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La guerra in Iran non sta andando come l’amministrazione Trump sperava

13 marzo 2026|Roberto Festa
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guerra Usa ANSA

“Non c’è da preoccuparsi”. Le dichiarazioni del segretario alla difesa Usa Pete Hegseth, sono l’ennesimo tentativo di rassicurazione che l’amministrazione lancia nel mezzo di una crisi che gli è chiaramente sfuggita di mano. Il “non preoccupatevi” di Hegseth si riferisce allo stretto di Hormuz, da cui passava il 20% del fabbisogno energetico mondiale e da cui ora, sotto minaccia di attacco iraniano, non passa più nulla. “Abbiamo una soluzione per tutto”, esulta Hegseth, ovviamente senza precisare quale sia la soluzione.

Un po’ più concreto, trattandosi di un militare, è stato il capo delle Forze Armate, Don Caine, che dice che gli Stati Uniti stanno colpendo le navi iraniane, in modo da neutralizzare la loro capacità di disseminare lo stretto di mine. Sia come sia, per il momento, per lo stretto di Hormuz non transitano petroliere, e gli Stati Uniti, ieri sera, sono stati costretti all’umiliante decisione di togliere le sanzioni alla Russia, in modo da immettere milioni di barili di greggio russo nel mercato e abbassare i prezzi.

Nonostante gli inviti a non preoccuparsi, a Washington ci si rende sempre più conto che le cose non stanno andando nel senso voluto e sperato. Diversi media americani, che raccolgono fonti interne al governo, raccontano come tra i consiglieri di Donald Trump sia in corso una sorta di tiro alla fune per orientare le scelte del presidente. C’è chi – tra questi, i senatori repubblicani Lindsay Graham e Tom Cotton – chiede a Trump di andare avanti, fino alla disfatta totale e definitiva del governo iraniano. C’è chi gli suggerisce di definire in modo chiaro, e limitato, gli obiettivi raggiunti e da raggiungere, e poi dichiarare in fretta la vittoria e far tornare a casa le truppe. Tra questi ultimi c’è la chief of staff Susie Wiles e il suo vice, James Blair, preoccupati per le ricadute politiche che l’aumento del prezzo del petrolio può avere sulle sorti dell’amministrazione e dei repubblicani.

E poi c’è tutta l’anima più populista, nazionalista, Maga, quella del vice J.D. Vance, di Steve Bannon, delle varie personalità mediatiche alla Tucker Carlson, che fin dall’inizio hanno dovuto subire una guerra che non volevano, e che ora cercano di farla finire il prima possibile.
Gli errori, nell’impostare l’offensiva in Iran, sembrano essere stati soprattutto due: da un lato, il successo dell’intervento in Venezuela, la rapidità con cui si è neutralizzato Nicolas Maduro e si è piegata la leadership locale, ha fatto credere che la stessa cosa fosse replicabile in Iran. È stato un errore di calcolo grossolano. L’Iran non è il Venezuela, il regime teocratico iraniano ha un radicamento, a livello sociale, istituzionale, di controllo poliziesco della società, che mancava al regime di Maduro. Dall’altro lato, fin dall’inizio non sono stati chiaramente definiti gli obiettivi della missione in Iran.

Perché si è andati a bombardare l’Iran? Per cancellare una volta per tutte la possibilità che ottenesse un’arma nucleare? Per distruggere il suo arsenale di missili balistici? Per provocare una rivolta popolare interna? Per il regime change? Per favorire i settori più moderati del regime? Trump e i suoi hanno oscillato per settimane tra queste diverse opzioni. Ma, se non si definiscono gli obiettivi per la vittoria, non si può neanche dichiarare la vittoria. Che è quanto sta avvenendo.

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