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Calendario 2020 di Radio Popolare: quest’anno è a colori!

calendario 2020 radio popolare

Ogni anno è un classico tra le nostre iniziative: il calendario. Lo sguardo del calendario 2020 è quello di un fotografo molto amato e apprezzato: Francesco Radino.

Quello che Francesco ci fa fare di mese in mese è un viaggio insolito nella Milano dei Musei, ci è sembrata una bella idea e importante in giorni in cui si parla tanto della necessità di salvaguardare il nostro patrimonio artistico e culturale da un’ondata di turismo che spesso lo trascura o addirittura come succede nelle città d’arte lo mette in pericolo.

Calendario 2020 di Radio Pop: l’autore

Francesco Radino, classe ’47 è nato da genitori entrambi pittori che certamente ne hanno influenzato lo sguardo, lo si vede nelle sue fotografie. Radino ha partecipato a numerosi progetti di carattere pubblico per le istituzioni e per il Ministero dei Beni culturali. Ha inoltre pubblicato numerosi libri e quest’anno ha accettato di fare questo regalo a Radio Popolare, che lui definisce “la sua radio da sempre”.

Calendario di Radio Pop: i soggetti

La copertina è una sorta di omaggio a Leonardo con la foto del Cenacolo in primo piano e sullo sfondo Santa Maria delle Grazie, come per segnare la fine dell’anno delle celebrazioni per il cinquecentenario della morte del grande artista e l’apertura del nuovo anno. L’ultima di copertina e’ un’altra icona di Milano: il Foyer della Scala, luminoso e magico.

Scrive Radino nella sua presentazione: “Una città da conoscere e da amare, dove identità, storia, cultura, sono conservate gelosamente in luoghi straordinari e dove il fotografo può svolgere quella funzione di ascolto e riconoscimento che nell’inquadratura assume forma e sostanza”.

Sfogliando il calendario la prima foto che vediamo è quella de “I Bagni Misteriosi” di De Chirico nel giardino della Triennale. A gennaio Radino ci porta al Poldi Pezzoli, uno scrigno di tesori come come quelli degli scatti che troviamo nei mesi successivi : il Museo della Scala, quello del Duomo, Villa Reale, il Castello Sforzesco, il Museo del Novecento, le Gallerie d’Italia, la Pinacoteca di Brera e via via fino ai Sette Savi di Melotti nel giardino del Pac, il Padiglione d’Arte Contemporanea… e non sono tutti!

Luoghi amati che custodiscono quel patrimonio artistico da proteggere e valorizzare. E chissà che le belle foto di Radino facciano venire, a chi ancora non conosce quei luoghi magici che sono i musei, la voglia di andare a visitarli, magari con una delle visite guidate che Radio Popolare organizza per le sue abbonate e abbonati.

Un bel calendario 2020 a colori come vi auguriamo che possa essere per voi il nuovo anno che sta arrivando.

Dove acquistarlo

Banco di Garabombo, piazzale di via Mario Pagano, Milano (MM1 Pagano)

Sede di Radio Popolare, via Ollearo 5 Milano

 

La spedizione del calendario può essere richiesta mandando una mail a abbonamenti@radiopopolare.it

 

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    Tiziana Ricci
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Approfondimenti

On the Wall

murales Genova Certosa Ozmo

Genova guarda in alto, e lo fa dai muri di Certosa, il quartiere della Valpolcevera colpito dalla tragedia del crollo del Ponte Morandi.
Siamo a pochi giorni dall’anniversario della tragedia e dalla cerimonia di commemorazione delle vittime e il quartiere ferito e isolato cerca di risollevarsi.
Il Comune, in collaborazione con l’associazione culturale Linkinart, ha invitato quindici artisti di fama internazionale che fino al 14 agosto intervengono sulle facciate degli stabili con le loro opere.
Il quartiere popolare già afflitto da un’industrializzazione scriteriata e poi abbandonato rinascerà anche grazie all’energia positiva dell’arte. Un progetto che assomiglia a “WALK the LINE”, quello che ha trasformato in opere d’arte i piloni di sostegno della soprelevata che dal Porto Antico va alla Lanterna. Il progetto è partito due anni fa e prevede di impreziosire cento piloni, per ora i piloni dipinti sono venticinque.

(altro…)

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    Tiziana Ricci
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Approfondimenti

“Milano e Leonardo” riaperta la Sala delle Asse

Sala delle Asse

In questi giorni è stata riaperta al pubblico la Sala delle Asse del Castello Sforzesco, cuore del palinsesto di “Milano e Leonardo” per celebrare i 500 anni dalla morte dell’artista. Dopo sei anni di studi e restauri, la Sala delle Asse svela nuove tracce leonardesche: Da Vinci trasformò questo luogo in un giardino. Essendo la sala di rappresentanza scelse il gelso per decorarla perché il nome scientifico è morus in omaggio a Ludovico il Moro che gliel’aveva commissionata. Dopo sei anni di restauri, che sono ancora in corso, e per tutto il periodo della riapertura al pubblico i visitatori potranno ammirare la sala e conoscerne la storia perché c’è una scenografica installazione multimediale intitolata “Sotto l’ombra del Moro”.

“Nella Sala delle Asse abbiamo forse gli unici disegni murali di Leonardo e della sua scuola, ancora non siamo certi perciò abbiamo contattato degli studiosi che in nove mesi guarderanno e valuteranno. Alcuni sono disegni semplicissimi, sono schizzi, altri invece sono disegni molto elaborati. Evidentemente c’è sotto un progetto grafico, ed è molto interessante vedere a confronto i disegni murali e disegni su carta degli stessi soggetti: piante, alberi e fiori. Talvolta i confronti, non solo iconografici ma anche stilistici, sono impressionanti.” Sono le parole di Claudio Salsi, direttore dei musei civici di Milano, tra cui anche Castello Sforzesco.

Ai nostri microfoni Michela Palazzo, direttrice del Cenacolo e direttrice dei lavori di restauro alla Sala delle Asse, ci ha raccontato nel dettaglio gli studi e i punti d’interesse della mostra.

Come procedono i restauri della Sala delle Asse?

Questi anni sono stati dedicati allo studio e alla comprensione di questa opera che è molto complessa e difficile da capire perché è un non-finito di Leonardo. L’idea probabilmente è di Leonardo perché è un’idea così innovativa che difficilmente un altro artista in quel periodo storico avrebbe potuto realizzare un ambiente con queste soluzioni decorative. È complessa anche perché ha subito delle vicende nel corso dei secoli che ne hanno mutato radicalmente l’aspetto e hanno anche occultato l’idea iniziale di Leonardo.

Pian piano state scoprendo i disegni preparatori?

I disegni preparatori che stiamo scoprendo sono un libro che si apre su questo lavoro di Leonardo e ci stanno dando l’idea precisa di quale era la sua visione. E non è quella che c’è arrivata dagli ultimi restauri, cioè un padiglione arboreo con un allestimento fatto di tronchi che si fermavano una certa altezza, ma un ambiente immersivo dove il visitatore doveva entrare e sentirsi in un area aperta: in un giardino e in un padiglione arboreo.

Quindi l’idea era trasformare la strada in un giardino?

Esattamente. Questa era l’idea veramente innovativa che poi è stata ripresa da altri artisti, ma ai tempi di Leonardo queste scelte non erano così avanzate e intraprendenti. Era molto lungimirante, innovativo e geniale: questo suo amore per la natura l’ha portato proprio a voler realizzare in questa sala l’apoteosi della celebrazione della natura.

Della natura e del Del Moro giusto? Perché questi Gelsi in qualche modo si riferiscono al mecenate? 

Attraverso la natura Leonardo celebra il suo mecenate e committente Ludovico il Moro. Gli elementi della Sala sono pieni di allusioni e simboli che riportano al grande Duca che lo aveva accolto a Milano.

Qui puoi riascoltare il podcast della puntata de I Girasoli di Domenica 19 Maggio.

Foto | Facebook

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    Tiziana Ricci
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Approfondimenti

“I funerali dell’anarchico Pinelli” ha una casa!

I Funerali dell'anarchico Pinelli

Siamo felici: “I funerali dell’anarchico Pinelli” di Enrico Baj hanno trovato casa! L’annuncio ufficiale è stato dato questa mattina a Brera dall’assessore alla cultura Filippo del Corno. L’opera verrà collocata  a Palazzo Citterio in via Brera, negli ampi spazi all’inizio del percorso delle collezioni Jesi e Vitali con le più preziose e significative opere del ‘900. (altro…)

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    Tiziana Ricci
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Esauriti i posti per la visita alla mostra

Esauriti i posti per la visita  guidata  riservata alle abbonate e agli abbonati  in programma giovedì 2 maggio alle 18.30.

Visiteremo la mostra  di  Antonello da Messina  a Palazzo Reale di Milano accompagnati dal curatore della mostra Professor  Federico Villa.

Grazie a chi si è prenotato.

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    Tiziana Ricci
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Approfondimenti

Ricostruire Notre Dame, ma come?

Notre Dame

Notre Dame, simbolo di Parigi, della Francia e dell’umanità tutta, questa mattina è emersa dai fumi del rogo che l’ha semidistrutta senza tetto e guglia, ma probabilmente salva nella struttura portante.  La cattedrale è stata avvolta dalle fiamme per diverse ore prima che i pompieri riuscissero a domare l’incendio. Se i danni esterni sono evidenti e impressionanti, non è stato ancora possibile valutare lo stato delle opere all’interno. (altro…)

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    Tiziana Ricci
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Il Calendario 2019 di Radio Popolare

Dopo le foto di Uliano Lucas e quelle di Mario Dondero anche quest’anno il Calendario è un vero gioiello impreziosito dagli incantevoli scatti di un grande fotografo e amico: GABRIELE BASILICO.

È il suo sguardo su Milano: si apre con la luminosa e quasi magica foto del quartiere di Porta Nuova nel 2012, per chiudersi con  l’elegante architettura di Muzio: la Triennale scattata nel 1980. All’interno un viaggio nel tempo di mese in mese tra le piazze, gli edifici e gli scorci della bella Milano: la “Ca Brutta”piazza Duomo l’Arco della Pace, il Pirellone, San Carlo al Corso, la Scala, la Torre Velasca, ma anche le vie  e i palazzoni della periferia.

Un punto di vista sempre inedito, una prospettiva originale e uno sguardo così raffinato e rigoroso che  rivela la sua formazione di architetto. Un grande fotografo e amico di Radio Popolare di cui ha sempre condiviso i valori, infatti era un nostro abbonato e Giovanna Calvenzi, la sua amata compagna, ha voluto mantenere il suo abbonamento alla Radio anche dopo la sua dolorosa, per tutti noi, scomparsa nel 2013.

Intelligente e generoso soprattutto con i giovani con cui non perdeva occasione di condividere il suo grande talento. Questo calendario di cui siamo orgogliosi è frutto della generosità della moglie Giovanna Calvenzi che custodisce l’Archivio Basilico e ha messo a disposizione della Radio le belle fotografie di Gabriele.

Il 4 novembre un’intervista speciale a Giovanna Calvenzi è stata trasmessa all’interno della trasmissione I Girasoli

 

Trovate il calendario in radio, in Via Ollearo 5, Milano al prezzo di 20 euro.

La spedizione del calendario può essere richiesta mandando una mail a abbonamenti@radiopopolare.it

 

Basilico Calendario 2019 Radio Popolare Milano 12 immagini

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    Tiziana Ricci
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È scomparso il fotografo Abbas Attar

La rivoluzione in Iran del 1979

Abbas Attar, fotografo iraniano nato nel 1944 ha vissuto gran parte della sua vita a Parigi e in giro per il mondo. Grande fotoreporter si è occupato di conflitti e rivoluzioni in Africa, in Medio Oriente, in Cile, a Cuba, in Vietnam, in Messico e ha documentato la tragedia dell’apartheid in Sudafrica.

Tra i suoi lavori più apprezzati: “Iran Diary 1971-2002“, tra il ’78 e l’80 aveva fotografato la rivoluzione in Iran, dove era poi tornato nel 1997 dopo 17 anni di esilio volontario. L’altro suo lavoro più noto: “Allah O Akbar“, un viaggio attraverso i militanti islamici del 1994, indaga le tensioni nelle società del mondo musulmano tra la ricchezza della storia e della tradizione e il desiderio di modernità. Il libro è stato particolarmente apprezzato per conoscere questo aspetto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Il rapporto tra religione e società ha sempre improntato il suo lavoro: le sue immagini hanno fatto conoscere riti ancestrali e culti antichissimi dell’induismo, dell’animismo e del buddismo sia nelle città che nelle regioni più remote. In un’intervista spiegava:

Quello che m’interessa non è tanto la convinzione personale, ma ciò che le persone sono in grado di fare per amore di Dio.

Era entrato a far parte dell’agenzia Magnum a Parigi nel 1981 dopo aver lavorato per altre agenzie, e della Magnum divenne uno dei pilastri. Un altro grande fotografo e membro della storica agenzia, Ferdinando Scianna, lo conosceva bene e ne ammirava il lavoro. Ecco il suo ricordo:

Credo di averlo conosciuto nel centro Africa, perchè eravamo insieme, credo perchè anche lui fosse ancora a Magnum. Ieri lì per fare l’incoronazione di Bokassa, così ci siamo conosciuti. Poi ci siamo conosciuti a Magnum, lui è entrato nel 1981, un anno prima di me. Poi naturalmente ci siamo conosciuti e frequentati anche se poi, in definitiva, io nel 1983 sono tornato a Milano e lui viveva a Parigi, quindi ci siamo incontrati non come due che vivevano nella stessa città e negli stessi uffici, ma come due che avevano rapporti con la stessa agenzia. Lui era effettivamente uno di quelli che meglio ha capito a cosa potesse servire Magnum e che se ne è servito meglio, e lo dico con ammirazione. Si è molto identificato con Magnum. È stato soprattutto un grande reporter, era veramente appassionato di quello che succedeva nel Mondo, era sempre in giro, era sempre a fotografare, era sempre sull’attualità, un vero fotografico raccontatore e giornalista del nostro tempo.
Naturalmente è andato al di là quando c’è stata la rivoluzione iraniana, è andato a raccontare come nessun altro poteva fare, perchè era iraniano e quindi in un certo senso l’ha raccontata dall’interno, parlava a fondo la lingua, vi si è anche in un certo senso, culturalmente e ideologicamente, identificato. Aveva una posizione politica contraria allo scià eccetera, fino alle grandi disillusioni successive. Si rese conto di molte cose accompagnando quel grossissimo fatto di carattere storico, si rese conto anche della potenza creatrice che poteva avere l’Islam e da lì nacque questo suo progetto, che probabilmente è la cosa più grande che ha fatto.

Il libro sull’Islam

Sì, “Allah O Akbar”. Quello che è veramente fondamentale, perchè è avvenuto prima di tutto insomma, prima delle Torri Gemelle e prima del problema dei rapporti con l’Islam. E lui l’ha fatto veramente dall’interno. Un grandissimo libro, un grandissimo progetto fatto a grandi livelli fotografici.

