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Approfondimenti

Springsteen on Broadway

Quando si aprono le porte del Walter Kerr Theatre – una sala con meno di mille posti – non sai bene che cosa aspettarti. Alla fine, “Springsteen on Broadway” non sarà un concerto, non un monologo, non un reading, neanche un dialogo con il pubblico e nemmeno uno spettacolo teatrale. Sarà un’alchimia perfettamente distillata di tutti questi elementi. Sarà soprattutto la meditazione a voce alta, in parole e in musica, di un uomo arrivato a quasi settant’anni che decide di voltarsi indietro con compassione. Sarà la sua “lunga e rumorosa preghiera e il suo trucco magico”, come lo definisce Springsteen stesso.

Ogni parola è pensata, misurata, mai fuori posto. La prima che pronuncia è “Dna”. Lo show si chiude con il battito del cuore riprodotto percuotendo il palmo della mano sulla cassa della chitarra. Talento naturale e cuore. Nel mezzo, la storia della sua vita. Che fa ridere, fa piangere e fa pensare.

Scenografia essenziale, luci taglienti, la sua ombra proiettata sui mattoni alle spalle, nessun elemento che distolga l’attenzione dalla sua voce, per oltre due ore. Silenzio assoluto, rotto solo da un microfono (da cui a volte si allontana), una chitarra acustica o un pianoforte, a volte un’armonica. E dagli applausi.

Quindici brani che aprono o chiudono, ciascuno, un capitolo recitato di questa grande storia americana. Canzoni di fatto autobiografiche come “My Father’s House” e “Thunder Road” sussurrate, scandite lentamente, parte integrante della narrazione. Canzoni che fanno da contrappunto e precisano il racconto parlato, già pieno di ritmo e musicalità.

Come nella sua autobiografia Born To Run, da cui il copione dello show è tratto e adattato, Bruce Springsteen racconta le presenze della sua infanzia – che persistono-, la folgorazione per Elvis a sette anni, la relazione d’amore e odio con la sua Hometown nel New Jersey, il senso di assenza verso il padre, quello di orgoglio per la madre, la prima chitarra, un’educazione cattolica frustrante, la giovinezza in cui il futuro appare come una pagina bianca, il senso di libertà e promessa dei vent’anni, la ferita della guerra del Vietnam, la lunga storia d’amore con il deserto, l’America di oggi infestata dai peggiori fantasmi del passato, l’amore che guarisce, il lavoro interiore, la forza collettiva della musica, il sacro fuoco del Rock’n’Roll, la formula magica della E Street Band, i legami con i vivi e con i morti.

Springsteen riconosce le sue fragilità, le cose contro cui lotta ogni giorno, le sue contraddizioni. Riflette, e fa riflettere, sulla fiducia, sull’amore negato, sulla mortalità, sull’anima della nazione americana. L’unica citazione è riservata a Martin Luther King: “L’arco dell’universo morale è lungo ma tende verso la giustizia”.

Non c’è niente di più lontano da un suo concerto di tre ore e mezza a San Siro, ma questo show non è meno potente. In teatro, Springsteen a tratti sembra un predicatore, altre volte uno stand-up comedian, altre ancora un paziente seduto sul lettino dello psicanalista. È come se ci avesse invitati nel soggiorno di casa sua per rivelarci qualcosa di intimo e prezioso.

“Spero di essere stato un buon compagno di viaggio”.

La musica parte e si interrompe, entra, esce e rientra. Scorre. La sequenza di canzoni, una dietro l’altra, si fa più fitta nella seconda parte: la moglie Patti Scialfa lo raggiunge sul palco per i duetti su “Tougher Than the Rest” e “Brilliant Disguise”. Una menzione a parte per “Born in the USA” suonata in una stridente versione blues. Un lamento contro la guerra che questa volta non può essere equivocato.

Per chiudere, naturalmente, con “Born to Run” e quel cuore che batte in un  teatro pervaso di pace e commozione.

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  • Autore articolo
    Valentina Redaelli
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Approfondimenti

Cronaca della lunga notte elettorale

ore 08.49: Donald Trump sale sul palco del suo quartier generale di New York. Da pochi minuti ha avuto la certezza di essere il nuovo presidente degli Stati Uniti. “Ho appena ricevuto una telefonata da Hillary Clinton, che si è congratulata con me. Adesso è arrivato il momento di curare le ferite della divisione. Mi impegno di fronte a ogni cittadino di questo Paese a essere il presidente di tutti gli americani”. Queste le sue prime parole da President-Elect.

ore 08.35: Donald Trump strappa ai democratici Pennsylvania (20) e Wisconsin (10). Raggiunge i 278 voti elettorali. E’ il prossimo presidente degli Stati Uniti.

ore 08.20: Questi gli Stati ancora da assegnare, per un totale di 72 voti elettorali:

  • New Hampshire (4)
  • Pennsylvania (20)
  • Michigan (16)
  • Wisconsin (10)
  • Minnesota (10)
  • Arizona (11)
  • Nebraska Congressional District 2 (1)

Trump ne ha già conquistati 248. Gliene mancano 22 per diventare presidente.
Clinton ne ha 218. Gliene mancano 52.

ore 08.15: Trump vince anche l’Alaska (3) e il secondo distretto congressuale del Maine (1) e raggiunge 248 voti elettorali.

Hillary Clinton conserva il Maine (3) ed è ferma a 218 voti elettorali.

ore 08.05: John Podesta, il responsabile della campagna di Hillary Clinton, ha appena detto che “Hillary non ha intenzione di riconoscere la sua sconfitta stanotte (a New York sono le 2 di notte, ndr), perché molti Stati sono ancora incerti”

ore 07.40: Tutti gli occhi puntati sulla Pennsylvania (20 voti elettorali).
Lo spoglio delle schede è al 99%.
Trump 48,9%
Clinton 47,6%

La vittoria di Trump in Pennsylvania è praticamente certa.

ore 07.30: Le operazioni di scrutinio negli Stati ancora contesi sono molto più lunghe del previsto.

Restano da assegnare 79 voti elettorali.

A Hillary Clinton mancano 55 voti elettorali per raggiungere la soglia dei 270. A Donald Trump 26.

Questi gli Stati ancora da assegnare:

  • Maine (3)
  • New Hampshire (4)
  • Pennsylvania (20)
  • Michigan (16)
  • Wisconsin (10)
  • Minnesota (10)
  • Arizona (11)
  • Alaska (3) – sicuramente repubblicano
  • Nebraska Congressional District 2 (1)
  • Maine Congressional District 2 (1)

Se Hillary Clinton perde la Pennsylvania, perde quasi sicuramente le elezioni.

ore 07.00: Le urne hanno chiuso in tutti gli Stati.
Lo spoglio delle schede negli Stati contesi non ancora assegnati sta allungando i tempi per il risultato definitivo. Restano da assegnare 79 voti elettorali.

A Hillary Clinton mancano 55 voti elettorali per raggiungere la soglia dei 270. A Donald Trump 26.

Questi gli Stati ancora da assegnare:

  • Maine (3)
  • New Hampshire (4)
  • Pennsylvania (20)
  • Michigan (16)
  • Wisconsin (10)
  • Minnesota (10)
  • Arizona (11)
  • Alaska (3) sicuramente repubblicano
  • Nebraska Congressional District 2 (1)
  • Maine Congressional District 2 (1)

ore 06.50: Nel frattempo i repubblicani hanno conservato la maggioranza nei due rami del Congresso: Camera dei rappresentanti e Senato.

ore 06.40: Hillary Clinton vince in Nevada (6).
Situazione aggiornata dei voti elettorali: Trump 244 – Clinton 215.
Ne restano da assegnare 79
nei seguenti Stati:

  • Maine (3)
  • New Hampshire (4)
  • Pennsylvania (20)
  • Michigan (16)
  • Wisconsin (10)
  • Minnesota (10)
  • Arizona (11)
  • Alaska (3) – sicuramente repubblicano
  • Nebraska Congressional District 2 (1)
  • Maine Congressional District 2 (1)

ore 06.30: Aggiornamento sui dati reali parziali negli Stati contesi:

Pennsylvania, 95% di schede scrutinate: Trump e Clinton sono pari a 48,2%

Maine, 69% di schede scrutinate: Clinton 48,1% – Trump 45,1%

New Hampshire, 78% di schede scrutinate: Trump 47,9% – Clinton 47,00%

Michigan, 75% di schede scrutinate: Trump 47,8% – Clinton 47,1%

Wisconsin, 85% di schede scrutinate: Trump 49,3% – Clinton 45,5%

Minnesota, 70% di schede scrutinate: Clinton 48,9% – Trump 43,3%

Arizona, 64% di schede scrutinate: Trump 49,4% – Clinton 45,8%

Nevada, 31% di schede scrutinate: Clinton 49,3% – Trump 44,8%

ore 05.50: Situazione aggiornata dei voti elettorali: Trump 244 – Clinton 209.
Nel frattempo Trump ha vinto anche l’Iowa (6) e la Georgia (16).

Restano ancora da assegnare 85 voti elettorali. A Trump ne mancano solo 26 per diventare presidente.

  • Maine (3)
  • New Hampshire (4)
  • Pennsylvania (20)
  • Michigan (16)
  • Wisconsin (10)
  • Minnesota (10)
  • Nevada (6)
  • Arizona (11)
  • Alaska (3) – sicuramente repubblicano
  • Nebraska Congressional District 2 (1)
  • Maine Congressional District 2 (1)

ore 05.40: Trump ha vinto la Florida (29). Era lo Stato totalmente incerto con il maggior numero di voti elettorali in palio.

Clinton ha vinto lo Stato di Washington (12), nessuna sorpresa.

ore 05.33: Trump ha vinto lo Utah (6), Stato tradizionalmente repubblicano.

La situazione aggiornata dei voti elettorali:

Trump 193:  Indiana, Kentucky, West Virginia, Tennessee, Oklahoma, South Carolina, Mississippi, Alabama, North Dakota, South Dakota, Wyoming, Nebraska, Kansas, Texas, Arkansas, Louisiana, Montana, Missouri, Ohio, North Carolina, Idaho, Utah.

Clinton 190: Vermont, Massachusetts, New Jersey, Maryland, Delaware, Rhode Island, District of Columbia, Illinois, New York, Connecticut, New Mexico, California, Hawaii, Colorado, Virginia.

ore 05.15: Aggiornamento sui dati reali parziali negli Stati contesi:

New Hampshire, 56% di schede scrutinate: Trump 49,2% – Clinton 45,04%

Florida, 99% di schede scrutinate: Trump 49,1% – Clinton 47,7%

Michigan, 52% di schede scrutinate: Trump 48,1% – Clinton 46,8%

Wisconsin, 61% di schede scrutinate: Trump 49,1% – Clinton 45,7%

Minnesota, 35% di schede scrutinate: Clinton 50,4% – Trump 41,8%

New Mexico, 63% di schede scrutinate: Clinton 48,8% – Trump 40,2%

Iowa, 32% di schede scrutinate: Clinton 47,4% – Trump 42%

Arizona, 30% di schede scrutinate: Trump 49,2% – Clinto 46%

Nevada, 1% di schede scrutinate: Trump 67,9% – Clinton 26,6%

ore 05.10: Trump ha vinto il North Carolina (15). Era uno Stato totalmente incerto alla vigilia.

ore 05.00: Chiudono le urne in California, Stato di Washington, Alaska, Hawaii e Oregon.

ore 04.55: Gli Stati ancora contesi da tenere d’occhio a questo punto della notte:

  • Wisconsin
  • Pennsylvania
  • Michigan
  • Minnesota
  • North Carolina
  • Florida
  • New Hampshire
  • Iowa
  • Arizona
  • Nevada
  • New Mexico
  • Nebraska (Congressional District 2)
  • Maine (Congressional District 2)

ore 04.50: Hillary Clinton ha vinto il Colorado (9 voti elettorali) e la Virginia (13 voti elettorali).

