Memos
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18 marzo 2015
Storia criminale. L’Italia della corruzione e delle mafie nelle carte delle procure. Oggi Firenze, soltanto ieri Mafia-Capitale. Intervista con Francesco Grignetti e Gaetano Savatteri.

Francesco Grignetti è un giornalista della Stampa. Gaetano Savatteri è giornalista e scrittore. Insieme hanno curato un libro uscito di recente dal titolo “Mafia capitale. L’atto d’accusa della Procura di Roma” (Melampo). La conversazione con Memos comincia dalle ultime rivelazioni dell’inchiesta di Firenze su tangenti e appalti in alcune delle principali “grandi opere” italiane. Grignetti e Savatteri raccontano le differenze e le similitudini rispetto all’inchiesta di “Mafia Capitale” che, pochi mesi fa, scoperchiò una cupola criminale a Roma nella gestione di appalti e denaro pubblico. L’organizzazione mafiosa era composta da criminalità di strada, colletti bianchi, burocrazia pubblica e imprenditori. L’intervista con i due giornalisti ripercorre i passaggi principali dell’inchiesta romana. La fonte esclusiva è quel documento importante – ricco di analisi e descrizioni – che è l’ordinanza con cui la giudice romana Flavia Costantini, a fine novembre 2014, accettò le richieste di arresto della procura guidata dallo storico magistrato antimafia Giuseppe Pignatone.

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GLI ULTIMI PODCAST
14 gennaio 2015
 
Napolitano, l’abdicazione del presidente. Intervista con Claudio Sardo.

Annunciate da tempo, oggi sono arrivate le dimissioni di Napolitano. Il presidente della Repubblica lascia. “Ho il dovere di non sottovalutare i segni dell’affaticamento”, aveva detto nell’ultimo discorso di fine anno. Ospite di Memos oggi Claudio Sardo, giornalista politico, ex direttore dell’Unità. Con lui abbiamo ripercorso alcune tappe della lunga presidenza Napolitano.

13 gennaio 2015
 
“W la République 2”. Intervista con Michela Marzano, filosofa e deputata del Pd.

Memos è dedicata anche oggi ai “fatti di Parigi” – un’espressione generica, ma che serve a tenere insieme la catena di eventi della settimana scorsa: la strage nella redazione di Charlie Hebdo, l’assalto al supermercato Cacher e la manifestazione dell’altro ieri a Parigi. Ospite di Memos è Michela Marzano. E’ deputata del Pd, insegna filosofia morale alla Sorbona di Parigi. «Oggi sono in discussione – dice Marzano – i valori repubblicani di libertà, uguaglianza e fratellanza. Gli attentati sono in qualche modo il frutto della decostruzione di questi valori. Gli attentatori erano cittadini francesi, nati con quei valori che, forse, noi stessi anche come insegnanti siamo stati poco capaci di trasmettere. E’ difficile parlare di fraternità, solidarietà, in un mondo che lascia per strada molte persone. E’ difficile difendere, spiegare il significato della libertà quando le persone non hanno la libertà di portare avanti la propria esistenza». Marzano parla anche della crisi della laicità, del ruolo e delle responsabilità della sinistra. «Credo che (in alcuni casi, ndr) sia venuta meno la capacità, e forse anche la voglia, da parte della sinistra di costruire il famoso progetto per la difesa di questi valori. E’ una sconfitta, come l’aveva sottolineato già Norberto Bobbio. In “Destra e Sinistra” Bobbio scrisse che la battaglia per l’uguaglianza non era stata vinta e che si doveva ancora ragionare in termini di uguaglianza-disuguaglianza. Bobbio aveva ragione: la battaglia contro la disuguaglianza non era stata vinta negli anni ’90 e ancora meno è stata vinta oggi. Non si può rinunciare a questa coppia di concetti e credo che occorra ancora approfondire la questione dell’accesso egualitario alla democrazia (e cioè all’istruzione, alla salute, al lavoro). E per questa ragione si sente ancora la mancanza di sinistra».

12 gennaio 2015
 
«W la République». Intervista con lo storico Giovanni De Luna e l’economista Massimo D’Antoni.