Quindi si è sempre interessato anche di questo rapporto tra religione e società

Sì, si è sempre interessato anche di questo rapporto tra religione e società perchè era connaturato al rapporto col proprio Paese, lui aveva sofferto, era andato via un po’ anche per quelle ragioni. Quando poi il fatto religioso diventò anche il motore di una rivoluzione, la raccontò e la sposò. Dopo di che questa commistione un po’ inquietante tra il fatto religioso e il fatto politico senza distinzione in cui la rivoluzione ha prodotto una specie di stato teologico lo inquietò moltissimo però gli permise di raccontare la faccenda dall’interno come poche altre persone potevano fare.

Con un grande coinvolgimento insomma

Con grande coinvolgimento insomma e con grande passione.

Lei ne ha un ricordo particolare? Si ricorda un episodio particolare?

Ogni tanto lo chiamavano così scherzosamente l’Ayatollah, perchè lui aveva una visione di Magnum come fosse una tribù islamica anche quella, però per identificazione e per amore era sempre in Magnum, credeva in Magnum, suo figlio lavora a Magnum. Era anche lì un fatto di grande identificazione personale.

Non è esagerato dire che ne era una colonna

No, assolutamente no. Era sicuramente una personalità di riferimento.

La rivoluzione in Iran del 1979
Foto dalla pagina Facebook di Abbas Attar, https://www.facebook.com/Abbas-Attarعباس-عطار-634538293304337/
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    Tiziana Ricci
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Una casa per il Pinelli di Baj

Come certo saprete, Radio Popolare ha dato vita a una campagna d’opinione coi suoi ascoltatori per trovare una casa all’opera di Enrico Baj, “I funerali dell’anarchico Pinelli”. Il proprietario dell’opera, il gallerista Marconi ha espresso da diversi anni l’intenzione di donare l’opera alla città di Milano, a condizione che il comune trovasse un luogo adeguato a ospitarla.

Obiettivamente si tratta di un’opera dalle dimensioni importanti, ma probabilmente il vero motivo della difficoltà del Comune a trovarle un posto è la sua portata politica, infatti quello di Baj è un dito puntato su una grande ingiustizia che ha portato alla morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dalla finestra della questura nel dicembre 1969 durante l’interrogatorio dopo la strage di piazza Fontana che lo vedeva ingiustamente accusato.

Un’opera, quella di Baj, che appartiene alla nostra storia e alla storia della città, quindi Radio Popolare ha pensato di sollecitare il sindaco e l’assessore alla Cultura a trovare finalmente una collocazione permanente a quest’opera tanto bella quanto scomoda. Abbiamo dunque invitato voi ascoltatori a scrivere al sindaco e all’assessore sollecitando la decisione e magari indicando il luogo dove vorreste vedere l’opera di Baj. Avete risposto con partecipazione ed entusiasmo, abbiamo pubblicato sul sito della radio le vostre mail, abbiamo ascoltato le vostre proposte nelle trasmissioni con un fiume di messaggi. Bene, i luoghi più gettonati sono: Palazzo Reale, il Museo del ‘900, la Triennale, il MUDEC, il Padiglione d’Arte Contemporanea e ancora altri.

Grazie alla vostra partecipazione e al nostro impegno, siamo riusciti a muovere le acque, infatti l’assessore alla cultura Del Corno ha risposto in Consiglio comunale all’interpellanza sulla questione di Paola Bocci, presidente della Commissione Cultura, dicendo che è partito l’iter per verificare se è idoneo lo spazio di via Larga presso l’anagrafe, luogo caldeggiato dall’assessore, che però non entusiasma né noi né gli ascoltatori.

Insomma la questione è ancora aperta e la radio continuerà a seguire la vicenda, anche col prezioso contributo alla campagna di Piero Scaramucci, autore con Licia Pinelli del libro “Una storia quasi soltanto mia”, e con tutti gli ascoltatori. Per tenere viva la memoria su una vicenda tanto dolorosa. Intanto vogliamo ringraziare di cuore tutti coloro che hanno partecipato fino a ora.

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    Tiziana Ricci
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Mario Dondero per Radio Popolare

Guardiamo con ottimismo al 2018 e vi proponiamo un vero gioiello: il calendario con le foto di un grande maestro, Mario Dondero.

Un grande fotoreporter e un grande uomo. Classe ’28 nato a Milano, scomparso a Petritoli (Fermo) nelle Marche nel  2015. Ha vissuto a Genova,  giovanissimo partigiano nella Val d’Ossola, collaboratore fin dagli anni ’50 delle più note testate soprattutto di sinistra. Frequentò il Bar Jamaica a Milano dove incontrò grandi artisti e fotografi  come Ugo Mulas  e Uliano  Lucas. Trasferitosi a Parigi  collaborò con “L’Espresso”, “Illustrazione Italiana”, “Le Monde” e altre testate importanti.

A Parigi frequentò scrittori e intellettuali . Tra le sue foto più celebri, quella del gruppo del  Nouveau Roman scattata nell’ottobre 1959, con al centro  Samuel  Beckett. Le sue  fotografie mostrano l’amore per la gente, la curiosità, in Africa come in tanti altri paesi, come in Afghanistan dove documentò il lavoro di Emergency. Noi  di Radio Popolare ci sentiamo particolarmente affascinati e vicini al suo impegno civile e sociale.

Nelle sue bellissime immagini, uomini e donne, storie vere con una grande attenzione agli ultimi.

Davvero un grande fotografo che abbiamo amato e siamo onorati e grati all’Archivio Dondero  che ci ha donato le sue fotografie per impreziosire il CALENDARIO di RADIOPOPOLARE 2018. Il calendario è stampato in tiratura limitata e su carta molto raffinata, non lasciatevelo scappare! Lo trovate in sede a Radio Popolare, via Ollearo 5 a Milano a fronte di una sottoscrizione di 20 euro.

Chi non potesse acquistare il calendario da noi può scrivere a Renato Scuffietti scuffia@radiopopolare.it e farselo spedire.

Foto 12 calendario Dondero

 

 

Calendario 2018 Dondero 1 - orizzontale

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    Tiziana Ricci
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Arte Italiana: la riscoperta dell’America

Sarà aperta al pubblico fino al 17 settembre la mostra “NEW YORK NEW YORK. Arte Italiana: la riscoperta dell’America”. Il percorso espositivo si snoda in due sedi museali, alle Gallerie d’Italia e al Museo del ‘900 a Milano.

150 opere significative di alcuni tra i più grandi artisti.

Alle Gallerie d’Italia si possono ammirare opere di Boccioni, Balla, Carrà e poi Morandi, Campigli, Marini, Accardi, Barucchello, Baj, Burri, Fontana, Pomodoro, Schifano, Vedova e molti altri.

Negli spazi del Museo del ‘900 si approfondisce il rapporto con New York e l’immaginario americano così come percepito dagli artisti italiani, con opere di Afro, Cagli, Consagra, De Chirico, Depero, Isgrò, Novelli, Tancredi e molti altri.

Una sezione a sé è poi dedicata all’opera di un grande fotografo, Ugo Mulas, di cui sono in mostra bellissimi scatti che raccontano la vita e il carattere di artisti come Calder, De Kooning, Kline, Gorky e altri artisti americani. Infatti nel ’68 Mulas pubblica New York: The New Art Scene (New York: arte e persone), il libro nel quale raccoglie le immagini scattate dal ’64 agli artisti americani di punta dell’epoca.

Tutto il percorso evidenzia lo scambio tra l’arte italiana, che nel secondo dopoguerra fu notevolmente apprezzata negli Stati Uniti, e i massimi esponenti dell’arte statunitense. E fa riflettere su ciò che cercavano gli artisti italiani a New York in quegli anni… forse uno spirito più libero e modelli differenti da quelli della vecchia Europa.

Il valore del percorso espositivo è che di ogni artista presente in mostra vediamo una o più opere molto significative, come nel caso di Burri o di Capogrossi o delle incantevoli foto di Mulas.

In mostra abbiamo incontrato il curatore Francesco Tedeschi, storico dell’arte.

Ascolta qui l’intervista

NEW YORK NEW YORK Francesco Tedeschi

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    Tiziana Ricci
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Keith Haring. About Art

Una mostra bella e importante rende omaggio, fino al 18 giugno, al geniale artista americano diventato un’icona della contemporaneità. 110 opere, alcune inedite e mai esposte in Italia, molte di grandi dimensioni provenienti da varie parti del mondo, da musei e collezioni private.

Keith Haring, classe ’58, nato in Pennsylvania, si avvicina all’arte fin da bambino grazie al padre, ingegnere con la passione del fumetto. Negli anni ’80 approda a New York, poco più che ventenne e inizia a suscitare attenzione per i suoi graffiti nella metropolitana, anche l’attenzione della polizia che più volte lo arresta. In quegli anni nasce il suo “radiant baby”, figurina che ritroviamo in quasi tutte le sue opere e che simboleggia l’energia e la vitalità in un mondo negativo.

I suoi messaggi sono contro il razzismo, la minaccia nucleare, la discriminazione delle minoranze, l’arroganza del potere e il dilagare dell’Aids.

A New York conosce Andy Warhol, Basquiat, Madonna e tutto il mondo effervescente di quegli anni. Produce una quantità di opere impressionante e partecipa alle più prestigiose manifestazioni: le Biennali, Documenta7 a Kassel e mostre importanti in tutto il mondo.

Nel 1987 gli viene diagnosticata l’Aids, nonostante ciò continua la sua produzione compulsiva, come spinto dalla consapevolezza di avere poco tempo e tanto da dire. Quando muore ha solo 31 anni. Alla sua scomparsa lascia una quantità di opere incredibile e la sua idea di “arte per tutti”.

Il titolo, “About Art”, si riferisce al percorso della mostra che mette in evidenza come l’arte di Haring si sia spesso riferita a opere di autori di epoche diverse. Era un grande conoscitore e amante della storia dell’arte e il curatore della mostra Gianni Mercurio ha proprio voluto evidenziare questo aspetto: come Haring si sia ispirato all’arte tribale ed etnografica, al lavoro di artisti come Leonardo, ma anche Picasso, Pollock, Dubuffet, Klee, di cui vediamo in mostra alcune opere accostate al lavoro di Haring.

Ovviamente ha reinterpretato con il suo stile unico e inconfondibile le opere degli artisti che amava. Uno stile che fece sì che le sue opere finissero su magliette, tazze, borse e sugli oggetti più vari, ma a chi lo rimproverava di essere troppo commerciale rispondeva che l’arte deve arrivare a tutti e questo era veramente il suo obiettivo, il risvolto commerciale non lo interessava.

Certo Keith Haring divenne un’icona di artista-attivista globale e forse si può rimproverare alla mostra di evidenziare poco questo aspetto di ribellione e il suo impegno contro l’Aids. Tranne nell’ultima stanza dove due bellissimi video ce lo mostrano mentre viene arrestato per i graffiti in metropolitana.

Come dicevamo, scomparve giovanissimo e lasciò la Keith Haring Foundation che per sua volontà ha tra i suoi obiettivi quello di aiutare e sostenere concretamente i bambini e i giovani in difficoltà e i malati di Aids.

Una grande mostra che vale la pena di non perdere.

Ascolta qui l’intervista con il curatore Gianni Mercurio

KEITH HARING Gianni Mercurio

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    Tiziana Ricci
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Kandinskij, il cavaliere errante

Al Mudec, Museo delle culture di Milano si potrà visitare fino al 9 luglio una mostra affascinante che racconta il periodo che porta Kandinskij alla svolta completa verso l’astrazione.

Si sarebbe potuto temere, come a volte è capitato di vedere, che la prima parte della vita e ricerca di un artista importante si traduca in una mostra poco significativa per conoscerne la peculiarità, la personalità e le opere piu’ significative.

In questo caso non è così. Abbiamo l’occasione di conoscere e verificare come la cultura popolare con le sue espressioni e i suoi colori abbia influenzato l’opera dell’artista russo.

49 opere dell’artista che va verso l’astrazione sono affiancate a 85 icone, stampe popolari e oggetti tipici della vita dei contadini. Le opere provengono dai più importanti musei russi: l’Ermitage di San Pietroburgo, la Galleria Tret’jakov, il Museo di Belle Arti A.S.Puskin, il Museo Panrusso delle Arti Decorative, delle Arti Applicate e dell’Arte Popolare di Mosca.

Veniamo al titolo: “Il Cavaliere errante” – che fa un po’ il verso a “Il Cavaliere Azzurro”, un gruppo di artisti di cui Kandinskij fu tra fondatori – si riferisce al fatto che la mostra è incentrata sul tema del viaggio che l’artista fece quando ancora era studente di legge nel 1889 e si appassionò alla cultura di Vologda, localita’ a nord di Mosca.

Kandinskji fu affascinato dai colori, dai decori e da tutta la tradizione popolare che ritroviamo interpretati nei suoi dipinti ed acquarelli. L’uccello di fuoco, San Giorgio e la Madre Mosca diventano elementi della sua concezione creativa verso l’astrattismo. Prende forma la sua idea che non era più urgente rappresentare la realtà tangibile, ma quella spirituale e questa ricerca lo porta verso l’astrazione.

Altro elemento importante che individuiamo nei suoi dipinti è la scienza e le sorprendenti scoperte scientifiche.

Ada Masoero, critica d’arte, ha curato la mostra insieme a Silvia Burini, docente d’ Arte russa all’Universita’ Ca’ Foscari di Venezia. Ascolta qui l’intervista con Ada Masoero:

KANDINSKY Ada Masoero mont

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    Tiziana Ricci
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La collezione di Radio Popolare

Lo scorso anno Radio Popolare ha compiuto quarant’anni, compleanno che abbiamo festeggiato con tante iniziative insieme ai nostri ascoltatori. I compleanni si festeggiano anche con i regali, allora mi è venuto in mente che la bella quarantenne se li meritava.

Così ho avuto l’ardire di chiedere ad alcuni artisti che amiamo e stimiamo di pensare a una loro opera dedicata a Radio Popolare: un bel regalo per la nostra redazione solitamente vivace e frenetica ma obbiettivamente un po’ sguarnita.

L’idea non era, come sarebbe facile pensare, di fare un’asta ma d’impreziosire la nostra redazione, di creare una collezione di Radio Popolare che da anni ormai parla di arti visive non tanto descrivendo le opere – brutta impresa non potendo disporre delle immagini – ma approfondendo con gli autori l’intenzione e le intuizioni che le hanno create.

Si tratta di artisti che seguiamo da sempre e con i quali condividiamo la visione della vita e del mondo.

Al mio invito hanno risposto con entusiasmo e generosità:

Emilio Isgrò con l’opera “Cinque Aprile” ha cancellato la Dichiarazione d’Intenti della Radio: come ha sempre fatto nel suo lavoro cancellando provocatoriamente i testi che vanno difesi e protetti.

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Grazia Toderi con l’opera “Frequenze (per Radio Popolare)”, stampa a getto d’inchiostro su carta cotone e pastello a olio. Un puntino luminoso trasmette energia nel cosmo: siamo noi!

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Stefano Arienti con l’opera “Tre volte Antenna D’Oro”, disegno in inchiostro metallico su carta ispirato alla vittoria di una coppia di cantanti in Oriente che forse per associazione d’idee rimanda alla musica e all’antenna di Radiopop.

Alberto Garutti con l’opera “Didascalie”, stampa digitale su fogli di carta colorata, invita a profonde e poetiche riflessioni a partire dai luoghi che si vivono.

Ugo La Pietra con l’opera “L’informazione alternativa”, collage su carta di una foto scattata a Parigi nel ’75: un edificio in cui la gente comunicava attraverso i tubi della struttura.

