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Calendario 2020 di Radio Popolare: quest’anno è a colori!

calendario 2020 radio popolare

Ogni anno è un classico tra le nostre iniziative: il calendario. Lo sguardo del calendario 2020 è quello di un fotografo molto amato e apprezzato: Francesco Radino.

Quello che Francesco ci fa fare di mese in mese è un viaggio insolito nella Milano dei Musei, ci è sembrata una bella idea e importante in giorni in cui si parla tanto della necessità di salvaguardare il nostro patrimonio artistico e culturale da un’ondata di turismo che spesso lo trascura o addirittura come succede nelle città d’arte lo mette in pericolo.

Calendario 2020 di Radio Pop: l’autore

Francesco Radino, classe ’47 è nato da genitori entrambi pittori che certamente ne hanno influenzato lo sguardo, lo si vede nelle sue fotografie. Radino ha partecipato a numerosi progetti di carattere pubblico per le istituzioni e per il Ministero dei Beni culturali. Ha inoltre pubblicato numerosi libri e quest’anno ha accettato di fare questo regalo a Radio Popolare, che lui definisce “la sua radio da sempre”.

Calendario di Radio Pop: i soggetti

La copertina è una sorta di omaggio a Leonardo con la foto del Cenacolo in primo piano e sullo sfondo Santa Maria delle Grazie, come per segnare la fine dell’anno delle celebrazioni per il cinquecentenario della morte del grande artista e l’apertura del nuovo anno. L’ultima di copertina e’ un’altra icona di Milano: il Foyer della Scala, luminoso e magico.

Scrive Radino nella sua presentazione: “Una città da conoscere e da amare, dove identità, storia, cultura, sono conservate gelosamente in luoghi straordinari e dove il fotografo può svolgere quella funzione di ascolto e riconoscimento che nell’inquadratura assume forma e sostanza”.

Sfogliando il calendario la prima foto che vediamo è quella de “I Bagni Misteriosi” di De Chirico nel giardino della Triennale. A gennaio Radino ci porta al Poldi Pezzoli, uno scrigno di tesori come come quelli degli scatti che troviamo nei mesi successivi : il Museo della Scala, quello del Duomo, Villa Reale, il Castello Sforzesco, il Museo del Novecento, le Gallerie d’Italia, la Pinacoteca di Brera e via via fino ai Sette Savi di Melotti nel giardino del Pac, il Padiglione d’Arte Contemporanea… e non sono tutti!

Luoghi amati che custodiscono quel patrimonio artistico da proteggere e valorizzare. E chissà che le belle foto di Radino facciano venire, a chi ancora non conosce quei luoghi magici che sono i musei, la voglia di andare a visitarli, magari con una delle visite guidate che Radio Popolare organizza per le sue abbonate e abbonati.

Un bel calendario 2020 a colori come vi auguriamo che possa essere per voi il nuovo anno che sta arrivando.

Lo trovate in sede, via Ollearo 5, Milano.

 

La spedizione del calendario può essere richiesta mandando una mail a abbonamenti@radiopopolare.it

 

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    Tiziana Ricci
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On the Wall

murales Genova Certosa Ozmo

Genova guarda in alto, e lo fa dai muri di Certosa, il quartiere della Valpolcevera colpito dalla tragedia del crollo del Ponte Morandi.
Siamo a pochi giorni dall’anniversario della tragedia e dalla cerimonia di commemorazione delle vittime e il quartiere ferito e isolato cerca di risollevarsi.
Il Comune, in collaborazione con l’associazione culturale Linkinart, ha invitato quindici artisti di fama internazionale che fino al 14 agosto intervengono sulle facciate degli stabili con le loro opere.
Il quartiere popolare già afflitto da un’industrializzazione scriteriata e poi abbandonato rinascerà anche grazie all’energia positiva dell’arte. Un progetto che assomiglia a “WALK the LINE”, quello che ha trasformato in opere d’arte i piloni di sostegno della soprelevata che dal Porto Antico va alla Lanterna. Il progetto è partito due anni fa e prevede di impreziosire cento piloni, per ora i piloni dipinti sono venticinque.

(altro…)

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    Tiziana Ricci
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“Milano e Leonardo” riaperta la Sala delle Asse

Sala delle Asse

In questi giorni è stata riaperta al pubblico la Sala delle Asse del Castello Sforzesco, cuore del palinsesto di “Milano e Leonardo” per celebrare i 500 anni dalla morte dell’artista. Dopo sei anni di studi e restauri, la Sala delle Asse svela nuove tracce leonardesche: Da Vinci trasformò questo luogo in un giardino. Essendo la sala di rappresentanza scelse il gelso per decorarla perché il nome scientifico è morus in omaggio a Ludovico il Moro che gliel’aveva commissionata. Dopo sei anni di restauri, che sono ancora in corso, e per tutto il periodo della riapertura al pubblico i visitatori potranno ammirare la sala e conoscerne la storia perché c’è una scenografica installazione multimediale intitolata “Sotto l’ombra del Moro”.

“Nella Sala delle Asse abbiamo forse gli unici disegni murali di Leonardo e della sua scuola, ancora non siamo certi perciò abbiamo contattato degli studiosi che in nove mesi guarderanno e valuteranno. Alcuni sono disegni semplicissimi, sono schizzi, altri invece sono disegni molto elaborati. Evidentemente c’è sotto un progetto grafico, ed è molto interessante vedere a confronto i disegni murali e disegni su carta degli stessi soggetti: piante, alberi e fiori. Talvolta i confronti, non solo iconografici ma anche stilistici, sono impressionanti.” Sono le parole di Claudio Salsi, direttore dei musei civici di Milano, tra cui anche Castello Sforzesco.

Ai nostri microfoni Michela Palazzo, direttrice del Cenacolo e direttrice dei lavori di restauro alla Sala delle Asse, ci ha raccontato nel dettaglio gli studi e i punti d’interesse della mostra.

Come procedono i restauri della Sala delle Asse?

