Appunti sulla mondialità

L’arte del default

Per default di uno Stato sovrano si intende l’incapacità di un Paese di onorare un debito e i suoi interessi. Quasi tutti i Paesi del mondo sono andati in default nella loro storia, con pochissime eccezioni. Agli Stati Uniti è capitato cinque volte, alla Germania tre, alla Spagna ben 15 volte (all’Italia, invece, mai). Ma per questi Paesi parliamo di tempi lontani.

Il campione dei nostri anni si trova in Sudamerica ed è l’Argentina con i suoi 8 default, più uno in arrivo se nei prossimi 60 giorni non si troverà un accordo per rinegoziare la rata di debito con il Club di Parigi scaduta lo scorso 31 maggio. Il rapporto conflittuale tra l’Argentina e i creditori internazionali risale praticamente alla sua indipendenza, con il primo prestito rilasciato al neo-paese sovrano nel 1824 dalla Baring Brothers Bank di Londra. Un milione di sterline che dopo soli tre anni, e un mancato pagamento, produssero il primo default nazionale. La storia delle relazioni pericolose tra banche e Argentina continua con un altro default alla fine del XVIII secolo per poi intensificarsi negli ultimi 40 anni: 1982, 1989, 2002, 2014 e con buone probabilità 2021.

Il tutto è stato accompagnato da costosi processi, come la causa intentata dai cosiddetti fondi avvoltoi che alla fine vinsero la lunga battaglia sui titoli in default del 2002, da loro comprati al 15% del valore nominale e incassati alla fine al 100%, più gli interessi. E anche da violenti moti popolari, come nel tragico Natale del 2001 quando, nei giorni che precedettero l’ufficializzazione dell’insolvenza, furono uccise per strada 40 persone. Proprio il default del 2002 costò una lunga quarantena all’Argentina, esclusa dal mercato dei capitali per anni.

L’eredità peggiore di ogni nuovo default è il passaggio alla povertà, se non alla povertà estrema, di fasce sempre più ampie di cittadini. Al momento del ritorno alla democrazia, negli anni ’80, erano poveri il 20% degli argentini, nel 2020 si è toccato il 42%, con il 10,5% in povertà estrema. Questo perché, malgrado il sistema di welfare creato negli anni 2000, si è ristretta la base produttiva e di conseguenza sono diminuite le possibilità di trovare impiego nell’economia formale. In sostanza siamo di fronte a uno Stato che formula i suoi programmi in base al credito internazionale e vive alla giornata, senza un progetto di futuro. Ciò rende inefficace la lotta alla povertà, che si riduce a interventi spot in un contesto economico dove inflazione e iperinflazione sono una costante.

Eppure, malgrado tutto, non appena le cose sembrano mettersi meglio, ecco che per l’Argentina arrivano i capitali dall’estero. Come durante il governo di Mauricio Macri, che nel 2018 è riuscito a farsi concedere dal Fondo Monetario Internazionale il più grande prestito nella storia dell’organismo multilaterale: ben 50 miliardi di dollari USA. Oggi la corrente peronista kirchnerista, principale avversaria di Macri, considera il FMI alla pari del diavolo, ma è la stessa area politica che nel 2006 applaudiva Néstor Kirchner per aver rimborsato al Fondo Monetario Internazionale un debito di oltre 9 miliardi di dollari.

In questa fase a Washington ci si mostra comprensivi con l’Argentina, fondamentalmente perché Madame Lagarde, oggi a capo della BCE ma fino al 2019 presidente del FMI, deve ancora spiegare come sia stato possibile elargire il prestito-monstre del 2018 alla recidiva Argentina di Macri.

Comunque sia, gestire creditori e default in Argentina è diventato un’arte diffusa trasversalmente nella classe politica. Si tratta di abbondare in promesse in fase di prestito, lamentarsi e chiedere sconti con l’avvicinarsi delle scadenze e infine, se proprio va male, fallire senza rimpianti. Per poi ripartire con lo stesso ciclo, ma con un’Argentina più povera, con sempre meno fiducia da parte di chi potrebbe investire nel Paese, e sempre più persone che vivono d’assistenza pubblica, dunque a debito, e non del proprio lavoro. Un loop dal quale un Paese una volta ricco e pieno di opportunità, seconda casa per milioni di fuggiaschi dalla fame e dall’oppressione, non riesce a uscire. Un Paese una volta prospero e che oggi si ritrova con quasi metà della sua popolazione in povertà. Di default in default.

  • Alfredo Somoza

    Antropologo, scrittore e giornalista, collabora con la Redazione Esteri di Radio Popolare dal 1983. Collabora anche con Radio Vaticana, Radio Capodistria, Huffington Post e East West Rivista di Geopolitica. Insegna turismo sostenibile all’ISPI ed è Presidente dell’Istituto Cooperazione Economica Internazionale e di Colomba, associazione delle ong della Lombardia. Il suo ultimo libro è “Un continente da Favola” (Rosenberg & Sellier)

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    Le premiazioni della 83ª edizione dei Golden Globe hanno avuto luogo ieri a Hollywood  dando come ogni anno il via ufficiale alla stagione dei premi. Oggi, a Volume, abbiamo commentato i vincitori e i momenti più rilevanti della cerimonia insieme ad Alice Cucchetti. "Una battaglia dopo l’altra" di Paul Thomas Anderson ha portato a casa quattro statuette, Timothée Chalamet ha vinto per la prima volta con “Marty Supreme”, mentre sul fronte televisivo a trionfare è stata la miniserie “Adolescense”. Tuttavia, dopo lo scandalo di corruzione che incriminò l’organizzazione cinque anni fa, spiega Alice Cucchetti, "ci sono ancora dei meccanismi loschi, perchè la società che ha acquistato i Golden Globe è adesso la stessa che gestisce i principali giornali di cinema americano“. L’intervista di Elisa Graci e Dario Grande ad Alice Cucchetti.

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