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Marta Dell’Angelo con l’opera “Agente di Agente Agisce Agito”, un video suggestivo che pone l’accento sulla comunicazione gestuale.

Liliana Moro con l’opera “…..senza fine”, una piccola radio Popolare che trasmette senza sosta la canzone “Bella ciao” in tutte le lingue e anche la versione famosa cantata in tv da Michele Santoro.

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Studio Azzurro con l’opera “Canale Centosettepuntoseicento”, un video che mostra una radio di foggia antica che trasmette senza sosta frammenti di programmi e musiche di Radio Popolare.

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Abbiamo allestito la nostra piccola ma preziosa collezione nell’area riunioni in redazione perché la vista quotidiana delle opere dia energia e sensazioni piacevoli a noi lavoratori e alle ascoltatrici e agli ascoltatori che vengono a trovarci, soprattutto se abbonati. Infatti gli abbonati condividono la generosità degli artisti!

Dunque siamo felici di questi bei regali e vogliamo festeggiare insieme. Lo faremo sabato 25 febbraio alle 18.30 qui in redazione con un brindisi insieme agli artisti ai nostri critici e collaboratori.

Siete tutti invitati!

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    Tiziana Ricci
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Milano celebra Arnaldo Pomodoro

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Sì, perché un grande maestro come Arnaldo Pomodoro che ha portato la scultura italiana in tutto il mondo, tanto che le sue opere impreziosiscono i palazzi delle più importanti istituzioni, meritava certo dalla sua città d’adozione un omaggio più tempestivo.

Detto questo veniamo alla grande antologica che abbraccia l’intera città, la mostra è infatti allestita in più sedi.

Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale è il cuore di questa mostra diffusa: entrando, il colpo d’occhio incanta, trenta sculture emblematiche del percorso creativo e di ricerca dell’artista. Sui lati della bella sala i bassorilievi degli anni Cinquanta in piombo, argento e cemento nei quali già emergono le trame segniche di Pomodoro e che affascinarono già Lucio Fontana.

Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi 30 novembre 2016 - 5 febbraio 2017 Foto di Carlos Tettamanzi
Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi
30 novembre 2016 – 5 febbraio 2017
Foto di Carlos Tettamanzi

Al centro su grandi piattaforme campeggiano colonne, sfere squarciate, cippi, le cui forme, che rimandano a una geometria euclidea spaccata e indagata dall’artista per farne emergere la potente energia interna, sono esaltate dalla luce.

Sulla parete in fondo l’imponente rilievo in fiberglass e polvere di graffite: “Le Battaglie”, opera del ’96 che rimanda alla guerra e ai suoi orrori come “Guernica” di Picasso. E infatti Pomodoro la vide proprio qui nel 1953 e ne fu colpito tanto che anche oggi ha voluto che le sue sculture fossero esposte proprio alla Sala delle Cariatidi, bellissima e dolorosa testimonianza del bombardamento avvenuto durante la seconda guerra mondiale.

Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi 30 novembre 2016 - 5 febbraio 2017 Foto di Carlos Tettamanzi
Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi
30 novembre 2016 – 5 febbraio 2017
Foto di Carlos Tettamanzi

Proprio qui abbiamo incontrato il maestro.

Ascolta l’intervista ad Arnaldo Pomodoro

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In Piazzetta Reale poi è esposto per la prima volta il complesso scultoreo “The Pietrarubbia Group”, un’installazione ambientale composta da sei elementi realizzata progressivamente dall’artista dal 1975 al 2015, un omaggio all’antico borgo di Pietrarubbia nel Montefeltro dove l’artista è nato nel 1926.

Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi 30 novembre 2016 - 5 febbraio 2017 Foto di Carlos Tettamanzi
Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi
30 novembre 2016 – 5 febbraio 2017
Foto di Carlos Tettamanzi

L’esposizione si snoda poi alla Triennale e alla Fondazione Pomodoro con altre opere, per arrivare al Museo Poldi Pezzoli che, oltre all’incantevole Sala delle Armi che Pomodoro allestì nel 2000, espone 16 bozzetti per progetti scenici che raccontano la passione per il teatro dal 1982 al 2009.

Il progetto espositivo è completato da un itinerario artistico che collega vari luoghi della città.

A Piazza Meda troviamo l’amatissimo dai milanesi “Grande Disco”, a Largo Greppi la “Torre a Spirale”, collocata di fronte al Piccolo Teatro, e infine “Il Labirinto”, un ambiente di 170 mq segreto e affascinante costruito nei sotterranei della ex sede della Fondazione Pomodoro in via Solari 35.

Inoltre nella Sala degli Arazzi a Palazzo Reale è stato allestito un progetto multisensoriale che permetterà ai visitatori di entrare nel “Labirinto”.

La curatrice di gran parte della mostra è la studiosa Ada Masoero.

Ascolta qui l’intervista

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Arnaldo Pomodoro. Foto di Nicola Gnesi per Fondazione Henraux
Arnaldo Pomodoro. Foto di Nicola Gnesi per Fondazione Henraux
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    Tiziana Ricci
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Ai Weiwei. Libero

Palazzo Strozzi a Firenze ospita fino al 22 gennaio 2017 la prima grande mostra italiana su Ai Weiwei, artista cinese dissidente e icona della lotta per la libertà d’espressione.

“C’è un impatto politico nelle mie opere e non smetto di essere artista quando mi occupo di diritti umani. Tutto è arte, tutto è politica”, ha dichiarato Ai Weiwei, che negli ultimi vent’anni si è imposto sulla scena internazionale come il più famoso artista cinese vivente. Le sue opere provocatorie hanno spesso diviso i critici e acceso polemiche, e anche in questo caso è andata così.

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“Per me sono fratelli”: l’artista parla così dei profughi e scuote le coscienze con Reframe, la nuova cornice di Palazzo Strozzi: 22 gommoni che si aggrappano alle bifore rinascimentali e parlano della tragedia dell’immigrazione.

L’opera ha suscitato polemiche di alcuni cittadini che si sono sentiti offesi da quello che hanno ritenuto un insulto alla bellezza rinascimentale del palazzo. Il sindaco Nardella e la soprintendente Acidini si sono affrettati a rispondere che l’opera al contrario valorizza il gioiello rinascimentale e crea un dialogo tra l’antico e il contemporaneo, sottolineando che Firenze ha invitato l’artista cinese a esprimersi liberamente e non si censurano gli artisti, tanto meno uno dei più grandi come Ai Weiwei.

Dicevamo che anche i critici si sono divisi: denigrato da Francesco Bonami che lo ritiene un furbo che per affermarsi ha cavalcato una facile dissidenza in Cina, apprezzato invece da Tomaso Montanari – con cui è d’accordo chi scrive – che coglie il senso profondo dell’opera di Ai Weiwei e dice: “Ci aiuta a vedere noi stessi per quello che siamo. Ci mette a nudo, ci obbliga a pensare e ci rinfaccia le nostre responsabilità. Anche per noi quei gommoni hanno il sapore della libertà”.

E veniamo alla mostra: in cortile campeggia un’altra installazione: Refraction (Rifrazione), cucine solari assemblate a formare una grande ala simbolo di libertà, ma essendo pesante e ancorata a terra è come immobilizzata. Metafora della privazione della libertà, ma anche allusione alla situazione politica tibetana, essendo quei pannelli solari utilizzati in Tibet per cucinare.

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Poi al piano nobile del palazzo incontriamo tante opere nelle belle sale: la prima è Stacked (Impilate) un allestimento site-specific che assembla 950 biciclette: biciclette simbolo di libertà di movimento, l’opera rinvia al ready-made con la ruota di bicicletta di Duchamp, artista amatissimo da Ai Weiwei.

In un’altra stanza incontriamo Snake Bag (Borsa Serpente), 360 zaini scolastici cuciti a formare un grande serpente. E’ un lavoro nato dopo il terremoto del maggio 2008 nel Sichuan che fece settantamila vittime.

Migliaia di studenti morirono nel crollo delle scuole collassate a causa dei materiali scadenti utilizzati. Ai Weiwei cominciò un’inchiesta che lo portò a denunciare le responsabilità del governo cinese in quella tragedia e i tentativi di insabbiamento. L’artista denunciò la corruzione statale, la mancanza di libertà di parola in Cina. Fu arrestato, picchiato e imprigionato.

Aveva in precedenza collaborato alla costruzione dello stadio olimpico di Pechino con lo studio svizzero Herzog & de Meuron ed era al culmine della sua carriera, dopo il lavoro sul terremoto cadde in disgrazia e cominciò la persecuzione.

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Proseguendo al piano nobile di Palazzo Strozzi incontriamo i ritratti in Lego di dissidenti politici: Dante, Savonarola, Galileo e Filippo Strozzi bandito per vent’anni dai Medici, stessa sorte toccata al padre di Ai Weiwei, dissidente politico.

E poi tra le tante opere sorprendenti: Study of Perspective, fotografie dove il soggetto è il braccio sinistro dell’artista con il dito medio alzato davanti a monumenti mondiali altamente simbolici come la Casa Bianca, la Tour Eiffel, il Colosseo, la Sagrada Familia e questo lavoro del ’95 ci fa capire a cosa si sia ispirato Cattelan per l’opera installata davanti alla Borsa a Milano.

Queste sono solo alcune delle opere nell’ampio percorso del piano nobile, poi si scende alla Strozzina nel sotterraneo, dove la mostra continua con una ricchissima documentazione del lavoro di Ai Weiwei con la fotografia, i media e i social media. Immagini che tappezzano anche luoghi impensabili come l’ascensore che documentano il pestaggio e l’arresto dell’artista e dei suoi collaboratori.

I social media sono importanti nel lavoro dell’artista che ritiene siano uno strumento importante per la democrazia e la libertà d’espressione.

Insomma, una bella mostra che vale la pena di non perdere e che sicuramente, comunque la si pensi, non lascia indifferenti.

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    Tiziana Ricci
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Le opere di Betye Saar alla Fondazione Prada

Navi negriere dipinte sul pavimento: non è una sua opera ma la riproduzione di un motivo presente e ricorrente nel suo lavoro.

Cotone, migrazioni, musica, tate, razzismo, come i bianchi vedevano i neri nell’America dei primi del Novecento.

Betye Saar, artista afroamericana nata a Los Angeles nel 1926, si laurea in arte e da subito unisce nelle sue installazioni elementi di spiritualità a riflessioni politiche che rimandano alle lotte per i diritti dei neri in America.

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Molte sue opere sono assemblaggi custoditi in scatole o custodie di strumenti musicali, rappresentano una condizione di segregazione, ma anche di resistenza e sopravvivenza. I lavori includono tracce del folclore afroamericano, la musica e la quotidianità, combinando la dimensione politica a una visione spirituale che attinge a diverse tradizioni di origine africana, asiatica, americana ed europea.

Attraverso questi “memorabilia” personali e immagini dispregiative, personaggi in gabbia o impiccati, l’artista sviluppa una potente critica sociale e mette alla gogna stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana.

La mostra antologica aperta in questi giorni alla Fondazione Prada durerà fino all’8 gennaio ed è un viaggio nell’arte della “danzatrice incerta” come dice il titolo: ottanta opere tra installazioni, assemblages, collages e sculture creati tra il 1966 e il 2016. Come ha dichiarato l’artista , la sua arte “ha più a che fare con l’evoluzione che con la rivoluzione, con la trasformazione delle coscienze e del modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani”.

Un percorso estremamente poetico che accompagna il visitatore dalla dimensione più intima a quella sociale e politica.

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E’ la prima esposizione in Italia dell’artista afroamericana e noi l’abbiamo visitata con la curatrice Elvira Dyangani Ose.

Ascolta qui l’intervista

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    Tiziana Ricci
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I nuovi ritratti di Annie Leibovitz

La mostra con i nuovi scatti della grande fotografa americana ha aperto al pubblico il 9 settembre presso Fabbrica Orobia 15 a Milano. L’ingresso è libero.

Il nuovo lavoro prosegue un progetto iniziato oltre quindici anni fa con “WOMEN”, una raccolta di ritratti pubblicata nel 1999 che ebbe un grande successo. Susan Sontag, che aveva collaborato alla realizzazione, l’aveva definita un “ work in progress”.

Il lavoro attuale prosegue quel progetto e riflette i cambiamenti del ruolo e dell’immagine della donna nella società contemporanea; con il prossimo anno diventerà un’unica opera composta da molteplici scatti.

Fabbrica Orobia è un luogo dove una volta si fabbricavano lampadine, ora come tanti luoghi di lavoro dismessi è diventato uno spazio espositivo. Spazio estremamente suggestivo: si viene accolti in una penombra spezzata da spiragli di luce e in quest’atmosfera soffusa è stato ricostruito lo studio di Annie Leibovitz, o per lo meno una suggestione; non si tratta infatti della classica mostra di fotografie.

La Leibovitz, notissima e amata fotografa, è nata nel 1949. Le sue fotografie cominciarono ad apparire su Rolling Stone, che negli anni Settanta era una rivista giovane ed emergente di politica e cultura popolare; quindi su Vanity Fair e poi su Vogue. Le sue opere sono esposte nei più prestigiosi musei del mondo. Ha collezionato numerosi premi, è stata fotografa privilegiata di Patti Smith e Yoko Ono; sua è la celeberrima immagine di John Lennon nudo avvinghiato a Yoko Ono scattata poco prima che venisse ucciso.

Dunque si entra in quest’atmosfera affascinante che ricostruisce un po’ lo studio della fotografa: un lungo tavolo su cui sono disposti i più bei cataloghi – anche un po’ sciupati, usati – che si possono sfogliare.

Da un lato poi troviamo comode sedie ed è lì che possiamo guardare incantati i nuovi ritratti di donne che scorrono su due grandi schermi, mentre alle nostre spalle campeggia su un terzo schermo fisso il grande ritratto della regina Elisabetta che ci fissa con sguardo austero.

Intanto sugli altri due schermi compaiono musiciste, acrobate, donne di spettacolo, politiche, attrici: riconosco Barbra Streisand, la signora in giallo, Vanessa Redgrave, Sofia Loren, Meryl Streep, Hillary Clinton, danzatrici, scrittrici, artiste, Shirin Neshat, Isabella Rossellini, Joan Baez, Aung San Suu Kyi e ancora tante altre donne al lavoro di cui non conosciamo il nome.

La Leibovitz ha continuato dunque il lavoro che aveva iniziato nel ’99 con Susan Sontag,scrittrice e saggista con cui ebbe anche una grande storia d’amore fino alla sua scomparsa a settantun’anni nel 2004.

Le fotografie di Annie Leibovitz sono potenti: la bellezza delle donne ritratte è dirompente. Sono ritratti che raccontano di loro, della loro personalità, del loro lavoro e soprattutto della loro diversità. Non è la bellezza scontata, quella imposta dai canoni della moda e della pubblicità.

La Leibovitz riesce sempre a metterne in luce la forza e la dignità di cui tutte le protagoniste sembrano essere consapevoli.

Le fotografie sono raffinate, costruite, la composizione è sofisticata e il risultato è estremamente efficace.

Infine su una parete di fianco troviamo le stesse foto che scorrono sui grandi schermi, in piccolo formato, appuntate distrattamente come probabilmente le dispone la fotografa sulle pareti del suo studio. Anche quest’aspetto è interessante, perché le stesse immagini che abbiamo vistoin grande formato ci appaiono diverse.

