Radio Popolare Home
sostienici

Cannes 79: Palma d’Oro a Cristian Mungiu per “Fjord” in un palmarès rivolto a diritti, guerre e umanità

24 maggio 2026|Barbara Sorrentini
CONDIVIDI
Il regista Cristian Mungiu vincitore della Palma d'oro a Cannes 79

Cristian Mungiu vince a Cannes 79 la sua seconda Palma d’Oro. “Fjord” è un film raffinato in cui il regista romeno mette una contro l’altra la laicità esasperata, dell’aiuto sociale norvegese e l’ortodossia religiosa di una famiglia romena trasferitasi in un villaggio su un fiordo. Mungiu lavora sugli estremismi di entrambi senza mai prendere parte, mostrando come le posizioni integraliste parlino lingue diverse. Il palmarés di questa edizione ha privilegiato i film di carattere umano, sociale e politico. Il Grand Prix della Giuria a “Minotaur” di Andrej Zviaguinstev parla della Russia ricca di oggi, con l’invasione dell’Ucraina sullo sfondo. Il doppio premio alle attrici di “Soudain” di Hamaguchi (Virginie Efira e Tao Okamoto) pensa alla salute mentale e fisica, in una riflessione sulla democrazie e il neoliberismo. Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, i due giovani attori di “Coward” di Lukas Dhont, sono soldati della Prima Guerra Mondiale, innamorati di nascosto. E i due registi Javier Calvo e Javier Ambrossi di “La Bola Negra” si rivolgono alla sofferenza di chi si ama e deve nascondere il proprio orientamento sessuale. La sceneggiatura di “Notre Salut” di Emmanuel Marre racconta di un uomo comune tra i collaborazionisti di Vichy. E l’unica regista donna premiata, la tedesca Valeska Grisebach, in “L’avventura sognata” racconta di una donna contro la criminalità bulgara in un’area grigia al confine con la Turchia.


Cannes 79: aspettando il palamarés, il concorso si chiude con la mafia bulgara e un thriller nella campagna francese

Valeska Grisebach e Yana Radeva

Il concorso di Cannes 79 è finito e questa sera si saprà a chi verrà consegnata la Palma d’Oro e i titoli che girano di più sono “Fjord” di Cristian Mungiu, “Il Ser Querido” di Rodrigo Sorogoyen “Minotaur” di Andrej Zviaguinstev, “Soudain” di Hamaguchi, ma si potrebbero elencare quasi tutti.Degli ultimi due visti ancora in gara, forse solo quello della regista tedesca Valeska Grisebach (nella foto) potrebbe avere qualche chance. “L’avventura sognata”, sarebbe il titolo tradotto letteralmente, si svolge al confine tra la Bulgaria e la Turchia, un luogo in cui si verificano traffici illegali di contrabbando, controllati dalla mafia locale. È in quel contesto che un’archeologa (interpretata da Yana Radeva, nella foto) per aiutare un amico si infila nelle aree losche della cittadina in cui vive da sempre e in cui conosce tutti, iniziando una sua indagine personale per scoprire chi dei suoi conoscenti fa parte dell’associazione criminale. In un thriller frontaliero, co-prodotto tra Germania e Bulgaria, vengono messe in luce le zone grigie di quel territorio, che ancora ricorda con nostalgia il comunismo. Il film francese “Storie della notte” di Léa Mysius è un thriller horror ambientato in una cascina in cui irrompono degli assassini a disturbare la quiete di una famiglia. Questo ultimo film del concorso, con un cast valido ma sprecato, è stato fischiato fin dall’inizio alla comparsa del cartello di Canal Plus.