Questi anni sono stati dedicati allo studio e alla comprensione di questa opera che è molto complessa e difficile da capire perché è un non-finito di Leonardo. L’idea probabilmente è di Leonardo perché è un’idea così innovativa che difficilmente un altro artista in quel periodo storico avrebbe potuto realizzare un ambiente con queste soluzioni decorative. È complessa anche perché ha subito delle vicende nel corso dei secoli che ne hanno mutato radicalmente l’aspetto e hanno anche occultato l’idea iniziale di Leonardo.

Pian piano state scoprendo i disegni preparatori?

I disegni preparatori che stiamo scoprendo sono un libro che si apre su questo lavoro di Leonardo e ci stanno dando l’idea precisa di quale era la sua visione. E non è quella che c’è arrivata dagli ultimi restauri, cioè un padiglione arboreo con un allestimento fatto di tronchi che si fermavano una certa altezza, ma un ambiente immersivo dove il visitatore doveva entrare e sentirsi in un area aperta: in un giardino e in un padiglione arboreo.

Quindi l’idea era trasformare la strada in un giardino?

Esattamente. Questa era l’idea veramente innovativa che poi è stata ripresa da altri artisti, ma ai tempi di Leonardo queste scelte non erano così avanzate e intraprendenti. Era molto lungimirante, innovativo e geniale: questo suo amore per la natura l’ha portato proprio a voler realizzare in questa sala l’apoteosi della celebrazione della natura.

Della natura e del Del Moro giusto? Perché questi Gelsi in qualche modo si riferiscono al mecenate? 

Attraverso la natura Leonardo celebra il suo mecenate e committente Ludovico il Moro. Gli elementi della Sala sono pieni di allusioni e simboli che riportano al grande Duca che lo aveva accolto a Milano.

Qui puoi riascoltare il podcast della puntata de I Girasoli di Domenica 19 Maggio.

Foto | Facebook

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    Tiziana Ricci
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“I funerali dell’anarchico Pinelli” ha una casa!

I Funerali dell'anarchico Pinelli

Siamo felici: “I funerali dell’anarchico Pinelli” di Enrico Baj hanno trovato casa! L’annuncio ufficiale è stato dato questa mattina a Brera dall’assessore alla cultura Filippo del Corno. L’opera verrà collocata  a Palazzo Citterio in via Brera, negli ampi spazi all’inizio del percorso delle collezioni Jesi e Vitali con le più preziose e significative opere del ‘900. (altro…)

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    Tiziana Ricci
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Esauriti i posti per la visita alla mostra

Esauriti i posti per la visita  guidata  riservata alle abbonate e agli abbonati  in programma giovedì 2 maggio alle 18.30.

Visiteremo la mostra  di  Antonello da Messina  a Palazzo Reale di Milano accompagnati dal curatore della mostra Professor  Federico Villa.

Grazie a chi si è prenotato.

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    Tiziana Ricci
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Ricostruire Notre Dame, ma come?

Notre Dame

Notre Dame, simbolo di Parigi, della Francia e dell’umanità tutta, questa mattina è emersa dai fumi del rogo che l’ha semidistrutta senza tetto e guglia, ma probabilmente salva nella struttura portante.  La cattedrale è stata avvolta dalle fiamme per diverse ore prima che i pompieri riuscissero a domare l’incendio. Se i danni esterni sono evidenti e impressionanti, non è stato ancora possibile valutare lo stato delle opere all’interno. (altro…)

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    Tiziana Ricci
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Il Calendario 2019 di Radio Popolare

Dopo le foto di Uliano Lucas e quelle di Mario Dondero anche quest’anno il Calendario è un vero gioiello impreziosito dagli incantevoli scatti di un grande fotografo e amico: GABRIELE BASILICO.

È il suo sguardo su Milano: si apre con la luminosa e quasi magica foto del quartiere di Porta Nuova nel 2012, per chiudersi con  l’elegante architettura di Muzio: la Triennale scattata nel 1980. All’interno un viaggio nel tempo di mese in mese tra le piazze, gli edifici e gli scorci della bella Milano: la “Ca Brutta”piazza Duomo l’Arco della Pace, il Pirellone, San Carlo al Corso, la Scala, la Torre Velasca, ma anche le vie  e i palazzoni della periferia.

Un punto di vista sempre inedito, una prospettiva originale e uno sguardo così raffinato e rigoroso che  rivela la sua formazione di architetto. Un grande fotografo e amico di Radio Popolare di cui ha sempre condiviso i valori, infatti era un nostro abbonato e Giovanna Calvenzi, la sua amata compagna, ha voluto mantenere il suo abbonamento alla Radio anche dopo la sua dolorosa, per tutti noi, scomparsa nel 2013.

Intelligente e generoso soprattutto con i giovani con cui non perdeva occasione di condividere il suo grande talento. Questo calendario di cui siamo orgogliosi è frutto della generosità della moglie Giovanna Calvenzi che custodisce l’Archivio Basilico e ha messo a disposizione della Radio le belle fotografie di Gabriele.

Il 4 novembre un’intervista speciale a Giovanna Calvenzi è stata trasmessa all’interno della trasmissione I Girasoli

 

Trovate il calendario in radio, in Via Ollearo 5, Milano al prezzo di 20 euro.

La spedizione del calendario può essere richiesta mandando una mail a abbonamenti@radiopopolare.it

 

Basilico Calendario 2019 Radio Popolare Milano 12 immagini

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    Tiziana Ricci
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È scomparso il fotografo Abbas Attar

La rivoluzione in Iran del 1979

Abbas Attar, fotografo iraniano nato nel 1944 ha vissuto gran parte della sua vita a Parigi e in giro per il mondo. Grande fotoreporter si è occupato di conflitti e rivoluzioni in Africa, in Medio Oriente, in Cile, a Cuba, in Vietnam, in Messico e ha documentato la tragedia dell’apartheid in Sudafrica.