Come la piccola foto di John Lennon e Yoko Ono avvinghiati e a fianco il ritratto di Yoko Ono con un’espressione tristissima : è il racconto di tutto quello che è successo. Quello che solo i grandi fotografi riescono a fare.

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    Tiziana Ricci
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Cuba, una mostra sugli artisti divisi dalla rivoluzione

Il cortile del Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano è occupato per intero da una rete in forma di gabbie : è il lavoro di Umberto Diaz, solo vedendolo dall’alto si può leggere la parola “Ideas”. E’ un lavoro sulla censura, ma è un tema universale non riguarda solo Cuba, come l’opera di Ernesto Leal che in giardino ha incappucciato i “ Sette Savi” di Melotti.

Sono le opere che ci accolgono all’esterno del Pac e fanno parte della mostra Cuba.Tatuare la storia”, una riflessione ampia ed approfondita sull’arte cubana che entra nelle questioni politiche e sociali e guarda apertamente a tutte le pratiche artistiche di chi ha scelto di lasciare l’isola e di chi invece ha scelto di restare e proporre dall’interno la propria visione critica.

Era il ’62 quando gli Stati Uniti, all’indomani della rivoluzione castrista, decretarono l’embargo contro Cuba. La rivoluzione fu un tentativo di costruire una società giusta ed egualitaria secondo i principi marxisti.

Per tutta risposta al bloqueo Cuba aprì la Scuola Nazionale dell’Arte, dunque da un lato rispose con la cultura e dall’altro cominciò un processo di chiusura ed arroccamento ideologico che portò anche a episodi di censura che videro appunto alcuni artisti lasciare l’isola e altri rimanere proclamando però nel loro lavoro la libertà di pensiero. Un fermento identitario lo ritroviamo in tutta l’arte cubana e questa mostra guarda apertamente a tutte le pratiche artistiche.

Sono 31 gli artisti tra i più significativi ed apprezzati nel panorama internazionale, attivi dalla fine degli anni ’70 in poi. Più della metà di loro vive e lavora a L’Avana.

Il titolo “ Cuba. Tatuare la storia” rimanda all’unicità dell’esperienza di una rivoluzione che ha lasciato un segno indelebile ed eccezionale nella storia del secolo passato e anche di questo nuovo secolo.

Tornando al percorso espositivo, nello spazio d’ingresso leggiamo una grande scritta scolpita nel muro in inglese : “Volete comprare la mia miseria ?”. L’artista è Luis Gòmez. La sua frase provocatoria, ironica e sarcastica rimanda a come gli occidentali e il mercato spesso percepiscano l’arte cubana. Infatti nelle loro opere si racconta la difficoltà della vita, la povertà e il malessere. I mercanti occidentali sembrano contenti di comprare la loro disperazione: l’arte cubana nota è quella comprata dalle principali gallerie e collezionisti occidentali. Gòmez è uno integro, che vive e lavora a Cuba e non ha mai voluto rapporti coi grandi del mercato occidentale e c’è dunque nel suo lavoro un atteggiamento critico nei confronti di chi vende la propria arte ai grandi mercanti occidentali.

Sparsi negli spazi del Pac troviamo giganteschi chiodi piegati e arrugginiti. Sono l’opera de Los Carpenteros,un duo di artisti cubani e il titolo dell’opera è “I Falegnami”, lavorano con tecniche artigianali e materiali poveri e costruiscono oggetti d’uso quotidiano che diventano opere d’arte.

Più avanti incontriamo il lavoro di Carlos Martiel, che si fa fotografare nudo con brandelli di una vecchia divisa militare cuciti sulla sua pelle. L’opera rimanda al rifiuto di piegarsi al lungo e indottrinante servizio militare cubano e alla cultura machista, questi sono stati alcuni dei motivi che hanno spinto l’artista a emigrare negli Stati Uniti.

Martiel rappresenta la nuova generazione di artisti cubani ed è il protagonista di una delle performance in programma nei primi giorni di apertura della mostra , come anche quella di Grethell Rasùa, classe ’83, artista che nel 2005  ridipinse le case fatiscenti di un quartiere povero e periferico de L’Avana con una vernice speciale mescolandola con escrementi degli abitanti. Sempre con escrementi e liquidi corporei mischiati ad elementi preziosi, crea gioielli personalizzati col materiale organico della persona.

La performance è una forma espressiva molto importante nell’arte cubana e questa mostra fra i tanti artisti contemporanei rende omaggio ad Ana Mendieta, una delle artiste cubane più apprezzate e un’icona dell’arte contemporanea, con alcune opere esposte che documentano il suo lavoro .Altro grande omaggio a Fèlix Gonzàlez-Torres, un artista che ha dovuto lasciare l’isola per evitare di essere perseguitato a causa della sua omosessualità.

E infine si incontra una piccola stanzetta buia dedicata a un’altra grande artista: Tania Bruguera, che anni fa aveva lasciato molto criticamente Cuba, ma che ora vive tra l’isola e gli Stati Uniti.

Ci siamo fermati solo su alcuni artisti , ma la mostra è davvero ricca e le opere così dense e profonde che richiedono una visita senza dimenticare le performance che sono in programma in questi primi giorni d’apertura:

  • Susana Pilar Delahante Matienzo, martedì 5 luglio alle 19
  • Carlos Martiel, mercoledì 6 luglio alle 19
  • Grethell Rasùa, giovedì 7 luglio alle 19

La mostra è al Padiglione di Arte Contemporanea dal 5 luglio al 12 settembre 2016.

La mostra, prima grande esposizione di arte contemporanea cubane in uno spazio pubblico, è curata da Giacomo Zaza e Diego Sileo che abbiamo intervistato.

Ascolta l’intervista

Diego Sileo

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    Tiziana Ricci
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Festival Parco Lambro, 40 anni e non sentirli

A quarant’anni dalla conclusione del Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro di Milano, una mostra fotografica fa rivivere il clima e il fermento di quei giorni.

Allo spazio Forma Meravigli (via Meravigli 5/7 Milano) sono esposte per la prima volta le fotografie del reporter Dino Fracchia scattate durante le ultime due edizioni del festival (1975 e 1976) e la mostra è curata da Matteo Balduzzi.

Chi c’era può rivivere quell’esperienza e chi non l’ha vissuta può comprenderne la portata. Tanti giovani si riappropriarono dello spazio pubblico in un happening pacifico e danzante come a Woodstock. La rivista Re Nudo di Andrea Valcarenghi li aveva chiamati per tre giorni al Parco Lambro.

Parco Lambro 2

Gli scatti di Dino Fracchia in un continuum fotografico mostrano le danze, gli incontri e il fermento che già conteneva i semi della rivolta giovanile in nome della libertà delle donne, degli omosessuali, e dalle costrizioni sociali. Un’ondata libertaria mal tollerata e ancor meno compresa dalla politica istituzionale.

Il Festival del proletariato giovanile si accompagna alla nascita degli Anni di piombo nel nostro Paese. Vi parteciparono tanti artisti come gli Area, gli Stormy Six, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Eugenio Finardi, Edoardo Bennato, Franco Battiato, Antonello Venditti, Giorgio Gaber e migliaia di giovani che rappresentavano una composita geografia umana.

Durante la visita alla mostra, abbiamo incontrato il fotografo. La mostra è aperta il 24 giugno e si può visitare fino all’8 settembre.

Ascolta l’intervista a Dino Fracchia

Dino Fracchia

Abbiamo inoltre incontrato uno dei protagonisti di quei giorni, l’artista Matteo Guarnaccia.

Ascolta l’intervista a Matteo Guarnaccia

Matteo Guarnaccia

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    Tiziana Ricci
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Metamorfosi e nuove dimensioni

Dal 24 giugno 2016 al 22 gennaio 2017, Palazzo Reale di Milano ospita una mostra interamente dedicata a Maurits Cornelis Escher, incisore e grafico olandese. L’esposizione consta di 200 opere divise in sei sezioni. La organizza Palazzo Reale-Milano insieme ad Arthemisia Group e 24 Ore Cultura – Gruppo Sole 24 Ore in collaborazione con M. C. Escher Foundation.  I curatori sono Marco Bussagli e Federico Giudiceandrea.

Atmosfera sobria e raccolta, il percorso espositivo si apre con le prime opere in cui è evidente l’influenza dell’Art Nouveau. Proseguendo, si incontrano quelle più famose, come Mano con sfera riflettente, la serie sui Concavi e Convessi (materia che lo ha sempre affascinato), o ancora come Relatività, la famosa opera che rappresenta un edificio fatto di scale, dove un sapiente gioco di prospettiva, basato su tre diversi punti di fuga, permette di far convivere in un unico spazio tre mondi completamente diversi. Escher chiamava “relatività” i giochi che faceva esasperando e stravolgendo la prospettiva tradizionale.

Metamorfosi è una lunghissima xilografia di 4 metri, un capolavoro di Escher: forme geometriche si sviluppano in modo inaspettato e sorprendente, per poi ritornare al punto iniziale. È un viaggio nella metamorfosi delle forme che inizia con la parola olandese metamorphose. La parola si trasforma in piccole forme cubiche poi in api, in uccelli, in pesci e poi in edifici di forma cubica, che alludono all’abitato di Atrani, in provincia di Salerno, e ricordano i cristalli di fluorite.

Ci sono tutti gli elementi che caratterizzano il lavoro di Escher: dai particolari arabeschi e motivi grafici che adornano l’Alhambra, trecentesco palazzo moresco di Granada che tanto ha affascinato l’artista, fino al paesaggio italiano, a forme geometriche e a cristalli.

Un’altra opera notissima in mostra è Vincolo d’unione:  Escher ritrae se stesso e la moglie in un unico nastro a spirale che con le fronti unite formano un vincolo indissolubile, fluttuano nel vuoto fra sfere sospese che simboleggiano l’infinito di tempo e spazio.

Spazi impossibili, scale, esplorazioni dell’infinito, foglie che diventano uccelli, uccelli che diventano pesci opere visionarie ed estremamente affascinanti. Per i matematici era un artista, per gli artisti era un matematico.

Finalmente dopo Roma, Bologna e Treviso è arrivata a Milano la mostra interamente dedicata ad Escher, incisore, grafico ed intellettuale olandese classe 1898, scomparso nel 1972.

Spesso le sue opere sono molto più conosciute dello stesso artista. Sono infatti state riprodotte su magliette, manifesti, copertine di dischi come quella famosa dei Pink Floyd On the Run, o su copertine di libri e pubblicazioni scientifiche, ma anche su oggetti i più vari e l’ultima parte del percorso espositivo lo illustra ampiamente. La mostra è inoltre arricchita da giochi e postazioni ispirate alle visioni di Escher dove ci si può anche far fotografare.

Infine chiude il percorso un’opera di Studio Azzurro, da sempre punto di riferimento per la craetività legata alle nuove tecnologie: in una stanza scorrono a diverse altezze quattro rampe di Scale sognanti, nome che dà il titolo anche all’opera. Questa poetica video installazione è ispirata all’opera di Escher Relatività (o Casa di scale, del ’53), dove un universo profondo affonda sotto i piedi del visitatore. Tra le scale compaiono piccoli animali, sfuggiti alle metamorfosi di Escher e il video prosegue con soluzioni sorprendenti.

Marco Bussagli ha curato la mostra con Federico Giudiceandrea e noi lo abbiamo incontrato. Con lui abbiamo parlato anche della vita dell’artista, che aiuta molto a capire la natura della sua ricerca.

Ascolta l’intervista a Marco Busagli

Marco Busagli

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    Tiziana Ricci
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Mantegna e Carracci. Attorno al Cristo morto

Dal 16 giugno al 25 settembre si terrà alla Pinacoteca di Brera il secondo straordinario dialogo tra i capolavori della storia dell’arte: da una parte “Il Cristo morto” di Andrea Mantegna, datato intorno al 1480 – una delle icone universali del Rinascimento e opera simbolo della Pinacoteca di Brera – e “Il Cristo morto con gli strumenti della passione”, versione dello stesso soggetto dipinta da Annibale Carracci intorno al 1583, proveniente dalla Staatsgalerie di Stoccarda.

Alle due opere, accostate per la prima volta, viene affiancato anche il dipinto “Compianto sul Cristo morto”, sempre raffigurante lo stesso soggetto, realizzato da Orazio Borgianni nel 1615 e proveniente dalla Galleria Spada di Roma. Il Mantegna lascia dunque l’austero e sacrale allestimento del regista Ermanno Olmi, comunque era temporaneo.

Le tre opere campeggiano ora su pannelli grigi al centro della lunga sala che ospita il ‘400 e il ‘500 veneto. Pareti dipinte con un blu intenso, con una variazione di tono che richiama i manti e i cieli dei dipinti di Mantegna, Bellini e Lorenzo Lotto. Questo dialogo fra le opere, in ogni caso temporaneo, è il cuore del riordino delle sale che ospitano il Medioevo, il Rinascimento e il ‘500 veneto.

Pareti dai colori intensi, illuminazione accurata valorizzano i dipinti e ne esaltano la bellezza. Siamo dunque al secondo allestimento dopo il rinnovamento delle sale che conducono al confronto tra Raffaello e Perugino. Il progetto del direttore James Bradburne prevede il rinnovamento di tutte le sale nei prossimi tre anni, la valorizzazione della collezione e il blocco temporaneo dei prestiti.

Inoltre una grande vetrata scorrevole a metà del corridoio d’ingresso garantirà la climatizzazione e si potrà così in ottobre riaprire l’ingresso originale in centro al porticato e il primo piano ospiterà anche un caffè. Le pareti del corridoio d’ingresso che ospitavano affreschi e dipinti ora sono spoglie e le opere andranno al restauro per poi tornare in esposizione.

Nel 2018 la collezione d’arte moderna verrà spostata a Palazzo Citterio, che nel frattempo dovrebbe essere pronto dopo il restauro. Il direttore sottolinea spesso di essere guidato dalla filosofia di un grande sovrintendente: Franco Russoli e dalla sua concezione del museo e del ruolo che debba avere nella città.

Insomma tutto è pensato per rendere piacevole ed emozionante la visita al pubblico che potrà esprimere la propria opinione nel sito della Pinacoteca ed influire così sui futuri provvedimenti. L’obiettivo è riuscire a far innamorare la gente, i milanesi in particolare, e a farli tornare più e più volte al museo.

In occasione del nuovo allestimento abbiamo incontrato il direttore James Bradburne.

Ascolta l’intervista

Intervista con James Bradburne


Giovedì 16 giugno, giornata inaugurale, l’ingresso è gratuito dalle 8.30 alle 22.15
, inoltre il direttore della Pinacoteca ha preso in questi giorni una bella iniziativa , dato che ritiene i taxisti e le guide ambasciatori del museo, li ha invitati a partecipare gratuitamente ad alcune visite guidate riservate proprio a loro. Noi abbiamo partecipato a una di queste ed abbiamo registrato il loro entusiasmo.

Ascolta l’intervista

Le voci dei taxisti

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    Tiziana Ricci
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Una passeggiata sulle acque con Christo

Sul lago d’Iseo fervono i lavori, la data è vicina: il 18 giugno verrà aperta al pubblico la passeggiata sulle acque The Floating Piers. L’opera ambientale di Christo, artista bulgaro che ha sempre firmato le sue opere Christo e Jeanne Claude, l’amatissima moglie con cui ha lavorato per più di cinquant’anni e che è scomparsa nel 2009. Lui però quando racconta il suo lavoro parla al plurale e al presente, perché il progetto è di entrambi.