Cannes 79: l’omosessualità in guerra e un omaggio a Federico Garcia Lorca

Valentin Campagne, Lukas Dhont, Emmanuel Macchia

Due film del concorso di Cannes 79 sono dedicati alla guerra e all’amore tra soldati, entrambi ambientati nella prima metà del ‘900. “Coward” del regista belga Lukas Dhont è ambientato in un accampamento durante la prima guerra mondiale, in cui alcuni arruolati stanno preparando uno spettacolo ‘en travesti’ per allietare la truppa. Tra il protagonista dello show e uno dei soldati nasce una storia d’amore, tenuta nascosta, ma molto travolgente. Lukas Dhont (nella foto con Valentin Campagne e Emmanuel Macchia) già stato premiato a Cannes con il commovente “Close” in cui l’amore omosessuale sbocciava tra due adolescenti vittime di bullismo. Un’ambientazione simile è quella di “La bola negra” dei due registi spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi, con un film costruito su tre piani temporali differenti: la guerra in Spagna, il presente e la messa in scena dell’opera di Federico Garcia Lorca “La bola negra”. Anche qui il contesto vede degli amori omosessuali tenuti nascosti e pieni di dolore. Un tema trattato in quasi le metà dei film di Cannes e che corrono anche per la Palma Queer.


Cannes 79: gli anni ‘80 a New York con i prodromi dell’AIDS e la Francia i tempi di Vichy

L'attore Rami Malek

Una giornata che riporta ai fatti storici con il concorso di Cannes 79. Se di Storia si può parlare pensando alla New York degli anni ‘80, in quel fermento artistico in cui iniziò a diffondersi l’AIDS. Il tema, in quello stesso contesto, è stato molto elaborato al cinema e a Cannes 79 è stato ripreso da Ira Sachs in “The man I love”, come la canzone di Billie Holiday. L’attore egiziano Rami Malek (nella foto), noto per aver interpretato Freddie Mercury, è un cantante del teatro off, sta morendo di AIDS ma vuole terminare il suo show. In questo film dall’atmosfera rarefatta e che ricostruisce tristemente quella pagina, si intravedono riferimenti a Fassbinder e aperte citazioni che rimandano a Pasolini. La Storia della Francia è in ”Notre Salut” di Emmanuel Marre, ispirata alla figura del nonno del regista Henri Marre (interpretato da Swann Arlaud). Era un ingegnere, autore di un trattato politico e in cerca di un impiego negli uffici amministrativi di Vichy. Dalle lettere alla moglie, quindi a sua nonna, il regista racconta di aver trovato l’altra faccia del collaborazionismo, quella che mostrava la contrarietà dei giovani dell’epoca, al governo dei collaborazionisti al nazismo, evidenziando il coraggio di chi ha deciso di opporsi per un futuro libero dall’oppressore. Di rivoluzione storica si parla anche in un documentario che uscirà in Italia nel 2027 per i 60 anni dalla morte del Che e si intitola “Les survivants du Che” di Christophe Dimitri Réveille dedicato agli ultimi giorni di vita di Che Guevara nelle testimonianze dei suoi compagni.


Cannes 79: il meta cinema emotivo di Pedro Almodovar e
il ritorno di Andrej Zviaguintsev con la Russia di Putin

L'attrice Bárbara Lennie e il regista Pedro Almodóvar

Ogni volta che Pedro Almodovar fa un nuovo film, che sia riuscito o meno, lascia sempre qualcosa, prendendo in ostaggio chi guarda attraverso le emozioni cariche che sa gestire sapientemente. In “Amarga Navidad” il regista spagnolo riprende il tema a lui caro del film nel film, che questa volte come in una bambola russa ne contiene un terzo. Uno sceneggiatore, che scrive di una regista che a sua volta sta girando un film. In questa triade torna forte il tema della madre, della perdita, della sorellanza, dell’amore omosessuale, dei colori forti in case dall’architettura vintage, della maternità e dell’emancipazione dal conformismo sociale. Si ride sempre meno nei film di Almodovar (nella foto), ma non per questo la sua energia è meno efficace. Andrej Zviaguinstev, siberiano esule a Parigi, contrario all’invasione dell’Ucraina e anche per questo lontano dal cinema da quasi dieci anni, pluripremiato ai festival e di ritorno a Cannes con un film manifesto sulla Russia di Putin. Il film “Minotaur” segue un imprenditore che recluta per il governo i soldati da mandare in guerra, ha una ricca famiglia che vive in una villa vetrata fuori Mosca e una moglie annoiata che frequenta di nascosto un fotografo bohemién. E poi c’è un omicidio. Un thriller quasi politico in una Russia moderna e ambigua.