Tra i suoi lavori più apprezzati: “Iran Diary 1971-2002“, tra il ’78 e l’80 aveva fotografato la rivoluzione in Iran, dove era poi tornato nel 1997 dopo 17 anni di esilio volontario. L’altro suo lavoro più noto: “Allah O Akbar“, un viaggio attraverso i militanti islamici del 1994, indaga le tensioni nelle società del mondo musulmano tra la ricchezza della storia e della tradizione e il desiderio di modernità. Il libro è stato particolarmente apprezzato per conoscere questo aspetto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Il rapporto tra religione e società ha sempre improntato il suo lavoro: le sue immagini hanno fatto conoscere riti ancestrali e culti antichissimi dell’induismo, dell’animismo e del buddismo sia nelle città che nelle regioni più remote. In un’intervista spiegava:

Quello che m’interessa non è tanto la convinzione personale, ma ciò che le persone sono in grado di fare per amore di Dio.

Era entrato a far parte dell’agenzia Magnum a Parigi nel 1981 dopo aver lavorato per altre agenzie, e della Magnum divenne uno dei pilastri. Un altro grande fotografo e membro della storica agenzia, Ferdinando Scianna, lo conosceva bene e ne ammirava il lavoro. Ecco il suo ricordo:

Credo di averlo conosciuto nel centro Africa, perchè eravamo insieme, credo perchè anche lui fosse ancora a Magnum. Ieri lì per fare l’incoronazione di Bokassa, così ci siamo conosciuti. Poi ci siamo conosciuti a Magnum, lui è entrato nel 1981, un anno prima di me. Poi naturalmente ci siamo conosciuti e frequentati anche se poi, in definitiva, io nel 1983 sono tornato a Milano e lui viveva a Parigi, quindi ci siamo incontrati non come due che vivevano nella stessa città e negli stessi uffici, ma come due che avevano rapporti con la stessa agenzia. Lui era effettivamente uno di quelli che meglio ha capito a cosa potesse servire Magnum e che se ne è servito meglio, e lo dico con ammirazione. Si è molto identificato con Magnum. È stato soprattutto un grande reporter, era veramente appassionato di quello che succedeva nel Mondo, era sempre in giro, era sempre a fotografare, era sempre sull’attualità, un vero fotografico raccontatore e giornalista del nostro tempo.
Naturalmente è andato al di là quando c’è stata la rivoluzione iraniana, è andato a raccontare come nessun altro poteva fare, perchè era iraniano e quindi in un certo senso l’ha raccontata dall’interno, parlava a fondo la lingua, vi si è anche in un certo senso, culturalmente e ideologicamente, identificato. Aveva una posizione politica contraria allo scià eccetera, fino alle grandi disillusioni successive. Si rese conto di molte cose accompagnando quel grossissimo fatto di carattere storico, si rese conto anche della potenza creatrice che poteva avere l’Islam e da lì nacque questo suo progetto, che probabilmente è la cosa più grande che ha fatto.

Il libro sull’Islam

Sì, “Allah O Akbar”. Quello che è veramente fondamentale, perchè è avvenuto prima di tutto insomma, prima delle Torri Gemelle e prima del problema dei rapporti con l’Islam. E lui l’ha fatto veramente dall’interno. Un grandissimo libro, un grandissimo progetto fatto a grandi livelli fotografici.

Quindi si è sempre interessato anche di questo rapporto tra religione e società

Sì, si è sempre interessato anche di questo rapporto tra religione e società perchè era connaturato al rapporto col proprio Paese, lui aveva sofferto, era andato via un po’ anche per quelle ragioni. Quando poi il fatto religioso diventò anche il motore di una rivoluzione, la raccontò e la sposò. Dopo di che questa commistione un po’ inquietante tra il fatto religioso e il fatto politico senza distinzione in cui la rivoluzione ha prodotto una specie di stato teologico lo inquietò moltissimo però gli permise di raccontare la faccenda dall’interno come poche altre persone potevano fare.

Con un grande coinvolgimento insomma

Con grande coinvolgimento insomma e con grande passione.

Lei ne ha un ricordo particolare? Si ricorda un episodio particolare?

Ogni tanto lo chiamavano così scherzosamente l’Ayatollah, perchè lui aveva una visione di Magnum come fosse una tribù islamica anche quella, però per identificazione e per amore era sempre in Magnum, credeva in Magnum, suo figlio lavora a Magnum. Era anche lì un fatto di grande identificazione personale.

Non è esagerato dire che ne era una colonna

No, assolutamente no. Era sicuramente una personalità di riferimento.

La rivoluzione in Iran del 1979
Foto dalla pagina Facebook di Abbas Attar, https://www.facebook.com/Abbas-Attarعباس-عطار-634538293304337/
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    Tiziana Ricci
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Una casa per il Pinelli di Baj

Come certo saprete, Radio Popolare ha dato vita a una campagna d’opinione coi suoi ascoltatori per trovare una casa all’opera di Enrico Baj, “I funerali dell’anarchico Pinelli”. Il proprietario dell’opera, il gallerista Marconi ha espresso da diversi anni l’intenzione di donare l’opera alla città di Milano, a condizione che il comune trovasse un luogo adeguato a ospitarla.

Obiettivamente si tratta di un’opera dalle dimensioni importanti, ma probabilmente il vero motivo della difficoltà del Comune a trovarle un posto è la sua portata politica, infatti quello di Baj è un dito puntato su una grande ingiustizia che ha portato alla morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dalla finestra della questura nel dicembre 1969 durante l’interrogatorio dopo la strage di piazza Fontana che lo vedeva ingiustamente accusato.

Un’opera, quella di Baj, che appartiene alla nostra storia e alla storia della città, quindi Radio Popolare ha pensato di sollecitare il sindaco e l’assessore alla Cultura a trovare finalmente una collocazione permanente a quest’opera tanto bella quanto scomoda. Abbiamo dunque invitato voi ascoltatori a scrivere al sindaco e all’assessore sollecitando la decisione e magari indicando il luogo dove vorreste vedere l’opera di Baj. Avete risposto con partecipazione ed entusiasmo, abbiamo pubblicato sul sito della radio le vostre mail, abbiamo ascoltato le vostre proposte nelle trasmissioni con un fiume di messaggi. Bene, i luoghi più gettonati sono: Palazzo Reale, il Museo del ‘900, la Triennale, il MUDEC, il Padiglione d’Arte Contemporanea e ancora altri.

