Gad Lerner: bisogna fermare la deriva fondamentalista nelle comunità ebraiche

Dopo il fermo di un 21enne appartenente alla Comunità ebraica romana per il ferimento di due persone iscritte all’ANPI avvenuto il 25 aprile, l’associazione dei partigiani ha denunciato una “deriva estremistica e intimidatoria da parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica della capitale”. Roberto Maggioni ne ha parlato con il giornalista e scrittore Gad Lerner.
Cos’hai pensato oggi quando hai saputo che era stato arrestato un ragazzo di 21 anni della comunità ebraica romana per la sparatoria del 25 aprile a Roma?
Vergogna. Vergogna per me stesso, per la comunità ebraica, ma purtroppo non stupore. So che questo fanatismo è stato allevato anche da portavoce istituzionali importanti all’interno delle comunità ebraiche italiane, che hanno voluto trasformare, quasi militarizzando, i ragazzi in un’appendice dello Stato d’Israele.
Che clima c’è all’interno delle comunità ebraiche, negli ultimi anni in particolare?
Si fa in fretta a trasformare l’autodifesa necessaria — per le sinagoghe, per le scuole ebraiche, con una vigilanza coordinata dalle forze dell’ordine contro il pericolo di attentati antisemiti — in qualcosa di diverso. Il volontariato interno ci sta, così come un minimo di addestramento e coordinamento. Ma ormai era evidente che questi ragazzi venivano indottrinati nell’idea che bisogna seguire l’esempio della brutalità dell’esercito israeliano: si sentivano schierati dentro una guerra di importazione. Lo stesso spirito con il quale si va in piazza a sfidare la manifestazione del 25 aprile utilizzando la Brigata Ebraica, che è un episodio molto isolato e marginale della storia dell’antifascismo ebraico in Italia. Ben prima della Resistenza i primi martiri si chiamano Carlo e Nello Rosselli, Leone Ginsburg e poi ancora Emanuele Artom, prima di arrivare a Eugenio Curiel e poi i nostri padri costituenti da Vittorio Foa a Leo Valiani, fino al presidente dell’assemblea costituente Umberto Terracini. Beh, tutto questo deve essere cancellato da una contrapposizione: noi stiamo con Israele e stiamo anche con i metodi militarizzati. Ecco, chiaramente non avrei mai immaginato che si arrivasse a sparare su dei militanti dell’ANPI. Ma che ci siano state a Roma azioni squadristiche, anche dentro le scuole, con vittime, a volte, anche studenti ebrei che dissentono, questo purtroppo lo sapevo già. E lo sapevo già perché quando abbiamo firmato in 200 ebrei italiani un documento contro la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania, ho ricevuto una telefonata della Digos che mi chiedeva se volessi protezione. Io ho avuto minacce antisemite in passato da Forza Nuova, da fascisti, anche da leghisti, ma è la prima volta che a minacciarmi, non più solo verbalmente, erano ragazzi come questo. Che poi, ragazzi… a 21 anni sei un uomo, sei un adulto e come tale vai rispettato anche, ma dietro questi ragazzi ci sono fanatici di una certa età, miei coetanei, diciamo.
Quanto accaduto quest’anno è molto grave, però anche l’anno scorso, sempre il 25 aprile a Roma, qualcuno dallo spezzone della comunità ebraica lanciò delle bombe carta verso un gruppo di antifascisti. Una di queste finì allo zaino di un ragazzo che riuscì a sfilarselo in tempo e poi esplose a terra. Poteva esplodergli sulla schiena, vicino al collo, poteva farsi veramente molto male. Questa aggressione passò quasi sotto silenzio: non c’è anche un clima di copertura, di omertà, anche da parte dei mezzi d’informazione, dei commentatori, degli intellettuali?
Non c’è dubbio. Ma prima ancora c’è stata una scelta di tenerla bassa da parte delle forze dell’ordine. Ci sono episodi oscuri a Roma, compreso il pestaggio di un personaggio come Chef Rubio, un uomo che ha insultato sopravvissuti della Shoah e scritto volgarità aggressive anche contro di me, ma ha subìto una feroce aggressione sotto casa e non si è mai saputo chi fossero i responsabili. Ma a Roma i nomi circolano e ci sono anche palestre dove questi si addestrano. Nomi e palestre sono conosciuti. A casa di questo Eitan sono state trovate non solo le bandiere israeliane, ma anche coltelli. È una degenerazione che deriva da questa sfida, da questa mentalità: ‘siamo noi ebrei perseguitati contro il resto del mondo’. E allora ‘l’unica maniera per difenderci è la forza’. È questa mentalità che ha portato un ragazzo ebreo di 21 anni a compiere un gesto fascista il 25 aprile.
Come si può uscire da questa polarizzazione?
Innanzitutto, deve cessare la reticenza dei dirigenti delle comunità ebraiche. Ho letto il comunicato del presidente della comunità ebraica di Roma: condanna, certo, ma nessuna parola di solidarietà all’ANPI e nessuna autocritica sulla mentalità che ha alimentato questi fenomeni e indotto all’azione squadristica e violenta questi giovani ebrei che per fortuna sono una minoranza. Bisogna far incontrare i due mondi. Noi ebrei dissidenti, dal 7 ottobre in poi, cerchiamo di incontrare i palestinesi e denunciare anche le parole sbagliate. Perché è difficile restare equilibrati, ma bisogna tenere aperto il dialogo. Ogni comunità deve sviluppare senso critico e autocritico verso i fanatici che vogliono portare qui la guerra del Medio Oriente. Altrimenti andrà sempre peggio.
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