrimi oppositori del partito più consistente, erede alla lontana del PCI, PdS, DS fino all’attuale PD. Mentre invece la questione sta tutta altrove, nel cuore della composizione di classe.

Il riformismo e/o l’antagonismo e/o la rivoluzione sono parole vuote. Parola piena è: rappresentanza di classe, delle classi subalterne. Ripeto: dei loro interessi, bisogni e desideri. In funzione del potere. Di un potere non totalitario degli sfruttati e poveri del mondo.

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La bozza di programma del governo Conte bis

Ventisei i punti di programma, raccolti in tre pagine. Una sintesi estrema, rispetto alle quasi quaranta pagine del contratto del governo precedente.

Ventisei punti però in larga parte piuttosto generici, con una impressione iniziale e certamente voluta di dimostrare una comunanza di obiettivi, principi e valori, quasi a riprendere quelli della sinistra da un lato per il Partito democratico e quelli iniziali del Movimento di Grillo, persi per strada durante i quattordici mesi dell’alleanza con la Lega. (altro…)

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Camminare. Il Festival del Social Walking

Sabato 5 e domenica 6 ottobre alla Cascina Centro Parco del Parco Nord, (via Clerici 150, Sesto San Giovanni) la terza edizione di Camminare. Il Festival del Social Walking, il primo festival dedicato al tema del viaggio lento e a piedi a Milano. Un’edizione in cui si affronta in particolare il rapporto tra cammini ed economia civile, turismo responsabile e territorio.

L’organizzazione è a cura di ViaggieMiraggi, operatore di turismo responsabile, in collaborazione con Altreconomia, media partner Radio Popolare.

L’evento è a ingresso gratuito.

Il programma

La terza edizione del festival del social walking è dedicata all’economia civile: camminare vuol dire entrare in relazione lenta con il territorio, con le persone che lo abitano, con i compagni di viaggio e con se stessi, creando opportunità per lo sviluppo del territorio.

Sarà un’occasione unica per scoprire le esperienze di chi ha fatto del viaggio a piedi uno stile di vita, attraverso incontri con autori, camminatori, pastori, narratori del vino. Tanti saranno anche i momenti di animazione e ludici per bambini e adulti e, inoltre, saranno attivi angoli dedicati a mostre fotografiche, una piccola libreria di viaggio, spazio benessere e bimbi, consigli per la scelta di attrezzature sportive e suggerimenti per il viaggio.

Gli appuntamenti inizieranno sabato 5 ottobre alle ore 15: durante tutto il pomeriggio gli spazi del festival saranno animati da incontri e pratiche di sviluppo del territorio e delle economie locali. Si chiuderà la giornata con una sessione di drum circle, aperto a chi vorrà partecipare, prenotandosi il giorno stesso.

Domenica 6 ottobre dalle ore 9:00 si svolgerà un social walking attraverso il Parco Nord: un appuntamento dedicato al cammino consapevole, per respirare in modo diverso, risvegliare l’energia con il movimento e il silenzio, ascoltando solo il rumore dei propri passi. Un modo per far scoprire a tutti la vicinanza del Parco alla città di Milano e la sua offerta di spazi e attività possibili. Si proseguirà con interventi, racconti e presentazioni di libri e di esperienze di viaggio.

Presso il punto ristoro presente nella Cascina Centro Parco sarà possibile cenare nella giornata di sabato 5 e pranzare nella giornata di domenica 6.

La location del festival
Cascina Centro Parco – via Clerici 150, Sesto San Giovanni – Parco Nord Milano, facilmente raggiungibile a piedi, in bicicletta e con i mezzi pubblici da Milano e dai comuni limitrofi della Città Metropolitana (M5 Bignami).

Orari apertura festival
5 ottobre h 15-23
6 ottobre h 9-19

Per ulteriori informazioni
ViaggieMiraggi tel. +39 02 5410 2460  – socialwalkig@viaggiemiraggi.org

 

Il festival è organizzato con il patrocinio di Ersaf Lombardia, Ente Regionale per i servizi all’Agricoltura e alle Foreste, e il sostegno di AttivAree, programma intersettoriale di Fondazione Cariplo che mira a riattivare le aree marginali del territorio di riferimento della fondazione e ad aumentarne la forza attrattiva nei confronti dei residenti, di potenziali investitori e dei poli urbani di riferimento, facendo leva sulle risorse delle comunità.

 

Locandina Camminare Il Festival del Social Walking

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    Redazione
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