La situazione aggiornata dei voti elettorali: Trump 168 – Clinton 131

ore 04.30: L’Ohio (18 voti elettorali) è il primo Stato incerto a essere assegnato. Ha vinto Trump.

La situazione aggiornata dei voti elettorali:

Trump 168:  Indiana, Kentucky, West Virginia, Tennessee, Oklahoma, South Carolina, Mississippi, Alabama, North Dakota, South Dakota, Wyoming, Nebraska, Kansas, Texas, Arkansas, Louisiana, Montana, Missouri, Ohio.

Clinton 109: Vermont, Massachusetts, New Jersey, Maryland, Delaware, Rhode Island, District of Columbia, Illinois, New York, Connecticut, New Mexico.

ore 04.05: Situazione aggiornata dei voti elettorali, quando nessuno Stato incerto è ancora stato assegnato:

Trump 140:  Indiana, Kentucky, West Virginia, Tennessee, Oklahoma, South Carolina, Mississippi, Alabama, North Dakota, South Dakota, Wyoming, Nebraska, Kansas, Texas, Arkansas, Louisiana, Montana.

Clinton 104: Vermont, Massachusetts, New Jersey, Maryland, Delaware, Rhode Island, District of Columbia, Illinois, New York, Connecticut.

ore 04.00: Seggi chiusi in Idaho, Montana, Utah (Stati repubblicani); Iowa, Nevada (Stati in bilico); Oregon (Stato democratico).

ore 03.40: Aggiornamento sugli Stati contesi:

New Hampshire, 24% di schede scrutinate: Trump 47,5% – Clinton 47,3%

Virginia, 90 % di schede scrutinate: Trump 47,6% – Clinton 47,3%

North Carolina, 55% di schede scrutinate: Trump 49,9% – Clinton 47,5

Georgia, 45% di schede scrutinate: Trump 58,1% – Clinton 39,2%

Florida, 94% di schede scrutinate: Trump 49,2% – Clinton 47,7%

Ohio, 50% di schede scrutinate: Trump 53,1% – Clinton 42,7%

Michigan, 15% di schede scrutinate: Trump 50,1% – Clinton 44,8%

Wisconsin, 24% di schede scrutinate: Trump 50,2% – Clinton 44,7%

Minnesota, 4% di schede scrutinate: Trump 46,8% – Clinton 45,7%

Missouri, 4% di schede scrutinate: Trump 55,6% – Clinton 40,4%

Colorado, 44% di schede scrutinate: Trump 49,3% – Clinton 43,3%

New Mexico, 33% di schede scrutinate: Trump 53,4% – Clinton 36,4%

ore 03.05: Situazione aggiornata sui voti elettorali:

Trump 123: Indiana, Kentucky, West Virginia, Tennessee, Oklahoma, South Carolina, Mississippi, Alabama, North Dakota, South Dakota, Wyoming, Nebraska, Kansas, Texas.
Clinton 97: Vermont, Massachusetts, New Jersey, Maryland, Delaware, Rhode Island, District of Columbia, Illinois, New York.

ore 03.00: Chiudono le urne in Arizona, Colorado, Minnesota, New Mexico, Wisconsin (Stati incerti);
Louisiana, Nebraska, Wyoming (Stati solidamente repubblicani); New York (Stato sicuramente democratico)

ore 02.55: Tweet di Hillary Clinton: “Questa squadra ha così tanto di cui essere orgogliosa. Qualsiasi cosa succeda stanotte, grazie di tutto”.

ore 02.35: Situazione aggiornata sui voti elettorali:

Trump 66: Indiana, Kentucky, West Virginia, Tennessee, Oklahoma, South Carolina, Mississippi, Alabama.
Clinton 68: Vermont, Massachusetts, New Jersey, Maryland, Delaware, Rhode Island, District of Columbia, Illinois.

Ancora troppe poche schede scrutinate per dichiarare con certezza il vincitore in questi Stati contesi: Florida, Virginia, Georgia, New Hampshire, Ohio, North Carolina, Pennsylvania e Michigan.

ore 02.30: Chiudono le urne in Arkansas.

ore 02.10: Situazione aggiornata sui voti elettorali, in base ai dati reali:

Trump 51: Indiana, Kentucky, West Virginia, Tennessee, Oklahoma, South Carolina.
Clinton 44: Vermont, Massachusetts, New Jersey, Maryland, Delaware.

ore 02.00: Urne chiuse in:
Pennsylvania, Michigan, due Stati contesi.

Connecticut, Delaware, Rhode Island, District of Columbia, Illinois, Maine, Maryland, Massachusetts, New Jersey: sono Stati sicuramente democratici.

Alabama, Kansas, Mississippi, Missouri, North Dakota, South Dakota, Oklahoma, Tennessee, Texas: sicuramente repubblicani.

ore 01.50: La South Carolina (9) a Trump (fonte NBC News). E’ uno Stato solidamente repubblicano.
Trump quindi ha 33 voti elettorali, Hillary è ferma a 3.

ore 01.40: Trump ha vinto in West Virginia (5). Tutto previsto.
Al momento Trump ha 24 voti elettorali. Clinton 3.

ore 01.30: Urne chiuse in Ohio, North Carolina, West Virginia e South Carolina.

ore 01.15: Chiusi i seggi anche in Virginia, Florida, Georgia e New Hampshire. Sono quattro Stati contesi. Lo spoglio è solo all’inizio.

ore 01.00: Chiusi i primi seggi. Arrivano i primi dati reali parziali. Per ora nessuna sorpresa.
Indiana (11 voti elettorali) e Kentucky (8) a Donald Trump.
Vermont (3) a Hillary Clinton.

***

Ci siamo. Dall’una di notte (ora italiana) chiudono i primi seggi sulla costa est degli Stati Uniti. Da quel momento questa pagina verrà aggiornata in tempo reale con gli exit polls e le proiezioni dagli Stati contesi e con tutti i risultati definitivi man mano che arrivano, finché non ci sarà il nome del prossimo presidente.

Da mezzanotte, in streaming o sui 107.6 FM, la diretta non stop di Radio Popolare/Popolare Network con tanti ospiti, collegamenti con i nostri inviati e primi commenti a caldo.

Nell’attesa un breve punto della situazione.

Il sistema elettorale. Ogni Stato rappresenta un collegio elettorale maggioritario (le uniche due eccezioni sono Maine e Nebraska che hanno un sistema misto, basato anche sui “Congressional Districts”). A ogni Stato viene assegnato un numero di voti elettorali in proporzione al numero di abitanti e uguale al numero di parlamentari che esprime. I voti elettorali totali in palio sono 538. A un candidato ne servono 270 (la metà +1) per diventare presidente. Salvo le due eccezioni di Maine e Nebraska, il candidato che ottiene più consensi in uno Stato si prende tutti i voti elettorali di quello stesso Stato. In caso, raro ma non impossibile, di parità – 269 a 269 – sarà la Camera dei rappresentanti che si insedia a gennaio a votare a maggioranza il prossimo presidente.

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Questa è la situazione di partenza: gli Stati sicuri al cento per cento per Donald Trump e per Hillary Clinton.

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Gli Stati in grigio, ancora da assegnare, si dividono così:

LIKELY DEMOCRAT
Hillary Clinton è favorita nei sondaggi. Se li conquistasse tutti arriverebbe a 268 voti elettorali, due in meno rispetto alla soglia fatidica. Se perdesse anche solo due di questi Stati per lei potrebbe mettersi male:
Pennsylvania 
Virginia
Michigan
Wisconsin
Minnesota
Colorado
New Mexico

LIKELY REPUBLICAN
Georgia
Utah, Stato solidamente conservatore, che assegna 6 voti elettorali. Quest’anno però c’è un’incognita che si chiama Evan McMullin, un candidato indipendente che può mettere in difficoltà Trump, altrimenti destinato a una vittoria certa. McMullin ha lavorato per la Cia, poi per Goldman Sachs ed è stato iscritto al Partito repubblicano, ricoprendo anche incarichi pubblici. Ma soprattutto è di fede mormone, come la stragrande maggioranza degli abitanti dello Utah. Probabilmente non sarà lui a vincere (nessun candidato indipendente ha mai vinto in uno Stato dal 1968), ma può sottrarre voti, soprattutto tra i conservatori moderati, a Donald Trump. E comunque nulla è scontato.

BATTLEGROUND STATES
Qui il margine tra i due candidati è così ridotto da non poter fare previsioni certe. Saranno uno o più tra questi Stati contesi a essere decisivi per il prossimo presidente:

Florida
North Carolina
New Hampshire
Ohio
Iowa
Arizona
Nevada
Nebraska – Congressional District 2
Maine – Congressional District 2

 

Dal sito FiveThirtyEight: le previsioni dei margini di vittoria negli Stati non sicuri
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    Valentina Redaelli
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Approfondimenti

Guida pratica alle elezioni americane

Martedì 8 novembre si vota per eleggere il 45° presidente degli Stati Uniti, che svolgerà il 58° mandato presidenziale.

Al voto 50 Stati + il District of Columbia (la capitale Washington), in un territorio che si estende su 6 fusi orari.

I primi seggi aprono sulla East Coast, a seconda degli Stati, tra le 6am e7am (Eastern Time), cioè tra le 12 e le 13 ora italiana.

Le urne chiudono in tutti gli Stati tra le 7pm e le 8pm, tranne in Iowa e North Dakota dove chiudono alle 9pm. Il che significa che i primi exit polls e proiezioni dagli Stati sulla costa atlantica arriveranno quando in Italia è l’una di notte di mercoledì 9 novembre.

A partire dalle 11pm (ET), le 5 del mattino in Italia, si potrà conoscere un numero sufficiente di risultati definitivi nei singoli Stati, tale da poter individuare con certezza il nome del nuovo presidente. Ogni momento è buono, ma se ci fossero diversi Stati “too close to call” (con un testa a testa all’ultimo voto), i tempi potrebbero allungarsi, anche di parecchie ore.

Da mezzanotte gli aggiornamenti in tempo reale sul sito e la diretta non stop di Radio Popolare/Popolare Network con tanti ospiti, collegamenti con i nostri inviati e primi commenti a caldo.