Centinaia di migliaia di francesi in piazza a Parigi in una domenica di difesa delle libertà repubblicane, dopo le stragi di Charlie Hebdo e del supermercato Cacher. In testa al corteo, i leader d’Europa a braccetto insieme a Abu Mazen e Netanyahu. «Un evento che ci fa riflettere sull’identità profonda dell’Europa», ha raccontato a Memos lo storico Giovanni De Luna. «Mi ha colpito l’imponenza della manifestazione e la presenza dei 40 capi di stato. Ieri in piazza non c’era l’Europa dell’euro, della Bce, tutta appiattita su un pragmatismo economicistico e che non riesce a parlare alle emozioni della gente». Cosa teneva insieme i 40 capi di governo? «Credo una profonda sensazione di inadeguatezza», dice il professor De Luna. «Tutti loro esprimono un senso di inadeguatezza rispetto alle sfide che il post ‘900 ci sta ponendo. La dimensione identitaria o religiosa che assumono i conflitti in questo post ‘900 è un qualcosa che sfugge ai giochi tradizionali tra le grandi potenze. Certo – conclude De Luna – esisterà sempre il problema delle risorse, delle materie prime, del petrolio così come sarà difficile da smaltire completamente il problema dell’imperialismo e del colonialismo, ma non saranno più questi i problemi centrali. Ne esistono degli altri rispetto ai quali siamo smarriti, lo siamo noi come opinione pubblica e lo sono soprattutto i nostri governi». Ospite di Memos oggi anche Massimo D’Antoni, economista dell’Università di Siena. «Non vedo una contrapposizione tra un paradigma economicistico e i valori, come sosteneva De Luna. Semmai – dice D’Antoni – bisognerebbe chiedersi di quale economia e di quali valori è espressione oggi l’Europa. Dovremmo chiederci se le scelte economiche che sono state compiute non siano scelte che vanno in contrasto con alcuni valori fondanti dell’Europa. Nella piazza parigina di ieri c’è stata una forte affermazione del valore della libertà, però non dobbiamo dimenticare il valore dell’uguaglianza e della fratellanza».

08 gennaio 2015
 
“Je suis Charlie”. Violenza e libertà, dogma e laicità. Intervista con il filosofo Salvatore Natoli.

Ventiquattro ore fa la strage di Parigi, l’assalto alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo con le sue 12 vittime (il gotha della satira francese, giornalisti, ospiti, agenti di polizia). Nessuna rivendicazione scritta, finora. L’unica firma della strage sta, per ora, nelle grida dei terroristi armati inneggianti alla vendetta compiuta in nome del profeta Maometto. Memos oggi ha ospitato il filosofo Salvatore Natoli e a lui ha proposto alcuni temi di riflessione sull’attentato di ieri: la violenza che uccide le parole, simbolo di libertà; le parole che possono essere anche carnefici quando istigano all’odio; i dogmi imposti come verità contro la laicità della cultura e delle istituzioni; la religione brandita come un’arma e, infine, la richiesta di abiura “religiosa” fatta ai musulmani al posto di una condanna “civile” e “repubblicana”.

07 gennaio 2015
 
La sinistra e il vento della storia. Intervista a Franco Cassano

L’intervista che ascolterete doveva essere trasmessa alle 13 del 7 gennaio ed è stata registrata intorno alle 10 dello stesso giorno…Ma quella mattina del 7.1 intorno alle 12 le notizie da Parigi sulla strage nella sede del settimanale satirico “Charlie Hebdo” hanno sconvolto il nostro palinsesto. Per lasciare spazio ad una doverosa diretta sulle notizie dalla capitale francese l’intervista a Cassano non è mai andata in onda sulle frequenze di Rp. Ve la propongo ora nel formato di un podcast. Qui di seguito il testo di presentazione. ..Franco Cassano è un sociologo all’Università di Bari. Conosciuto per il suo “pensiero meridiano”, un’espressione con la quale quasi vent’anni fa sintetizzò – in un libro – il suo tentativo di reinterpretare la questione meridionale su scala globale, Cassano oggi è anche deputato del Pd. A Memos dice la sua sulle ultime vicende della politica. La norma salva-Berlusconi: «è stata una manna – dice Cassano – per chi vuole creare problemi per l’elezione del prossimo presidente della repubblica. Renzi voleva un partito unito per il Quirinale, ora questa vicenda lo sta ridividendo». Cassano ha pubblicato di recente un libro (“Il Vento della Storia. La Sinistra nell’Era del Cambiamento”, Laterza) che lancia un appello alla sinistra, con un approccio riformista: «la sinistra guardi il mondo – dice a Memos – e osservi come sta cambiando. Le disuguaglianze si sono accresciute a seguito di quest’ultima fase neoliberista del capitalismo, ma il capitale è anche andato ad investire nei paesi arretrati: grandi soggetti come Cina, India e parte dell’America Latina si sono messi in movimento. Bisogna fare attenzione – aggiunge Cassano – a non mantenere una distanza abissale da questi processi. Non basta dire dei “no”, occorrono anche dei “si” se si vogliono affrontare i problemi, come ad esempio quello della disuguaglianza».

