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Intervista a Ori Givati, direttore di Breaking The Silence

Breaking The Silence
Breaking The Silence è un’associazione di ex soldati israeliani che hanno prestato servizio nell’esercito israeliano dall’inizio della Seconda Intifada a Gaza o nei territori occupati della Cisgiordania. Dal 2004 denunciano la realtà della vita quotidiana nei territori occupati raccogliendo testimonianze di ex soldati che decidono di “rompere il silenzio”. Ori Givati è il direttore dell’associazione. È stato nell’esercito israeliano dal 2010 al 2013 come comandante di carri armati e poi di nuovo nel 2016 come riservista. Nel 2017 si è unito a Breaking The Silence. Ha servito principalmente in West Bank.

Le testimonianze che raccogliamo sono su come l’occupazione è condotta. Sulla sua messa in pratica, non su singoli episodi in cui i soldati hanno infranto le regole. Ci sono anche quelli, e li denunciamo, ma ci concentriamo sull’intero meccanismo dell’occupazione, sul concetto di base che è: far sentire la nostra presenza, costantemente.
Il primo ordine che ho ricevuto dal mio comandante in West Bank è stato questo: noi dobbiamo fare in modo che i palestinesi sentano di non poter alzare la testa. E quello per me è stato devastante, in quanto israeliano. Io pensavo che le nostre operazioni militari fossero specifiche, che fossero chirurgiche, come ci piace dire. Cioè: se apriamo un check point è perché c’è una specifica macchina, ad esempio, che stiamo cercando. Se invadiamo una casa è perché c’è qualcuno pericoloso in quella casa. Quello che ho capito poi, e che vediamo dalle centinaia di testimonianze che abbiamo raccolto, è che sostanzialmente il modo in cui noi conduciamo l’occupazione è prendendo di mira TUTTI i palestinesi. La linea che separa palestinesi coinvolti in azioni violente e palestinesi pacifici per noi è estremamente sfuocata.
Anche il più pacifico dei palestinesi ha subito l’occupazione della sua casa o raid notturni dell’esercito. Il più pacifico dei palestinesi è anche quello che fermiamo ai check point mentre sta andando al lavoro, perché come dicevo prima, aprire check point a caso è parte dell’occupazione.
Sai, nel gergo militare non esiste nemmeno la parola “innocenti”, c’è solo “coinvolto” o “non coinvolto”. Per questo tutti i palestinesi sono target potenziali. E alla fine questo modo di ragionare si traduce in un controllo totale della vita di tutti i palestinesi.
Se sei palestinese vai al lavoro e la tua casa potrebbe essere invasa, vai al lavoro e potresti metterci un’ora o tre o cinque, vai a una manifestazione contro l’occupazione e vieni considerato fuorilegge, subisci continue violenze da parte dei coloni e l’esercito non viene a proteggerti. Quindi, non ti senti mai sicuro.

Quindi quello che mi stai dicendo è che è l’intero sistema che è sbagliato?

Esattamente. È il sistema. Il fatto che inviamo i nostri soldati a controllare militarmente milioni di persone, questo è il problema.

Cosa pensi di quello che sta succedendo a Gaza, e di quello che è successo in
questo mese?

Prima di tutto penso che ci stiamo ancora riprendendo, e ci vorranno anni per raccogliere i pezzi di ciò che è rimasto dopo il massacro fatto da Hamas il 7 ottobre. Tutti conosciamo almeno una persona che è stata vittima di quel giorno. È molto difficile riprendersi da una cosa del genere come società. E devo dirlo, quel massacro è una ragione sufficiente per iniziare una guerra contro chi l’ha fatto. Israele ha il diritto e il dovere di proteggere i propri cittadini. Ma non abbiamo carta bianca per fare tutto quello che vogliamo. Quello che vediamo a Gaza in questi giorni è devastante. Il modo in cui stiamo conducendo la guerra è molto problematico, per il numero di civili coinvolti.
Stiamo rivedendo le tattiche utilizzate da noi nel 2014 a Gaza e il problema principale è che sembra non ci sia un piano per il futuro. Questo è preoccupante perché l’unico motivo per fare una guerra del genere è che poi alla fine ci sia un futuro più sicuro per tutti noi. E questo non è quello che vediamo dalle dichiarazioni dei nostri leader.
Quindi mentre il motivo per cui siamo entrati in guerra questa volta è giustificato, dobbiamo però poter vedere un futuro. E il futuro non è uccidere migliaia di civili, questo non porterà niente di buono per nessuno.

Quale potrebbe essere la soluzione per un futuro della striscia di Gaza?

A questo punto non ho una buona risposta, è molto difficile capirlo ora. Ma posso dirti quello che non è una soluzione. Decidere noi, con le armi e l’esercito, quale sarà il futuro di Gaza non è una buona soluzione. Lo so perché sappiamo esattamente cosa è successo quando altre forze l’hanno fatto in passato, noi compresi. L’unica cosa che può portare un futuro migliore è capire che noi tutti staremo qui, israeliani e palestinesi. L’unico modo per vivere in pace è riconoscere questa cosa e iniziare a lavorare politicamente con questo obiettivo in testa. Qualunque cosa che non sia lavorare per uguaglianza, pace e democrazia non servirà a nulla. Quindi non so rispondere alla tua domanda, ma so dirti qual è la via d’uscita da questa situazione e sicuramente non è la guerra.

