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Wall Street ha frenato Trump sui dazi. Intervista a Paola Subacchi

Trump Dazi ANSA

Dopo l’annuncio di Donald Trump di sospendere per 90 giorni i nuovi dazi annunciati nei giorni scorsi, oggi a Pubblica Raffaele Liguori ha intervistato Paola Subacchi, economista, esperta di economia internazionale, docente all’università di Sciences Po a Parigi.

Trump ha sospeso i dazi per 3 mesi. Come interpreta questa mossa: il capo della Casa Bianca ha dovuto cedere alle pressioni di Big Tech e Wall Street? Oppure anche la sospensione dei dazi fa parte di un’unica strategia con la quale Trump vuole affermare la centralità degli Usa come superpotenza mondiale?

È difficile rispondere con una parola. Quello che sta succedendo è complesso e difficile da decifrare perché ogni giorno, a ogni momento, abbiamo notizie nuove, cambiamenti di direzione. Sicuramente le pressioni da parte della finanza, da parte di Wall Street, hanno giocato un ruolo e sappiamo benissimo che molti dei finanziatori di Trump sono finanzieri, banchieri e imprenditori e chiaramente quello che stava succedendo, coi mercati in totale turbolenza, ha avuto un peso. Dobbiamo tenere presente che c’è il rischio da non sottovalutare di una crisi di instabilità finanziaria, perché non solo il mercato azionario ha avuto un contraccolpo polpo pesante a causa dei dazi annunciati, ma anche il mercato del debito americano lo ha avuto. Qui stiamo veramente giocando col fuoco ed era necessario per Trump fare un passo indietro.

È arrivato qualche segnale che diceva “attenzione, il debito pubblico americano rischia di non essere più comprato come prima”?

Non solo non comprato, ma addirittura venduto per quello che abbiamo visto. Negli ultimi giorni, e in particolare ieri, c’è stata una vendita estesa del del debito americano, non solo una vendita da parte dei fondi pensione e di chi ha il debito americano in portafoglio per per garantirsi un reddito. A vendere sono stati soprattutto gli hedge funds e altri protagonisti della finanza americana che sono esposti in maniera complessa e rischiosa rispetto al debito americano. Il crollo di ieri crea problemi per chi ce l’ha in portafoglio o chi per chi non ce l’ha, perché ci sta facendo tutta una serie di operazioni complesse che hanno un rischio implicito molto alto.

L’amministrazione americana ha un problema serio con i debiti e i deficit, dal deficit pubblico a quello di bilancio, oltre il 6% e il debito pubblico che è stato accumulato nel corso degli anni. E poi anche il deficit commerciale. I dazi servono a rimettere un po’ a posto i conti?

Assolutamente no. È vero che i dazi sono di fatto una tassa sulle importazioni, quindi in teoria e anche in pratica i dazi dovrebbero generare reddito per le casse pubbliche. In realtà, però, non sappiamo quale può essere l’entità di questo gettito fiscale per il semplice motivo che non è detto che gli americani continuino a comprare gli stessi beni importati ad un prezzo superiore, col dazio che entra nelle casse pubbliche. Potrebbe succedere che gli americani cambino idea e non comprino più niente o non comprino più importazioni. Fare una previsione su questo tipo di gettito è molto difficile. Noi sappiamo dal programma elettorale di Trump che i dazi dovrebbero dovrebbero generare le entrate fiscali per consentire un ulteriore taglio delle tasse. Da un punto di vista di gettito è discutibile ed è discutibile anche da un punto di vista di equità fiscale. I dazi, da un punto di vista fiscale, sono altamente regressivi, come pure il taglio delle tasse, già annunciato da Trump come accadde nel 2017, è altamente regressivo perché colpisce i redditi più poveri e parte delle dell’elettorato di Trump, non i miliardari che lo sostengono finanziariamente.

Il presidente degli Stati Uniti deve fare attenzione a come manovra la questione dei dazi perché può far molto male a un pezzo del suo elettorato.