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I FUSI ORARI: Eastern Time (ET) -6 ore dall’Italia; Central Time (CT) -7 dall’Italia; Mountain Time (MT) -8 dall’Italia; Pacific Time (PT) -9 dall’Italia; Hawaii-Aleutian Time (HT) -10 dall’Italia; Alaska Time (AKT) -11 dall’Italia

 

Il sistema dei voti elettorali

Ogni Stato rappresenta un collegio elettorale maggioritario (le uniche due eccezioni sono Maine e Nebraska che hanno un sistema misto, basato anche sui “Congressional Districts”). A ogni Stato viene assegnato un numero di voti elettorali in proporzione al numero di abitanti e uguale al numero di parlamentari che esprime. I voti elettorali totali in palio sono 538. A un candidato ne servono 270 (la metà +1) per diventare presidente. Salvo le due eccezioni di Maine e Nebraska, il candidato che ottiene più consensi in uno Stato si prende tutti i voti elettorali di quello stesso Stato. In caso, raro ma non impossibile, di parità – 269 a 269 – sarà la Camera dei rappresentanti che si insedia a gennaio a votare a maggioranza il prossimo presidente.

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Stati certi e Stati “probabili”

Per Donald Trump i collegi elettorali considerati sicuri o molto probabili sono 22, per un totale di 163 voti elettorali. Di questi fa parte anche lo Utah, Stato solidamente conservatore, che assegna 6 voti elettorali. Quest’anno però c’è un’incognita che si chiama Evan McMullin, un candidato indipendente che può mettere in difficoltà Trump, altrimenti destinato a una vittoria certa. McMullin ha lavorato per la Cia, poi per Goldman Sachs ed è stato iscritto al Partito repubblicano, ricoprendo anche incarichi pubblici. Ma soprattutto è di fede mormone, come la stragrande maggioranza degli abitanti dello Utah. Probabilmente non sarà lui a vincere (nessun candidato indipendente ha mai vinto in uno Stato dal 1968), ma può sottrarre voti, soprattutto tra i conservatori moderati, a Donald Trump. E comunque nulla è scontato.

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Hillary Clinton sulla carta può contare su 252 voti elettorali da 16 Stati di tradizionale fede democratica, quindi sicuri, e da 6 Stati “likely Democrat”, cioè orientati con un certo margine di vantaggio verso il Partito democratico. Tra questi ultimi, oltre a Minnesota e New Mexico, sono da tenere d’occhio gli Stati dove i sondaggi più recenti indicano che quel margine resiste ma si è ridotto:

Pennsylvania: “La Pennsylvania è Philadelphia e Pittsburgh con l’Alabama in mezzo”. La frase fu attribuita anni fa a James Carville, un ex consigliere politico di Bill Clinton. In effetti, le due principali città votano democratico, le zone rurali e industriali nel mezzo – meno popolose – sono profondamente conservatrici: qui la prevalente popolazione bianca, working-class, disillusa e impoverita, costituisce la tipica base elettorale di Trump. La vera incognita è l’affluenza. Non è un caso quindi che Hillary Clinton abbia scelto di chiudere la sua campagna a Philadelphia con un grande evento con suo marito Bill, gli Obama e Bruce Springsteen.

Virginia: Obama è riuscito a conquistare lo Stato dopo dieci vittorie consecutive dei candidati repubblicani. I cambiamenti demografici dell’ultimo decennio fanno pendere la Virginia verso Hillary Clinton. È lo Stato del candidato vicepresidente democratico, Tim Kaine, che fu anche governatore.

Wisconsin: Ha votato per i democratici dal 1984. Ma la maggioranza bianca e working class del suo elettorato è il target su cui Trump ha puntato con grande investimento di denaro.

Colorado: La composizione demografica dello Stato è cambiata negli ultimi dieci anni: un abitante su cinque ha origini ispaniche, è aumentata la popolazione con un più alto grado di istruzione e più benestante, è cresciuta la presenza di donne nelle aree suburbane. Il Colorado ha votato Obama nel 2008 e nel 2012, dopo una lunga serie di vittorie repubblicane.

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Gli Stati incerti

Restano da assegnare altri 123 voti elettorali dai collegi competitivi, (tra cui un “Congressional District” ciascuno, che vale un solo voto elettorale, per Nebraska e Maine). Saranno uno o più Stati tra questi a essere decisivi per il prossimo presidente:

Florida (29 voti elettorali): È il terzo Stato più importante per numero di voti elettorali. Ha una composizione demografica molto varia: 17% di abitanti over 65, 15% di afroamericani, 25% di origine ispanica, con una significativa presenza di cubani storicamente più vicini ai repubblicani. Nel 2008 e nel 2012 ha votato Obama. La situazione di oggi è quella che gli americani definiscono “Toss-Up”, cioè alla vigilia il nome del vincitore si può solo tirare a sorte.

North Carolina (15): dal 1980 fino al 2004 ha votato repubblicano. Obama ha vinto di misura nel 2008 ma ha perso nel 2012, l’unico “Swing State” che non è riuscito a mantenere. Toss-Up.

Georgia (16): Stato conservatore, l’ultima volta che ha scelto un candidato democratico fu nel 1992 con Bill Clinton. Quest’anno potrebbe profilarsi una competizione con margini più sottili del solito.

New Hampshire (4): Tutti i sondaggi hanno dato Hillary Clinton in vantaggio per gran parte della campagna elettorale, ma si segnala una ripresa di Trump nelle ultime settimane. Nel 2000 il New Hampshire scelse George W. Bush e quella fu l’ultima volta in cui vinse un candidato repubblicano.

Michigan (16): Anche il Michigan, patria dell’industria automobilistica, pareva destinato a una vittoria facile per Hillary Clinton. Ma la candidata sembra aver perso terreno negli ultimi giorni e Trump intravede la possibilità di un sorpasso. L’ultimo candidato repubblicano vincente fu George Bush padre nel 1988.

Ohio (18): Nessun repubblicano è mai diventato presidente senza prendersi l’Ohio. Dal 1964 questo Stato ha sempre premiato il candidato che ha conquistato la Casa bianca. Da qui il detto: “As goes Ohio so goes the nation”, dove va l’Ohio va la anche la nazione. Ma il suo elettorato – con una prevalenza di anziani, bianchi e con basso grado di istruzione – non è più un campione così rappresentativo della popolazione americana come in passato. Nel 2016 potrebbe votare Trump senza essere decisivo per la presidenza.

Iowa (6): L’unica volta, in anni recenti, in cui l’Iowa ha votato un candidato repubblicano è stato nel 2004 con George W. Bush. Bill Clinton e Barack Obama hanno vinto ogni volta che si sono presentati. Ma il declino economico ha segnato gli abitanti dell’Iowa e, in quello scontento, Donald Trump ha trovato terreno fertile.

Arizona (11): Nonostante la crescente popolazione ispanica, l’Arizona dal 1996 ha sempre votato per il candidato repubblicano. L’elettorato quest’anno potrebbe essere meno compatto rispetto al passato.

Nevada (6): È lo Stato che rispecchia l’alternanza che si è registrata a livello nazionale: Bill Clinton-George W. Bush-Barack Obama. Dal 1980 ha sempre votato per chi è diventato presidente. Per gli investimenti e i posti di lavoro creati nei casinò di Las Vegas, Trump gode di una certa popolarità. Ma i suoi ripetuti insulti a donne e ispanici hanno fatto registrare una ripresa di Hillary Clinton. Toss-Up.

 

Dal sito FiveThirtyEight: le previsioni dei margini di vittoria negli Stati non sicuri

 

 

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I risultati del 2012. Obama 332 voti elettorali, Romney 206

 

Qui le mappe con i risultati di tutte le elezioni presidenziali del passato.

 

Le altre competizioni elettorali

Tutta l’attenzione è concentrata, soprattutto all’estero, sul duello Trump-Clinton per la presidenza ma l’8 novembre si vota anche per alcune consultazioni locali (legalizzazione della marijuana, possesso di armi, finanziamenti alla scuola pubblica, per esempio), per il rinnovo di 12 governatori statali e di gran parte del Congresso. Le elezioni di Camera e Senato non sono meno importanti perché andranno a definire la maggioranza nei due rami del parlamento, con cui il presidente dovrà continuamente confrontarsi.

Attualmente i repubblicani controllano il Senato. Martedì si vota per il rinnovo di 34 senatori su 100. Per conquistare la maggioranza, i democratici devono strappare quattro seggi ai repubblicani se Hillary Clinton viene eletta presidente, poiché il suo vice diventa presidente del Senato e in caso di parità (50-50) il suo voto diventa determinante. Se invece Donald Trump va alla Casa bianca, i seggi da conquistare per una maggioranza democratica sono 5.

La Camera dei Rappresentanti viene rinnovata completamente, per un totale di 435 deputati. I repubblicani controllano anche questo ramo del Congresso dalle elezioni di metà mandato del 2010. La legislatura uscente vede 247 repubblicani e 188 democratici. Questo significa che i democratici dovrebbero strappare agli avversari almeno 30 seggi. Un’impresa non facile ma nemmeno impossibile.

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    Valentina Redaelli
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Tutte le volte che ci hanno provato

Il primo progetto, e l’unico mai realizzato, risale all’epoca delle Guerre puniche, al 251 a.C.
Plinio il Vecchio racconta di un ponte galleggiante fatto di barche e botti per trasportare dalla Sicilia al continente 140 elefanti, sottratti ai Cartaginesi.

In tempi più moderni, a metà Ottocento, ci hanno provato – e rinunciato – i Borboni e poi i Savoia quando, subito dopo l’Unità d’Italia, hanno accantonato il progetto di un tunnel sottomarino.

L’Uomo conquista la luna ma il ponte di Messina rimane la grande utopia del Novecento. Il sogno di unire Scilla e Cariddi resiste, anzi torna prepotente nel corso della Prima Repubblica, finché all’inizio degli anni Ottanta i governi del Pentapartito costituiscono la società Stretto di Messina Spa. Nell’estate del 1984 – Craxi è presidente del Consiglio – il quotidiano La Repubblica titola: “Nove italiani su dieci vogliono il ponte sullo Stretto”.

Passano i governi, i partiti, si avvicendano le Repubbliche e gli studi di fattibilità e le grandi opere si impongono nel dibattito politico. Nella campagna elettorale del 2001 – Berlusconi contro Rutelli – entrambi i candidati si spendono per la realizzazione del ponte.

Berlusconi lo promette quando governa e quando è all’opposizione. Nel 2004 Bruno Vespa lo accoglie a Porta a Porta con un plastico del ponte in stile Golden Gate.

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Ancora, cadono e resuscitano i governi ma il presidente-operaio non demorde: “Io sognavo – perché l’ho sempre avuto nel cuore – di potere, prima di morire, passare sul Ponte”, confessa Berlusconi durante la sua ultima campagna elettorale, nel febbraio 2013. “Il Ponteeeee! Che farà della Sicilia una terra super italiana. Con la nostra vittoria aprirà subito il cantiere del ponte”. Ma quelle elezioni non le vince nessuno.

A progetto non ancora ultimato, già si stimano 600 milioni di euro spesi in consulenze. Le stime sul costo complessivo dell’opera – un ponte sospeso a campata unica che batterebbe tutti i record mondiali – continuano a lievitare sulla carta: nel 2005 si calcolano 3 miliardi e 880 milioni di euro; nel 2010, 6 miliardi e trecento miloni di euro. Solo un anno dopo i miliardi previsti sono almeno 8.

L’ultimo progetto – che viene poi bloccato dal governo Monti nel 2012 – prevedeva una struttura principale lunga 3.666 metri e 40 chilometri di raccordi stradali e ferroviari, tra Sicilia e Calabria. In una zona ad alto rischio sismico, con una geologia complessa, e in un tratto di mare con correnti forti.

