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Un altro morto fantasma nei cantieri di Milano

È morto dopo due settimane di agonia all’ospedale Niguarda l’operaio edile senza nome infortunatosi in un cantiere del nuovo quartiere Merlata di Milano (il cantiere che costruisce un centro fitness). È il numero 90 in Lombardia dall’inizio dell’anno secondo i dati dei sindacati confederali. Novanta come la paura che qualcosa stia dilagando nel settore che più ha rappresentato il boom post-Covid, qualcosa che ha spostato la frontiera dell’illegalità. Il lavoratore, infatti, dalle informazioni prestate dall’azienda capofila la Percassi di Bergamo aveva un nome e lavorava per una ditta nel secondo livello di subappalto (ovvero il subappalto del subappalto), quindi, aveva un badge e passava dai tornelli come chiunque voglia accedere al cantiere. Ma il nominativo del badge non era il suo. Si tratterebbe secondo le indagini arrivate in Procura di un cittadino egiziano senza documenti. Forse un parente di uno dei lavoratori registrati o, ipotesi molto più grave, qualcuno che ne aveva il badge, magari avendolo comprato, come ormai sta succedendo non solo nei cantieri del rifacimento di facciate che hanno usato in quest’anno una quantità di operai che non esistevano sul mercato. Il fenomeno dei “lavoratori alias” si moltiplica anche nei cantieri più grandi e controllati. Anche a Milano. E il problema è gravissimo, perché in cantiere non si muore per fatalità, ma per mancanza di controlli, procedura e competenza. Per questo si dovrebbe fare un corso di sicurezza. Questo lavoratore aveva il patentino? Ormai si viaggia a 10 morti al mese in regione, nella scorsa settimana 5. In regione i sindacati hanno chiesto di nuovo a Letizia Moratti, visto che alla sanità spettano i principali controlli sulla sicurezza, di piantarla con gli impegni a parole e varare assunzioni, cambiare protocolli e procedure. Ancora si attendono i fatti.

Foto | Quattro operai sono saliti sul tetto di un edificio in via Galileo Ferraris, alla periferia Nord di Milano, per protestare contro il mancato pagamento dello stipendio da parte della ditta subappaltatrice dei lavori, il 2 ottobre 2020

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
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    A più di un secolo dalla mostra monografica dedicata all'artista piemontese nel 1920 alla Galleria Pesaro, l'esposizione alla GAM di Milano ripercorre la vicenda artistica e biografica di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907). La Galleria d'Arte Moderna conserva opere significative dell'artista e il suo grande capolavoro: Il Quarto Stato, che per l'occasione viene arricchito nell'allestimento dai disegni preparatori e dall'accostamento all'opera di Joseph Beuys "La Rivoluzione siamo noi", ispirata, appunto, al dipinto di Pellizza. La mostra è curata da Aurora Scotti, storica dell'arte, e Paola Zatti, conservatrice alla GAM. Quaranta opere tra dipinti e disegni con importanti prestiti dai Musei Pellizza da Volpedo. L'esposizione documenta l'intero percorso dell'artista, dalla formazione vicina al realismo all'interpretazione dell'esperienza divisionista, una riflessione condivisa con altri grandi interpreti, da Previati a Grubicy, da Segantini a Morbelli. Abbiamo incontrato Paola Zatti, una delle curatrici della mostra, che si potrà visitare fino al 25 gennaio. Testo e intervista di Tiziana Ricci.

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