La tragedia senza fine degli abitanti dei campi profughi di Tulkarem
Il campo profughi di Nur Shams, a Tulkarem, è un villaggio fantasma. Le case in cemento, una sopra l’altra, tipiche dei campi in Palestina sono completamente disabitate, alcune distrutte. Le strade un tempo strette viuzze, ora sono canaloni di terra, sassi, e fango, allargate e distrutte dai bulldozer israeliani. Non si può entrare nel campo, l’esercito lo presidia e spara a vista se necessario. Le oltre 13mila persone che vivevano qui, da febbraio 2025 sono state tutte sfollate. Insieme all’altro campo di Tulkarem e a quello di Jenin, Nur Shams è stato completamente svuotato dopo che Israele ha lanciato a Gennaio la campagna militare più violenta in decenni contro i campi della Cisgiordania, in quello che è stato definito da Human Rights Watch «un crimine contro l’umanità».
“Sono entrati alle 7 del mattino, – racconta Fatima, una donna anziana, malata di cancro, membro del comitato per i rifugiati del campo di Nur Shams e a sua volta sfollata – sono arrivati con i cani, hanno sfondato la porta, e demolito parte della mia casa”. Ora la sua casa è una base militare e lei insieme a tutti gli altri rifugiati, ha dovuto trovare un altro posto dove stare. L’esercito israeliano non si è occupato né di fornire un rifugio alternativo alle persone sfollate dal campo, né dell’assistenza sanitaria. «Non importiamo a nessuno, nessuno parla di noi sui giornali» continua Fatima. La comunità di Nur Shams pensava che l’operazione militare sarebbe durata al massimo qualche settimana, come era già successo in passato. Invece, è quasi un anno che la popolazione vive in alloggi di fortuna, senza prospettive per il futuro. E più passa il tempo più il futuro sembra cupo.
Un lavoro pericoloso. Essere giornalisti in Cisgiordania

Nael Bowetel è un giornalista, lavora per un’agenzia di stampa cinese. Lo incontriamo nella sua casa di Ramallah, è sdraiato sul divano, ha una gamba ingessata e l’altra con un tutore. Dovrà stare fermo per tre mesi, la frattura della gamba destra è piuttosto grave. Si è fatto male mentre stava lavorando nel villaggio di Beita vicino a Nablus, nel nord della Cisgiordania. Stava filmando la raccolta delle olive dei palestinesi, quando sono arrivati i coloni, «circa 50» dice Nael, «avevano il volto coperto e sembrava che prendessero di mira soprattutto giornalisti e paramedici». Nael aveva la telecamera in mano e una pietra l’ha colpito alla gamba: «quando ho sentito la prima pietra mi sono detto: devo scappare» racconta Nael, spiegando che nella fuga è saltato giù da un terrazzamento. Nella caduta, la gamba si è rotta, l’ha sentito distintamente. Ma i coloni hanno iniziato a correre verso di lui e quindi non ha avuto altra scelta: nonostante la gamba rotta, ha dovuto correre.Quel giorno insieme a lui c’erano altri giornalisti, un collega cinese che è stato colpito al braccio da un sasso e una giornalista palestinese che lavorava per Reuters è stata presa a bastonate sulla testa.
Il video dell’attacco aveva fatto il giro del mondo.

Gli attacchi ai giornalisti palestinesi in Cisgiordania sono aumentati negli ultimi due anni, quelli dei coloni, ma anche dell’esercito. Questo ha cambiato anche il loro modo di lavorare: il rischio ora è così alto che molti scelgono di lavorare più a distanza di come facevano un tempo, e le misure di sicurezza da prendere sono molte di più. In tanti, secondo il Sindacato Palestinese dei Giornalisti, hanno scelto di togliere dalle loro auto l’adesivo che li identificava come giornalisti. Ciò che era stato pensato come forma di protezione, è ora qualcosa che aumenta il rischio di essere colpiti. Ma qui come a Gaza, il ruolo dei giornalisti è fondamentale e proprio per questo così preso di mira. «Non è solo un lavoro – conclude Nael – è un modo per mandare un messaggio, per mostrare la Palestina fuori da qui».
