Azienda chiude la sua filiale italiana: “Sostituiremo i lavoratori con l’IA”. Ma è davvero cosi?

Iniziamo dal fatto: una multinazionale statunitense ha deciso di chiudere la filiale italiana avviando una procedura di licenziamento collettivo. È successo a Marghera, alla InvestCloud. L’intera forza lavoro, 37 persone: 29 impiegati, 7 quadri e un dirigente sono stati licenziati. Nella lettera alle organizzazioni di categoria, l’azienda parla esplicitamente di una riorganizzazione legata ai nuovi strumenti tecnologici di intelligenza artificiale, sostenendo che l’attività della sede veneziana sarebbe diventata “strutturalmente anti-economica e inefficiente”. Ma l’azienda è tutt’altro che in crisi: dai bilanci è spuntato, nel 2024, un utile netto di 501mila euro e un fatturato di 9,9 milioni, in crescita del 63% rispetto al 2023, con altissimi livelli di produttività per addetto. L’azienda avrebbe tagliato posti anche in altre sedi: Londra, Singapore, Los Angeles. Meno sedi, meno persone, quindi, meno costi, più automazione, più profitti. Il caso in questione sembra, in realtà, un caso scuola nel dibattito in corso: gli effetti sul lavoro dell’intelligenza artificiale sono, infatti, uno dei temi più attuali e più discussi. La tesi prevalente, in realtà, è che al di là di una fase di transizione l’IA più che bruciare posti, li sostituirà. Diversi studi arrivano a questa conclusione, ossia che l’IA non sostituisce semplicemente i lavoratori ma cambia le competenze richieste, e l’effetto complementare risulta più forte dell’effetto di sostituzione. Va da sé che i Paesi con più occupazione in lavori a bassa qualifica risultino più vulnerabili. E l’Italia è tra questi. Non c’è dubbio che l’IA influenzerà buona parte dei lavori, non solo in ambito tecnologico. Ma molti studi concludono che saranno più i posti creati di quelli bruciati. Per una ragione: dietro l’algoritmo ci sono le persone. Una delle chiavi di lettura sta proprio in quel “dietro”. Il sociologo italiano Antonio Casilli, uno dei ricercatori più citati sul tema, sottolinea come l’IA non elimini il lavoro umano, ma lo trasformi rendendolo spesso invisibile e precario. Gli algoritmi funzionano perché gli esseri umani producono i dati e addestrano i modelli e contribuiscono a creare valore per le piattaforme. Spesso sono lavori non riconosciuti e sottopagati senza un salario stabile. Prova ne è il fatto che molte attività di addestramento degli algoritmi vengano svolte da lavoratori del sud del mondo. Insomma, la tecnologia sarà anche nuova ma il problema è vecchio: redistribuire la ricchezza prodotta. C’è, poi, un altro elemento: il tribunale di Roma di recente ha convalidato il licenziamento di una graphic designer, sostituita con l’IA da un’azienda in crisi. Ma la motivazione è, appunto, la crisi aziendale. Non è il caso dell’azienda di Venezia. Per questo si parla di IA Washing: ovvero, usare la scusa dell’automazione presunta per ristrutturazioni aziendali. Certo, il confine è molto sottile. L’impreparazione sindacale, ma soprattutto politica, molto arretrata ad affrontare questo nuovo scenario, è un grosso problema.
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