I dazi hanno un effetto di tassazione sul paese che li impone, creano un effetto di alzamento dei prezzi. In generale il presidente degli Stati Uniti deve stare molto attento a come si muove perché in nome di questo presunto ribilanciamento dei rapporti tra gli Stati Uniti con il resto del mondo, si rischia di danneggiare l’economia americana e la finanza americana, sta creando instabilità sui mercati finanziari e sta danneggiando anche il resto del mondo da un punto di vista economico e dal punto di vista delle relazioni internazionali.

Come è stato possibile che Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, sia riuscito a combinare tutto questo? Cosa vuole realmente Trump?

Trump vuole realmente sovvertire le regole. Trump non è isolato, non è da solo. Ha tutto una serie di persone che lo sostengono, lo consigliano e gli dicono cosa fare. La questione dei dazi e di quello che lui considera uno squilibrio del rapporto appunto economico tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, è una questione da sempre nella mente di Trump e che riflette l’ideologia economica dei suoi sostenitori. In sostanza è un mondo in cui non ci sono regole, non ci sono regole multilaterali, non ci sono rapporti internazionali, c’è solo rapporto di forza, quello interno negli Stati Uniti e quello col resto del mondo. Io sono più forte e impongo agli altri quello che devono fare, quello che io voglio che facciano, e li costringo a trattare alle mie condizioni. Non è un caso che i paesi che si sono in qualche modo piegati al al valore di Trump sono quelli che hanno bisogno dell’interscambio con gli Stati Uniti perché altrimenti rischiano la recessione e cambiamenti strutturali nella loro economia. Tecnicamente, perché è possibile? Perché il presidente degli Stati Uniti ha la prerogativa di varare decreti di emergenza, in questo caso sulla base di una presunta un’emergenza economica che rientra tra questi poteri. Per fortuna gli Stati Uniti, con tutti i loro problemi, rimangono comunque una democrazia, imperfetta come tutte le democrazie, ma ancora con dei meccanismi di controllo sul potere del presidente. Questo lo vediamo in atto. Chiamiamolo il dollaro, chiamiamolo gli interessi economici e finanziari, per fortuna ci sono, perché in questo momento vediamo una specie di cambiamento di rotta.

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    Il disco di debutto dei The Sophs è previsto per il prossimo 13 marzo ma la giovane formazione di Los Angeles sta già catturando l’attenzione di molti. Poco prima di partire per un tour che lì vedrà suonare in molti dei più grandi festival del 2026, due dei sei componenti della band sono passati ai microfoni di Volume per presentare l’album in uscita e suonare alcuni brani. Dalla nascita del progetto fino all’esperienza con la storica etichetta Rough Trade - “un sogno che si avvera”, spiega la band - abbiamo chiesto ai The Sophs anche il loro punto di vista, da statunitensi, sulla difficile situazione che il loro paese sta attraversando in questi giorni. “Ci vergogniamo del nostro governo, le persone in carica oggi non rappresentano in alcun modo i cittadini americani - spiega Ethan Ramon, prima di ricordare l’importanza del voto per supportare la propria comunità - “siamo tutti figli di immigrati, la cultura della diversità è la vera spina dorsale del nostro paese”. L'intervista di Elisa Graci e Dario Grande e il MiniLive dei The Sophs.

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    Come possiamo pensare di uscire da un lungo periodo di stagnazione dell’economia italiana, quando lo zero-virgola regna ancora incontrastato in alcune importanti statistiche italiane? Mi riferisco al dato pubblicato ieri dall’Istat nella “Nota sull’andamento dell’economia italiana”. A questo proposito l’Istat ci ha detto che nel terzo trimestre dell’anno scorso (tra luglio e settembre 2025) l’aumento del Pil italiano è stato dello….0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (aprile-giugno 2025). Se guardiamo agli scambi commerciali con l’estero (import ed export) la crescita tra agosto e ottobre scorsi è stata dello 0,3% per le esportazioni e dello 0,2% per le importazioni. Nelle stesse ore in cui ieri l’Istat diffondeva i suoi dati nella nota congiunturale veniva pubblicato un altro documento – importante - di analisi della congiuntura: un report su lavoro e demografia redatto dal centro ricerche REF, autorevole centro di ricerche economiche milanese, diretto da Fedele de Novellis, ospite oggi a Pubblica.

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    Europa: basta partnership con Israele

    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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