La guerra sull’acqua nella Valle del Giordano, dove i coloni rubano terra e risorse alle comunità beduine
Alia ha 28 anni, vive con tutta la sua famiglia nel villaggio beduino di al Muarajat, un agglomerato di tende e baracche di lamiera in cima ad un collina di terra rossa e sassosa. Fino a quest’estate il suo villaggio era un altro, poco poco più a sud, tra le montagne della valle del giordano, a nord di Gerico. Di quel villaggio dove Alia e la sua famiglia vivevano da 40 anni, ora restano solo delle carcasse lungo la strada. Case sventrate, tende bruciate, recinzioni per gli animali distrutte. “I coloni ci hanno costretti ad andare via, – racconta Alia – ci hanno minacciato con le armi, e i soldati non hanno fatto niente. Io sono nata lì, ho vissuto lì tutta la mia vita. Ci hanno umiliati nella nostra terra ed è doloroso non potervi tornare”. Alia ci mostra i video dell’ultimo attacco, quello che li ha costretti a raccogliere tutto e spostarsi. I coloni arrivano con i fucili al collo e i bastoni in mano, picchiano chi filma, rubano le pecore e bruciano tutto prima di andarsene. L’attacco è stato quest’estate, da allora tutta la comunità ha dovuto ricominciato da zero. Dove sono ora non hanno accesso all’acqua né all’elettricità e sono costretti a vivere in delle tende che in estate – e nella valle del giordano l’estate tocca tranquillamente i 50 gradi – diventano dei veri e propri forni. I coloni, poi, non li hanno lasciati in pace. Arrivano quotidianamente, la comunità li vede scendere la strada con la macchina, si avvertono l’un l’altro e i bambini corrono in casa. È una storia che le comunità beduine di questa zona conoscono fin troppo bene. Le vessazioni sono costanti e gli avamposti illegali dei coloni spuntano in continuazione. A volte anche a poche centinaia di metri dal villaggio beduino, come succede nel villaggio di Al Auja, da dove gli spostamenti dei coloni sono visibili ad occhio nudo.Arrivano, insultano, terrorizzano. Lo si legge chiaramente negli occhi dei bambini quando vedono una macchina scendere dalla colonia verso il villaggio: la indicano, gridano «arrivano», e hanno lo sguardo terrorizzato.“È un disastro”, dice Farhan, abitante del villaggio di Al Auja, i bambini non riescono a dormire, perché osservano i coloni giorno e notte, non vanno a giocare in giardino per la paura, è davvero difficile».Queste comunità non hanno niente per difendersi, “se proviamo ad opporci ci uccidono, non ci pensano due volte”, continua Farhan. “Nessuno pensa a noi”.Una situazione comune a moltissimi villaggi in Cisgiordnaia, ma queste comunità sono ancora più in difficoltà, perché remote, piccolo e isolate. Qui i coloni sono particolarmente violenti perché l’interesse è doppio: da un lato si tratta del confine più lungo tra Israele, Giordania e Cisgiordania, e quindi zona ghiotta nell’ottica di un’Israele dal fiume al mare, dall’altro è una terra molto fertile, con delle falde acquifere sotterranee rigogliose, ottime per l’agricoltura. Non è un caso, infatti, che proprio intorno alle sorgenti si concentrino le colonie, cacciando i palestinesi che ci vivono e privandoli dell’acqua, fondamentale per poter coltivare. È proprio sull’acqua, infatti, che si gioca la più crudele delle vessazioni: i coloni tagliano le tubature, distruggono i pozzi e deviano le irrigazioni, privando queste comunità delle risorse della loro terra.
Nabi Samwil e Sheikh Jarrah, l’occupazione soffocante dei coloni a Gerusalemme
Abu Ramadan non vede suo figlio da due anni. È in carcere da 5 anni, è stato arrestato quando era ancora minorenne. Dal 7 ottobre ad oggi non ha più avuto notizie di lui. «L’ultima volta che siamo andati – racconta – mia moglie ha chiesto solo di potergli fare ciao con la mano, hanno detto di no». La storia del figlio di Ramadan è una tra tante: in Cisgiordania è difficile incontrare qualcuno che non sia mai stato arrestato, o che non abbia un parente stretto che è o è stato in carcere. Le motivazioni, spesso, sono le stesse: il lancio di un sasso, una lite troppo accesa con un colono. È questo il caso del figlio di Abu Ramadan, arrestato mentre cercava di difendere la propria casa dai coloni a Sheikh Jarrah, complicatissimo quartiere di Gerusalemme Est, che da anni resiste a espropri e distruzioni. Abu Ramadan racconta che ora vogliono abbattere anche la sua casa, quella dove ha vissuto per tutta la vita, e dove prima di lui avevano vissuti i suoi genitori. Non vuole lasciarla, cerca di prendere tempo a colpi di ricorsi legali, come fanno da anni tutti i residenti del quartiere. Anche qui, però, come in tutto il resto della West Bank, dal 7 ottobre in poi la situazione è peggiorata. La pressione dei coloni è sempre più forte e vivere l’uno accanto all’altro è sempre più insopportabile. Gerusalemme non è mai stata più divisa. Non c’è solo il muro, ci sono gli insediamenti che si allargano, le strade che si chiudono, interi villaggi che vengono tagliati fuori.