A Cannes 79 la religione violenta e punitiva secondo Cristian Mungiu

Gli attori protagonisti Sebastian Stan, Renate Reinsve con il regista Cristian Mungiu di 'Fjord'

Cristian Mungiu ritorna a Cannes con alcuni suoi temi classici legati all’ossessione religiosa, all’emigrazione, alla colpa. Il regista romeno, già vincitore di una Palma d’Oro nel 2007 con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” porta avanti la riflessione sulla società romena, cominciata con opere legate all’epoca post-Ceausescu e che oggi porta il peso di una cultura fortemente intrisa dai dogmi della Chiesa. In “Fjord” trasferisce in Norvegia, nel paese originario della madre interpretata da Renata Reinsve, una numerosa famiglia di Bucarest che non riesce a inserirsi nella comunità. Il padre (l’attore Sebastian Stan) costringe i figli a mettere in pratica gli insegnamenti della Bibbia, a pregare tutti i giorni e a rinunciare a ogni tipo di distrazione, minacciando punizioni. Questo comporta la denuncia dei genitori da parte della scuola ai Servizi Sociali, con l’accusa di infliggere violenze corporali sui figli e condannandoli alla separazione da essi. “Fjord” è uno di quei film che potrebbe entrare nel palmarès (nella foto il regista con gli attori protagonisti). L’altro film in concorso,“L’Inconnue” di Arthur Harari, è tratto da una graphic novel di David Zimmerman ma lo scambio dei sessi giocati tra Lea Seydoux e Niels Schneider funziona solo nelle pagine disegnate, creando confusione e spaesamento con una storia troppo irreale per trovare appigli che la rendano cinematograficamente credibile.


A Cannes 79 il tema è la resistenza: Javier Bardem e Cate Blanchett parlano della Palestina

Javier Bardem a Cannes

Volendo trovare una tematica comune per i film visti a Cannes 79 si potrebbe parlare di resistenza. A cominciare dal concorso con “Moulin” del regista ungherese László Nemes, già premiato a Cannes (e con l’Oscar) nel 2015 per “Il figlio di Saul”. Il personaggio di Jean Moulin inviato a Lyone da De Gaulle per coordinare i movimenti della Resistenza, non è nuovo al cinema e qui il ritratto fornito dall’attore Gilles Lellouche rispetta lo stile dell’epoca. Di resistenza ha parlato Javier Bardem (nella foto), presentando il film “El ser querido”: ha condannato ancora una volta il genocidio di Gaza; ha ripetuto che il suo attivismo contro Israele lo ha escluso dalle produzioni da Hollywood; ha denunciato il maschilismo tossico degli uomini violenti, includendo tra questi Trump, Putin e Nethanyahu. Bardem fino ad ora è stato l’attore più convincente per un premio, nel film più apprezzato dello spagnolo Rodrigo Sorogoyan. Sempre di resistenza, in un certo senso, tratta anche “Hope” del sud coreano Na Hong-jin, sorprendente nella distruzione di un villaggio da parte degli extraterrestri e nel tentativo di sopravvivere da parte di alcuni abitanti. Un vero atto di resistenza è il documentario dell’iraniana Pegha Angharani’s, quasi ottant’anni di storia politica e sociale in Iran, attraverso filmati di una famiglia di cineasti e contro il regime. E poi Cate Blanchett, un’attrice che della resistenza ha fatto la sua bandiera, parlando di Palestina nella sua master class.


Cannes 79 riflette sulle relazioni famigliari tra robotica, cinema e mafia russa a New York