Prima citavi la strategia usata dall’esercito a Gaza nel 2014, la dottrina Dahiya.
Puoi spiegarmi di cosa si tratta? Credete che la stiano applicando anche ora nella striscia?

Non abbiamo testimonianze su cosa stanno facendo ora a Gaza, quindi non posso dirti esattamente come si stanno muovendo, ma sappiamo quello che hanno fatto in passato che sembra molto simile a quello che stanno facendo ora. La Dottrina Dahiya prende il nome da un quartiere di Beirut. E’ tutta incentrata su creare enorme distruzione nelle infrastrutture, civili e militari. Creare un grande shock nella società. Già così si capisce quanto è problematica perché significa che le infrastrutture civili rientrano nei loro obiettivi. Quando operiamo in questo modo lo facciamo sulla base del concetto di creare deterrenza. Cerchiamo di creare uno shock che possa allontanare la possibilità di altri attacchi. Ma è solo una soluzione a breve termine. Sul lungo periodo non porta pace. Lo sappiamo dalle esperienze precedenti. Lo abbiamo visto in Libano. Abbiamo usato questa dottrina contro Hezbollah. Non è servito a distruggerlo, alla fine è solo servito a renderlo più forte. Nel 2014 l’abbiamo usata contro Hamas, e vediamo ora che non è servita a niente, Hamas è diventata più forte.

C’è anche molta tensione in Cisgiordania in questi giorni. Come è cambiata lì la situazione in questi giorni?

I coloni in Cisgiordania stanno sfruttando la guerra e il fatto che tutti gli occhi sono puntati su Gaza per andare avanti con la loro missione messianica e violenta per allontanare i palestinesi dalle loro comunità, per trasferirli forzatamente. Attaccano le comunità palestinesi quotidianamente da quando questa guerra è iniziata. Usano la guerra cinicamente per attaccare i palestinesi, per ampliare le proprie colonie, e mandare via i palestinesi dalla loro terra. La cosa peggiore è che lo fanno con il supporto dello stato e dell’esercito. Il nostro ministro della sicurezza, Ben Gvir, è a sua volta un colono. Credo che mentre tutto questo succede a Gaza, i coloni stiano facendo tutto quello che possono per aumentare la violenza in Cisgiordania. Questo è molto pericoloso perché stanno aprendo un nuovo fronte nel momento più spaventoso della storia d’Israele.

Credi ci sia il rischio di un’esplosione anche in Cisgiordania?

Sì, sicuramente. I palestinesi in Cisgiordania non sono protetti da chi dovrebbe proteggerli, cioè l’esercito israeliano. Anzi, molti dei soldati che ora prestano servizio in Cisgiordania sono coloni della Cisgiordania. E attaccano i palestinesi a volte in qualità di soldati altre volte come coloni. Per forza questo crea altra violenza. Non sarei sorpreso se portasse ad una radicalizzazione anche in questi territori.

Al momento l’opinione pubblica in Israele come si posiziona?

Ci stiamo ancora riprendendo dal trauma, questo ovviamente dà vita a sempre più odio. E’ un momento molto difficile. Molte persone in Israele stanno diventando più estremiste, ma ci sono anche migliaia di persone in Israele che non vogliono questo massacro di civili a Gaza, che vogliono un futuro diverso. A partire dalle coraggiose famiglie delle vittime, che stanno chiedendo la fine dell’uccisione dei civili, stanno chiedendo uguaglianza e chiedono di riportare a casa gli ostaggi. E anche io credo che questa sia la prima cosa da fare. Ma questa non sembra essere la priorità del nostro governo.

Quale credi che sarà il momento in cui si potrà dire basta? Quando finirà
questa guerra?

Onestamente è molto difficile da dire. La cosa da fare è portare a casa gli ostaggi. Quella è la cosa per cui dobbiamo lavorare. Forse quello sarà un primo passo, deve essere il primo passo. E certamente anche le pressioni della comunità internazionale sono importanti. Ma non bisogna dimenticare quello che ha fatto Hamas, che rende tutto più complicato perché non è qualcosa a cui si può rispondere con il silenzio. È molto molto complicato.
  • Autore articolo
    Martina Stefanoni
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    «Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria». Sono le parole della procuratrice aggiunta di Milano, Alessandra Cerreti, pronunciate durante la requisitoria al processo Hydra. Ieri c'è stata la prima sentenza per una settantina di imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Tra i condannati (Mariano Rosi, Filippo Crea, Giuseppe Fidanzati e altri), stando all’inchiesta della Procura di Milano ci sono figure di primo piano del crimine organizzato in Lombardia. L’inchiesta Hydra - che ha portato al processo - ha messo in luce “un sistema mafioso lombardo”, un’alleanza tra esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. Un sistema per compiere dalle rapine alle truffe, dal riciclaggio di denaro alle intestazioni fittizie di beni, fino alle false fatturazioni, alle estorsioni. Tra i reati contestati c'è anche il traffico di droga e di armi. Pubblica ha ospitato lo storico Enzo Ciconte e il ricercatore dell’università Statale di Milano, Andrea Carnì, autore di un importante libro per la conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia uscito in questi ultimi mesi dal titolo «Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia» (Futura 2025).

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    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

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