Ma non c’è solo la natura ostile: due importanti istituzioni esprimono indirettamente il loro parere contrario alla realizzazione del ponte sullo Stretto: la Direzione investigativa antimafia porta davanti al parlamento le prove dei tentativi delle mafie di mettere le mani sugli appalti. E la Commissione di Bruxelles, nel 2011, cancella il ponte dalla mappa dei corridoi strategici transeuropei, escludendolo quindi dai finanziamenti dell’Ue.

La magistratura apre due inchieste. Sembra tutto finito, o almeno congelato. Persino la Stretto di Messina Spa viene messa in liquidazione nel 2013. Poi un anno fa il ministro dell’Interno Angelino Alfano (governo Renzi) rispolvera il grande sogno che fu del console romano Lucio Cecilio Metello: “Come gruppi parlamentari di Area Popolare abbiamo già pronto un disegno di legge che rimette in moto il ponte sullo Stretto. E io so già che un pezzo della sinistra italiana si opporrà. Eccome se si opporrà!”.

Matteo Renzi no, non si oppone. Anzi, oggi ha rilanciato: “Il Ponte crea centomila posti di lavoro ed è utile per tornare ad avere una Sicilia più vicina e per togliere la Calabria dal suo isolamento”. Parole già sentite in passato. Ma il ponte si farà o no?

Renzi, alla politica manca la progettazione del futuro

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    Valentina Redaelli
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Il ritorno di Springsteen nel “suo” stadio San Siro

“Qual è il mio preferito dei concerti? Mah, quello che devo ancora fare, senza ombra di dubbio”. Claudio Trotta, fondatore e titolare di Barley Arts – l’uomo che organizza i concerti di Bruce Springsteen in Italia da molti anni – è impegnato con gli ultimi preparativi per il doppio appuntamento allo stadio San Siro (e poi per la data di Roma, il 16 luglio).

Domenica 3 luglio e martedì 5 Bruce Springsteen e la E Street Band arrivano a Milano con il The River Tour, partito negli Stati Uniti a gennaio nella “versione originaria” che prevedeva ogni sera l’esecuzione dell’intero omonimo album del 1980 all’interno di una scaletta più ampia, e sbarcato a maggio in Europa in un formato più abituale (che ha lasciato una parte dei fan un po’ scettici), ma sempre pieno di sorprese: una media di 34 canzoni pescate dal repertorio più vario, in tre ore e mezza di concerto.

“Di questo tour – ci racconta Claudio Trotta – finora ho visto due date, a Monaco e a Goteborg. Il primo non mi ha entusiasmato, l’altro è stato sublime dal primo secondo all’ultimo. A Oslo, ultima tappa del tour prima di Milano, ho visto che ha fatto 13 brani da ‘The River’: il concerto in Europa in cui ha attinto di più da quell’album. E vedo che sta sempre più implementando qui in Europa un repertorio meno ‘di massa’“.

Vedremo che cosa avrà riservato Springsteen per Milano. E vedremo anche se il suo pubblico di San Siro (circa 60mila persone a sera) – noto per un’accoglienza molto calorosa – avrà riservato per lui qualche sorpresa. Il legame tra Springsteen e lo stadio è “antico”, risale al 1985 e quest’anno si esibirà lì per la sesta e settima volta. Trotta conferma: “Bruce dice a me, ma anche pubblicamente, che San Siro è uno dei suoi posti preferiti al mondo. E’ presumibile aspettarsi che ci sarà molto da divertirsi”.

Probabilmente anche fino a tardi. Infatti a Milano non ci sarà il coprifuoco. “L’assessore D’Alfonso – spiega Trotta – si è inventato un meccanismo per cui si può suonare fino a mezzanotte e mezza, a patto che l’organizzatore paghi una certa cifra al Comune per aiutare a coprire le spese relative all’incremento dei mezzi pubblici. E io ho deciso di pagare un euro a persona”. Il trasporto pubblico sarà gratuito, o meglio, compreso nel prezzo del biglietto del concerto.

Per Claudio Trotta i concerti di Bruce Springsteen sono lavoro ma anche passione: “In questi giorni sono incasinato con l’organizzazione di Milano e Roma, ma non escludo di andarlo a vedere da altre parti, non so a Parigi o a Zurigo. Tanto ogni sera è una storia diversa“.

Qui tutte le info utili per i concerti

 

Ascolta qui l’intervista a Claudio Trotta a cura di Dario Falcini

claudio trotta

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Il genocidio armeno e la Memoria

In seguito allo scontro diplomatico tra Turchia e Germania sul riconoscimento del genocidio armeno, vi riproponiamo la puntata speciale di “Tempi supplementari” dedicata al centenario del genocidio del popolo armeno, andata in onda nell’aprile del 2015.

Lo sterminio partì con rastrellamenti e operazioni di pulizia etnica a Costantinopoli, la capitale dell’Impero Ottomano, la notte del 24 aprile 1915.

Ormai restano in vita pochissimi testimoni diretti, oggi ultracentenari. Il ricordo, come vedremo, viene tramandato da figli, nipoti e bisnipoti delle vittime e dei superstiti. Abbiamo raccolto alcune di queste storie familiari, insieme alla ricostruzione di ciò che è stato ed è passato sotto silenzio per molti anni.

E allora cominciamo questo viaggio nella Memoria, con un servizio realizzato qualche anno fa da Chiara Battaglia per Radio Popolare…

chiara battaglia reportage

La persecuzione, come abbiamo sentito, partì dall’antica Istanbul, con l’annientamento della mente pensante della popolazione, ma i fatti più gravi avvennero nella parte centro-orientale dell’Anatolia. Tra le vittime anche molti antenati di Baykar Sivazliyan , presidente dell’Unione armeni in Italia. Chawki Senouci lo ha intervistato…

sivazlian 01 la sua famiglia

L’Impero ottomano era al collasso. I nazionalisti, soprattutto ufficiali dell’esercito, decisero di salvare la popolazione turca, che era dislocata in zone separate tra loro: in mezzo, le aree abitate dalle minoranze: curdi, greci e armeni, questi ultimi, la minoranza più numerosa.

Dal 1915, per tre anni, i Giovani turchi usarono i curdi, di fede islamica, per massacrare le altre due minoranze cristiane. Curdi, che poi vennero sterminati a loro volta dopo il 1918. Ma il genocidio del popolo armeno non fu una questione religiosa. Fu perpetrato in nome di un preciso disegno nazionalistico, il panturchismo.

Come è stato possibile che i giovani turchi, un movimento nato per promuovere la democrazia, si siano macchiati di una colpa così grave, la stessa dei nazisti venticinque/trent’anni più tardi? Sentiamo ancora Baykar Sivazliyan …

sivazlian 02 i turchi come i nazisti ok

In questa prima parte dell’intervista a Baykar Sivazlian, avete sentito citare Morgenthau, un nome che tornerà anche più avanti. Henry Morgenthau è stato ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni del genocidio, dal 1913 al ’16. Morgenthau era un avvocato ebreo, nato in Germania. Dal suo punto di osservazione all’ambasciata statunitense, aveva capito che cosa stava succedendo, aveva avuto accesso a prove schiaccianti. Morgenthau teneva un diario, le sue memorie, nelle quali si definì: “un inorridito testimone del più orribile episodio nella storia del genere umano, l’assasinio di una nazione”.

L’ambasciatore denunciava ma nessuno ascoltava. Prevalsero le alleanze internazionali e le convenienze nazionali, gli interessi geopolitici. Le grandi potenze che si sarebbero scontrate nei tre anni successivi, nella Grande guerra, si erano posizionate: la Germania con la Turchia, mentre gli armeni venivano accusati di essere la quinta colonna della russia zarista…

sivazlian 03 geopolitica + silenzio internazionale

Mentre ancora la Turchia di oggi, i vertici istituzionali, negano il genocidio, si rifiutano di dare quel nome a quei fatti storici, i discendenti del popolo armeno si fanno carico della Memoria. E’ questo l’ultimo aspetto toccato da Chawki Senouci e Baykar Sivazliyan nella loro conversazione…

sivazlian 04 memoria

La riconciliazione, la memoria, passano anche attraverso la ricerca dei Giusti, il riconoscimento e il senso di gratitudine nei confronti di chi, anche tra i turchi della generazione del genocidio, ha fatto del bene. Il Console onorario della Repubblica d’Armenia in Italia, Pietro Kuciukian, anche lui figlio di un sopravvissuto allo sterminio, ha dedicato gran parte della sua vita alla ricerca dei giusti…

pietro kuciukian ricerca dei giusti

 

Ascolta qui la versione integrale dello speciale dedicato al centenario del genocidio armeno

speciale GENOCIDIO ARMENO

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    Valentina Redaelli
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Falcone, si arriverà mai alla verità?

Nel 24° anniversario della strage di Capaci vi riproponiamo lo speciale a cura di Valentina Redaelli andato in onda nel 2015 per il ciclo di trasmissioni “Tempi supplementari”.

Capaci

“Ma che ci misero? La bomba atomica ci misero?”. Questa era l’impressione che faceva il cratere sull’autostrada a Capaci, dopo l’attentatuni che uccise Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre degli uomini della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Altri quattro agenti si salvarono. Era un sabato pomeriggio, il 23 maggio.

strage capaci ma che ci misero

Così il giornale radio di Popolare Network diede la notizia e così l’inviata di Radio Popolare Antonella Mascali raccontava da Palermo il dolore e la rabbia di quei giorni…

gr radio popolare 1992 falcone

Sono passati ventiquattro anni, di processi e di misteri. Dal 2008 c’è una sentenza di condanna definitiva per i mandanti e gli esecutori della strage di Capaci. Ma, sempre nello stesso anno, le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza hanno clamorosamente fatto riaprire le indagini e portato a un secondo processo denominato “Capaci Bis”, non ancora concluso.

Perché, 24 anni dopo, non sappiamo ancora tutta la verità? Perché Giovanni Falcone e poi, 56 giorni dopo, Paolo Borsellino, furono uccisi? Arriveremo mai alla verità storica, se non a quella giudiziaria?

Proviamo a cercare qualche risposta, tornando soprattutto allo scenario, anche politico, di allora, attraverso quello che sappiamo – e non sappiamo ancora– oggi. Lo facciamo con l’aiuto dell’ex giudice Giuseppe di Lello, collega di Falcone e Borsellino nel pool antimafia; del vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Claudio Fava. E infine con Enrico Deaglio, il giornalista che da più di trent’anni studia Cosa Nostra e i suoi intrecci con il potere.

falcone borsellino

Giovanni Falcone aveva capito, già un anno prima della sua morte, che la Mafia era pronta a fare la guerra, a fargli la guerra. Lo disse pubblicamente in un’intervista a Rai1.

L’anno successivo si aprì, a gennaio, con la storica sentenza di condanna definitiva per i 500 mafiosi imputati nel maxiprocesso, che era stato istruito alla metà degli anni Ottanta proprio dal pool antimafia della procura di Palermo. Le indagini di Falcone e Borsellino avevano quasi azzerato la Cupola di Cosa Nostra.

