Mia cara Olympe

La voce restituita delle gelsominaie di Calabria

Quella che qui racconto è una storia antica, di cui quasi non resta memoria, come accade a tante vicende che hanno per protagoniste le donne. Tanto più se donne povere, donne del sud, e di quel sud del sud che è la Calabria.

Storia profumata, vorrebbe la retorica, ma più potenti appaiono altri più concreti elementi che il tempo non ha certo archiviato e che sono materia viva anche del nostro presente: fatica, lavoro sfruttato, paghe misere. Le protagoniste di questa storia sono le gelsominaie, le donne dei paesi della fascia jonica di Reggio Calabria dove, tra gli anni ’40 e ’60, la coltivazione, la raccolta e l’estrazione dell’essenza di gelsomino arrivarono a coprire il 40 per cento del fabbisogno mondiale dell’industria dei profumi intaccando un monopolio che all’epoca era tutto francese. Stagione che poi andò in crisi e si concluse con l’avvento delle molecole sintetiche.

Addette alla raccolta, alle prime luci dell’alba quando il fiore è all’acme del suo profumo, erano appunto le donne e, non di rado, i loro bambini: mani piccole, delicate e veloci, necessarie a staccare i fragili fiori dalla pianta dopo aver intrapreso un lungo cammino, parte a piedi e parte sui camion delle aziende, scendendo dai paesi che era ancora notte fino ai campi sulla costa. A testimoniare la dura vita di queste donne e insieme quella che oggi si definirebbe una storia d’impresa pochissime tracce: il bel reportage Rai del 1957 di Giuseppe Lisi, qualche stralcio di cronaca che dà conto di lotte e una tesi di laurea che racconta tra l’altro come, camminando scalze, le donne fossero talvolta vittime di anchilostomiasi, una malattia da minatori e contadini ormai debellata.

Merito dunque dell’Udi di Reggio Calabria e di Lucia Cara essersi messe sulle tracce delle ultime gelsominaie, averne recuperato le voci e le storie, cucendole con le immagini d’epoca, e restituendo, attraverso contributi preziosi come quello della storica esponente del movimento delle donne reggino Silvana Croce, anche le lotte, gli scioperi  per un salario più equo, l’emancipazione verso un rapporto di lavoro maggiormente contrattualizzato.

Storie dal margine, storie di grande forza, dignità e protagonismo delle donne, sia pure in contesti difficili e poveri, come lo erano, lo sono, le campagne calabresi. Il documentario, visto in una purtroppo accidentata proiezione al Reggio Calabria FilmFest e che merita circolazione e diffusione, ha un titolo che richiama le albe di lavoro nelle campagne joniche: “La rugiada e il sole. Gelsominaie di Calabria” (idea di Lucia Cara, riprese di Katy Gallo e Bruno Cotrupi, interviste di Anna Foti e Paola Suraci,  montaggio di Antonio Melasi e musica di Francesca Prestia). Le donne dell’Udi promettono di non fermarsi a questo primo risultato e stanno chiedendo alle anziane donne delle campagne del reggino di raccontare l’antica sapienza delle erbe. Se c’erano, se ci sono candidate perfette per quella ‘pattumiera della storia’ in cui finiscono spesso le donne e le loro vite,  queste sono certo le braccianti, le gelsominaie, le raccoglitrici di olive. Come si vede nei disegni pieni di lucida ironia di  Jacky Fleming nella sua “La breve storia delle donne” da quella pattumiera si può uscire con l’impegno di altre nel costruire memoria: così è accaduto alle gelsominaie di Calabria.

 

  • Assunta Sarlo

    Calabromilanese, femminista, da decenni giornalista, scrivo e faccio giornali (finché ci sono). In curriculum Ansa, il manifesto, Diario, il mensile E, Prima Comunicazione, Io Donna e il magazine culturale cultweek.com. Un paio di libri: ‘Dove batte il cuore delle donne? Voto e partecipazione politica in Italia’ con Francesca Zajczyk, e ‘Ciao amore ciao. Storie di ragazzi con la valigia e di genitori a distanza’. Di questioni di genere mi occupo per lavoro e per attivismo. Sono grata e affezionata a molte donne, Olympe de Gouges cui è dedicato questo blog è una di loro.

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