Grazie alla vostra partecipazione e al nostro impegno, siamo riusciti a muovere le acque, infatti l’assessore alla cultura Del Corno ha risposto in Consiglio comunale all’interpellanza sulla questione di Paola Bocci, presidente della Commissione Cultura, dicendo che è partito l’iter per verificare se è idoneo lo spazio di via Larga presso l’anagrafe, luogo caldeggiato dall’assessore, che però non entusiasma né noi né gli ascoltatori.

Insomma la questione è ancora aperta e la radio continuerà a seguire la vicenda, anche col prezioso contributo alla campagna di Piero Scaramucci, autore con Licia Pinelli del libro “Una storia quasi soltanto mia”, e con tutti gli ascoltatori. Per tenere viva la memoria su una vicenda tanto dolorosa. Intanto vogliamo ringraziare di cuore tutti coloro che hanno partecipato fino a ora.

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    Tiziana Ricci
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Mario Dondero per Radio Popolare

Guardiamo con ottimismo al 2018 e vi proponiamo un vero gioiello: il calendario con le foto di un grande maestro, Mario Dondero.

Un grande fotoreporter e un grande uomo. Classe ’28 nato a Milano, scomparso a Petritoli (Fermo) nelle Marche nel  2015. Ha vissuto a Genova,  giovanissimo partigiano nella Val d’Ossola, collaboratore fin dagli anni ’50 delle più note testate soprattutto di sinistra. Frequentò il Bar Jamaica a Milano dove incontrò grandi artisti e fotografi  come Ugo Mulas  e Uliano  Lucas. Trasferitosi a Parigi  collaborò con “L’Espresso”, “Illustrazione Italiana”, “Le Monde” e altre testate importanti.

A Parigi frequentò scrittori e intellettuali . Tra le sue foto più celebri, quella del gruppo del  Nouveau Roman scattata nell’ottobre 1959, con al centro  Samuel  Beckett. Le sue  fotografie mostrano l’amore per la gente, la curiosità, in Africa come in tanti altri paesi, come in Afghanistan dove documentò il lavoro di Emergency. Noi  di Radio Popolare ci sentiamo particolarmente affascinati e vicini al suo impegno civile e sociale.

Nelle sue bellissime immagini, uomini e donne, storie vere con una grande attenzione agli ultimi.

Davvero un grande fotografo che abbiamo amato e siamo onorati e grati all’Archivio Dondero  che ci ha donato le sue fotografie per impreziosire il CALENDARIO di RADIOPOPOLARE 2018. Il calendario è stampato in tiratura limitata e su carta molto raffinata, non lasciatevelo scappare! Lo trovate in sede a Radio Popolare, via Ollearo 5 a Milano a fronte di una sottoscrizione di 20 euro.

Chi non potesse acquistare il calendario da noi può scrivere a Renato Scuffietti scuffia@radiopopolare.it e farselo spedire.

Foto 12 calendario Dondero

 

 

Calendario 2018 Dondero 1 - orizzontale

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    Tiziana Ricci
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Arte Italiana: la riscoperta dell’America

Sarà aperta al pubblico fino al 17 settembre la mostra “NEW YORK NEW YORK. Arte Italiana: la riscoperta dell’America”. Il percorso espositivo si snoda in due sedi museali, alle Gallerie d’Italia e al Museo del ‘900 a Milano.

150 opere significative di alcuni tra i più grandi artisti.

Alle Gallerie d’Italia si possono ammirare opere di Boccioni, Balla, Carrà e poi Morandi, Campigli, Marini, Accardi, Barucchello, Baj, Burri, Fontana, Pomodoro, Schifano, Vedova e molti altri.

Negli spazi del Museo del ‘900 si approfondisce il rapporto con New York e l’immaginario americano così come percepito dagli artisti italiani, con opere di Afro, Cagli, Consagra, De Chirico, Depero, Isgrò, Novelli, Tancredi e molti altri.

Una sezione a sé è poi dedicata all’opera di un grande fotografo, Ugo Mulas, di cui sono in mostra bellissimi scatti che raccontano la vita e il carattere di artisti come Calder, De Kooning, Kline, Gorky e altri artisti americani. Infatti nel ’68 Mulas pubblica New York: The New Art Scene (New York: arte e persone), il libro nel quale raccoglie le immagini scattate dal ’64 agli artisti americani di punta dell’epoca.

Tutto il percorso evidenzia lo scambio tra l’arte italiana, che nel secondo dopoguerra fu notevolmente apprezzata negli Stati Uniti, e i massimi esponenti dell’arte statunitense. E fa riflettere su ciò che cercavano gli artisti italiani a New York in quegli anni… forse uno spirito più libero e modelli differenti da quelli della vecchia Europa.

Il valore del percorso espositivo è che di ogni artista presente in mostra vediamo una o più opere molto significative, come nel caso di Burri o di Capogrossi o delle incantevoli foto di Mulas.

In mostra abbiamo incontrato il curatore Francesco Tedeschi, storico dell’arte.

Ascolta qui l’intervista

NEW YORK NEW YORK Francesco Tedeschi

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    Tiziana Ricci
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Keith Haring. About Art

Una mostra bella e importante rende omaggio, fino al 18 giugno, al geniale artista americano diventato un’icona della contemporaneità. 110 opere, alcune inedite e mai esposte in Italia, molte di grandi dimensioni provenienti da varie parti del mondo, da musei e collezioni private.

Keith Haring, classe ’58, nato in Pennsylvania, si avvicina all’arte fin da bambino grazie al padre, ingegnere con la passione del fumetto. Negli anni ’80 approda a New York, poco più che ventenne e inizia a suscitare attenzione per i suoi graffiti nella metropolitana, anche l’attenzione della polizia che più volte lo arresta. In quegli anni nasce il suo “radiant baby”, figurina che ritroviamo in quasi tutte le sue opere e che simboleggia l’energia e la vitalità in un mondo negativo.

I suoi messaggi sono contro il razzismo, la minaccia nucleare, la discriminazione delle minoranze, l’arroganza del potere e il dilagare dell’Aids.