A febbraio, a Milano, scoppiò Tangentopoli, l’epicentro di un lungo terremoto nazionale. I referenti politici di Cosa Nostra perdevano potere, non potevano più garantire per lei. Occorreva trovarne altri. In questo contesto la Mafia siciliana avviò la stagione delle stragi nel biennio 92-93.

Quando capì il giudice Falcone di essere un condannato a morte? Giuseppe di Lello, ha lavorato con lui nel pool antimafia della Procura di Palermo…

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Cosa ci resta ancora da scoprire, 24 anni dopo? E’ la prima domanda che abbiamo rivolto a Claudio Fava, deputato, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia e figlio del giornalista Pippo Fava, ucciso da Cosa Nostra nel 1984….

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“Non mi stupirei se oggi la Mafia tornasse a uccidere”, ci ha detto il vicepresidente della Commissione antimafia Claudio Fava. Quasi come se tutti questi anni fossero passati inutilmente.

Enrico Deaglio questi anni li ha messi sotto una lente di ingrandimento, li ha continuamente rimessi in questione, nelle sue inchieste, nei suoi libri: Raccolto Rosso, Patria, Il vile agguato, Indagine sul Ventennio. Con Deaglio, siamo ripartiti dall’inizio: perché Giovanni Falcone era considerato il nemico numero uno della Mafia? Che cosa aveva scoperto per la prima volta con le sue inchieste?

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Ascolta qui la versione integrale dello speciale dedicato all’anniversario della strage di Capaci, andato in onda il 22 maggio 2015

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    Valentina Redaelli
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“Giustizia per Andrea e per gli altri”

L’ipotesi di reato è omicidio colposo. Si va verso il rinvio a giudizio dei tre vigili urbani di Torino e lo psichiatra che prelevarono Andrea Soldi dalla panchina su cui era seduto il 5 agosto del 2015 per un trattamento sanitario obbligatorio.

“Dalle indagini della Procura emergono conferme a quello che sapevamo ma anche un’importante novità“, ha spiegato a Radio Popolare l’avvocato della famiglia, Giovanni Maria Soldi. “Dopo un primo rifiuto a essere prelevato, di fronte alla richiesta di un secondo psichiatra, quel giorno Andrea ha acconsentito ad andare volontariamente e con i propri piedi in una struttura. Ciò rende evidente che la procedura di contenzione fisica violenta che invece è stata effettuata su di lui non era né necessaria, né urgente“.

La sorella di Andrea, Maria Cristina, ha accolto con sollievo la chiusura delle indagini: “Aspettavamo con ansia questo momento. Confidavamo molto sul pm Guariniello, una persona che ammiriamo molto. Ovviamente per noi è dolore su dolore, perché sapere in maniera molto più concreta quello che è avvenuto fa ancora più male. Fa male la sofferenza che ha provato Andrea e che non avrebbe dovuto provare. Ma il processo è un primo passo“.

“Da qui in avanti si dovrà ancora lavorare molto nelle udienze”, secondo l’avvocato Soldi. “Aspettiamoci sorprese dalla difesa, cercheranno di smontare le tesi della Procura, ci sarà un contradditorio vero e proprio”.

La famiglia confida nella giustizia ma non sarà sufficiente una sentenza di condanna per chi ha provocato la morte di Andrea: “Chiediamo ancora una volta che cambino per sempre le procedure del Tso. Ricordiamoci che dietro al ricovero forzato ci sono delle persone. E in Italia sinora non si è fatto nulla per evitare il ripetersi di casi come quello di Andrea”.

Ascolta qui l’intervista integrale a Maria Cristina Soldi e all’avvocato Giovanni Maria Soldi

intervista all’avvocato Soldi

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    Valentina Redaelli
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Il sussulto repubblicano

La strategia del barrage républicain ha funzionato: ai ballottaggi il Front National non è riuscito a conquistare nemmeno una regione su 13. La sua avanzata è stata bloccata ovunque, in particolare nelle due competizioni in cui al primo turno aveva sfondato la soglia del 40 per cento. La destra nazionalista dunque ha perso soprattutto i due duelli più simbolici, nel Nord-Pas de Calais-Picardie, con la leader Marine Le Pen capolista, e in Provence-Alpes-Côte d’Azur con la nipote Marion Maréchal.

Per scongiurare l’ondata populista si sono rivelati cruciali tre elementi:

– la scelta del Partito socialista di ritirarsi laddove non aveva alcuna chance, chiedendo ai propri elettori di sostenere i candidati del centrodestra di Sarkozy, nonostante tutto.

– la fusione tra le liste del Partito socialista e delle formazioni più radicali (Front de gauche e Europe-Ecologie-Les Verts) nelle regioni incerte, dove il centrosinistra era competitivo soltanto presentandosi unito.

– la partecipazione in forte aumento al secondo turno: le urne si sono chiuse con un’affluenza del 59 per cento, vale a dire 8,5 punti percentuali in più rispetto a una settimana fa.

 

Sette regioni vanno al centrodestra, cinque al centrosinistra, mentre in Corsica – una partita a sé – vincono i regionalisti. (Il Front national partiva in testa in sei regioni su 13)

Il Partito socialista conserva la presidenza del Consiglio regionale:

– In Bretagna, dove il ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian avrebbe superato il 51 per cento dei voti, tenendo a distanza gli altri due candidati. Qui i socialisti erano già in vantaggio al primo turno e hanno vinto da soli, rifiutando un apparentamento con le forze più a sinistra.

– Nel Languedoc-Roussillon et Midi-Pyrénées, dove invece il Ps si è presentato insieme ai Verdi e al Front de Gauche. Il capolista regionale del Fn era Louis Aliot, il compagno di Marine Le Pen. Al primo turno il Fn era primo partito con il 34 per cento.

– In Aquitaine, Limousin et Poitou-Charentes, l’altra regione dove i socialisti erano usciti vincitori già al primo turno.

– In Bourgogne et Franche-Comté

– Nel Centre et Val de Loire

 

I Républicains di Sarkozy, che si sono rifiutati di ritirare i loro candidati dove erano arrivati terzi al primo turno, ma che hanno beneficiato della desistenza dei socialisti, si sono assicurati la maggioranza:

– Nel Nord-Pas de Calais-Picardie, con Xavier Bertrand (57,5%) che ha stracciato Marine Le Pen (42,5%). Il nuovo presidente della Regione è stato il primo a fare una dichiarazione pubblica, anticipando i leader nazionali. Bertrand ha ringraziato anche gli elettori di sinistra che lo hanno votato per bloccare il Front national. “Gli elettori di questa regione hanno dato un esempio di coraggio e di onore ai dirigenti politici”, ha detto Bertrand prima di rivolgere un appello a tutta la classe politica repubblicana: “Mettete in opera le riforme che permetteranno ai francesi di ritrovare la speranza. È la nostra ultima chance”.

– In Provence-Alpes-Côte d’Azur, dove Christian Estrosi (54,5%) ha battuto Marion Maréchal Le Pen (45,5%), raddoppiando i suoi voti rispetto al primo turno. “Abbiamo evitato l’affronto nazionale“, è stata la reazione del vincitore. La “nipotina” del Fn, invece, ha sentenziato che “questi risultati fanno vergogna ai vincitori”, perché hanno falsato la volontà popolare.

– Nell’Ile de France, la regione di Parigi, dove l’ex ministro Valérie Pécresse prevale sul presidente dell’Assemblée Nationale Claude Bartolone in un testa a testa molto serrato.

– Nella regione del Grand Est (Alsace, Champagne-Ardenne et Lorraine)

– In Auvergne et Rhône-Alpes

– Nel Pays de la Loire

– In Basse Normandie et Haute Normandie

 

Ancora prima dei dati definitivi hanno preso la parola tutti i principali leader nazionali. Per il governo socialista ha parlato direttamente il primo ministro Manuel Valls, che si è speso molto in prima persona nella settimana tra i due turni, paventando un rischio di “guerra civile” in caso di vittoria del Front National. Valls ha ringraziato gli elettori che hanno seguito l’appello della gauche. “Accolgo però questo risultato – ha detto Valls – senza alcun sollievo e alcun trionfalismo“.

Sulla stessa linea il segretario del Partito socialista Jean-Christophe Cambadélis che riassunto così il senso di questo voto regionale: “È stata una contro-performance per la destra repubblicana, una sconfitta per il Front National ed è stato un successo senza gioia per la gauche. Perché – ha spiegato Cambadélis – queste elezioni si sono svolte in un clima di emergenza nazionale ancora segnato dagli attentati di Parigi e di Saint-Denis, perché l’astensione è ancora troppo alta, perché l’estrema destra è ancora troppo forte e perché i candidati socialisti, in alcuni casi, si sono dovuti sacrificare per senso del dovere“. Da Cambadélis, quindi, la richiesta di un cambio di passo al governo: “Le condizioni che hanno portato al nostro ritiro non si devono più riprodurre. Serve uno sforzo maggiore contro la precarietà“.

Il capo dell’opposizione Nicolas Sarkozy ha assicurato che “non dimenticherà gli avvertimenti lanciati da queste regionali a tutti i responsabili politici”. Per la destra repubblicana da oggi si apre la partita delle primarie in vista delle Presidenziali 2017. Le ambizioni dell’ex presidente in cerca di rivincita si scontreranno con i molti avversari interni.

Infine, una Marine Le Pen con un sorriso forzato e visibilmente livida di rabbia ha commentato così: “Con tutti i suoi consiglieri regionali eletti, il Front National sarà la più potente forza di opposizione di Francia, l’unica non connivente con il potere in carica, con un regime in agonia“. La grande sconfitta di questa tornata elettorale ha ringraziato “i sei milioni di elettori che hanno scelto il Fn al primo turno e le diverse migliaia che si sono aggiunte al ballottaggio”. Numeri che non sono stati sufficienti, per ora, per compiere l’assalto del Front national alle istituzioni francesi ma che confermano il principale dato politico di questa tornata elettorale: un terzo degli elettori francesi si sente rappresentato dalla destra nazionalista, anti-europea e xenofoba.

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    Valentina Redaelli
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Mario Dondero, un ricordo

Mario Dondero sapeva sorprendere e colpire al cuore. Con le sue fotografie che hanno ritratto senza finzioni il secondo Novecento e con il suo modo di stare al mondo, così avanti e così rétro allo stesso tempo. Una sera, di ritorno dal Festival della Fotografia etica di Lodi, ci perdemmo in macchina nelle campagne attorno, mentre raccontava di quella volta in cui era andato a trovare Paolo Conte per un reportage. Girammo in tondo per mezz’ora tra cascine e fontanili, al buio. Il navigatore del nostro amico Antonio era impazzito. Mario, co-pilota improvvisato, ebbe un’uscita geniale: “Se volete ho una bussola!” e infilò la mano in tasca per prenderla.

Con una levità disarmante, ti chiamava un sabato mattina (sapendo che eri a Milano) per invitarti all’inaugurazione della sua mostra, tre ore dopo, a Fermo, nelle Marche. O ancora, già nell’epoca dei cellulari, ti segnava a penna il suo numero di telefono su un biglietto dell’autobus non ancora timbrato.

