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Chi guadagna con la guerra alla droga

Il muro del proibizionismo sulle droghe, costruito mattone dopo mattone dal 1961 in poi, comincia a dare segni di cedimento. La progressiva messa al bando della produzione, della vendita e del consumo di sostanze classificate come stupefacenti quali morfina e cocaina, che un tempo si vendevano in farmacia con la garanzia della purezza e a prezzi relativamente modici, ha trasformato queste sostanze in cartine tornasole, evidenziando le conseguenze della negazione dei problemi rispetto al tentativo di contenerli e governarli.

Il proibizionismo è diventato un affare favoloso per le più svariate reti criminali in ogni angolo del mondo, e ha condannato alla clandestinità, all’insicurezza, alla sofferenza i consumatori. Ma in molti Paesi è diventato anche un’arma di controllo politico e ha determinato la violazione di diritti umani e tradizioni ancestrali. A metà aprile si è riunita a New York la Sessione speciale sulle droghe dell’ONU (Ungass) per discutere circa le modalità di contrasto al fenomeno. Una riunione che era in agenda per il 2019, ma che è stata anticipata d’urgenza su richiesta di Messico, Guatemala e Colombia, Paesi stravolti da tutti i punti di vista dai cartelli criminali che guadagnano denaro e potere sul proibizionismo, e si avvantaggiano sulle politiche sbagliate in materia di “guerra alla droga” portate avanti negli ultimi trent’anni, soprattutto dagli Stati Uniti. Una “guerra” che spesso è stata combattuta indiscriminatamente contro i contadini, usando aerei per irrorare con erbicidi non selettivi – come il glifosato – i campi coltivati a coca o a papavero insieme a quelli coltivati a mais o patate.

La guerra alla droga è diventata anche arma di dominazione politica. Infatti ha imposto l’apertura di basi militari e della DEA (Drug Enforcement Administration, l’ente antidroga statunitense) in luoghi strategici di diversi Paesi americani e asiatici, senza che si sia mai verificato un vero miglioramento della situazione. Una strana guerra che si combatteva per esempio in Colombia negli anni ’80 contro il cartello di Medellin guidato da Pablo Escobar, che però, allo stesso tempo, investiva tranquillamente i suoi soldi a Miami. Guerra che, sempre negli anni ’80, si combatteva in Nicaragua contro la rivoluzione sandinista rifornendo i movimenti di opposizione con armi acquistate con il ricavato del narcotraffico di cocaina verso gli Stati Uniti, in realtà “gestito” dalla CIA. Che aveva a libro paga anche Manuel Noriega, il dittatore di Panama, l’“Isola di Tortuga” dei narcos.

La storia del proibizionismo non ha scritto brutte pagine solo in America Latina. Anche in Oriente l’eroina è stata utilizzata come moneta di pagamento ai tempi della guerra del Vietnam, è fonte di finanziamento dei talebani afghani e in Myanmar è stata un pilastro economico della giunta dei generali.

Droga, mafie, dittature, paradisi fiscali, soprusi, violenze, morti e sofferenze. Queste le parole chiave per spiegare quali siano state le conseguenze delle politiche proibizioniste nell’ultimo mezzo secolo. Ma il muro del proibizionismo sta finalmente cedendo, a partire dalle sostanze considerate “leggere”, come la cannabis. Prima i Paesi Bassi, poi l’Uruguay e alcuni stati degli USA stanno sottraendo profitti ai cartelli della droga permettendo che i consumatori di cannabis possano coltivarsela in proprio o acquistarla in farmacia e nei negozi specializzati. Marijuana che ora genera lavoro, reddito, tasse. Ma ovviamente questo non basta.

La vera posta in gioco sono le cosiddette droghe “pesanti”, soprattutto quelle derivate dalle piante del papavero e della coca. Su questo fronte, i Paesi latinoamericani stanno trovando il coraggio di mettere in discussione le politiche precedenti e di discutere seriamente di liberalizzazione controllata del mercato. Il loro portavoce è ovviamente l’ex leader del sindacato dei cocaleros boliviani, quell’Evo Morales che non perde opportunità per esaltare le proprietà naturali e farmacologiche della foglia di coca, coltivata e consumata sulle Ande da migliaia di anni. Per questi Stati una legalizzazione controllata potrebbe avere un doppio effetto: da un lato il passaggio alla legalità di una parte importante dei loro agricoltori, dall’altro lo sviluppo dell’industria della trasformazione, ricca di potenzialità economiche. La foglia di coca per esempio è un prodotto di prim’ordine per la confezione di dentifrici, tisane, pomate e così via.

Oggi la principale richiesta dei Paesi produttori di droghe illegali è poter disarmare i cartelli criminali depotenziando i loro circuiti economici. Il disarmo, ormai è assodato, non avverrà per via violenta: ma potrebbe verificarsi solo togliendo alle organizzazioni criminali l’esclusiva sul business. Ma perché questo possa succedere, anzitutto bisogna gettare a mare decenni di ipocrisie su sostanze che hanno fatto la ricchezza di pochi e determinato le disgrazie di molti.

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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    Strage di Lampedusa: identificata la vittima 186

    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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