È il caso, ad esempio, di Nabi Samwil, un piccolo villaggio a soli quattro chilometri a nord di Gerusalemme, in cima ad una collina che negli ultimi anni è stata pian piano occupata in modo sempre più esteso dai coloni. Si vede la cupola della roccia da qui, ma Nabi Samwil rientra nell’Area C, ovvero sotto il pieno controllo amministrativo e militare israeliano, intrappolato tra il muro di separazione, che qui è noto come “muro dell’apartheid” – che lo isola dal resto della Cisgiordania – e il confine municipale di Gerusalemme, in cui gli abitanti dell’area C non possono andare. Nabil Samwil è diventato un’isola, i suoi abitanti sono già stati cacciati dal loro villaggio originale, a poche centinaia di metri da qui, nel 1971, perché è stato costruito un parco archeologico. Ora sono intrappolati in baracche che dovevano essere temporanee e sono diventate definitive, anche se lavori per migliorare o ingrandire le case sono vietati senza il permesso israeliano. Gli abitanti di Nabi Samwil possono lasciare il villaggio solo passando dai checkpoint, e amici e parenti non possono andare a trovarli senza un permesso speciale nemmeno in caso di un funerale. La loro vita è strozzata tra colonie, muri, burocrazia e checkpoint. L’obiettivo è togliere loro l’aria, costringerli ad andarsene. La stessa cosa che succede, in scala molto più grande, con la costruzione degli insediamenti del progetto E1: tagliando in due la Cisgiordania, interi villaggi resteranno isolati, e la vita diventerà ogni giorno più impossibile. È in questo modo che l’occupazione si concretizza nel modo più chiaro possibile, è in questo modo che l’annessione si realizza, silenziosamente, anno dopo anno dopo anno. Ogni giorno si stringe un po’ di più il nodo sul collo, finché non passa più l’aria.
Um Al Kher, il villaggio beduino sulle colline di Hebron che rischia di scomparire
Appeso nella sala centrale del community center del villaggio beduino di Um al Kher, nel governatorato di Hebron, c’è un grande albero genealogico. È scritto tutto a mano e ci sono solo i nomi propri. Ci sono alcune correzioni, alcune aggiunte, qualche appunto di lato. La parte più alta risale a prima della Nakbha del ’48, e da lì si scende, fino ai nomi dei bambini che oggi corrono nel piccolo parco giochi lì accanto. Ogni volta che nasce un bambino, o che un abitante del villaggio si sposa, si aggiunge un pezzetto. È così che la comunità segna l’appartenenza a questa terra. Una terra spezzata, mangiucchiata, occupata un pezzo alla volta. Sopra le baracche dei residenti, in cima alla collina, svetta l’insediamento israeliano di Carmel. Da qui, spesso, i coloni arrivano, terrorizzano la popolazione palestinese, spesso picchiano, a volte uccidono. “Dopo il 7 ottobre, la nostra vita è completamente cambiata”, ci racconta Hanady Hathaaleen, residente del villaggio. “Non li ferma nessuno, ogni giorno c’è un attacco diverso e noi non abbiamo nessun controllo su quello che succede. Ogni giorno chiediamo alla polizia di fermarli, ma non fanno mai niente”. Anche suo marito è stato ucciso da un colono. Awdah Hathaaleen, era un insegnante di inglese, un attivista pacifista, aveva collaborato al film «No Other Land». È stato ucciso quest’estate con un colpo di pistola da un colono, mentre filmava l’ennesima violazione. Sua moglie ci racconta il dolore di quel 28 luglio, e il dolore che porta con sé ogni giorno, per sé e per i suoi tre figli. Ha ben chiaro, però, come tutti qui, che andarsene non è un’opzione. Nemmeno ora che i coloni stanno costruendo un nuovo collegamento tra l’insediamento di Carmel e un outpost poco più a valle, che isolerà ancora di più il villaggio di Um Al Kher. Nemmeno ora che il governo israeliano ha emesso un nuovo ordine di demolizione, l’ultimo di una ventina solo nell’ultimo anno. Ora a rischio sono diverse decine di case, il piccolo parco giochi in cui corrono i bambini, la scuola di inglese in cui insegnava Awdah e in cui tutti qui hanno imparato l’inglese perfetto con cui ci parlano e il community center che ogni giorno ospita attivisti da tutto il mondo, oltre ad essere il cuore della comunità. “C’è poca speranza che il processo legale volga a favore della comunità”, ci racconta Eid Suleiman, un’altra delle anime del villaggio, ma nessuno ha intenzione di fare passi indietro, nessuno ha intenzione di interrompere l’albero genealogico di Umm Al Kher. “Potranno distruggere le case – dice Hanady Hathaaleen – ma non le nostre anime”.