Cannes 79 riflette sulle relazioni famigliari

Nel fine settimana il festival di Cannes ha riempito le sale con i nomi più attesi. John Travolta, con un film da regista dedicato al suo primo viaggio in aereo nel 1962, ha fatto ballare la Croisette sulle note di Grease, Pulp Fiction, la Febbre del Sabato Sera e ha ricevuto una Palma d’Onore a sorpresa. Steven Soderbergh ha portato in un documentario l’ultima intervista di John Lennon rilasciata poche ore prima di essere ammazzato. Eric Cantona si rivela in un film che ne fa un ritratto umano e sportivo, tra genialità e ribellione. E poi il concorso: “El se querido” dello spagnolo Rodrigo Sorogoyen, con Javier Bardem regista fuggito dalla Spagna e di ritorno per dirigere in un film storico la figlia attrice, abbandonata da piccola. La relazione tra i due è problematica, confondendo il lavoro con le emozioni personali, che mettono in crisi il progetto. Il regista giapponese Kore-eda in “Sheep in the box” riflette sull’intelligenza artificiale applicata a dei cloni degli esseri umani morti, facendo rivivere con la robotica un bambino per la coppia che lo ha perso. James Gray, unico nordamericano in concorso, ritorna con il film indipendente “Paper Tiger”, ambientato a New York nel 1986, con Adam Driver, Scarlett Johansson e Miles Teller nel contesto dei crimini della mafia russa e una famiglia tipicamente americana che ne rimane coinvolta.


Il dubbio tra le mura di casa e l’omaggio a Franco Basaglia nel film di Hamaguchi

Il dubbio tra le mura di casa e l’omaggio a Franco Basaglia nel film di Hamaguchi

Fino ad ora è uno dei film più inquietanti del concorso di Cannes 79, forse perché si ispira a una realtà moralmente incredibile e decisamente tossica. La regista austriaca Marie Kreutzer, che già con il precedente “Il Corsetto” aveva ribaltato la condizione femminile all’interno delle gabbie del potere, con “Gentle Monster” lo sguardo diventa ancora più duro: una pianista, una famiglia apparentemente perfetta, la campagna come rifugio e poi l’irruzione improvvisa della polizia con un’accusa di pedofilia. Da lì il film scava nel buio delle relazioni, nella fiducia tradita, nella paura di non conoscere davvero chi si ama. Léa Seydoux tiene il film sulle sue spalle tra fragilità e ostinazione nella ricerca di una verità meno dolorosa, in una sorta di thriller emotivo. Hamaguchi Ryusuke , regista giapponese premiato ovunque, Cannes, Berlino,Venezia, Locarno, un’ Oscar per “Drive My Car”, ha girato Soudain in Francia, prevalentemente in in centro per malati d’Alzheimer, immerso in un giardino dove vengono trattati come esseri umani, nel rispetto di chi sono stati una volta. L’attrice Virginie Efira si confronta, in lunghissimi dialoghi filosofeggiando su capitalismo, senso di colpa, malattia, morte, arte, con una regista giapponese, con pochi mesi di vita che sta portando in scena a Parigi uno spettacolo su Franco Basaglia. Più di tre ore di film in cui chi guarda osserva lo scorrere di una quotidianità che mostra che da vicino nessuno è normale.


Thomas Mann, la Guerra Fredda e i rumoristi lontani dall’Iran

Sandra Huller Cannes 2026

Il concorso di Cannes 79 è una celebrazione di sé stesso, con registi che hanno esordito e sono stati premiati sulla Croisette. Pawel Pawlikoski, nato a Varsavia e migrato in Gran Bretagna, è noto soprattutto per “Ida” e “Cold War”, entrambi premiati a Cannes e non solo (“Ida” ha ricevuto anche un Oscar). Con “Fatherland”, come sempre in bianco e nero, Pawlikoski si muove nella Germania della Guerra Fredda. Al centro di questo viaggio tra le zone distrutte dalla guerra, tra Francoforte e Weimar, ci sono lo scrittore Thomas Mann e la figlia militante anti-nazista, costretti ad incontrare in ogni tappa, le autorità Americane e Sovietiche. Il film, con Sandra Huller e Hanns Zischler, è una coproduzione italiana. Un po’ di Italia c’è anche in “Histoires Parallèles” di Asghar Farhadi, il regista iraniano che vinse l’Oscar nel 2011 con “Una separazione” e che ha smesso da tempo di girare nel suo Paese. Girato in Francia con Isabelle Huppert, Vincent Cassel e un cameo di Catherine Deneuve, questo film sembra puntare il dito su alcune brutture europee: la violenza sulle donne da parte di uomini viziati, il razzismo, la discriminazione dei più deboli, l’abbandono degli anziani. Ci sono molti riferimenti culturali: “La finestra sul cortile” di Hitchcock, il Decalogo di Kiesolwski, la scrittura e i rumoristi del cinema. Secondo Farhadi si salva solo che è in grado di utilizzare l’immaginazione, confondendo realtà e fantasia. È un tema suo e di chi per anni ha fatto cinema sotto i regimi.


