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Perché la sicurezza non è al primo posto?

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Cosa serve per la sicurezza sul lavoro, oltre a protocolli e controlli? Fatti concreti e una cultura che renda la sicurezza un fatto positivo sempre da migliorare. Ecco una storia esemplare, che riguarda la fiera di Milano e il Salone del Mobile dove domenica scorsa, il giorno prima dell’inaugurazione, è morto un installatore cadendo da una scala (si chiamava Gaetano Faraoni, aveva 64 anni). Nei giorni scorsi gli ispettori sono andati a verificare lo smontaggio di stand e installazioni che avviene in pochi giorni, lavorando a ritmi intensi ed hanno rilevati irregolarità così gravi in uno stand del padiglione 7, uno di quelli del design, che hanno segnalato il tutto alla magistratura. Hanno trovato irregolarità anche sul fronte della legalità del lavoro, con persone che cercavano di allontanarsi dagli stand per non essere identificate.

Che i controlli ci siano bene, no? E la settimana è stata intensa per gli ispettori del settore palchi e fiere perché oltre alla kermesse del mobile hanno setacciato anche tanti palchi ed eventi del rilancio milanese e hanno rilevato condizioni di insicurezza anche attorno a importanti concerti. Perché non conta il prestigio dell’evento ma la catena dell’appalto e dei controlli che se fossero davvero serrati scoprirebbero probabilmente irregolarità in ogni dove. Il punto, però, non è tanto cosa hanno scoperto gli ispettori o la gravità dei fatti o quanti sono gli ispettori. Non siamo alla caccia alle streghe. Il tema sono piuttosto le istituzioni, i media e una certa ipocrisia generalizzata.

La Fiera di Milano ha firmato in questi anni due protocolli con Ats e Prefettura, uno sulla sicurezza e uno sulla legalità, buoni protocolli con ottimi principi che non prevedono però l’agibilità, cioè la presenza e la possibilità di verifica e denuncia dei rappresentanti della sicurezza dei lavoratori, dei sindacati, di obblighi di verifica e controllo in concreto su quello che succede. La Fiera, ad esempio, affitta gli spazi alle aziende espositrici e non ha obbligo di controlli, fa firmare delle carte ed è a posto. Per carità, se sicurezza e legalità sono almeno un obbligo formale abbiamo fatto un passo avanti ma pensiamo sia chiara l’urgenza dei fatti, degli incidenti, dei morti di questa ripresa tra bonus e fretta di tornare alla cosiddetta normalità. Quindi non basta.

Perché alla fine è una questione di cultura. La stessa che fa sì che Salone e Fiera non abbiano comunicato i controlli e i loro esiti, perché forse pensano non siano una notizia di rilevanza pubblica o magari facciano cattiva pubblicità all’evento. E invece è proprio dicendolo, facendosene carico, in maniera trasparente che avrebbero dato un segnale positivo e dimostrando che la sicurezza è importante ed è un obiettivo sempre, sempre migliorabile, sempre sotto la nostra attenzione. Perché vengono prima mani, gambe e vita delle persone di qualsiasi lavoro. Ovviamente non è tutto da buttare, gli sforzi ci sono, ma abbiamo ancora questo passo fondamentale da compiere: prima del marketing, della convenienza, della scadenza… c’è la sicurezza.

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
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    Golden Globe 2026: premi, vincitori e rinnovati sospetti sull’organizzazione

    Le premiazioni della 83ª edizione dei Golden Globe hanno avuto luogo ieri a Hollywood  dando come ogni anno il via ufficiale alla stagione dei premi. Oggi, a Volume, abbiamo commentato i vincitori e i momenti più rilevanti della cerimonia insieme ad Alice Cucchetti. "Una battaglia dopo l’altra" di Paul Thomas Anderson ha portato a casa quattro statuette, Timothée Chalamet ha vinto per la prima volta con “Marty Supreme”, mentre sul fronte televisivo a trionfare è stata la miniserie “Adolescense”. Tuttavia, dopo lo scandalo di corruzione che incriminò l’organizzazione cinque anni fa, spiega Alice Cucchetti, "ci sono ancora dei meccanismi loschi, perchè la società che ha acquistato i Golden Globe è adesso la stessa che gestisce i principali giornali di cinema americano“. L’intervista di Elisa Graci e Dario Grande ad Alice Cucchetti.

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    Un percorso attraverso la stratificazione sociale italiana, un viaggio nell’ascensore sociale del Belpaese, spesso rotto da anni e in attesa di manutenzione, che parte dal sottoscala con l’ambizione di arrivare al roof top con l’obiettivo dichiarato di trovare scorciatoie per entrare nelle stanze del lusso più sfrenato e dell’abbienza. Ma anche uno spazio per arricchirsi culturalmente e sfondare le porte dei salotti buoni, per sdraiarci sui loro divani e mettere i piedi sul tavolo. A cura di Alessandro Diegoli e Disma Pestalozza

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