Cinquant’anni fa usciva l’album che ha regalato a Radio Popolare la sigla del giornale radio

L’album Black Market dei Weather Report compie cinquant’anni, proprio come Radio Popolare. Non è una semplice coincidenza cronologica: la title track è la voce stessa della radio, la sigla che da mezzo secolo scandisce i titoli del GR, dando ritmo alle notizie che hanno attraversato la nostra storia.Il disco segnò il debutto del leggendario bassista Jaco Pastorius, capace di dialogare alla pari con il genio di Joe Zawinul e Wayne Shorter. Tra influenze africane e sperimentazioni elettroniche, l’album sprigiona ancora una freschezza cosmopolita che non avverte il peso del tempo.Ricordarlo oggi significa onorare un suono diventato identità collettiva: quel brano dei Weather Report si è trasformato nel DNA sonoro che, ogni giorno, racconta il mondo agli ascoltatori di Radio Popolare.Nonostante siano passati cinquant’anni, a Radio Popolare ci chiediamo ancora: chi scelse Black Market come sigla del GR? Nella Garzantina dal titolo “Vedi alla voce Radio Popolare”, gli autori Sergio Ferrentino, Luca Gattuso e Tiziano Bonini hanno cercato di risolvere il mistero.
Sigla del GR
Aldo Soleri:
“Con orgoglio ricordo che fui io a imporre Black Market quale sigla dei notiziari. A un apposito jingle non si poteva assolutamente pensare. Le ristrettezze economiche non lo permettevano. Così presi il disco dei Weather Report, lo feci ascoltare a Scaramucci e gli dissi: «Fra quarant’anni questa musica sarà ancora attuale». Oggi, ascoltando i giornali di RP, con soddisfazione, trovo conferma di quella lontana intuizione”.
Agostino Zappia
“Fra una mano di bianco e una martellata nacque anche la ormai trentennale sigla dei notiziari, la mitica Black Market dei Weather Report. La propose, mi sembra di ricordare, Aldo Soleri”.
Grazia Coccia
“Sono stata tra i fondatori di RP, non ci sono arrivata per caso. E una traccia della mia presenza è rimasta fino a oggi. La sigla del notiziario, il mitico pezzo dei Weather Report Black Market, l’ho scelta io. Ancora adesso, quando mi capita di ascoltarla, un po’ mi commuovo. Penso a quel periodo irripetibile, incasinato, ma anche spensierato e così lontano dal grigiore di oggi”.
Massimo Villa
“La sigla del gr di RP viene da Radio Milano Centrale e l’ho scelta io”.
Federico Pedrocchi.
“RP ricevette in un giorno della primavera del 1979, una robusta delegazione della guardia di finanza. Volevano sequestrare tutti gli spot. E anche le sigle delle trasmissioni, ovviamente. Per segnalare agli ascoltatori che una perquisizione e un sequestro erano in atto, la redazione del giornale radio decise di andare in onda alle 13 aprendo con quella notizia. Però, prima c’era la sigla, e cioè, il solito e mai abbandonato Black Market dei Weather Report. Con la finanza – e ricordo che pure loro si misero a ridere – dall’altra parte del vetro dello studio, il giornale radio si aprì con i redattori e le redattrici che cantavano la sigla, la la la la laaa, per poi annunciare che forse la sigla vera non la si sarebbe più sentita. In realtà le pretese della SIAE finirono in nulla e si trovò dopo poco tempo un accordo su un forfait per tutte le radio private”.
In principio fu Black Market
di Biagio Longo
Con la sua melodia dolce, fresca, tintinnante, discorsiva ed inarrestabile sorgente di note colorate. Già risuonava in via Mameli e continuò a risuonare in tutte le sedi che seguirono. Il carillon della nostra storia. Ecco un bell’esempio di come il suono diventa sostanza, di come il suono crea identità. In Buenos Aires avevamo ancora il disco, un 33 giri che il redattore di turno al notiziario o al giornale radio, si portava sotto il braccio insieme ai fogli delle notizie: lo posava sul piatto e… via tirando su il cursore del mixer. Non mancavano gli inconvenienti. Succedeva di mettere il brano dall’inizio, ma quel brusio elettronico – vociare vitale di un mercato che si anima, rifatto al sintetizzatore – durava troppo rispetto alla rapida interruzione di un notiziario in breve o era troppo lento rispetto agli incalzanti titoli del giornale radio: il vociare sintetizzato, lingua incomprensibile e universale, si trascinava e arrivava all’orecchio come un parlottio lontano, operoso ronzio, rumore cacofonico ma riconoscibile salutare intervallo tra spot e musiche varie; poi lente, come pistoni che iniziano un lungo lavoro di spinta, partivano le quattro volute del basso; quando, infine, si avviava nitida e ampia la prima frase della melodia, spesso era già tardi, oppure troppo serena e rilassante rispetto alla drammaticità dei titoli. Fu così che i redattori più impazienti cominciarono a spingere il braccio a metà brano sulla parte già dispiegata e più riconoscibile della melodia, spesso lasciando cadere la puntina che cominciò a saltare, non senza grande scandalo e scazzi appassionati con i Saverio Angiolini, gli Enzo Gentile, lo stesso Bill, Ferruccio e quanti erano più sensibili all’editing musicale della radio. Il disco, dopo il secondo, il terzo e il quarto acquisto, venne ritirato e messo in salvo, riportando il brano in cassetta. Si cercò di finalizzare meglio le parti delle melodie secondo i vari usi della sigla: le note alte per i notiziari in breve; l’attacco del brano per le edizioni principali del giornale radio; la parte conclusiva, più strumentale e colorita per i titoli di coda o per lo spazio dei servizi. Ma questi erano accorgimenti di tecnici, di addetti interni: agli ascoltatori arrivava, comunque, soltanto un suono cristallino capace, in poche note, di materializzare, alla mente e al cuore, RP, le sue voci, i suoi collegamenti, la sua presenza di costante informazione…

Black Market, un album cruciale per i Weather Report e per la storia del jazz
Se per Radiopop “Black Market” è soprattutto la sigla del giornale radio, l’album che si apre con quel brano e porta quel titolo è un disco di grande importanza. Ce lo ha spiegato il giornalista e storico del jazz Claudio Sessa: “È il disco in cui si “infila” Jaco Pastorius, bassista che ha fatto la storia del basso elettrico, non solo in ambito jazzistico». Ma è anche un album importante per come Zawinul vi fa confluire la sua fascinazione per la musica africana: «Zawinul – racconta ancora Sessa – si è definito più volte l’inventore della world music, non essendo un uomo molto modesto. Ma rimane certamente uno dei padri di questa concezione internazionalista della musica”. L’intervista di Niccolò Vecchia.
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