24 dicembre 2014
 
Gramsci e la questione meridionale, rovesciata. Intervista a Nando Dalla Chiesa.

Il Nord colonizzatore del Sud, l’industria settentrionale che impone i suoi diktat al meridione agricolo. E’ la vecchia “questione meridionale” rappresentata e descritta in decenni di storiografia italiana. Ma i fatti di questi ultimi anni raccontano una storia rovesciata: «il peggio del Sud che va alla conquista del Nord con il consenso delle classi dirigenti del Nord». Sono le parole con cui Nando Dalla Chiesa sintetizza la nuova questione meridionale. “Il peggio del Sud” sono i poteri criminali della ‘ndrangheta che si sono insediati in modo stabile in diverse aree del Nord. Nando Dalla Chiesa insegna Sociologia della criminalità organizzata all’Università di Milano. Ha appena pubblicato un libro: “Antonio Gramsci. La questione meridionale” (Melampo Editore). E’ un libro che raccoglie gli scritti di Gramsci sulla questione meridionale insieme ad altri testi – sempre di Gramsci – sul Risorgimento italiano e sul ruolo degli intellettuali. E’ un tentativo di rispondere a molte domande di oggi (il rapporto tra legalità e illegalità, tra stato di diritto e poteri criminali) andando a cercare delle risposte in alcune pagine di Gramsci. A Memos Dalla Chiesa racconta anche la novità del suo approccio ai testi gramsciani: l’aiuto maggiore alla comprensione delle radici del fenomeno criminale di oggi arriva più dai testi sul Risorgimento e sugli intellettuali che non da quelli propriamente conosciuti come gli scritti su “la questione meridionale”. «Sono convinto – dice Dalla Chiesa a Memos – che nella produzione di Gramsci sulla storia della cultura italiana, degli intellettuali, ci sia molto materiale importante per capire cosa sta accadendo oggi. Ci sono fenomeni che possono essere interpretati soltanto con uno sguardo profondo sulla storia del paese. Serve ad avere una maggiore coscienza delle cose che bisogna fare. Continuiamo a dire che non basta la risposta giudiziaria e repressiva, ma se non andiamo a fondo nelle cose allora anche la risposta culturale rischia di rimanere inadeguata».

11 dicembre 2014
 
Europa, democrazia e lo “spettro” Tsipras. Intervista con Miguel Gotor e Luca Fantacci.

Lo spettro Tsipras inquieta i mercati finanziari. Due giorni fa l’ipotesi di elezioni anticipate in Grecia si è fatta più probabile, e con essa quella di una vittoria della sinistra di Alexis Tsipras. Tanto è bastato per far cadere tutte le borse europee. Non un crollo epocale, ma un tonfo comunque rumoroso, un segnale importante. Dunque, i mercati non vogliono Tsipras al governo ad Atene. E’ un po’ come prendere in ostaggio la democrazia? «E’ il compimento di un processo di lungo periodo – risponde a Memos Miguel Gotor, senatore del Pd e storico – Un lungo periodo di predominio e di presa del potere dei grandi capitali finanziari che aspirano – e a volte ci riescono – a controllare, influenzare il gioco politico». Il senatore del Pd parla anche delle responsabilità storiche che a sinistra, nel campo riformista, ci sono state nella cessione ai mercati finanziari di un pezzo della sovranità politica. Quanto a Tsipras, Gotor dice di sperare che la sinistra riformista in Europa sappia cogliere lo spazio politico contro l’austerità che dovesse aprirsi con l’eventuale vittoria di Syriza in Grecia. Ospite a Memos oggi anche Luca Fantacci, economista all’Università Bocconi. Perchè i mercati finanziari temono di più Tsipras al governo ad Atene che non la mafia a Roma, viste le reazioni di questi giorni? «I mercati finanziari sono miopi – dice Fantacci -. La mafia fa PIL nel breve periodo e danni nel lungo; le politiche di Tsipras, invece, farebbero male (soprattutto agli investitori) nel breve, ma farebbero bene (anche agli investitori) nel lungo periodo». L’economista spiega cosa significa la ristrutturazione del debito greco proposta da Tsipras, quali interessi colpirebbe. Luca Fantacci è autore di un libro, tra gli altri, scritto insieme a Massimo Amato: “Come salvare il mercato dal capitalismo. Idee per un’altra finanza” (Donzelli). Il blog di Luca Fantacci e Massimo Amato: http://bit.ly/1upiB4b

10 dicembre 2014
 
La mia, una storia complessa. Intervista a Umberto Veronesi.

