Corridoi chiusi per i borsisti da Gaza: le vite sospese di Sama, Ibrahim e Hamza

Si chiamano Sama, Ibrahim e Hamza, sono tre giovani che studiano (o meglio studiavano visto che è tutto distrutto) odontoiatria, informatica e chirurgia nella Striscia di Gaza, e hanno vinto tre borse di studio dell’Università degli Studi di Milano (nell’ambito del progetto della Conferenza nazionale dei rettori chiamato IUPALS Italian Universities for Palestinian Students) insieme ad altri 35 gazawi in attesa da ottobre di un corridoio per arrivare a Milano a studiare e ad altri 150 giovani che hanno vinto borse di studio o corsi di formazione nel resto di Italia. Tra ottobre e novembre erano stati aperti quattro corridoi tra Israele e la Giordania, coordinati dal Ministero degli Esteri italiano, per portare i primi studenti ma ora tutto è bloccato e Sama, Hamza e Ibrahim non possono partire. I mesi passano e rischiano di perdere l’anno.
“L’Italia ha preso un impegno con questi ragazzi, hanno vinto delle borse di studio per questo anno accademico, è un loro diritto, li abbiamo invitati noi, il lavoro straordinario che l’Italia ha fatto evacuando già 150 borsisti deve essere completato, non lasciamoli indietro”, spiega il prorettore dell’Università di Milano Stefano Simonetta, in costante contatto con i borsisti rimasti bloccati a Gaza. Come sentirete dalle loro voci, ci sperano ancora e fanno di tutto per essere pronti.
Cominciamo da Sama Ahmed Salama Abu Laila, studentessa di odontoiatria, di 20 anni, originaria di Rafah, “che purtroppo è occupata e completamente distrutta ancora oggi”, ci ricorda: “A essere sincera, venire in Italia per me non significa solo continuare gli studi, ma riprendermi il mio futuro. Mentre altri gruppi sono già partiti, noi stiamo ancora aspettando senza risposte chiare. Questa incertezza non influisce solo sul nostro futuro accademico, ma anche sulla nostra salute mentale. Aspettare in una zona di guerra non è solo aspettare, è sopravvivere senza sapere cosa succederà”. Però Sama ci tiene a chiarire cosa significa futuro: “Per favore, non vedeteci solo come vittime. Siamo giovani con sogni e ambizioni e, se ci viene data la possibilità, possiamo dare un contributo positivo al mondo”.
Ibrahim, invece, si è laureato in sviluppo software mentre a Gaza veniva distrutta: “Quando ho finito, non c’era l’università, nessuna cerimonia di laurea, perché qui tutto si trasformava in macerie e tutto intorno a me veniva distrutto”. Non ha mollato e ha fondato la sua start up di sviluppo software che si chiama Batikha ovvero anguria (il simbolo della solidarietà alla Palestina) per provare a dimostrare che qualcosa continua a nascere e sperare a Gaza. Durante i giorni più duri della carestia e della devastazione di Gaza ha aperto una pagina Instagram per raccontare ciò che viveva: “Mi ha permesso di raggiungere migliaia di persone a cui importava della nostra realtà e di tutto ciò che accade qui”.
Infine Hamza Abdallah Nabhan, studente di medicina, che i momenti più duri li ha vissuti in prima fila: “Per me, la medicina non è solo una disciplina accademica, ma una missione e uno stile di vita. Quando è iniziata la guerra, non potevo rimanere a guardare. Ho fatto volontariato negli ospedali di Gaza durante la guerra. Nel reparto di neurochirurgia ho ricevuto una formazione pratica intensiva. Ho curato ferite gravi al pronto soccorso e ho assistito i medici in sala operatoria, perché c’era una carenza significativa di personale medico rispetto al numero di feriti che ricevevamo”. Adesso vorrebbe formarsi non solo sul campo e intanto sopravvive: “Spacco la legna per preparare il tè e la colazione. Poi vado in un piccolo negozio a caricare il telefono perché qui nella tenda non abbiamo elettricità. Dopodiché, riempio le nostre taniche d’acqua e aspetto in fila per circa un’ora e mezza. Mi prendo anche cura di un piccolo orto che ho creato davanti alla mia tenda dove pianto aglio, fagioli, ravanelli, menta, rucola, basilico e vite. Questo giardino mi dà un po’ di pace e conforto, soprattutto perché quasi tutte le piante di Gaza sono state distrutte”.
Intervista di Claudio Jampaglia, doppiaggio di Luisa Nannipieri, Luca Parena e Dario Grande.
Continua la lettura