Amori fluidi nel concorso e il mitico partido in “The Match”

Cannes 79

“Il cinema è resistenza”, lo ha detto Jane Fonda, attrice e attivista più volte arrestata durante le manifestazioni sul cambiamento climatico negli Stati Uniti ed è lo stresso concetto che ha dichiarato ancora una volta Thierry Frémaux presentando i film selezionati a Cannes che mostrano i cambiamenti sociali e l’aspetto politico c’è quasi sempre: che sia nella scrittura, si pensi a quella ‘politica degli autori’ promossa dalla Nouvelle Vague, o nel contesto in cui si svolgono i film. Non a caso il concorso si è aperto con due storie agli antipodi che ruotano intorno all’amore fluido. Nel Giappone dipinto da Fukada Koji in “Nagi Notes”, primo di tre film giapponesi in concorso, c’è il legame forte tra due donne che si ritrovano dopo molto tempo e tra due ragazzini adolescenti che scoprono di amarsi e che vorrebbero scappare dalla cittadina rurale in cui non vengono capiti. Mentre in “La vie d’une femme” di Charline-Bourgeois-Tacquet è la vita di Gabrielle, 55 anni, chirurga, sempre al lavoro, con un compagno che tende ad evitare; finché si innamora di una scrittrice un po’ più giovane di lei (è l’attrice Melanie Thierry). La protagonista è Léa Drucker, premiata qui l’anno scorso per “Il caso 137”. Storia, politica e sport si fondono in “The Match” il documentario di Juan Cabral e Santiago Franco che ripercorre il prima e il dopo della mitica partita tra Argentina e Inghilterra, vinta 2-1 ai mondiali con i due gol incredibili di Maradona a Città del Messico. Era il 1986, quattro anni dopo la guerra delle Malvinas, per gli inglesi Falkland.


Niente italiani, ma aumentano le registe donne

Thelma & Louise

L’immagine di Thelma & Louise è presente in ogni angolo di Cannes: dal Palais, alla Croisette ai negozi decentrati. Il film del 1991 di Ridley Scott, scelto per la locandina della settantanovesima edizione del festival, sta a dimostrare come quest’anno più che mai il programma è pensato con un incremento di presenze femminili alla regia e con una libertà creativa, simile a quella delle due protagoniste Susan Sarandon e Geena Davis, in fuga dai vincoli di una società patriarcale. Dell’assenza di film italiani si è già detto molto, anche se sembra incredibile che, con tutto quello che sta succedendo nel comparto cinema del nostro Paese, i francesi non siano riusciti a trovare nulla di convincente. Fa bene ricordare che Le città di Pianura di Francesco Sossai ebbe la sua primissima proiezione qui a Cannes. Quindi dall’Italia solo un cortometraggio, un documentario su Vittorio De Sica e la regista Laura Samani in una giuria parallela. Per la corsa alla Palma d’Oro sono stati scelti prevalentemente titoli tra il panorama indipendente mondiale. Ritornano in concorso Pedro Almodovar, Asghar Faradi, Cristian Mungiu, Peter Gray, Kore’eda e il film d’apertura, che come spesso accade è francese, si intitola “La Venere Elettrica” di Pierre Salvadori, partito dopo la cerimonia d’apertura condotta dall’attrice di origine maliane Eye Haidara. È una commedia, a sfondo romantico ambientata nel 1928. Anche in Francia non mancano le polemiche in seguito alla lettera firmata da seicento lavoratori dello spettacolo e pubblicata da Liberation, contro il l’imprenditore televisivo miliardario di estrema destra Vincent Bollorè, che minaccia di controllare tutta l’industria cinematografica francese.

Segui Radio Popolare su