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Iran e Stati Uniti, chi farà il primo passo sul nucleare?

Hassan Rouhani

La guida suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha detto oggi che per quanto riguarda l’accordo sul nucleare si aspetta dall’Occidente fatti e non più promesse. Da tempo i funzionari dell’amministrazione Biden ribadiscono che prima di rientrare nell’intesa del 2015 Teheran dovrà tornare al pieno rispetto di quell’accordo. Lo ha ricordato anche lo stesso presidente una decina di giorni fa. In sostanza iraniani e americani dicono la stessa cosa: chiedono all’altra parte di fare la prima mossa.

Il punto è proprio questo. Chi farà il primo passo? Chi tenderà per primo la mano per evitare che l’opportunità offerta dal cambio di governo negli Stati Uniti svanisca nelgiro di poco tempo? Anche se nessuno lo ammetterà ufficialmente la risposta potrebbe essere quella suggerita a inizio febbraio dal ministro degli esteri iraniano, Zarif: un’operazione congiunta e sincronizzata resa possibile da una mediazione di una terza parte. Zarif ha anche specificato che la mediazione potrebbe essere europea. I paesi europei firmatari dell’accordo di 6 anni fa – Germania, Francia e Gran Bretagna – hanno cercato di mantenere in vita l’intesa anche sotto l’amministrazione Trump. In quel caso senza alcun risultato, ma adesso le cose potrebbero andare diversamente. Certo, il contesto rimane complesso e difficile, però questa volta l’operazione potrebbe riuscire. Anche da qui l’incontro tra europei e americani di questo giovedì a Parigi.

La pandemia ha dato un ulteriore colpo all’economia iraniana, già messa a dura prova dalle sanzioni reintrodotte da Trump tra il 2018 e il 2020 e da un sistema di governo, corruzione compresa, che non funziona. Prima del coronavirus c’erano state anche molte proteste di piazza. Non usuali in un paese dove le libertà sono piuttosto limitate. La crisi economica porterà quindi il regime degli Ayatollah a una certa flessibilità, nonostante le dichiarazioni di facciata, spesso anche a uso interno, come quella che abbiamo citato di Ali Khamenei. In fondo sono anni che le autorità cercano di evitare che la stretta sulla società porti a una sua implosione. Dall’altra parte l’amministrazione Biden ha già fatto capire come non voglia solamente il ritorno all’accordo raggiunto ai tempi di Obama, ma come punti a un’intesa che tenga dentro anche il programma missilistico iraniano e l’influenza di Teheran nella regione. Ma Joe Biden sa bene che prima di tutto sia necessario fermare l’escalation cominciata con l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare nel 2018. E sa altrettanto bene come il raggiungimento di questo obiettivo richieda anche a lui flessibilità. Anche perché a giugno in Iran ci saranno le elezioni presidenziali che potrebbero dare più spazio e voce ai conservatori oltranzisti contrari a un nuovo accordo.

Se da entrambe le parti queste valutazioni dovessero prevalere sulle posizioni più rigide il passo successivo sarebbe l’apertura di un dialogo, prima indiretto e poi diretto. E qui si potrebbe inserire l’iniziativa europea, ma non solo. Questa settimana ha visitato Teheran una delegazione del Qatar. Doha ha più o meno risolto, solo da poche settimane, la lunga disputa con gli altri paesi arabi del golfo, compresa l’Arabia Saudita, nemico storico dell’Iran. Bene, tutti questi fatti sono in qualche modo collegati tra loro. Il Qatar potrebbe quindi essere utile al momento di far digerire alle monarchie del Golfo un nuovo riavvicinamento tra Washington e Teheran. Tutto questo richiede che iraniani e americani facciano insieme quel famoso primo passo e che nessuno venga lasciato da solo su strade senza ritorno, come il possibile blocco agli ispettore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica da parte di
Teheran nei prossimi giorni.

Foto | Hassan Rouhani

  • Autore articolo
    Emanuele Valenti
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    In tenda per difendere la sanità pubblica. La storia di Piero Castrataro, sindaco di Isernia

    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

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