Umberto Veronesi, oncologo, ha appena compiuto 89 anni. Da un paio di mesi ha lasciato la direzione scientifica della sua creatura, l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Una struttura che ha fondato nel 1994 dopo aver lavorato per un quarto di secolo all’Istituto dei Tumori, sempre di Milano dove – in modo solitario – sperimentò la sua terapia contro il tumore al seno. E’ lì, in quell’ospedale, che inizia la sua storia di oncologo. «La mia – dice Veronesi a Memos – è una storia complessa. Prima di essere chirurgo ero un anatomopatologo, facevo autopsie ed esami al microscopio. La mia passione per il mondo femminile nasce da giovanissimo quando ho perso mio padre e sono cresciuto con mia madre». Veronesi racconta l’inizio contrastato della sua sperimentazione per la cura del tumore al seno. «La presentai ad un congresso dell’OMS a Ginevra. Ricevetti fischi, ingiurie, fui trattato proprio male. Allora, oltre quarant’anni fa, la mastectomia era un dogma assoluto». Il professore ricorda come a quei tempi l’intervento chirurgico parziale che lui proponeva fosse considerato un’eresia. A Memos Veronesi ripercorre le tappe della sua autobiografia (“Il mestiere di uomo”, Einaudi) attraverso i suoi principi (pensiero scientifico autonomo e trasgressivo, etica laica, autodeterminazione) e i diritti che vorrebbe si affermassero nelle società contemporanee (il diritto di non soffrire, alla cura, il diritto all’amore universale, alla genitorialità – omo ed etero -, il diritto di scegliere il momento conclusivo della propria vita).

09 dicembre 2014
 
La scuola, la lingua, la politica. Intervista a Tullio De Mauro.

Tullio De Mauro è il decano dei linguisti italiani. E’ professore emerito di Linguistica generale all‘Università “La Sapienza” di Roma. Alle spalle ha una sterminata produzione scientifica, tradotta in molte lingue, e moltissimi riconoscimenti accademici. Il professor De Mauro ha una storia anche di impegno civile e politico: è stato assessore alla cultura nella regione Lazio a metà degli anni ’70, ministro della pubblica istruzione nell’ultimo governo Amato, tra il 2000 e il 2001. La conversazione con Memos parte proprio dalla scuola, in una prospettiva storica per arrivare poi all’oggi. «Rispetto a 50 anni fa la scuola è migliorata. Elementari e medie – oggetto di ripensamenti anche radicali negli anni ’70 e ’80 – sono tra le migliori al mondo. Le superiori, invece, sono rimaste ferme all’idea gentiliana di un secolo fa, quando l’obiettivo era quello di formare un piccolo gruppo di quadri intermedi e dirigenti». Renzi oggi promette “la buona scuola”, basterà professore? «Non basta parlare genericamente di scuola. Mi piacerebbe, invece, che Renzi individuasse i punti precisi su cui intervenire, e di cui però non c’è traccia nei documenti del governo: da un lato la scuola superiore, dall’altro i livelli pessimi di competenze della popolazione adulta, sia nella comprensione dei testi scritti che nella capacità di utilizzazione di strumenti scientifici». De Mauro parla di Renzi e della sua lingua («ha abbandonato recentemente i toscanismi degli inizi») e critica gli annunci di cambiamenti radicali: «in un paese invecchiato e con antiche tradizioni prospettare cambiamenti da un giorno all’altro significa raccontare una favola». A Memos il professor De Mauro racconta del suo essere uomo di sinistra: «è una parola che per me ha ancora un senso. Chiedere parità di accesso all’istruzione, redistribuzione della ricchezza, sono cose di sinistra». Infine De Mauro ci parla dell’Europa delle cento lingue (il suo ultimo libro:“In Europa sono già 103”, Laterza), dell’austerità di Merkel e di quella di Berlinguer.

04 dicembre 2014
 
Legalità violate e politica: anche il caso Roma docet. Intervista a Piergiorgio Morosini.