Incontro Christo nei capannoni dell’ex-fabbrica Caproni che è diventata il quartier generale dei lavori. Un elicottero vola continuamente da lì a Montisola per trasportare il materiale, in particolare il telo bianco che coprirà tutti i 200.000 cubi galleggianti in polietilene ad alta densità che sono già stati sistemati e che saranno coperti oltre che dal telo bianco da 70.000 metri quadrati di tessuto giallo-arancione sensibile alla luce. La passerella è larga 16 metri con i bordi laterali che scivolano in acqua, e se passa un gommone si muovono come onde.

L’opera, oltre che alla visionarietà di Christo, si è potuta realizzare grazie all’ingegneria e tecnologia avanzatissima canadese e tedesca e grazie al lavoro incessante di quaranta giovani che Christo ha fatto venire dall’Accademia dello Sport di Sofia. Giovani atletici e muscolosi che guidano imbarcazioni, sommozzatori che lavorano sotto la passerella e anche sopra, instancabili con tante altre persone del posto coinvolte nel progetto.

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E i costi altissimi di tutta l’operazione? Si parla di una cifra che va dai 14 ai 16 milioni di euro, si vedrà alla fine. Christo non ha mai voluto sponsor, la vendita delle sue opere dalle più vecchie alle più recenti finanziano tutto ciò che fa. Me lo ha raccontato anche nell’intervista che abbiamo fatto. C’era stata qualche insinuazione riguardo al coinvolgimento nell’operazione della fabbrica Beretta, quella delle armi. Semplicemente la famiglia Beretta è proprietaria dell’isola di San Paolo e ha dato il permesso all’artista di circondare l’isola con la sua passerella galleggiante, ma non ha finanziato nulla. Dall’isoletta di San Paolo la passerella attraversando il lago collega poi Peschiera Maraglio a Montisola con Sulzano in terraferma.

Ascolta l’intervista con Christo

Christo intervista 1
Siamo con Christo sulla passerella che ha un’impercettibile oscillazione, abbiamo il vento nei capelli e lui cammina spedito, il 13 giugno compirà 81 anni e ha l’energia e l’entusiasmo di un ragazzino. E’ felice al pensiero che la gente passeggerà sull’acqua e si godrà questo stupendo panorama del lago da un punto di vista eccezionale.

“Durerà pochi giorni – dice – ma sarà davvero speciale”. Quello che conta per lui non è davvero il significato simbolico, ma l’esperienza, le sensazioni che si provano: l’acqua sotto i piedi, il vento, la fisicità, insomma la percezione della natura completamente cambiata e un ricordo che resta nel cuore e nella mente.

Ed è questo il motivo che ha ispirato lui e Jeanne Claude a impacchettare prima l’architettura e poi la natura. C’è qualcosa di eccitante, di elettrizzante in lui che è contagioso.

Ascolta il sonoro

Christo intervista 2

Si potrà passeggiare anche di notte, la passerella sarà illuminata da speciali lampade e lungo tutto il percorso ci saranno gommoni che per qualsiasi evenienza potranno trasportare chi volesse interrompere la promenade.

Dal 18 giugno al 3 luglio si potrà percorrere tutta la passeggiata nei due sensi, un percorso di 5 km che unirà i paesi di Sulzano e Peschiera Maraglio a Montisola con l’isoletta privata di San Paolo, snodandosi per 2 km lungo la strada pedonale e per i restanti 3 km sulle acque del lago, sui pontili galleggianti.

Christo ha voluto che fosse tutto gratuito e aperto a tutti e che non ci fosse nemmeno una cerimonia di inaugurazione, ma ovviamente ci si aspetta un gran numero di visitatori da tutto il mondo e il flusso verrà regolato: del resto a Sulzano l’amministrazione ha provveduto a organizzare infopoint, parcheggi e navette, poiché in quei giorni la località sarà chiusa al traffico e ovviamente anche il percorso dei battelli verrà momentaneamente modificato. Sul luogo sono già arrivati molti stranieri.

Abbiamo anche sentito le impressione della gente che abita questi luoghi

Le voci dei cittadini

Alla fine di quello che possiamo definire un grande evento che farà entrare il lago d’Iseo nella storia dell’arte, tutto il materiale che è stato usato per realizzare l’opera verrà riciclato e venduto, lasciando intatta la natura e probabilmente un bel ricordo in chi ha partecipato a questa esperienza eccezionale.

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    Tiziana Ricci
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Sold out “Immagini sensibili” con RP

Care abbonate e cari abbonati,

siamo felici che  rispondiate con passione ed entusiasmo alle nostre proposte di visitare insieme le mostre che scegliamo per voi.

La visita di domenica 29 maggio alla mostra di STUDIO  AZZURRO – Immagini sensibili a Palazzo Reale di Milano è andata benissimo per la vostra partecipazione appassionata e per la generosità degli artisti Fabio Cirifino e Leonardo Sangiorgi che ci hanno accompagnato spiegando il senso del loro lavoro, le idee da cui sono partiti e come sono riusciti a usare la tecnologia per creare opere così poetiche e toccanti.

La nostra ascoltatrice Franca Crispo ci ha mandato due immagini che ha scattato in un momento di abbandono al godimento dell’ultimo lavoro in Sala delle Cariatidi, ispirato al film Miracolo a Milano di De Sica, un’opera incantevole e commovente dedicata ai senzatetto e alle loro storie.

Invitiamo chi non avesse visto la mostra a non perderla perché merita davvero, tanto che  Radio Popolare ha scelto di essere Media Partner in questo progetto espositivo.

Grazie ancora a tutte e tutti e agli artisti.

Ci vediamo alla prossima.

Franca Crispo Studio Azzurro 1

Franca Crispo Studio Azzurro 2

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    Tiziana Ricci
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Joan Miró, la forza della materia

La mostra di Gauguin con cui aveva aperto il Mudec, museo che la città aspettava da vent’anni, ci aveva un po’ deluso, invece l’appuntamento con Miró curato dalla Fundació Joan Miró di Barcellona diretta da Rosa Maria Malet, in collaborazione per l’Italia con lo storico dell’arte Francesco Poli, è entusiasmante.

Un’ampia selezione di opere, più di cento realizzate tra i primi anni ’40 e il 1981. Joan Miró, nato a Barcellona nel 1893 e morto a Palma di Maiorca nel 1983, è una delle personalità più illustri della storia dell’arte moderna, intimamente legato al surrealismo per le influenze che artisti e poeti di questo movimento hanno esercitato su di lui negli anni venti e trenta.

Attraverso di loro, Miró sperimentò l’esigenza di una fusione tra pittura e poesia e un processo di semplificazione della realtà che rimandava all’arte primitiva che portò anche l’artista a ideare un nuovo vocabolario di simboli e a sperimentare nuovi materiali e procedure innovative.

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Personalmente la parte che più mi affascina del lavoro di Miró è la prima, quella che vediamo in mostra invece è la seconda parte della sua ricerca, ma comunque, in un percorso cronologico, sono esposte opere notevolissime.

Disegni, dipinti con le inconfondibili sgocciolature d’inchiostro nero sui gialli, blu e rossi brillanti. Le donne, i personaggi con uccello e le sorprendenti sculture che rimandano a Picasso.
In mostra abbiamo incontrato il curatore italiano Francesco Poli.

Ascolta l’intervista

 

Intervista a Francesco Poli su Miró

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    Tiziana Ricci
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Umberto Boccioni, genio e memoria

Nel centenario della sua morte, la città di Milano celebra Umberto Boccioni con una mostra a Palazzo Reale aperta al pubblico dal 23 marzo al 10 luglio 2016.

Disegni, dipinti, sculture, incisioni, fotografie d’epoca, riviste e documenti, un percorso espositivo di 280 opere frutto di una lunga ricerca curata dal Gabinetto dei Disegni della Soprintendenza del Castello Sforzesco.

A parte i più giovani, in tantissimi abbiamo visto Boccioni in diverse mostre antologiche o dedicate alle figure più importanti del Futurismo, con le sue opere più significative e più importanti. Questa mostra è diversa: si tratta di un percorso filologico, sicuramente molto apprezzato da studiosi e appassionati, ma forse un po’ più difficile per il largo pubblico.

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Divisa in due capitoli, la mostra presenta nel primo il Boccioni pre-futurista, e nell’altro il periodo futurista. Tutto il percorso è fatto di accostamenti tra le opere dell’artista e disegni, studi e opere di altri artisti che lo hanno influenzato o colpito per qualche elemento o riflessione che poi ritroviamo nelle visioni e nella ricerca di Boccioni.

Molta importanza nel percorso proposto hanno i disegni provenienti dal Castello Sforzesco e i disegni preparatori di opere molto importanti come i ritratti della madre, le officine di Porta Romana o le diverse opere sul dinamismo di corpi umani o cavalli e la scultura che chiude il percorso una versione di “Forme uniche della continuità nello spazio”.

Cento sono i disegni, 38 le opere di Boccioni e le altre cento di altri autori sono prestiti da importanti musei e collezioni private. La mostra, promossa dal Comune di Milano, è stata organizzata dal Castello Sforzesco, dal Museo del Novecento, da Palazzo Reale e dalla casa editrice Electa che l’ha anche finanziata con un milione e trecentomila euro. In mostra abbiamo incontrato la curatrice Francesca Rossi, storica dell’arte.

Ascolta l’intervista

Intervista con Francesca Rossi su mostra Boccioni

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    Tiziana Ricci
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“La flagellazione di Cristo” a Monza

La Reggia di Monza nel Salone delle Feste del Piano Nobile ospita, dal 17 marzo fino al 17 aprile, un grande capolavoro di Caravaggio. Per tutto il periodo l’ingresso sarà libero.

È ormai una consuetudine: a Natale si espone un grande quadro a Palazzo Marino di Milano, a Pasqua un capolavoro alla Reggia di Monza, dove appunto torna Caravaggio con la sua incantevole opera proveniente dal Museo di Capodimonte “La flagellazione di Cristo” del 1607, un olio su tela grande tre metri per due.

Un Cristo luminoso si accascia sotto la forza bruta e malvagia dei persecutori, un’opera di grande potenza espressiva davanti alla quale si resta senza fiato. Assieme alle sette opere di Misericordia, è l’opera più importante a cui Caravaggio lavora a Napoli, probabilmente intorno al 1607, e in questo periodo l’artista sembra trasferire nella drammaticità del dipinto la drammaticità delle sue vicende biografiche: accusato infatti di omicidio dovette fuggire da Roma e morì qualche anno dopo aver dipinto questo quadro incantevole.

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Anche dal punto di vista didattico sembra essere un’ottima operazione. L’allestimento è arricchito da un video che racconta in modo accessibile al largo pubblico la storia ed il valore estetico del dipinto. Abbiamo intervistato Andrea Dusio che è il curatore dell’esposizione, con la collaborazione del direttore del Museo di Capodimonte Sylvain Bellenger.

Ascolta l’intervista (6’32”)

CARAVAGGIO Villa Reale Andrea Dusio

È molto soddisfatto il sindaco Roberto Scanagatti, che si è molto speso perché la Reggia di Monza restasse un importante punto di riferimento culturale.

Ascolta l’intervista (2’04”)

CARAVAGGIO Monza sindaco

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    Tiziana Ricci
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Raffaello e Perugino: un confronto tra due maestri

Dal 17 marzo al 27 giugno 2016 si terrà alla Pinacoteca di Brera il primo confronto straordinario tra due icone della storia dell’arte: Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, una delle opere simbolo della Pinacoteca, e Lo Sposalizio della Vergine di Perugino proveniente dal Musée des Beaux Arts de Caen per la prima volta fianco a fianco.

Il nuovo direttore James Bradburne aveva annunciato subito che era sua intenzione valorizzare la collezione permanente e portare Brera al cuore della città. “Il museo deve emozionare”, aveva dichiarato e bisogna dire che con questo primo dialogo fra due giganti potrebbe riuscirci davvero.

Un accostamento mitico nella storia dell’arte che mostra la discendenza e il passo avanti compiuto da Raffaello rispetto a quello che fu probabilmente il suo maestro: Perugino.

Perugino, massimo rappresentante della pittura centro-italiana del ‘400, e Raffaello, il giovane geniale che diede una svolta alla pittura italiana e ne fece l’esempio in Europa almeno per un secolo e mezzo.

La sala incantevole che ospita i due capolavori è preceduta dal riallestimento di quattro sale, la XX, XXI, XXII, XXIII: le pareti rosso scuro esaltano i dipinti e con la nuova illuminazione creano un’atmosfera davvero affascinante. Le opere esposte, come le incantevoli pale del Crivelli, vengono valorizzate, i colori sono intensi e gli ori ancora più luminosi.

Nuove didascalie spiegano più chiaramente i quadri e la loro storia che sarà arricchita di volta in volta anche dalle riflessioni di scrittori ed intellettuali internazionali.

Altro elemento di grande novità è sicuramente il sito nuovo www.pinacotecabrera.org, un viaggio virtuale nel museo e in tutti i suoi servizi, finalmente ricco e vivace.

Grande inaugurazione giovedì 17 marzo con ingresso gratuito per l’intera giornata. Abbiamo incontrato il direttore della Pinacoteca James Bradburne.

Per ascoltare l’intervista, clicca qui sotto

Intervista con James Bradburne

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    Tiziana Ricci
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Lo sguardo acuto di Carla Cerati

Carla Cerati, grande fotografa e scrittrice, è scomparsa lo scorso 19 febbraio. Una fotografa che noi di Radio Popolare abbiamo amato molto non solo per il suo importante lavoro di documentazione del cambiamento in un trentennio della nostra società: movimenti sociali, politici, scontri di piazza, manifestazioni femministe, i processi i personaggi.

Dal sessantotto in poi Carla Cerati è stata un’osservatrice acuta, attenta e una bravissima fotografa; la abbiamo ospitata tante volte nei nostri studi e ogni volta in cui la abbiamo intervistata abbiamo anche incontrato quel suo sguardo pungente incorniciato da un caschetto rosso fuoco.

La maggior parte delle persone forse la ricorda per il libro “Morire di classe” che uscì proprio nel ’68 , le sue foto e quelle di Gianni Berengo Gardin aprirono gli occhi di una società addormentata sul dramma dei manicomi. Un libro fatto in accordo con lo psichiatra Franco Basaglia che contribuì ad arrivare alla legge 180 per la chiusura dei manicomi.

Poi nel ’74, con l’Editore Mazzotta, uscì “Forme di donna”: uno sguardo sul corpo femminile assolutamente nuovo, non erotico, ma che guardava quel corpo come se fosse una meravigliosa scultura dalle forme plastiche e sinuose.

E ancora con“Mondo Cocktail” ha documentato l’atmosfera delle vernici e dei rinfreschi alle inaugurazioni di mostre negli anni ’70 con un occhio ironico sulla società borghese. E non bisogna nemmeno dimenticare la sua lunga e ricca ricerca su Milano e sui suoi cambiamenti.

Nel 2010, in occasione di una mostra alla Spazio Forma di Milano nella quale erano esposte le sue fotografie, insieme a quelle di altri, tra cui Berengo Gardin, l’abbiamo intervistata tracciando un percorso interessante, un po’ a volo d’uccello sul suo prezioso lavoro.