Mario sorprendeva e incantava per il gusto con cui raccontava le cose della sua vita, una miscela rara di talento, fortuna, umanità, curiosità intellettuale, garbo, consapevolezza di sé e del mondo, passione civile, avventura e umiltà. Era stato partigiano a 16 anni nella Repubblica dell’Ossola e, in fondo, non ha mai smesso di esserlo: non ha mai esitato a scegliere da che parte stare, ma senza rigidità. “Quando andavo all’asilo, per esempio, facevo l’abissino contro le camicie nere e il pellerossa contro le giacche blu. Non so, mi sono sempre trovato istintivamente all’opposizione”, raccontò qualche anno fa in una bella intervista ad Angelo Ferracuti.

Cercava sempre il contatto con le persone conosciute e sconosciute, ti prendeva sottobraccio e avviava con naturalezza una conversazione. Era mosso da pari interesse per quelli senza nome e per i Grandi, tutti incontrati, osservati e ritratti con la stessa pietas. Si considerava un sopravvissuto, non solo dei fascisti, ma anche dei selfie: “Se l’obbiettivo è sempre rivolto verso se stessi, non si vede nulla”.

Per qualche mese non dava notizie di sé, poi riappariva senza preavviso nelle redazioni che gli erano care. Arrivava il più delle volte all’ora di pranzo, perché amava la convivialità, con la macchina fotografica a tracolla su una spalla e sull’altra un borsone pieno di stampe e qualche camicia stropicciata. Da lì, alla rinfusa, quasi senza un filo conduttore, se non quello della sua esistenza, estraeva foto in bianco e nero di Maria Callas, di un menino de rua che dorme abbandonato tra le braccia di una statua materna, di Jean-Paul Sartre, di un contadino toscano, di François Mitterrand, degli amici seduti ai tavolini del bar Jamaica a Brera, di Charlie Chaplin, degli stagisti di un settimanale, dei bambini algerini nei giorni dell’Indipendenza, delle barricate del Maggio francese, della riunione di redazione di Le Monde, di Alekos Panagulis in uno scatto rubato nell’aula del Tribunale militare che lo avrebbe condannato due volte a morte, e decine di altre ancora.

Ti chiedevi, incantata e sorpresa, come fosse stato capace di non mancare mai l’appuntamento con la Storia, di catturare quella smorfia, quell’istante, quel gesto, quella luce. Come in quella fotografia di un’aula della Sorbona nel ’68, zeppa di studenti, nella quale i raggi di sole che casualmente irrompevano dalle finestre diventavano spirito del tempo, la forza del cambiamento che illuminava una generazione. O in quell’altra fotografia del 1958 che Mario volle intitolare “La deposizione di De Gaulle”. In realtà, il generale era nel pieno del suo potere, stava per diventare presidente. Semplicemente quello scatto fissò il momento in cui una sua gigantografia veniva smontata dal palco di un congresso: De Gaulle era finito a testa in giù e Mario poté esprimere il suo auspicio.

Era un uomo di mondo ma non mondano, pieno di vitalità e amore per la vita. Passati gli ottant’anni, ti consigliava i cafés e i ristoranti di Parigi, la città che aveva visto e vissuto forse più di ogni altra. Diceva che il suo preferito era Le Polidor, al 41 di rue Monsieur le Prince, piatti della tradizione francese e litri di Bordeaux. E provavi a immaginartelo lì, negli anni Sessanta con i suoi amici philosophes.

Fotografava in continuazione i suoi incontri. Poi per mesi nessuno vedeva più una stampa e affettuosamente ti chiedevi se si fosse ricordato di mettere il rullino. Poi, appunto, ricompariva e regalava le sue foto. Spesso si firmava Mario (Dondero), come se quel cognome così rotondo, e così importante, fosse un dettaglio.

Non c’erano orpelli, né photoshop negli scatti di Mario, solo un’intensa attrazione per la realtà che sarebbe diventata memoria. Di Robert Capa, l’esempio di “fotografo zingaresco” che lo ha sempre ispirato, amava citare una frase in particolare, che oggi rimane scolpita come un testamento: “La migliore propaganda è la verità”. E allora non c’è niente di più vero di queste sue parole: “Per fare belle foto bisogna sapere voler bene. E io vorrei essere ricordato come uno che ha voluto bene agli altri”.

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    Valentina Redaelli
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L’ondata populista

Il primo leader nazionale a commentare i risultati delle elezioni regionali è stato Nicolas Sarkozy, capo dei Républicains, che sono in vantaggio in quattro regioni su 13 ma che pagano pesantemente il boom del Front national. Sarkozy ha annunciato che per il secondo turno del 13 dicembre la sua coalizione non farà alleanze strategiche né patti di desistenza con i socialisti per bloccare l’avanzata lepenista.

Al primo turno l’ondata dell’estrema destra nazionalista ha persino superato i sondaggi della vigilia: è in testa in sei regioni su 13. Nel Nord-Pas de Calais-Picardie, dove è candidata Marine Le Pen, e in Provence-Alpes-Côte d’Azur con la nipote ventiseienne Marion Maréchal Le Pen, il partito sfonda il 40 per cento. “È un risultato magnifico”, ha commentato la leader del Front national. “La Francia alza la testa e noi siamo l’unica forza repubblicana a difendere la nazione e la sua sovranità”.

Per il Partito socialista, in vantaggio in sole due regioni, ha parlato il segretario Jean-Christophe Cambadélis, con tono grave: “La gauche farà barrage républicain – ha detto – pur di fermare il Front national”. Vale a dire, decide di ritirarsi dove è arrivata terza e non ha nessuna chance, in particolare nelle due regioni in cui le due Le Pen hanno sbaragliato. Nel Grand Est (Alsace, Champagne-Ardenne et Lorraine) il candidato Ps non vuole seguire l’invito della dirigenza del partito e sembra intenzionato a presentarsi comunque al ballottaggio.

Laddove sono ancora in partita, i socialisti rivolgono un appello a tutte le altre forze di sinistra a unirsi. Cambadélis ha sottolineato che “la sinistra, quando è unita, è la prima forza politica del Paese“. Se infatti si sommano i voti del Partito socialista con quelli delle formazioni più radicali (Front de gauche e Europe-Ecologie-Les Verts), la coalizione supera il 32 per cento su base nazionale. Dal segretario del Ps, un duro attacco alla strategia di Sarkozy: “La storia sarà severa con chi dice: meglio il Front national piuttosto che la sinistra”.

Al primo turno ha votato il 50,5 per cento degli aventi diritto, quattro punti in più rispetto alla precedente tornata regionale.

 

I voti a livello nazionale

FN-Front national; UD-Union de Droite (Les Républicains-centrodestra); UG-Union de Gauche (Parti Socialiste-centrosinistra); FGV-Front de Gauche+Verdi

FN 28,08% (6.002.929 voti)
UD 26,97% (5.765.170 voti)
UG 23,38%  (4.997.763 voti)
FGV 10%
I risultati regione per regione

FN-Front national; UD-Union de Droite (Les Républicains-centrodestra); UG-Union de Gauche (Parti Socialiste-centrosinistra);

Alsace, Champagne-Ardenne et Lorraine

FN 37,58%

UD 25,28%

UG 15,5%

Aquitaine, Limousin et Poitou-Charentes

UG 30,39%

UD 27,19%

FN 23,23%

Auvergne et Rhône-Alpes

UD 31,73%

FN 25,52%

UG 23,93%

Bourgogne et Franche-Comté

FN 31,48%

UD 24%

UG 22,99%

Bretagne

UG 34,92%

UD 23,46%

FN 18,17%

Centre et Val de Loire

FN 30,49%

UD 26,25%

UG 24,31%

Ile-de-France

UD 30,51%

UG 25,19%

FN 18,41%

Languedoc-Roussillon et Midi-Pyrénées

FN 31,83%

UG 24,41%

UD 18,84%

Nord-Pas-de-Calais et Picardie

FN 40,64%

UD 24,96%

UG 18,12% (la lista si ritira per il ballottaggio)

Basse-Normandie et Haute-Normandie

UD 27,91%

FN 27,71%

UG 23,52%

Pays de la Loire

UD 33,49%

UG 25,75%

FN 21,35%

Provence-Alpes-Côte d’Azur

FN 40,55%

UD 26,48%

UG 16,59% (la lista si ritira al ballottaggio)

Corse

Divers gauche (centrosinistra) 18,42%

Régionaliste 17,62%

Républicains (centrodestra) 13,17%

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    Valentina Redaelli
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I francesi al voto

Quasi 45 milioni di cittadini hanno diritto di voto per il rinnovo di tutti i Consigli regionali della Francia metropolitana, compresa la Corsica, oltre che delle Assemblee dei territori d’Oltremare (tranne l’Ile de Mayotte). Una tornata amministrativa, locale, che però nei fatti assume una valenza politica nazionale ed europea: perché si svolge in un clima fortemente condizionato dagli attentati del 13 novembre; perché, trattandosi dell’ultima consultazione prima delle Presidenziali 2017, sarà la prova generale dei rapporti di forza per la corsa all’Eliseo; perché potrebbe sancire la fine definitiva del bipolarismo socialisti-destra repubblicana, che si sono alternati al governo del Paese e dei suoi principali enti locali dal Dopoguerra in poi.

Un dato su tutti: l’estrema destra del Front national non ha mai guidato alcun Consiglio regionale. Gli ultimi sondaggi prima del voto (Le Monde/Ipsos/Sopra Steria e Odoxa, 3 dicembre) danno la formazione guidata da Marine Le Pen in testa, al primo turno, in sei regioni su 13 e primo partito su base nazionale con un 30 per cento di consensi.

Le forze in campo

Dopo l’interruzione della campagna elettorale, sospesa per almeno dieci giorni in seguito agli attacchi di Parigi, i temi che hanno polarizzato il dibattito pubblico sono stati la sicurezza nazionale, la chiusura delle frontiere, la militarizzazione della polizia, la lotta ai terroristi, la guerra al terrorismo e le critiche al modello d’integrazione francese. Il clima di unità nazionale sembra essere durato poco.

François Hollande, che non è mai stato molto popolare, ha guadagnato consensi per la sua condotta presidenziale dopo gli attentati. Un balzo di 22 punti percentuali che gli consegna il gradimento, inedito, del 50 per cento dei francesi. Ma non è per nulla scontato che l’appoggio al presidente, inteso come simbolo dello Stato e dei suoi princìpi repubblicani, si traduca nelle urne in uno spostamento di voti verso il suo partito. Anzi, la variabile dell’astensione potrebbe penalizzare soprattutto i socialisti, poiché con la proclamazione dello Stato d’emergenza, il piano di revisione della Costituzione e la stretta securitaria sulle libertà civili, Hollande ha introdotto quelle misure che le destre cavalcavano da tempo e che parte del tradizionale elettorato della gauche non approva.

I socialisti mettono in campo personalità politiche di primo piano nel tentativo di evitare il tracollo in un’elezione di metà legislatura che, anche in tempi di pace, non è mai favorevole al potere in carica. Ci mettono la faccia, per esempio, il ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian, che è capolista nell’unico feudo dove il Ps guida i sondaggi della vigilia, la Bretagna; Claude Bartolone, presidente dell’Assemblée nationale, è candidato nella regione parigina (l’Ile de France), dove invece l’esito è assai incerto.