A New York conosce Andy Warhol, Basquiat, Madonna e tutto il mondo effervescente di quegli anni. Produce una quantità di opere impressionante e partecipa alle più prestigiose manifestazioni: le Biennali, Documenta7 a Kassel e mostre importanti in tutto il mondo.

Nel 1987 gli viene diagnosticata l’Aids, nonostante ciò continua la sua produzione compulsiva, come spinto dalla consapevolezza di avere poco tempo e tanto da dire. Quando muore ha solo 31 anni. Alla sua scomparsa lascia una quantità di opere incredibile e la sua idea di “arte per tutti”.

Il titolo, “About Art”, si riferisce al percorso della mostra che mette in evidenza come l’arte di Haring si sia spesso riferita a opere di autori di epoche diverse. Era un grande conoscitore e amante della storia dell’arte e il curatore della mostra Gianni Mercurio ha proprio voluto evidenziare questo aspetto: come Haring si sia ispirato all’arte tribale ed etnografica, al lavoro di artisti come Leonardo, ma anche Picasso, Pollock, Dubuffet, Klee, di cui vediamo in mostra alcune opere accostate al lavoro di Haring.

Ovviamente ha reinterpretato con il suo stile unico e inconfondibile le opere degli artisti che amava. Uno stile che fece sì che le sue opere finissero su magliette, tazze, borse e sugli oggetti più vari, ma a chi lo rimproverava di essere troppo commerciale rispondeva che l’arte deve arrivare a tutti e questo era veramente il suo obiettivo, il risvolto commerciale non lo interessava.

Certo Keith Haring divenne un’icona di artista-attivista globale e forse si può rimproverare alla mostra di evidenziare poco questo aspetto di ribellione e il suo impegno contro l’Aids. Tranne nell’ultima stanza dove due bellissimi video ce lo mostrano mentre viene arrestato per i graffiti in metropolitana.

Come dicevamo, scomparve giovanissimo e lasciò la Keith Haring Foundation che per sua volontà ha tra i suoi obiettivi quello di aiutare e sostenere concretamente i bambini e i giovani in difficoltà e i malati di Aids.

Una grande mostra che vale la pena di non perdere.

Ascolta qui l’intervista con il curatore Gianni Mercurio

KEITH HARING Gianni Mercurio

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    Tiziana Ricci
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Kandinskij, il cavaliere errante

Al Mudec, Museo delle culture di Milano si potrà visitare fino al 9 luglio una mostra affascinante che racconta il periodo che porta Kandinskij alla svolta completa verso l’astrazione.

Si sarebbe potuto temere, come a volte è capitato di vedere, che la prima parte della vita e ricerca di un artista importante si traduca in una mostra poco significativa per conoscerne la peculiarità, la personalità e le opere piu’ significative.

In questo caso non è così. Abbiamo l’occasione di conoscere e verificare come la cultura popolare con le sue espressioni e i suoi colori abbia influenzato l’opera dell’artista russo.

49 opere dell’artista che va verso l’astrazione sono affiancate a 85 icone, stampe popolari e oggetti tipici della vita dei contadini. Le opere provengono dai più importanti musei russi: l’Ermitage di San Pietroburgo, la Galleria Tret’jakov, il Museo di Belle Arti A.S.Puskin, il Museo Panrusso delle Arti Decorative, delle Arti Applicate e dell’Arte Popolare di Mosca.

Veniamo al titolo: “Il Cavaliere errante” – che fa un po’ il verso a “Il Cavaliere Azzurro”, un gruppo di artisti di cui Kandinskij fu tra fondatori – si riferisce al fatto che la mostra è incentrata sul tema del viaggio che l’artista fece quando ancora era studente di legge nel 1889 e si appassionò alla cultura di Vologda, localita’ a nord di Mosca.

Kandinskji fu affascinato dai colori, dai decori e da tutta la tradizione popolare che ritroviamo interpretati nei suoi dipinti ed acquarelli. L’uccello di fuoco, San Giorgio e la Madre Mosca diventano elementi della sua concezione creativa verso l’astrattismo. Prende forma la sua idea che non era più urgente rappresentare la realtà tangibile, ma quella spirituale e questa ricerca lo porta verso l’astrazione.

Altro elemento importante che individuiamo nei suoi dipinti è la scienza e le sorprendenti scoperte scientifiche.

Ada Masoero, critica d’arte, ha curato la mostra insieme a Silvia Burini, docente d’ Arte russa all’Universita’ Ca’ Foscari di Venezia. Ascolta qui l’intervista con Ada Masoero:

KANDINSKY Ada Masoero mont

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    Tiziana Ricci
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La collezione di Radio Popolare

Lo scorso anno Radio Popolare ha compiuto quarant’anni, compleanno che abbiamo festeggiato con tante iniziative insieme ai nostri ascoltatori. I compleanni si festeggiano anche con i regali, allora mi è venuto in mente che la bella quarantenne se li meritava.

Così ho avuto l’ardire di chiedere ad alcuni artisti che amiamo e stimiamo di pensare a una loro opera dedicata a Radio Popolare: un bel regalo per la nostra redazione solitamente vivace e frenetica ma obbiettivamente un po’ sguarnita.

L’idea non era, come sarebbe facile pensare, di fare un’asta ma d’impreziosire la nostra redazione, di creare una collezione di Radio Popolare che da anni ormai parla di arti visive non tanto descrivendo le opere – brutta impresa non potendo disporre delle immagini – ma approfondendo con gli autori l’intenzione e le intuizioni che le hanno create.

Si tratta di artisti che seguiamo da sempre e con i quali condividiamo la visione della vita e del mondo.

Al mio invito hanno risposto con entusiasmo e generosità:

Emilio Isgrò con l’opera “Cinque Aprile” ha cancellato la Dichiarazione d’Intenti della Radio: come ha sempre fatto nel suo lavoro cancellando provocatoriamente i testi che vanno difesi e protetti.

foto 5

Grazia Toderi con l’opera “Frequenze (per Radio Popolare)”, stampa a getto d’inchiostro su carta cotone e pastello a olio. Un puntino luminoso trasmette energia nel cosmo: siamo noi!

foto

Stefano Arienti con l’opera “Tre volte Antenna D’Oro”, disegno in inchiostro metallico su carta ispirato alla vittoria di una coppia di cantanti in Oriente che forse per associazione d’idee rimanda alla musica e all’antenna di Radiopop.