Ascolta l’intervista con Carla Cerati

CARLA CERATI intervista

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Il rilancio della Fabbrica del Vapore

L’occasione per un nuovo impulso per la Fabbrica del Vapore è la scadenza della concessione temporanea per l’utilizzo degli spazi di via Procaccini a Milano, che arriverà il 28 febbraio. La comunicazione da parte del Comune di Milano ai laboratori che da dieci anni sono attivi alla Fabbrica ha creato un clima di preoccupazione per la prospettiva che appare incerta.

L’amministrazione comunale ha fatto sapere che affiderà il coordinamento artistico e l’indirizzo per le attività a Fondazione Milano – Scuole Civiche presieduta da Marilena Adamo, che dovrebbe realizzare un progetto pilota, farne un punto di riferimento per giovani artisti in una logica di massima condivisione e apertura nei confronti di soggetti interni ed esterni alla Fabbrica e alla multidisciplinarietà.

Questo è quanto si legge nel comunicato; l’Assessora al Benessere Chiara Bisconti ha dichiarato di voler dare alla Fabbrica un grande impulso, dato che effettivamente è un patrimonio cittadino dalle potenzialità non del tutto sfruttate. E meno male, visto che con tutte le amministrazioni che si sono susseguite la Fabbrica non è mai decollata.

Facciamo un po’ di storia. Nel 1999 l’amministrazione aveva definito le finalità del progetto: un centro di produzione culturale giovanile, un grande laboratorio d’idee e sperimentazioni, un luogo dove i giovani potessero essere protagonisti, uno spazio aperto alle proposte più innovative provenienti da realtà cittadine ed internazionali, un centro attivo frequentabile tutto l’anno.

Nei primi mesi del 2000 venne indetto un bando pubblico per selezionare progetti e realtà che avrebbero potuto operare all’interno del centro, mentre nel contempo venivano ristrutturati gli edifici dell’area industriale dismessa. Sono state scelte attività laboratoriali di diverse aree della produzione culturale e artistica: design, arti visive, fotografia, danza, teatro e musica.

Una quindicina di laboratori hanno trovato lì il loro spazio. Il progetto per la Fabbrica del Vapore prevedeva che dopo un periodo di permanenza negli spazi del complesso, della durata di dieci anni, ci fosse un ricambio delle attività. I dieci anni scadono dunque a fine febbraio e il Comune ha in mente di indire un nuovo bando.

Non ha senso azzerare tutto ciò che è accaduto in questi dieci anni, un patrimonio culturale prezioso che in molti casi ha accolto e fatto crescere molti giovani, laboratori che si sono consolidati e hanno avuto un notevole riconoscimento per il loro lavoro. Questi laboratori potranno dunque partecipare al bando e a quanto sembra di capire l’Amministrazione è intenzionata a valorizzare la loro esperienza includendola nel nuovo progetto.

Si spera quindi in una soluzione condivisa , in questa atmosfera di attesa abbiamo intervistato l’Assessora Bisconti, Fabio Cirifino di Studio Azzurro, che ha espresso la preoccupazione di quasi tutti i laboratori, e Patrizia Brusarosco di Viafarini che con Maschere Nere si dice invece contenta e fiduciosa nella proposta del comune. Ascolta l’intervista.

Fabbrica del Vapore: interviste

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    Tiziana Ricci
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Brera: i primi cento giorni di Bradburne

“Riportare Brera nel cuore di Milano e il visitatore al centro di Brera”James Bradburne, insediatosi alla direzione del museo milanese da cento giorni, ha illustrato alla presenza del ministro Franceschini in un’affollatissima Sala della Passione la sua prima visione strategica per valorizzare il patrimonio di Brera e restituirle identità.

Nella sua concezione “La Grande Brera” non deve essere un’operazione immobiliare, ma una visione che riaffermi la centralità del museo come arma di cultura attiva, così da avvicinarlo ai grandi musei europei, e che comprenda valorizzandoli tutti gli istituti presenti nel palazzo, compresa l’Accademia che ne ha sempre fatto parte.

Il piano prevede molti interventi, come la risistemazione del cortile napoleonico con panchine, cestini, un nuovo shop, un caffè e altri servizi, o il riallestimento delle trentotto sale della Pinacoteca con una nuova illuminazione, interattività e wifi. E ancora, la Biblioteca Braidense resa nuovamente invitante, e, obiettivo importante, la ristrutturazione di Palazzo Citterio entro il 2018 con la ricollocazione in quella sede delle collezioni Jesi e Vitali.

Inoltre il biglietto di 10 euro sarà valido tre mesi, con numerose iniziative per le famiglie che verranno così invogliate a ritornare al museo, dove troveranno coinvolgimento ed emozioni.

Per il 2016 ci saranno i riallestimenti di tre nuclei, centrati su tre capolavori del museo. Il primo, il 17 marzo, avrà come fulcro Raffaello, il secondo, il 16 giugno, Mantegna; il terzo, il 27 ottobre, sarà focalizzato su Caravaggio. Il gradimento degli allestimenti sarà accertato attraverso “Brera ascolta”, una consultazione periodica alla quale saranno chiamati i cittadini interessati.

Poi per tre anni tutti i capolavori di Brera resteranno a casa, cioè non si faranno prestiti.

La chiave del progetto illustrato da Bradburne è l’autonomia del museo: dopo la riforma può infatti contare su autonomia economica e gestionale. Infatti ora Brera ha un proprio bilancio, uno statuto e un comitato scientifico.

Per la realizzazione di questi progetti i fondi non sono certo secondari e Bradburne, che ora può contare sull’autonomia gestionale,  sembra contare molto su partner privati, sponsor, l’associazione Amici di Brera e l’American Friends of Brera, che consentirà a Brera di raccogliere fondi negli Stati Uniti offrendo la deducibilità ai soggetti americani.

Anche in Italia esistono da qualche tempo incentivi fiscali per le aziende che investono in arte: l’Art Bonus prevede una detrazione del 6% sulle imposte relative alle somme investite.

Non è da escludere inoltre un allungamento degli orari d’apertura del museo, compatibilmente con le esigenze del personale delle quali il nuovo direttore sembra essere molto rispettoso.

Insomma tutto farebbe pensare a un bel salto di qualità che porta Brera più vicina al modello dei musei europei: per poter dare un giudizio completo sarà comunque necessario vedere quanto Bradburne riuscirà a realizzare e quali ostacoli dovrà superare.

Abbiamo incontrato James Bradburne per approfondire i suoi progetti. Ascolta l’intervista.

Intervista a James Bradburne

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    Tiziana Ricci
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L’Art nouveau di Alfons Mucha

L’artista ceco Alfons Mucha, uno dei più importanti esponenti dell’Art nouveau, è in mostra a Palazzo Reale di Milano fino al 20 marzo 2016.

Il titolo della rassegna è Alfons Mucha e le atmosfere art nouveau.  La mostra ricostruisce l’atmosfera dell’epoca attraverso le opere di Alfons Mucha accostate ad arredi e oggetti che mostrano il gusto elegante che caratterizzò quel periodo a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Litografie a colori di grandi dimensioni, affiches e pannelli che pubblicizavano spettacoli di una delle più celebri attrici dell’epoca: Sarah Bernhardt. Manifesti e grafiche di confezioni di prodotti di uso quotidiano nelle case, dai biscotti al cioccolato allo champagne. Donne sognanti in cornici floreali e paesaggi fatati, ma anche femmes fatales.

Nel 2013 a Praga si tenne una grande mostra monografica sull’artista ceco ricca di affiches e arredi per mostrare l’influenza che lo stile di uno dei più importanti interpreti dell’Art nouveau ebbe sul design e sull’arredamento d’interni.

In mostra a Palazzo Reale di Milano ci sono 120 opere provenienti dalla Richard Fuxa Foundation. Il percorso è suddiviso per temi stilistici e iconografici: la prima sezione è dedicata al teatro, segue la vita quotidiana e la figura femminile, che comunque è una costante. C’è poi la sezione dedicata al giapponismo, quella al mondo animale e all’immaginario floreale, rose, ninfee, iris e gigli che letteralmente invadono la produzione Liberty e Art Nouveau.

La mostra di Milano che si potrà visitare fino al 20 marzo 2016 è curata da Karel Srp, già curatore della grande mostra di Praga per la parte che riguarda le opere di Mucha, noi lo abbiamo incontrato in mostra.

Ascolta l’intervista

Karel Srp

La parte dedicata alle arti decorative è stata affidata alla studiosa Stefania Cretella.

Ascolta l’intervista

Stefania Cretella

Ascolta l’intervista

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Il Parco d’Arte contemporanea di Milano

Milano avrà un Parco d’arte Contemporanea: sorgerà nell’area di City Life, nel parco fra le Tre Torri. Il quartiere, che sorge nel polo dell’ex Fiera di Milano, è protagonista di un’importante riqualificazione urbana. Le otto opere qui esposte saranno selezionate attraverso un concorso a cui partecipano trenta progetti.

Disegni, bozzetti, foto, video e installazioni dei trenta lavori in concorso sono in mostra al piano nobile di Palazzo Reale a Milano, fino al 10 gennaio 2016. Titolo della rassegna: ARTLINE MILANO. 30 progetti per il Parco d’Arte Contemporanea. Il concorso è riservato ad artisti under 40 ed è stato promosso dal Comune di Milano, in collaborazione con il comitato scientifico di Artline Milano. La mostra è curata da Sara Dolfi Agostini e Roberto Pinto.

Una giuria di sette membri selezionerà tra i trenta progetti gli otto vincitori. L’annuncio dei vincitori verrà dato a Palazzo Reale il 10 gennaio in occasione del finissage della mostra. Tra le personalità di rilievo che compongono la giuria ci sono curatori e direttori di Musei come Mary Jane Jacob, Gianfranco Maraniello, Lea Vergine e Angela Vettese. A seguito della premiazione, che sarà in occasione del finissage, le opere saranno installate nel parco a City Life: i lavori cominceranno ad aprile 2016.

La scelta dei curatori indica un’attenzione per la qualità da parte del Comune di Milano e in particolare dell’assessore alla Cultura Filippo Del Corno. Qualche perplessità, invece, può nascere riguardo alla scelta del luogo: il Parco, data la zona, potrebbe un luogo frequentato solo dai ricchi. Di questo abbiamo parlato con l’assessore alla Cultura Filippo Del corno.

Ascolta l’intervista

ARTLINE MILANO: l’assessore Del Corno

Roberto Pinto è uno dei curatori e con lui in mostra parliamo dei lavori esposti e del progetto.

Ascolta l’intervista

ARTLINE MILANO: Roberto Pinto

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    Tiziana Ricci
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Dondero, il fotografo dalla parte degli umili

Il 13 dicembre è scomparso un grande della fotografia. Mario Dondero è stato una delle più grandi e originali figure del fotogiornalismo.

Giovane partigiano nella Val d’Ossola, si è avvicinato al giornalismo prima scritto e poi fotografico. Legato al gruppo del Bar Giamaica negli anni ’50, fucina di idee e punto d’incontro a Milano per artisti e intellettuali. Lavora per le maggiori testate: L’Avanti, L’Unità, Milano Sera, Le Ore.

Da Parigi collabora con L’Espresso, Illustrazione Italiana, Le Monde, e altre testate prestigiose. Frequenta e fotografa scrittori e intellettuali francesi: una delle sue foto più celebri è quella del gruppo degli scrittori del Nouveau Roman scattta a Parigi nell’ottobre del ’59, tra loro c’e’ Samuel Beckett, che spesso sfuggiva agli scatti dei fotografi.

Mario Dondero – colto e libero – fotografava i grandi intellettuali, ma era soprattutto dalla parte degli umili. Collabora infatti con riviste come Jeune Afrique, Afrique-Asie e Demaine l’Afrique. Numerose e bellissime sono le foto scattate ai lavoratori, immagini che rivelano tutta la sua umanità e le sue convinzioni di sinistra che lo portarono anche a pubblicare sul quotidiano Il manifesto e sul settimanale Diario diretto da Enrico Deaglio.

Con lui scompare un grande fotografo e un grande uomo, il fotografo Uliano Lucas suo grande amico lo ricorda così.

Ascolta l’intervista

Mario Dondero, il ricordo di Uliano Lucas

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    Tiziana Ricci
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Una fotografa ritrovata

Fino al 31 gennaio lo spazio Forma Meravigli a Milano ospita una mostra davvero interessante e sorprendente: le fotografie di una streetphotographer sconosciuta al pubblico fino al 2007.
Vivian Maier era una “tata”, bambinaia di mestiere e fotografa per vocazione. Nata a New York nel ’26, crebbe con la madre e una sua amica francese, la fotografa Jeanne Bertrand, che trasmise alla piccola Vivian la passione per la fotografia.
Vivian aveva un carattere deciso, ma riservato e intransigente nei modi. Faceva la bambinaia per vivere e per passione ritraeva le città dove aveva vissuto: New York e Chicago. Nelle sue immagini, le strade e la vita degli anni Cinquanta e Sessanta, i bambini, gli anziani, le signore eleganti sorprese in atteggiamenti curiosi, gli uomini d’affari e i lustrascarpe e molti autoritratti scattati davanti a specchi o vetrine. Non abbandonava mai la sua Rolleiflex, scattando compulsivamente con curiosità e ironia. Intorno agli anni ’60 viaggiò molto, da sola: in Thailandia, India, Yemen, Egitto, Italia e Francia, ma queste foto non sono esposte in mostra.
Il suo archivio rimase sconosciuto, fino a quando John Maloof nel 2007, facendo ricerche sulla storia del Northwest Side di Chicago, scoprì il lavoro della fotografa. Acquistò durante un’asta parte dell’archivio della Maier, confiscato per un mancato pagamento. Maloof ne comprese il valore e da quel momento non smise più di cercare altro materiale sulla misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3000 stampe.
Nel frattempo, la Maier morì in un incidente, senza che le sue bellissime fotografie fossero mai state esposte.
La mostra a Forma Meravigli propone 120 fotografie in bianco e nero, scattate fra gli anni Cinquanta e Sessanta, una sezione di foto a colori degli anni Settanta, e alcuni filmati in Super8.
Per tutta la durata della mostra, fino a fine gennaio, al Cinema Beltrade di Milano verrà proiettato il film “Alla ricerca di Vivian Maier.”

Abbiamo parlato di Vivian Maier con Alessandra Mauro, direttore artistico di Forma, che ha curato la mostra.

Ascolta l’intervista ad Alessandra Mauro

VIVIAN MAIER a Forma

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    Tiziana Ricci
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A Milano l’Adorazione dei pastori di Rubens

Ormai l’esposizione di un capolavoro a Palazzo Marino di Milano in occasione delle feste natalizie è una consuetudine attesa e apprezzata.
Fino al 10 gennaio Sala Alessi ospita quest’anno “L’adorazione dei Pastori” di Pieter Paul Rubens. Si tratta di una pala d’altare e l’allestimento, in un’atmosfera un po’ sacrale, suggerisce l’interno di una cappella.
Luce notturna, la Vergine, San Giuseppe, i pastori in adorazione del bambino, da cui irradia una luce chiarissima: tutta la composizione è scenografica.
Il grande artista lo dipinse nel 1608 per la chiesa di San Filippo Neri a Fermo. Era la fase della prima maturità e, durante il suo soggiorno in Italia (dal 1600 al 1608), Rubens fu affascinato e influenzato dalla scultura classica e dai maestri rinascimentali. Si devono a lui i primi segnali del Barocco di cui quest’opera è testimonianza.
L’opera è un’anticipazione di una grande mostra dedicata proprio a “Rubens e la nascita del Barocco” in programma il prossimo autunno a Palazzo Reale di Milano.
Solitamente i capolavori proposti al pubblico per il tradizionale appuntamento natalizio arrivavano dal Louvre, o da altri importanti musei europei, mentre questa volta l’opera proviene dalla Pinacoteca di Fermo e la cosa evidenzia che in Italia ci sono molti capolavori anche in luoghi meno noti e piccole città.
Abbiamo parlato dell’opera con lo storico dell’arte Stefano Zuffi.