Il partito socialista, stando ai sondaggi, non dovrebbe superare il 22 per cento a livello nazionale. Un arretramento che dovrebbe concretizzarsi nella perdita di diverse regioni. Del resto, secondo la vecchia ripartizione amministrativa, l’Union de gauche negli ultimi sei anni controllava 20 regioni su 22. Un risultato che appare irripetibile.

In alcune competizioni, al secondo turno, per i socialisti potrà rivelarsi decisivo – se ci sarà – il soccorso delle liste più a sinistra, il Front de gauche e Europe-Ecologie-Les Verts che, nel complesso, rappresentano poco più del 10 per cento degli elettori.

Nicolas Sarkozy, tornato al centro della scena politica dopo la sconfitta del 2012 per un secondo mandato all’Eliseo, come capo dell’opposizione di centrodestra rischia di ritrovarsi schiacciato tra il nazionalismo populista di Marine Le Pen e il profilo patriottico del presidente Hollande.

La sua coalizione, formata dai Républicains e da altri partiti centristi minori, nell’ultimo sondaggio Odoxa si attesterebbe comunque attorno al 29 per cento a livello nazionale, come seconda forza politica. Le intenzioni di voto danno l’Union de Droite in testa al primo turno in cinque regioni. Anche in base al risultato di queste amministrative, le ambizioni presidenziali di Sarkozy si potranno misurare con la realtà.

Ultimo ma non certamente ultimo il Front national che, stando ai sondaggi, dovrebbe riuscire a strappare almeno due regioni e che è competitivo ovunque. Un risultato di per sé senza precedenti. Se da un lato il sistema elettorale a doppio turno potrebbe limitare il numero di regioni conquistate, dall’altro l’ondata populista che si annuncia segnerà il vero dato politico – e sociale – di queste elezioni: la non-chalance, mai vista prima, con cui un terzo degli elettori della République, cuore pulsante dell’Europa, si affida alla destra estrema. “Gente comune” – commercianti, imprenditori, allevatori, impiegati, classe ouvrière – espressione di una Francia bianca, di provincia, che si aggrappa alle tradizioni, che rivenca di “incarnare il vero spirito del popolo”, che è stata investita dalla crisi, che da tempo non si sente più rappresentata dai poteri politici della Quinta repubblica, che mal sopporta la moneta e le istituzioni europee e che pretende, come se fosse un diritto di nascita, di avere la precedenza sugli “altri” cittadini francesi, per non parlare dei nuovi immigrati.

Una volta estromesso per sempre il capostipite Jean-Marie, la famiglia Le Pen oggi si presenta al gran completo: nella regione Nord-Pas de Calais-Picardie con la leader Marine, nel Languedoc-Roussillon et Midi-Pyrénées con il suo compagno (e consigliere uscente) Louis Aliot e in Provence-Alpes-Côte d’Azur con la nipote ventiseienne Marion Maréchal. Tre regioni dove il peso del Front national è stimato dal 34 al 40 per cento.

Il sistema di voto

I nuovi Consigli regionali rimarranno in carica per sei anni. Si vota per la prima volta dopo la riorganizzazione amministrativa che ha accorpato le regioni metropolitane, riducendole da 22 a 13. Il meccanismo elettorale resta invariato, cambia soltanto il numero dei consiglieri e la loro distribuzione territoriale. Al primo turno vince la lista che dovesse ottenere la maggioranza assoluta. Se questo non avverrà, hanno diritto al secondo turno di domenica 13 dicembre le liste che avranno superato il 10 per cento dei consensi. Al ballottaggio non è richiesta la maggioranza assoluta: la lista che raccoglie più voti governa.

Lo scenario più probabile è quello della triangulation, che in molte regioni vedrà accedere al secondo turno le tre forze principali. Per l’esito finale, quindi, tutto dipenderà dalle scelte, non scontate, che potranno essere negoziate caso per caso dai partiti.

Tre le opzioni possibili laddove il Front national uscisse in vantaggio dal voto di oggi:

  1. La terza formazione rinuncia a presentarsi e chiede ai suoi elettori di astenersi o di “desistere” per favorire la seconda.
  2. Il partito socialista e la destra repubblicana fanno confluire i voti in un unico fronte anti lepenista, ma nessuno dei due avrebbe interesse a farlo in vista del 2017.
  3. Destra repubblicana e socialisti restano separati e vanno alla conta, al massimo puntando sul sostegno di liste minori escluse dal ballottaggio.

 

I sondaggi della vigilia, regione per regione

(Fonte: Ipsos/Sopra Steria per Le Monde)

Le previsioni riguardano le 12 regioni della Francia continentale.

FN-Front national; UD-Union de Droite (Les Républicains-centrodestra); UG-Union de Gauche (Parti Socialiste-centrosinistra).

 

Alsace, Champagne-Ardenne et Lorraine

FN 35%

UD 29%

UG 16%

 

Aquitaine, Limousin et Poitou-Charentes

UD 29%

UG 27%

FN 26%

 

Auvergne et Rhône-Alpes

UD 32%

FN 29%

UG 23%

 

Bourgogne et Franche-Comté

FN 32%

UD 24%

UG 22%

 

Bretagne

UG 29%

UD 24%

FN 22%

 

Centre et Val de Loire

FN 31%

UD 29%

UG 22%

 

Ile-de-France

UD 32%

UG 23%

FN 21%

 

Languedoc-Roussillon et Midi-Pyrénées

FN 34%

UG 23%

UD 20%

 

Nord – Pas-de-Calais et Picardie

FN 40%

UD 25%

UG 20%

 

Basse-Normandie et Haute-Normandie

UD 31%

FN 31%

UG 20,5%

 

Pays de la Loire

UD 32%

UG 27%

FN 25%

 

Provence-Alpes-Côte d’Azur

FN 40%

UD 30%

UG 16%

 

Radio Popolare seguirà i primi risultati in diretta questa sera dalle 19.45 alle 20.30.

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    Valentina Redaelli
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Cinque anni di carcere per Hervé Falciani

Hervé Falciani, l’ex informatico della banca Hsbc a Ginevra è stato oggi condannato in contumacia a 5 anni di carcere per spionaggio economico dal Tribunale penale federale elvetico.  Nella cosidetta “lista Falciani”, diffusa tra il 2008 e il 2014, ci sono i nomi di 120.000 persone che per anni avevano evaso le tasse nei loro paesi.
Dalla pubblicazione della lista, il nome di Hervé Falciani è diventato  sinonimo di lotta all’evasione fiscale. E secondo lui uno Stato che vuole combattere questo fenomeno deve occuparsi delle nuove forme di pagamento: online, con gli smartphone, con Paypal, con i colossi delle transazioni elettroniche come Visa o Mastercard. Denaro virtuale: il contante è una storia del passato.
Questa è l’intervista che abbiamo realizzato nell’ottobre scorso con Falciani sulla questione della lotta alll’evasione da parte del governo italiano.
“Innalzare la soglia dell’uso lecito del contante a tremila euro evidentemente non aiuta la lotta all’evasione”, dichiara Falciani ai microfoni di Radio Popolare. E il Governo Renzi, fino ad oggi, ha deluso: “Ha fatto peggio di Berlusconi, mi spiace dirlo. L’evasione fiscale è stata depenalizzata del tutto: si possono evadere 30 mila euro al mese e rischiare pochissimo”. Ma il denaro di carta è solo la punta dell’iceberg del mondo del nero: “O lo Stato si organizza per non lasciare il pagamento elettronico nelle mani delle multinazionali oppure questa battaglia sarà già persa”, afferma. Come quella contro il nero cash, per altro.
Ora le grandi multinazionali come Apple o Google si stanno muovendo per diventare gli intermediari dei pagamenti. Più una transazione è mediata, maggiori sono i rischi di elusione. E proprio per questo, secondo Falciani, dovrebbe essere il pubblico a frapporsi in questa transazione. In Italia, però, non pare esserci consapevolezza dei rischi. Anzi, si pensa ancora che chiudere un occhio sulla piccola evasione, ragiona Falciani, possa avere un tornaconto elettorale.
Falciani ha legato il suo nome a una lista di evasori, svelati proprio grazie a un suo leak, un documento riservato della banca Hsbc diventato in seguito di dominio pubblico e pubblicato in Italia da l’Espresso. Dentro la lista c’erano i dati di 7.499 correntisti italiani che avevano nascosto i loro soldi (complessivamente 7 miliardi e 452 milioni di dollari) in paradisi fiscali. L’inchiesta che rimarrà negli annali con il nome di Swissleaks.
Oggi Falciani sta guidando un movimento che cerca di costruire forme alternative di pagamento, partendo dal basso. A Barcellona si vuole mutuare il modello del Bitcoin e lo stesso si farà in Argentina e in altri Paesi dove Falciani è al lavoro. “Ne sentirete parlare”, assicura.
Ascolta qui l’intervista di Valentina Redaelli a Hervé Falciani sull’innalzamento del tetto per il contante a tremila euro e sull’operato del governo Renzi contro l’evasione
Ascolta qui l’intervista di Valentina Redaelli a Hervé Falciani sulla sua proposta di un sistema per le transazioni elettroniche trasparenti
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    Valentina Redaelli
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Le donne del Jihad

Le cronache di questi mesi e di questi giorni raccontano che il Califfato islamico recluta anche parecchie donne. Giovani, soprattutto. Alcune, come abbiamo visto con gli attentati di Parigi, fanno parte dei commando e arrivano a farsi esplodere. L’International Centre for Counter-Terrorism (ICCT) dell’Aja ha pubblicato quest’anno il rapporto “Le jihadiste europee in Siria: alla scoperta di un fenomeno poco esplorato”. Radio Popolare ha intervistato Seran de Leede, la ricercatrice che ha curato la pubblicazione insieme a Edwin Bakker, docente di Studi sull’antiterrorismo all’Università di Leiden (Paesi Bassi).

Chi sono

Non è possibile dare una risposta univoca perché non esiste un solo profilo tipico. La maggior parte di queste donne sono giovani, tra i 15 e i 25 anni, sposate da poco. E ci sono anche casi di madri che si spostano con i propri figli. Ma spesso si muovono da sole o con delle amiche. Alcune di queste ragazze hanno una buona istruzione ma sappiamo di molte ragazze che a scuola hanno fatto fatica, ragazze vulnerabili e influenzabili. Ci sono però anche donne molto forti e devote alla causa. Molte provengono da famiglie di fede musulmana, altre da famiglie non religiose; da famiglie numerose o da piccoli nuclei famigliari. Direi che l’unico vero tratto comune è la loro giovane età e l’abitudine a indossare un niqaab nero, il velo che copre anche il viso.

Da dove vengono

Nel nostro studio abbiamo preso in analisi diversi Paesi occidentali, in particolare Olanda, Germania, Gran Bretagna, Francia, Austria. Ma le donne del Jihad arrivano praticamente da tutto il mondo. Sappiamo di casi provenienti dagli Stati Uniti, dall’Australia, dagli altri Paesi europei e dallo stesso Medio Oriente.