Alberto Garutti con l’opera “Didascalie”, stampa digitale su fogli di carta colorata, invita a profonde e poetiche riflessioni a partire dai luoghi che si vivono.

Ugo La Pietra con l’opera “L’informazione alternativa”, collage su carta di una foto scattata a Parigi nel ’75: un edificio in cui la gente comunicava attraverso i tubi della struttura.

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Marta Dell’Angelo con l’opera “Agente di Agente Agisce Agito”, un video suggestivo che pone l’accento sulla comunicazione gestuale.

Liliana Moro con l’opera “…..senza fine”, una piccola radio Popolare che trasmette senza sosta la canzone “Bella ciao” in tutte le lingue e anche la versione famosa cantata in tv da Michele Santoro.

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Studio Azzurro con l’opera “Canale Centosettepuntoseicento”, un video che mostra una radio di foggia antica che trasmette senza sosta frammenti di programmi e musiche di Radio Popolare.

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Abbiamo allestito la nostra piccola ma preziosa collezione nell’area riunioni in redazione perché la vista quotidiana delle opere dia energia e sensazioni piacevoli a noi lavoratori e alle ascoltatrici e agli ascoltatori che vengono a trovarci, soprattutto se abbonati. Infatti gli abbonati condividono la generosità degli artisti!

Dunque siamo felici di questi bei regali e vogliamo festeggiare insieme. Lo faremo sabato 25 febbraio alle 18.30 qui in redazione con un brindisi insieme agli artisti ai nostri critici e collaboratori.

Siete tutti invitati!

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    Tiziana Ricci
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Milano celebra Arnaldo Pomodoro

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Sì, perché un grande maestro come Arnaldo Pomodoro che ha portato la scultura italiana in tutto il mondo, tanto che le sue opere impreziosiscono i palazzi delle più importanti istituzioni, meritava certo dalla sua città d’adozione un omaggio più tempestivo.

Detto questo veniamo alla grande antologica che abbraccia l’intera città, la mostra è infatti allestita in più sedi.

Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale è il cuore di questa mostra diffusa: entrando, il colpo d’occhio incanta, trenta sculture emblematiche del percorso creativo e di ricerca dell’artista. Sui lati della bella sala i bassorilievi degli anni Cinquanta in piombo, argento e cemento nei quali già emergono le trame segniche di Pomodoro e che affascinarono già Lucio Fontana.

Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi 30 novembre 2016 - 5 febbraio 2017 Foto di Carlos Tettamanzi
Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi
30 novembre 2016 – 5 febbraio 2017
Foto di Carlos Tettamanzi

Al centro su grandi piattaforme campeggiano colonne, sfere squarciate, cippi, le cui forme, che rimandano a una geometria euclidea spaccata e indagata dall’artista per farne emergere la potente energia interna, sono esaltate dalla luce.

Sulla parete in fondo l’imponente rilievo in fiberglass e polvere di graffite: “Le Battaglie”, opera del ’96 che rimanda alla guerra e ai suoi orrori come “Guernica” di Picasso. E infatti Pomodoro la vide proprio qui nel 1953 e ne fu colpito tanto che anche oggi ha voluto che le sue sculture fossero esposte proprio alla Sala delle Cariatidi, bellissima e dolorosa testimonianza del bombardamento avvenuto durante la seconda guerra mondiale.

Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi 30 novembre 2016 - 5 febbraio 2017 Foto di Carlos Tettamanzi
Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi
30 novembre 2016 – 5 febbraio 2017
Foto di Carlos Tettamanzi

Proprio qui abbiamo incontrato il maestro.

Ascolta l’intervista ad Arnaldo Pomodoro

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In Piazzetta Reale poi è esposto per la prima volta il complesso scultoreo “The Pietrarubbia Group”, un’installazione ambientale composta da sei elementi realizzata progressivamente dall’artista dal 1975 al 2015, un omaggio all’antico borgo di Pietrarubbia nel Montefeltro dove l’artista è nato nel 1926.

Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi 30 novembre 2016 - 5 febbraio 2017 Foto di Carlos Tettamanzi
Arnaldo Pomodoro | Milano, Palazzo Reale – Sala delle Cariatidi
30 novembre 2016 – 5 febbraio 2017
Foto di Carlos Tettamanzi

L’esposizione si snoda poi alla Triennale e alla Fondazione Pomodoro con altre opere, per arrivare al Museo Poldi Pezzoli che, oltre all’incantevole Sala delle Armi che Pomodoro allestì nel 2000, espone 16 bozzetti per progetti scenici che raccontano la passione per il teatro dal 1982 al 2009.

Il progetto espositivo è completato da un itinerario artistico che collega vari luoghi della città.

A Piazza Meda troviamo l’amatissimo dai milanesi “Grande Disco”, a Largo Greppi la “Torre a Spirale”, collocata di fronte al Piccolo Teatro, e infine “Il Labirinto”, un ambiente di 170 mq segreto e affascinante costruito nei sotterranei della ex sede della Fondazione Pomodoro in via Solari 35.

Inoltre nella Sala degli Arazzi a Palazzo Reale è stato allestito un progetto multisensoriale che permetterà ai visitatori di entrare nel “Labirinto”.

La curatrice di gran parte della mostra è la studiosa Ada Masoero.

Ascolta qui l’intervista

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Arnaldo Pomodoro. Foto di Nicola Gnesi per Fondazione Henraux
Arnaldo Pomodoro. Foto di Nicola Gnesi per Fondazione Henraux
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    Tiziana Ricci
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Ai Weiwei. Libero

Palazzo Strozzi a Firenze ospita fino al 22 gennaio 2017 la prima grande mostra italiana su Ai Weiwei, artista cinese dissidente e icona della lotta per la libertà d’espressione.

“C’è un impatto politico nelle mie opere e non smetto di essere artista quando mi occupo di diritti umani. Tutto è arte, tutto è politica”, ha dichiarato Ai Weiwei, che negli ultimi vent’anni si è imposto sulla scena internazionale come il più famoso artista cinese vivente. Le sue opere provocatorie hanno spesso diviso i critici e acceso polemiche, e anche in questo caso è andata così.