Ascolta l’intervista a Stefano Zuffi

RUBENS a Palazzo Marino Ste

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    Tiziana Ricci
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In viaggio con Mario Dondero

Marco Cruciani è l’autore di “Calma e gesso” un bellissimo documentario che racconta la storia di un grande fotoreporter e un grande uomo: Mario Dondero.
Classe ’28, nato a Milano, vissuto a Genova, giovanissimo partigiano nella Val d’Ossola, Dondero fu collaboratore fin dagli anni ’50 delle più note testate, soprattutto di sinistra, e frequentatore del Bar Jamaica. dove incontrò grandi artisti e fotografi come Ugo Mulas e Uliano Lucas.
A metà degli anni ’50, trasferitosi a Parigi, collaborò con “L’Espresso”, “L’Illustrazione Italiana”, “Le Monde” e altre importanti testate. A Parigi frequentò scrittori e intellettuali francesi. Fra le sue foto più celebri, quella del gruppo del Nouveau Roman, scattata a Parigi nell’ottobre 1959. Da Parigi, Dondero continuò a collaborare con importanti giornali italiani.
Le sue fotografie mostrano il suo amore per la gente, in Africa e in tanti altri paesi, come l’Afganistan, dove documentò il lavoro di Emergency.
Nel suo documentario, Marco Cruciani mette in luce la grande umanità di Dondero, il suo impegno civile e sociale,ritraendolo sempre in cammino, con la Leica in spalla, pronto a ritrarre uomini e donne, storie vere, con grande attenzione agli ultimi. Dalle sue riflessioni sulla fotografia, conosciamo i profondi sentimenti che lo hanno guidato nel suo lavoro e comprendiamo la singolarità di questo grande fotografo.
Il documentario, proiettato recentemente allo Spazio Oberdan di Milano,verrà pubblicato in DVD.
Abbiamo parlato di questo lavoro, realizzato nell’arco di cinque anni, con
l’autore Marco Cruciani.

Ascolta l’intervista a Marco Cruciani

CALMA e GESSO Marco Crucian

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    Tiziana Ricci
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Abdoulaye Konaté: Come sconfiggere il fanatismo religioso

“L’Hotel Radisson è a due passi da casa mia, l’attacco è avvenuto nel quartiere dove abito. Quello che è successo è veramente un dramma, per me. Il fanatismo religioso si sta sviluppando ad una velocità incredibile, soprattutto in Africa ma anche in altre parti del mondo. Noi siamo molto esposti, a causa della vulnerabilità dell’economia e della debolezza delle forze di sicurezza: i nostri Paesi sono molto fragili”.

Classe 1953, Abdoulaye Konaté ha lavorato al Ministero della Cultura e diretto il Palazzo della Cultura a Bamako, e oggi nella capitale del Mali è direttore del Conservatoire des Arts et Métiers Multimedia, un ruolo che lo tiene in contatto con i giovani, nei confronti dei quali Konaté sente una forte responsabilità; parallelamente a questi incarichi ha sviluppato una carriera che lo ha portato ad essere uno dei più noti e quotati artisti africani a livello internazionale.

In Italia per inaugurare alla Primo Marella Gallery la sua seconda personale milanese, è stato ospite degli studi di Radio Popolare per la trasmissione I girasoli qualche ora dopo l’attacco jihadista nella sua città, mentre gli avvenimenti erano ancora in corso.

Prima dell’intervista era riuscito a raggiungere a Bamako la moglie e i figli e ad assicurarsi che tutti i suoi familiari stessero bene.

Ti aspettavi che potesse succedere qualcosa del genere ? C’era già stato alcuni mesi fa un attacco jahadista a Bamako, ma non di queste dimensioni…

Personalmente mi aspettavo che i jahadisti “dessero spettacolo”, in Africa o altrove, perché è qualcosa che abbiamo già visto in alcuni paesi arabi, è il loro modo di tirannizzare le popolazioni, di drammatizzare le cose. Individuano i luoghi pubblici come veicoli pubblicitari, ed è lì che cercano di colpire. E hotel, luoghi di spettacolo o ristoranti sono dei luoghi molto difficili da proteggere.

Che presenza è quella jihadista in Mali ?

Il Mali è in una posizione geografica molto pericolosa, fra il mondo arabo-islamico e l’Africa nera. Noi siamo il tampone, quindi lo spazio di predilezione per veicolare un’ideologia estremista di quel genere. Il Mali ha conosciuto molti secoli di religione islamica, ma – non bisogna avere a paura a dirlo – adesso ci sono paesi arabi che hanno molto denaro, che hanno i petrodollari, che si sono infiltrati nei nostri paesi fragili, con il loro sistema di insegnamento, il sistema delle scuole islamiche, e la radicalizzazione dei giovani: giovani disoccupati, che non hanno praticamente niente da perdere. E’ questa infiltrazione il più grosso pericolo per la società, perché loro non influenzano solo dei giovani che poi vengono da noi dall’esterno, ma influenzano dei giovani che sono all’interno dei nostri paesi, nelle nostre famiglie.

Che cosa dovrebbe fare l’Europa ?

Non si tratta solo dell’Europa. Con questi jihadisti non ci sono possibilità di discussione. Come esseri umani è difficile da dire ma bisogna sterminarli, una po’ alla volta bisogna sradicarli. Il mondo ha vinto la seconda guerra mondiale, e sono assolutamente sicuro che vinceremo contro questi estremismi fanatici. Non è solo questione di quello che l’Europa può fare in Africa: loro sono anche in Europa, sono nelle nostre famiglie in Europa. Se si guarda le classi di età che sono protagonista di questi attacchi, si vede che sono dei giovani. Se quelli che li mandano parlano di paradiso, perché non vanno in paradiso loro, tanto per cominciare ? Perché mandano i nostri giovani in paradiso ? Ci vadano loro, e ci lascino in pace. Credo che tutta l’umanità debba lottare contro questo, e sterminarli, non credo che ci sia altra soluzione. Per loro noi siamo in errore, siamo degli storditi, e non ci vogliono dare ascolto, non vogliono discutere. La sola soluzione è di sterminarli. Sono umano, ma si tratta di forze che capiscono solo questo linguaggio.

Gli Stati Uniti e l’Europa hanno le loro responsabilità… Hanno persino dato armi ai jihadisti…

La situazione sul piano economico è a livello internazionale molto complicata. Il mondo intero si è focalizzato sul denaro. La guerra è legata al denaro. Il problema è risolvere sul piano mondiale la situazione della giovane generazione che è senza lavoro. Il problema delle armi è un problema reale, ma non stiamo parlando di un esercito in senso tradizionale: è una guerra asimmetrica, in cui dei giovani anche con solo poche armi possono fare dei disastri. Il problema fondamentale è quello dell’educazione, della formazione dei giovani sul piano sociale, etico: mentre ho l’impressione che gli stati stiano diminuendo i loro budget destinati alla formazione dei giovani e alla creazione di impiego. Non si tratta di dare un sacco di soldi a tutti, ma di fare in modo che tutti abbiano un po’ di che vivere.

Cosa propone ai giovani il Conservatoire des Arts di cui sei direttore ?

E’ un centro di formazione artistica e culturale. Il mio concetto della scuola non è quello tradizionale, è quello di una sorta di laboratorio, dove la cultura possa essere in relazione non soltanto con la società ma anche con l’economia. La cultura ha una grande importanza per il vivere insieme, per creare le condizioni per lo scambio e la discussione senza violenza. Per me l’obiettivo di questa scuola è quello di sviluppare una cultura di tolleranza, che possa diffondersi nelle altre università e anche nel mondo reale.

Anche in questa mostra milanese ci sono degli esempi della tua attenzione al tema della violenza motivata in termini religiosi, e di come l’arte possa cogliere quello che si muove nella società…

Noi artisti a volte riusciamo a sentire un po’ in anticipo sul grosso della società delle cose che stanno succedendo, avvertiamo il cambiamento sociale da diversi angolazioni, anche per esempio nell’abbigliamento, nei comportamenti, nel linguaggio, e abbiamo avvertito un certo sconvolgimento sociale che si sta verificando in Africa, e questo ci ha messo in allerta. Succede di trovarsi di fronte dei problemi che, per quanto ancora lontani, stanno però arrivando, e di avere l’impressione che i poteri a livello politico ma anche le autorità religiose non si facciano carico del pericolo che minaccia la popolazione. Se parliamo dell’estremismo, sono una quindicina, una ventina d’anni, che sentivo che c’erano dei cambiamenti nella società, e che in questo c’era la responsabilità di paesi molto ricchi che si sono immischiati nei nostri problemi, che sono venuti ad imporre la loro concezione della vita sociale al nostro popolo. E l’impressione è che i poteri abbiano bisogno di denaro e chiudano quindi gli occhi su questo. Come se volessero vivere l’oggi senza pensare al domani, e questo è un pericolo grave.

L’arte che tipo di efficacia può avere ?

Pur non essendo un’arma nel senso di qualcosa che spara dei proiettili, sono convinto che sia di un’efficacia enorme. L’arte ha la capacità di toccare, di far cambiare la mentalità, di far evolvere le società sul piano culturale e mentale.

Nei tuoi lavori utilizzi molto il tessuto: come sei arrivato a questa scelta ?

Ho fatto la mia formazione nelle accademie artistiche in Mali e a Cuba, ho studiato la pittura a olio, l’acrilico, l’incisione, eccetera, ma per caso negli anni novanta ho cominciato ad utilizzare i tessuti. Tutti i popoli del mondo utilizzano i tessuti e con questi materiali con cui noi viviamo tutti i giorni, le società hanno sviluppato una grande qualità, una sensibilità, una delicatezza, un amore per questi tessuti: mi sono detto che poteva essere un materiale possibile che si poteva utilizzare per esprimersi.

Nel soggiorno a Cuba hai avuto occasione di conoscere un grande artista come Wilfredo Lam: che cosa ti ha dato l’incontro con lui ?

In effetti negli anni del mio soggiorno ho potuto conoscere molti artisti cubani, ho avuto la fortuna di fare degli stage di formazione al Museo nazionale, e quindi di vedere molte opere di grandi artisti di prima e dopo la rivoluzione, e ho avuto anche la possibilità di vedere diverse grandi esposizioni, di artisti canadesi, americani, brasiliani che venivano a Cuba. Ad un certo punto Wilfredo Lam era a Cuba per farsi curare, in un ospedale che era a due passi da Cubanacan, la nostra scuola di belle arti. Assieme ad una amica cubana che adesso insegna all’università di Boston, nel week end lo andavamo a trovare e a volte portavamo dei nostri lavori per avere la sua opinione. Una volta mi ha domandato da che paese venivo: gli ho detto che venivo dal Mali, in Africa. E lui mi ha detto: ma che cosa vieni a fare a Cuba, quando tutto quello che vieni a cercare qui voi lo avete lì, in Africa. E’ una cosa che mi è rimasta impressa e che mi ha spinto a tornare alla mia cultura, a verificare quali possibilità c’erano che non avevo visto, e che altri, dall’esterno, invece hanno visto.

Sul piano dei colori nelle tue opere realizzate sui tessuti ci sono delle scelte molto diverse: si va dai monocromi fino a delle vere sinfonie cromatiche.

Ho due grandi linee di lavoro: una tocca le grandi questioni dell’umanità, tanto in termini di società quanto di come l’anima soffre in questo mondo attuale, e la seconda – che per me è complementare alla prima – è lo studio della bellezza dei colori. L’atteggiamento che ho nei confronti dei colori è quello di una analisi dettagliata, di come le sfumature esistono nella vita, tutta la varietà dei colori che esiste nella natura, quando si guardano gli insetti, gli animali, le piante, il cielo, e anche la notte. Perché c’è varietà anche nel monocromo: per esempio nel nero ci sono veramente delle tonalità di profondità che sono difficili da cogliere, e di notte si ha l’impressione che nel cielo non ci sia colore, ma se ci si prende il tempo per osservarlo ci si rende conto che c’è una enorme varietà di colori. Questa osservazione rappresenta per me dei momenti di vita, di tranquillità interiore, che cerco di mostrare.

In questo gioco di colori, realizzato attraverso la combinazione di tante piccole strisce di tessuto, possiamo anche vedere la metafora di una armonia, di una unità, di una convivenza che nasce dal rispetto delle diverse identità e delle differenze ?

Certamente, per questo dicevo che questa ricerca sui colori è per me complementare rispetto all’altra. Più si sviluppa la sensibilità umana e meno si diventa violenti. Cerco di attirare l’attenzione dell’animo umano, che sia europeo o africano, su un criterio di bellezza naturale, umana: quando si lavora sui colori, si prova un sollievo interiore.

Che cosa hai in progetto, stai lavorando a qualcosa di nuovo ?

Ho in vista alcune esposizioni importanti. Per il resto il lavoro artistico è sempre un progetto interiore, che si può spiegare solo quando si comincia effettivamente a farlo. Ma ci tengo ad aggiungere qualcosa d’altro. Noi abbiamo cominciato a formarci, da studenti, avendo fra i grandi riferimenti l’arte italiana: penso che la pittura, l’arte italiana abbiano dato moltissimo al mondo. E devo confessare che a parlare di forme e colori in Italia si rischia di sentirsi un po’ pretenziosi, perché l’Italia sul piano artistico è stata una culla dell’umanità.

Quale è il periodo dell’arte italiana che hai amato di più ? Magari il Rinascimento ?

Sì, nel mio lavoro penso spesso a quel periodo, perché allora gli artisti italiani non hanno lavorato solo sull’arte, ma anche sulla tecnologia, la scienza, il problema religioso, in definitiva hanno lavorato sull’umanità. Su quali possibilità un artista può avere come individuo, sul ruolo che può avere nella società. I grandi artisti italiani di quell’epoca hanno tracciato la via. Ma, detto questo, continuo sempre ad essere interessato a tutta la produzione contemporanea italiana.