Piergiorgio Morosini è un magistrato. E’ consigliere al Csm. E’ stato giudice delle indagini preliminari al Tribunale di Palermo, ha scritto l’ordinanza con cui l’anno scorso sono stati rinviati a giudizio gli imputati del processo sulla trattativa stato-mafia. Morosini è stato anche segretario di Magistratura democratica. Ospite di Memos ha raccontato la sua idea sulla legalità violata: le mafie prosperano grazie alle relazioni strette con la politica, ma la politica resta la soluzione principale del “problema” mafioso, dipende dalla politica la possibilità di ripristinare in Italia un senso di legalità diffuso. Cosa ne pensa dell’inchiesta di Roma su “Mafia Capitale”? Morosini è colpito dalle rivelazioni di questi giorni. «E’ un’indagine paradigmatica rispetto ai sistemi di criminalità organizzata presenti oggi in Italia. E’ antistorico – dice il magistrato – pensare oggi ad organizzazioni mafiose presenti solo in alcune regioni del sud. Le mafie sono presenti in ogni angolo del nostro paese». L’inchiesta dei magistrati della Procura di Roma rivela, secondo Morosini, un carattere particolare di questa mafia della capitale: «E’ una nuova forma di associazione mafiosa: la componente del controllo capillare del territorio – che era stata decisiva nella formulazione originaria dell’articolo 416-bis all’inizio degli anni ottanta – è un requisito che va evaporando, mentre si rafforza il requisito dei rapporti sistematici con la pubblica amministrazione e con il circuito economico-finanziario della capitale. In altre parole – conclude Morosini – emerge che a contare è soprattutto il capitale sociale», più che il controllo del territorio.

03 dicembre 2014
 
L’Italia, un paese in bilico. Intervista allo storico Alberto De Bernardi.

Un paese in bilico, incerto su come muoversi e verso dove andare. Un paese e una politica in bilico tra le difficoltà di uscire da un secolo passato, quello del mondo industriale, fordista, e di entrare in un secolo nuovo. E’ la tesi dello storico dell’Università di Bologna, Alberto De Bernardi, autore di “Un paese in bilico” (Laterza), ospite di Memos. Con De Bernardi ci siamo soffermati soprattutto su un aspetto dei dilemmi della politica di oggi, sollecitati dall’attualità di questi giorni. La destra in Italia, dopo Berlusconi, può essere la destra di Matteo Salvini, segretario della Lega Nord? «Oggi ci troviamo in una situazione abbastanza paradossale: c’è una destra, all’opposizione, che non vuole andare alle elezioni subito perchè sa di non esistere più, oggettivamente». De Bernardi pensa che oggi sarebbe difficile vedere in Europa un partito composto da un’estrema destra alla Salvini con dentro pezzi di quella destra che stava con Berlusconi nel Partito popolare europeo. «Un’alleanza di questo tipo – dice De Bernardi – è più un desiderio che un fatto. Per costruirla ci vuole tempo, leadership, che a mio parere non può essere quella di Salvini». Alberto De Bernardi è autore, tra gli altri, di “Discorso sull’antifascismo” (Mondadori, 2007) e “Storia dell’Italia Unita” (Garzanti, 2010).

02 dicembre 2014
 
Petrolio, prezzi di bassa stagione. Perchè sono crollati in questi ultimi mesi?

Un crollo di quasi il 40% in tre mesi: il prezzo del petrolio è sceso sotto i 70 dollari a barile. E’ una delle cadute più precipitose degli ultimi anni. Perchè? Ugo Bardi, chimico fisico all’università di Firenze, racconta a Memos che il mercato e i prezzi del greggio si comportano un po’ come il livello del mare prima di uno tsunami: «Si ritira, cioè i prezzi si abbassano, prima della tempesta». Quale sarebbe la tempesta in arrivo? «Il sistema – dice Bardi – non è in grado di sussistere a questi prezzi per un motivo molto semplice: una grande quantità di petrolio che si estrae oggi ha un costo elevato, di oltre 100 dollari al barile. E in un mercato con prezzi di circa 70 dollari nessuno può permettersi di vendere a lungo, rimettendoci». Cosa succede allora? «Che il prezzo non può stare per troppo tempo sui 70 dollari senza mandare in bancarotta una frazione consistente dei produttori di greggio». Ugo Bardi cura un blog (http://ugobardi.blogspot.it) che raccoglie analisi e studi sullo sfruttamento delle risorse e i cambiamenti climatici. Ospite a Memos oggi anche Alberto Negri, inviato speciale del Sole 24 Ore. «La causa del calo dei prezzi del greggio è un eccesso di offerta rispetto alla domanda – dice Negri –, un eccesso dovuto anche alla forte presenza sui mercati, superiore alle aspettative, di shale gas e shale oil. Ma la caduta dei prezzi è frutto anche e soprattutto di una scelta politica: l’Opec, e cioè l’Arabia Saudita, insieme agli Stati Uniti hanno deciso da tempo di inondare i mercati di petrolio. In questo modo tengono nel mirino l’economia russa e quella iraniana, legate all’export di greggio. E, com’è noto, Russia e Iran sono due nemici di Washington, ma anche di Riyad».

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