Quante sono

Il nostro studio è stato pubblicato ad aprile 2015, le cifre più aggiornate a quella data indicavano circa 550 donne provenienti dall’Europa occidentale. Questo numero è verosimilmente aumentato negli ultimi mesi, ma potete immaginare quanto sia difficile stabilire l’esatta entità delle ragazze che hanno raggiunto la Siria per unirsi al Jihad. Pensiamo comunque che le donne europee siano il 18 per cento dei “foreign fighters” provenienti dal nostro continente. A livello globale, invece, le donne che fanno parte del Califfato (che quindi provengono anche da altri continenti) sono il 10 per cento del totale.

Che ruolo hanno

Per quello che possiamo sapere, solo in casi eccezionali queste donne vanno a combattere in prima linea. Il loro è più che altro un ruolo di supporto: per esempio si prendono cura dei “jihadi fighters” feriti, badano alla casa e ai figli. Ma hanno anche un ruolo di appoggio logistico e soprattutto propagandistico, diffondendo l’ideologia jihadista attraverso i social media: postano foto di brutali esecuzioni e le commentano, le celebrano e inneggiano ai loro uomini come eroi e vincitori.

Che cosa le spinge

Esattamente come per gli uomini, non c’è mai un solo fattore ma una combinazione di motivi. Crediamo che la spinta principale sia la volontà di difendere la comunità musulmana che ritengono minacciata. Di conseguenza sentono come un dovere, motivato dall’ideologia e dalla religione, far parte del Califfato, che le ha chiamate a raccolta, e contribuire alla sua affermazione. In alcuni casi prevale l’idea di un nuovo inizio rispetto a una vita che non offre sbocchi o rispetto a esperienze problematiche o a episodi di esclusione che hanno vissuto nella loro infanzia. Poi c’è un forte senso di appartenenza e la necessità di dare una direzione precisa, un obiettivo alla propria vita. E, ancora, non va sottovalutato l’elemento della fascinazione: la propaganda ritrae i jihadisti maschi come figure eroiche e virili, come guerrieri invincibili, disposti a morire per la causa, e le donne come mogli ubbidienti. Per queste ragazze gli uomini del Califfato sono molto attraenti e diventa un onore servirli. Sarebbe però sbagliato pensare che si tratti di donne ingenue e docili: spesso sono determinate e fedeli alla causa tanto quanto i loro uomini. Lo abbiamo visto durante il recente blitz a Saint Denis, dopo gli attentati di Parigi, alcune donne sono disposte a farsi esplodere. Il nostro monitoraggio dei social media ci ha mostrato chiaramente che le donne spesso postano commenti in cui si dicono pronte alla lotta armata. Sempre che dietro a quegli account ci siano davvero delle donne, ovviamente su questo non possiamo avere la certezza assoluta.

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    Valentina Redaelli
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“Io, sopravvissuto al Bataclan”

Bataclan

“Oggi provo un rimorso ridicolo. Ho l’impressione di essere egoista all’idea di provare gioia per essere rimasto in vita“.

Sono le parole di Amaury Baudoin, 24 anni, parigino, che la sera di quel venerdì 13 novembre era al concerto del Bataclan. Ha accettato di raccontare a Radio Popolare quello che ha vissuto e quello che sente ora, diversi giorni dopo la strage, nonostante si senta spaventato e per nulla a suo agio davanti ai microfoni.

“Durante il concerto ovviamente c’era molto movimento, era un concerto rock, e io e la mia fidanzata Isobel ci siamo persi di vista prima dell’attacco”, racconta Amaury. “Io ho provato a cercarla, ero abbastanza davanti mentre lei era in mezzo alla sala. A un certo punto sono entrate delle persone armate e hanno sparato per fare il maggior numero di morti nel modo più elementare e barbaro possibile. Noi abbiamo avuto molta fortuna, soprattutto Isobel. È stata una scena orribile, spaventosa e non ci sono parole per descriverla”.

“In Francia – prosegue Amaury – quando c’è stato l’attentato a Charlie Hebdo il mondo dell’informazione l’ha trattato come uno show televisivo, mentre tutte le parole che sono state usate per descrivere la carneficina del Bataclan sono deboli rispetto a quello che abbiamo visto. Quando sono entrati e hanno cominciato a sparare, come molti hanno già raccontato, si sentivano come dei petardi, che sembravano inoffensivi, e quindi non mi sono spaventato subito. Poi mi è arrivata una scheggia nella coscia, niente di grave, solo un bel graffio, e un’altra nella schiena, dove ho ancora un ferro che mi tolgono domani. E quando sono stato raggiunto da questi colpi ho capito che non era normale, mi sono guardato dietro le spalle e ho visto il profilo di un uomo con un’arma. Più per istinto che per altro, mi sono precipitato in avanti, ho scavalcato le transenne. Le persone che stavano davanti a me non avevano capito minimamente quello che stava succedendo e anzi si lamentavano del fatto che gli stessi andando addosso. Ho saltato e mi sono nascosto dietro le quinte“.

“Tutto quello che potrei raccontare dell’orrore che c’è stato dentro l’edificio, però, non fa altro che confinare le persone nel terrore e fa solo il gioco dei terroristi, dice Amaury. “Non è quello che io voglio fare, non ci sto. Quindi adesso sento che vorrei smettere di parlare dell’attacco, che è stato freddo e barbaro”.

E allora fermiamoci qui, e parliamo del fatto che hai voluto prima di tutto affidare la tua testimonianza a Facebook: perché?

“Lo abbiamo scritto, io e Isobel, perché per forza di cose i nostri genitori e i nostri amici erano molto choccati, e ovviamente anche noi. Le persone attorno a noi si facevano delle domande ma non osavano chiedercele ed era anche per noi un modo per espellere, per lasciare andare, per sbarazzarsi di questa storia, per mettere tutto davanti a noi, prendere un po’ di distanza, guardarla dal lato buono. Abbiamo avuto molta fortuna ed è quello che dico nel mio testo: oggi provo un rimorso ridicolo. Ho l’impressione di essere egoista all’idea di provare gioia per essere rimasto in vita”.

“Ci sono già state tante cose che sono scaturite da questo avvenimento. Ci sono delle persone che hanno pubblicato sotto al mio post delle immagini del teatro del Bataclan dopo la strage, con un distacco fenomenale come se fosse per loro una gara del brivido. Un’immagine non parla, un’immagine non testimonia, non sostituisce una persona. È terribile vedere queste immagini che circolano, per un semplice desiderio di brividi. Faccio fatica ad ammettere che delle persone che sono state prese in ostaggio come me o, peggio, delle persone estranee a tutto questo siano uscite per strada a fare foto o a filmare l’orrore, a filmare i feriti. Per poi andare a venderle alle televisioni perché venissero diffuse. È qualcosa di orribile, perché per tutti noi che eravamo lì dentro fanno l’effetto di ributtarci dentro a quell’orrore. È orribile per le famiglie in lutto vedere ri-morire i loro figli per la seconda volta. C’è una specie di voyeurismo perverso in questa cosa che è assolutamente insostenibile per noi”.

A proposito del lato buono, di cui parlavi prima, nei vostri racconti avete voluto sottolineare anche la gioia di ritrovarvi, tu e la tua fidanzata, e avete voluto condividere le esperienze di aiuto, di soccorso, di solidarietà e di amore scaturite dopo l’attacco. E questa parte del racconto ci ha colpiti tanto quanto il racconto dell’attacco stesso.

“Io, noi, abbiamo avuto una fortuna inaudita – dice Amaury Baudoin a Radio Popolare. Purtroppo non tutti possono essere qui a dire la stessa cosa. Ho visto quello che non auguro a nessuno di vedere. E tutti i miei pensieri e tutta la mia compassione vanno a quelli che non hanno ritrovato i loro amici, alle famiglie in lutto, alle persone con un destino demolito”.

“E… vorrei riparlare di Charlie Hebdo. Quando gli attentati hanno colpito Charlie Hebdo io stavo dall’altra parte. Ero tra quelli che si sono sentiti molto colpiti, toccati, ma che non erano coinvolti direttamente nell’avvenimento, non ero io tra i bersagli. È terribile dire a se stessi che adesso il messaggio dei terroristi è che può succedere a chiunque, ovunque e in qualsiasi momento. E magari la prossima volta potrà essere in qualsiasi Paese, in Germania, in Italia, negli Stati Uniti o non so dove, magari nella vostra città, e potrete essere voi, le vostre famiglie, i vostri amici a trovarvi al nostro posto. In un certo senso non è la Francia a essere stata attaccata: è la libertà, è questo concetto, questa idea che loro non sopportano, che si possa vivere liberi e amare la vita. Perché queste persone non amano la vita, detestano tutto quello che la vita può offrire. E nei giorni di Charlie Hebdo il mondo intero e tutti i francesi sono rimasti estremamente toccati e se c’è stata una manifestazione come quella che c’è stata, se ci siamo riuniti così in tanti è perché in così tanti abbiamo dimostrato la volontà di sostenerci, di riscaldarci, di riprendere la speranza, di tenerci su gli uni con gli altri. È l’amore per la libertà che ci ha fatto uscire fuori, ed è questa massa di persone che ci ha permesso di restare in piedi”.

“Oggi in Francia non si può più fare, lo stato d’emergenza ce lo impedisce. Ci sono state delle manifestazioni di solidarietà spontanee, per dire che non siamo soli, ma la gente ha paura. Non penso che ci sarà un’altra manifestazione come quella dell’11 gennaio. Oggi è il mondo che è stato attaccato, è la libertà che è stata attaccata e quello che chiedo nel mio messaggio è che questa volta il mondo intero, non solo la Francia, si riunisca, che tutto il mondo libero si ritrovi per dimostrare a questi che valgono meno di zero, a questi idioti, a questi scarti che sono soli davanti al resto del mondo che si tiene per mano. È questo che ci ha aiutati a superare Charlie Hebdo, ed è questo che ci aiuterà ad affrontare questa tragedia, che permettera alle famiglie delle vittime di trovare sollievo, forse, e di superare questa prova terribile. E quindi voglio inviare questo appello al mondo libero“.

“È necessario che i musulmani si ritrovino, si riuniscano perché non può essere che i musulmani si lascino inghiottire da questi terroristi. Che si uniscano a noi e che urlino con una sola voce: ‘Noi non siamo d’accordo’. In Francia ci sono alcuni personaggi che trascinano a sé i più deboli e qui sta il pericolo. È necessario che tutti gli altri si mettano insieme per dire a voce alta che noi non siamo d’accordo e che continueremo ad andare ai concerti, continueremo ad andare a bere una birra sulle terrazze dei cafés, continueremo a vivere, che niente si ferma, che non abbiamo paura e che non obbediremo mai a loro”.

Non avere paura, quindi, la risposta, adesso e dopo… Amaury, ti ringraziamo molto per la tua testimonianza, per il tuo appello. Siamo tutti con te, con la tua compagna…

“Vorrei dire un’ultima cosa. Non sono per niente a mio agio con i microfoni e le telecamere”, conclude Amaury, sopravvissuto al massacro del Bataclan. “Sono stato estremamente sollecitato dalle televisioni di tutto il mondo. Sono abbastanza spaventato ma sono contento di averlo potuto fare con voi e se sarà necessario lo rifarò. Riunitevi e fatevi sentire, e sarà l’unica cosa più forte dei terroristi“.

Ascolta l’intervista di Valentina Redaelli ad Amaury Baudoin

Amaury Baudoin

 

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    Valentina Redaelli
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