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    Tiziana Ricci
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L’incanto dei Macchiaioli

Il Museo Poldi Pezzoli: non si poteva scegliere luogo più adatto della casa di un collezionista per ospitare una bella collezione.
Cinquanta opere in un sobrio allestimento al piano terra: “Curiosità” di Silvestro Lega, una donna guarda attraverso gli scuri, opera del 1869.
“Che freddo” opera del 1874 di Giuseppe De Nittis, tre donne e una bimba in abiti d’epoca e veletta avanzano riparandosi dal vento gelido: un quadro incantevole.
Opere tra le più belle della collezione con quelle di Fattori, Signorini, Boldini, Abbati e Costa, del secondo ‘800 italiano.
Le due opere citate sono anche diventate le due copertine diverse dello stesso catalogo: Giacomo Jucker fu un esponente della nota famiglia, originaria della Svizzera tedesca, che si affermò a Milano ai primi del ‘900, una famiglia di imprenditori e mecenati.
Giacomo era zio di Riccardo Jucker, la cui importante raccolta di opere del Futurismo e delle Avanguardie Storiche è conservata al Museo del Novecento di Milano.
Annalisa Zanni, direttore del Museo Poldi Pezzoli, ha curato la mostra con Fernando Mazzocca, studioso della storia dell’arte dell’800 e con lei abbiamo parlato delle opere scelte per questa mostra, che si potrà visitare fino al 29 febbraio.

Ascolta l’intervista ad Annalisa Zanni.

MACCHIAIOLI al POLDI PEZZOLI

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    Tiziana Ricci
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Abdoulaye Konaté: “Distruggerli. Non capiscono altra lingua”

Abdoulaye Konaté è un artista maliano, direttore del Conservatoire des Arts et Multimedia a Bamako. Ospite degli studi di Radio Popolare, gli abbiamo fatto alcune domande sulla minaccia del terrorismo islamico nel suo Paese.

Che presenza è quella jihadista in Mali?

Il Mali è in una posizione geografica molto pericolosa, fra il mondo arabo-islamico e l’Africa nera. Noi siamo il tampone, quindi è lo spazio di predilezione per veicolare un’ideologia estremista di quel genere. Il Mali ha conosciuto molti secoli di religione islamica, ma – non bisogna avere a paura a dirlo – ci sono paesi arabi che hanno molto denaro, che hanno i petrodollari, che si sono infiltrati nei nostri paesi fragili, con il loro sistema di insegnamento, il sistema delle scuole islamiche, la radicalizzazione dei giovani, giovani disoccupati, che non hanno niente da perdere. E’ questa infiltrazione il più grosso pericolo per la società, perché loro non preparano solo dei giovani che poi arrivano dall’esterno, ma preparano dei giovani che sono all’interno dei nostri paesi, nelle nostre famiglie”.

Che cosa potrebbe e dovrebbe fare l’Europa ?

Non si tratta solo dell’Europa. Con questi jihadisti non ci sono possibilità di discussione. Come esseri umani è difficile da dire ma bisogna sterminarli, un po’ alla volta bisogna sradicarli. Il mondo ha vinto la seconda guerra mondiale, e sono assolutamente sicuro che vinceremo contro questi estremismi fanatici. Non è solo questione di quello che l’Europa può fare in Africa: loro sono anche in Europa, sono nelle nostre famiglie in Europa. Quando si considerano gli attentati, le classi di età che sono coinvolte in questi attacchi, sono dei giovani. Se parlano di Paradiso, perché non vanno in paradiso loro, tanto per cominciare ? Perché mandano i nostri giovani in paradiso? Ci vadano loro, e ci lascino in pace. Credo che tutta l’umanità debba lottare contro questo, e sterminarli, non credo che ci sia altra soluzione. Per loro noi siamo in errore, siamo degli storditi, e non ci vogliono dare ascolto, non vogliono discutere. La sola soluzione è solo di sterminarli. Sono umano, ma si tratta di forze che capiscono solo questo linguaggio”.

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    Tiziana Ricci
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Grandi fotografi stranieri guardano l’Italia

“Henri Cartier-Bresson e gli altri”: è la seconda tappa di un affascinante progetto espositivo curato da Giovanna Calvenzi a Palazzo della Ragione a Milano. Dopo “Italia Inside Out”, dove in una bellissima collettiva lo sguardo era quello di grandi fotografi italiani, è ora la volta di grandi fotografi stranieri. Il percorso comincia con Henri Cartier-Bresson, le cui immagini hanno fatto la storia della fotografia: una vetrina di barbiere anni ’50, scorci di vita romana, bambini di periferie, preti incantati davanti a un quadro con un morbido nudo di donna, lo sguardo ironico e affettuoso del grande maestro.

Il percorso prosegue con piazze ideali, dove ci viene proposto il lavoro di un autore. Si prosegue con Robert Capa e le immagini scattate a seguito delle truppe americane nel ’43. Le spettacolari processioni del Sud, nelle foto di David Seymour che (fra le altre) immortalò Bernard Berenson incantato davanti alla meravigliosa Paolina Borghese di Canova alla Galleria Borghese.

Sono quasi tutte immagini in bianco e nero, il colore si diffonde maggiormente nelle foto più recenti di Abelardo Morell, Bernard Plossu, Art Kane, Elina Brotherus o Irene Kung.

Nella mostra precedente l’allestimento ci accompagnava di vagone in vagone come in un viaggio in treno, nello spazio e nel tempo, attraverso l’Italia. Stavolta passiamo di piazza in piazza, in ognuna incontriamo lo sguardo di un autore e, anche in questo caso, spaziamo nel tempo e nei luoghi.

Abbiamo parlato della mostra con la curatrice Giovanna Calvenzi.

Ascolta l’intervista

Giovanna Calvenzi

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    Tiziana Ricci
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Milano e l’acqua che non c’era

Bellissima Milano città d’acqua: i Navigli ai primi del ‘900, tutti scoperti, con ponticelli e barche, a prima vista sembrano scorci di Venezia. Via San Damiano verso il ponte delle Sirenette, in una foto del 1929, un barcone fa conca in via Senato, anche questa foto è degli anni ’20 e ancora il Naviglio in via Molino delle Armi.

E poi tutte le fontane, fra cui quella dell’acqua marcia, quella di San Francesco, quella di piazza Castello di fine anni ’30 e le due celebrative, sistemate in piazza Duomo nel ’34, in occasione del comizio di Mussolini e poi quella di piazza Fontana: sono in tutto novanta le fontane di Milano.

Le piscine, come la piscina Diana, dove fu immortalato l’evento di un tuffo memorabile ai primi del ‘900 con tanto di uomini in costume d’epoca e signore elegantissime coi loro cappellini e lunghi abiti con ombrellini. E ancora l’Idroscalo, l’acquario e l’acquedotto, con le sue prime cisterne al Castello Sforzesco.

Bellissima chiusura della mostra, con la “Foca barbisona” il tram coi baffi d’acqua (barbìs in milanese sono i baffi) che coi suoi spruzzi lavava tutti i binari.

150 immagini d’epoca provenienti da archivi pubblici e privati, oltre a documenti e materiale cartografico che testimoniano la ricchissima presenza d’acqua in città portata e convogliata dagli uomini per favorire traffici e trasporti di merci che sono stati alla base della prosperità e della fortuna di Milano.

Un rapporto tra la città e l’acqua che si rintraccia nella toponomastica: via Pantano, via Laghetto, Ponte Vetero, piazza Fontana e tante altre.

Una mostra davvero affascinante che vi invitamo a visitare e della quale vi proponiamo un frammento di racconto del curatore Stefano Galli.

Ascolta Stefano Galli

MILANO CITTA’ D’ ACQUA vo

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    Tiziana Ricci
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Hayez: i baci e altre storie

Quella che si è aperta in questi giorni a Milano è la mostra più completa su Francesco Hayez. Nato a Venezia nel 1791, fu allievo di Antonio Canova, studiò a Roma e, dopo essersi trasferito a Milano, divenne rigoroso docente e direttore di Brera e a lui si deve il lustro che l’Accademia conobbe in seguito.

La mostra, che ha un andamento cronologico, presenta più di cento fra dipinti e affreschi: tutta la carriera dell’artista fra il 1807 e il 1882. Grandi quadri storici, ritratti di nobildonne e quello noto del Manzoni.

Bellissimi nudi femminili, con le sembianze di Maddalena penitente, Giulietta e Venere, forme sinuose e raffinate per cui Hayez si ispira alle sculture del Canova, suo maestro. La mostra è infatti impreziosita dalle statue Danzatrice e Maddalena penitente di Canova, del quale ritroviamo le influenze, la maestria tecnica e l’inventiva nei dipinti di Hayez.

In una delle sale, allestite elegantemente con grandi pannelli rosso scuro, sono esposte, per la prima volta insieme, tre versioni del famoso Bacio, il quadro a cui Hayez deve la propria fama universale, che ispirò a Visconti la scena del bacio, interpretata da AlidaValli nel film “Senso,” e di cui in mostra è visibile lo spezzone.

Il Bacio, dipinto-icona, è interpretabile anche in chiave allegorica, come espressione delle speranze e inquietudini del Risorgimento, epoca di cui Hayez fu uno dei maggiori interpreti con Giuseppe Verdi e Alessandro Manzoni, insieme ai quali contribuì a costruire l’unità culturale del paese.

L’ultima mostra su Hayez a Milano risale al lontano 1983. Quella di cui scriviamo è curata dallo storico dell’arte Fernando Mazzocca.

Ascolta l’intervista a Fernando Mazzocca.

HAYEZ Fernando Mazzocca

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    Tiziana Ricci
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Finalmente MUDEC?

Il MUDEC, Museo delle Culture, ha aperto i battenti il 28 ottobre. Milano ha finalmente il Museo che aspettava da vent’anni, anche se forse ci si poteva attendere un programma espositivo di qualità più alta. Il maestoso edificio progettato dall’architetto David Chipperfield, che non l’ha voluto firmare in seguito a dissidi sulla realizzazione, a causa dei quali è in corso un’azione legale, sorge in via Tortona 56 e dovrebbe rappresentare le diverse culture del mondo.

All’ingresso si è accolti nella caffetteria e di fronte, negli spazi della Stecca, dal MUDEC Junior, riservato ai bambini, con laboratori concepiti come luogo di incontro e conoscenza degli altri paesi. Il primo laboratorio, dedicato al Marocco, è davvero affascinante: i bambini dai 4 ai 12 anni che vorranno partecipare potranno indossare abiti marocchini, conoscere la calligrafia, i mosaici di Fez e giocare in un ambiente che ricostrusce le variopinte case del Marocco, sotto la guida di giovani originari del paese.

Salendo lo scalone, ci si trova nel grande atrio, da cui si accede agli spazi espositivi. La Collezione Permanente, con duecento opere esposte, è il cuore del Museo. Il programma espositivo, che il Comune ha affidato a 24Ore Cultura, propone la piccola mostra-focus “A Beautiful Confluence”, dedicata ad Anni e Josef Albers e all’America Latina.

La mostra “Gauguin. Racconti dal Paradiso” propone alcuni capolavori e altre opere minori: la metà delle settanta esposte provengono dalla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen.

Accanto, la mostra “Barbie. The Icon”, una ricca collezione sulla bambola Mattel, presentata come icona globale: una mostra completamente priva di approccio critico al fenomeno.

Dobbiamo scendere al piano terra, in una saletta angusta, per vedere la mostra con cui il Forum della Città Mondo inaugura il proprio programma espositivo: “Eritrea/Etiopia: immagini e storie” dedicata alla comunità  che vive a Milano.

In conclusione, ci si potevano aspettare scelte più coraggiose e, per quanto riguarda la Collezione Permanente, un allestimento più vivace.

Ascolta il servizio sull’apertura del MUDEC

MUDEC inaugurazione

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    Tiziana Ricci
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La vera Italia? Due inchieste di Pasolini

Nell’anniversario dei quarant’anni dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini, Forma Meravigli di Milano ne celebra la memoria con una mostra dedicata alle grandi inchieste da lui realizzate sui cambiamenti e le contraddizioni del Paese.

Le fotografie di Mario Dondero e quelle di Angelo Novi aprono il percorso che racconta i momenti in cui Pasolini condusse la sua inchiesta, poi sfociata nel film Comizi d’ amore, di cui vediamo le foto di scena.

Nelle altre sale il fotografo francese Philippe Seclier propone le fotografie, scattate a trent’anni di distanza ripercorrendo i luoghi dell’itinerario di Pasolini per l’inchiesta “La lunga strada di sabbia”.

Questo reportage fu realizzato da Pasolini nel ’59 per la rivista Successo come inviato speciale: un viaggio inchiesta in tutta Italia per indagare il cambiamento del paese fra il dopoguerra e il boom economico.

Quattro anni dopo, nel ’63, Pasolini realizzò l’altra inchiesta, questa volta sugli italiani e la sessualità, sulle spiagge, nei cortili e davanti alle fabbriche. Il risultato fu appunto il film Comizi d’Amore.

Alessandra Mauro è direttore artistico di Forma Meravigli (via Meravigli 5 a Milano) ed è la curatrice della mostra, che si avvale anche di un contributo della Cineteca di Bologna.

Ascolta il servizio e l’intervista 

Alessandra Mauro su Pasolini

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    Tiziana Ricci
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La mostra sul padre del Suprematismo

Una mostra che propone un ritratto esaustivo di Kazimir Malevic, artista-chiave del XX secolo e padre del Suprematismo.

In occasione del centenario della nascita del Suprematismo, di cui Malevic è stato ideatore e teorico, si è tenuta una importante mostra alla Tate di Londra lo scorso anno. In questo periodo due mostre celebrano l’artista: una alla Fondazione Beyeler di Basilea, dove viene proposta la ricostruzione della sala suprematista del 1915, e l’altra a Bergamo alla Gamec, che offre un ritratto completo di Malevic e del suo percorso.

Malevic, nato a Kiev nel 1879  e scomparso a San Pietroburgo nel 1935, teorizzando il Suprematismo Malevic ha di fatto consolidato l’affermarsi dell’arte astratta, cosa che gli creò non pochi conrasti con il regime sovietico, che al contrario esaltava il realismo nella pittura.

La mostra è curata da Giacinto Di Pietrantonio, direttore della Gamec e da Evgenija Petrova, vice-direttore del Museo di San Pietroburgo, dal quale arrivano molte delle cinquanta opere, che saranno esposte fino al 17 gennaio.

Il percorso espositivo comincia co un video e una suggestiva ricostruzione dei costumi dello spettacolo Vittoria sul sole, un allestimento futurista del 1913, andato in scena a San Pietroburgo. Un’opera totale di musica, arte e poesia, creata da Malevic insieme ai suoi collaboratori, e nella quale si rintracciano già i tratti distintivi del Suprematismo, con un primo accenno al Quadrato nero (opera iconica e significativa che troviamo in mostra con il Quadrato rosso e il Suprematismo del 1915).

A proposito del Suprematismo, Malevic scrive: “Le cose rappresentate hanno perso ogni natura reale: peso, mobilità, spazio, tempo”: nasce così un’arte astratta antinaturalista, assoluta e senza gravità.

La mostra ha inoltre il merito di mettere in risalto l’evoluzione del lavoro di Malevic, che sotto la pressione del regime tornò al figurativo, seppure in un contesto di astrazione, con le facce dei contadini, tema costante nei suoi dipinti, prive di lineamenti ma di grande forza espressiva nella brillantezza dei colori.

Nelle ultime sale, dopo aver visto alcune fra le opere più significative, ci troviamo davanti all’autoritratto dell’artista nelle vesti di Cristoforo Colombo, quasi a significare che, come Colombo, anch’egli aveva scoperto una nuova dimensione e frontiera dell’arte.

Nella trasmissione Cult, abbiamo approfondito questi temi con uno dei curatori della mostra e direttore della Gamec, Giacinto Di Pietrantonio.

Cult – Kazimir Malevic

  • Autore articolo
    Tiziana Ricci
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