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“Per me sono fratelli”: l’artista parla così dei profughi e scuote le coscienze con Reframe, la nuova cornice di Palazzo Strozzi: 22 gommoni che si aggrappano alle bifore rinascimentali e parlano della tragedia dell’immigrazione.

L’opera ha suscitato polemiche di alcuni cittadini che si sono sentiti offesi da quello che hanno ritenuto un insulto alla bellezza rinascimentale del palazzo. Il sindaco Nardella e la soprintendente Acidini si sono affrettati a rispondere che l’opera al contrario valorizza il gioiello rinascimentale e crea un dialogo tra l’antico e il contemporaneo, sottolineando che Firenze ha invitato l’artista cinese a esprimersi liberamente e non si censurano gli artisti, tanto meno uno dei più grandi come Ai Weiwei.

Dicevamo che anche i critici si sono divisi: denigrato da Francesco Bonami che lo ritiene un furbo che per affermarsi ha cavalcato una facile dissidenza in Cina, apprezzato invece da Tomaso Montanari – con cui è d’accordo chi scrive – che coglie il senso profondo dell’opera di Ai Weiwei e dice: “Ci aiuta a vedere noi stessi per quello che siamo. Ci mette a nudo, ci obbliga a pensare e ci rinfaccia le nostre responsabilità. Anche per noi quei gommoni hanno il sapore della libertà”.

E veniamo alla mostra: in cortile campeggia un’altra installazione: Refraction (Rifrazione), cucine solari assemblate a formare una grande ala simbolo di libertà, ma essendo pesante e ancorata a terra è come immobilizzata. Metafora della privazione della libertà, ma anche allusione alla situazione politica tibetana, essendo quei pannelli solari utilizzati in Tibet per cucinare.

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Poi al piano nobile del palazzo incontriamo tante opere nelle belle sale: la prima è Stacked (Impilate) un allestimento site-specific che assembla 950 biciclette: biciclette simbolo di libertà di movimento, l’opera rinvia al ready-made con la ruota di bicicletta di Duchamp, artista amatissimo da Ai Weiwei.

In un’altra stanza incontriamo Snake Bag (Borsa Serpente), 360 zaini scolastici cuciti a formare un grande serpente. E’ un lavoro nato dopo il terremoto del maggio 2008 nel Sichuan che fece settantamila vittime.

Migliaia di studenti morirono nel crollo delle scuole collassate a causa dei materiali scadenti utilizzati. Ai Weiwei cominciò un’inchiesta che lo portò a denunciare le responsabilità del governo cinese in quella tragedia e i tentativi di insabbiamento. L’artista denunciò la corruzione statale, la mancanza di libertà di parola in Cina. Fu arrestato, picchiato e imprigionato.

Aveva in precedenza collaborato alla costruzione dello stadio olimpico di Pechino con lo studio svizzero Herzog & de Meuron ed era al culmine della sua carriera, dopo il lavoro sul terremoto cadde in disgrazia e cominciò la persecuzione.

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Proseguendo al piano nobile di Palazzo Strozzi incontriamo i ritratti in Lego di dissidenti politici: Dante, Savonarola, Galileo e Filippo Strozzi bandito per vent’anni dai Medici, stessa sorte toccata al padre di Ai Weiwei, dissidente politico.

E poi tra le tante opere sorprendenti: Study of Perspective, fotografie dove il soggetto è il braccio sinistro dell’artista con il dito medio alzato davanti a monumenti mondiali altamente simbolici come la Casa Bianca, la Tour Eiffel, il Colosseo, la Sagrada Familia e questo lavoro del ’95 ci fa capire a cosa si sia ispirato Cattelan per l’opera installata davanti alla Borsa a Milano.

Queste sono solo alcune delle opere nell’ampio percorso del piano nobile, poi si scende alla Strozzina nel sotterraneo, dove la mostra continua con una ricchissima documentazione del lavoro di Ai Weiwei con la fotografia, i media e i social media. Immagini che tappezzano anche luoghi impensabili come l’ascensore che documentano il pestaggio e l’arresto dell’artista e dei suoi collaboratori.

I social media sono importanti nel lavoro dell’artista che ritiene siano uno strumento importante per la democrazia e la libertà d’espressione.

Insomma, una bella mostra che vale la pena di non perdere e che sicuramente, comunque la si pensi, non lascia indifferenti.

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    Tiziana Ricci
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Le opere di Betye Saar alla Fondazione Prada

Navi negriere dipinte sul pavimento: non è una sua opera ma la riproduzione di un motivo presente e ricorrente nel suo lavoro.

Cotone, migrazioni, musica, tate, razzismo, come i bianchi vedevano i neri nell’America dei primi del Novecento.

Betye Saar, artista afroamericana nata a Los Angeles nel 1926, si laurea in arte e da subito unisce nelle sue installazioni elementi di spiritualità a riflessioni politiche che rimandano alle lotte per i diritti dei neri in America.

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Molte sue opere sono assemblaggi custoditi in scatole o custodie di strumenti musicali, rappresentano una condizione di segregazione, ma anche di resistenza e sopravvivenza. I lavori includono tracce del folclore afroamericano, la musica e la quotidianità, combinando la dimensione politica a una visione spirituale che attinge a diverse tradizioni di origine africana, asiatica, americana ed europea.

Attraverso questi “memorabilia” personali e immagini dispregiative, personaggi in gabbia o impiccati, l’artista sviluppa una potente critica sociale e mette alla gogna stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana.

La mostra antologica aperta in questi giorni alla Fondazione Prada durerà fino all’8 gennaio ed è un viaggio nell’arte della “danzatrice incerta” come dice il titolo: ottanta opere tra installazioni, assemblages, collages e sculture creati tra il 1966 e il 2016. Come ha dichiarato l’artista , la sua arte “ha più a che fare con l’evoluzione che con la rivoluzione, con la trasformazione delle coscienze e del modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani”.

Un percorso estremamente poetico che accompagna il visitatore dalla dimensione più intima a quella sociale e politica.

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E’ la prima esposizione in Italia dell’artista afroamericana e noi l’abbiamo visitata con la curatrice Elvira Dyangani Ose.

Ascolta qui l’intervista

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    Tiziana Ricci
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I nuovi ritratti di Annie Leibovitz

La mostra con i nuovi scatti della grande fotografa americana ha aperto al pubblico il 9 settembre presso Fabbrica Orobia 15 a Milano. L’ingresso è libero.

Il nuovo lavoro prosegue un progetto iniziato oltre quindici anni fa con “WOMEN”, una raccolta di ritratti pubblicata nel 1999 che ebbe un grande successo. Susan Sontag, che aveva collaborato alla realizzazione, l’aveva definita un “ work in progress”.

Il lavoro attuale prosegue quel progetto e riflette i cambiamenti del ruolo e dell’immagine della donna nella società contemporanea; con il prossimo anno diventerà un’unica opera composta da molteplici scatti.

Fabbrica Orobia è un luogo dove una volta si fabbricavano lampadine, ora come tanti luoghi di lavoro dismessi è diventato uno spazio espositivo. Spazio estremamente suggestivo: si viene accolti in una penombra spezzata da spiragli di luce e in quest’atmosfera soffusa è stato ricostruito lo studio di Annie Leibovitz, o per lo meno una suggestione; non si tratta infatti della classica mostra di fotografie.

La Leibovitz, notissima e amata fotografa, è nata nel 1949. Le sue fotografie cominciarono ad apparire su Rolling Stone, che negli anni Settanta era una rivista giovane ed emergente di politica e cultura popolare; quindi su Vanity Fair e poi su Vogue. Le sue opere sono esposte nei più prestigiosi musei del mondo. Ha collezionato numerosi premi, è stata fotografa privilegiata di Patti Smith e Yoko Ono; sua è la celeberrima immagine di John Lennon nudo avvinghiato a Yoko Ono scattata poco prima che venisse ucciso.

Dunque si entra in quest’atmosfera affascinante che ricostruisce un po’ lo studio della fotografa: un lungo tavolo su cui sono disposti i più bei cataloghi – anche un po’ sciupati, usati – che si possono sfogliare.

Da un lato poi troviamo comode sedie ed è lì che possiamo guardare incantati i nuovi ritratti di donne che scorrono su due grandi schermi, mentre alle nostre spalle campeggia su un terzo schermo fisso il grande ritratto della regina Elisabetta che ci fissa con sguardo austero.

Intanto sugli altri due schermi compaiono musiciste, acrobate, donne di spettacolo, politiche, attrici: riconosco Barbra Streisand, la signora in giallo, Vanessa Redgrave, Sofia Loren, Meryl Streep, Hillary Clinton, danzatrici, scrittrici, artiste, Shirin Neshat, Isabella Rossellini, Joan Baez, Aung San Suu Kyi e ancora tante altre donne al lavoro di cui non conosciamo il nome.

La Leibovitz ha continuato dunque il lavoro che aveva iniziato nel ’99 con Susan Sontag,scrittrice e saggista con cui ebbe anche una grande storia d’amore fino alla sua scomparsa a settantun’anni nel 2004.

Le fotografie di Annie Leibovitz sono potenti: la bellezza delle donne ritratte è dirompente. Sono ritratti che raccontano di loro, della loro personalità, del loro lavoro e soprattutto della loro diversità. Non è la bellezza scontata, quella imposta dai canoni della moda e della pubblicità.

La Leibovitz riesce sempre a metterne in luce la forza e la dignità di cui tutte le protagoniste sembrano essere consapevoli.

Le fotografie sono raffinate, costruite, la composizione è sofisticata e il risultato è estremamente efficace.

Infine su una parete di fianco troviamo le stesse foto che scorrono sui grandi schermi, in piccolo formato, appuntate distrattamente come probabilmente le dispone la fotografa sulle pareti del suo studio. Anche quest’aspetto è interessante, perché le stesse immagini che abbiamo vistoin grande formato ci appaiono diverse.

Come la piccola foto di John Lennon e Yoko Ono avvinghiati e a fianco il ritratto di Yoko Ono con un’espressione tristissima : è il racconto di tutto quello che è successo. Quello che solo i grandi fotografi riescono a fare.

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    Tiziana Ricci
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Cuba, una mostra sugli artisti divisi dalla rivoluzione

Il cortile del Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano è occupato per intero da una rete in forma di gabbie : è il lavoro di Umberto Diaz, solo vedendolo dall’alto si può leggere la parola “Ideas”. E’ un lavoro sulla censura, ma è un tema universale non riguarda solo Cuba, come l’opera di Ernesto Leal che in giardino ha incappucciato i “ Sette Savi” di Melotti.

Sono le opere che ci accolgono all’esterno del Pac e fanno parte della mostra Cuba.Tatuare la storia”, una riflessione ampia ed approfondita sull’arte cubana che entra nelle questioni politiche e sociali e guarda apertamente a tutte le pratiche artistiche di chi ha scelto di lasciare l’isola e di chi invece ha scelto di restare e proporre dall’interno la propria visione critica.

Era il ’62 quando gli Stati Uniti, all’indomani della rivoluzione castrista, decretarono l’embargo contro Cuba. La rivoluzione fu un tentativo di costruire una società giusta ed egualitaria secondo i principi marxisti.

Per tutta risposta al bloqueo Cuba aprì la Scuola Nazionale dell’Arte, dunque da un lato rispose con la cultura e dall’altro cominciò un processo di chiusura ed arroccamento ideologico che portò anche a episodi di censura che videro appunto alcuni artisti lasciare l’isola e altri rimanere proclamando però nel loro lavoro la libertà di pensiero. Un fermento identitario lo ritroviamo in tutta l’arte cubana e questa mostra guarda apertamente a tutte le pratiche artistiche.

Sono 31 gli artisti tra i più significativi ed apprezzati nel panorama internazionale, attivi dalla fine degli anni ’70 in poi. Più della metà di loro vive e lavora a L’Avana.

Il titolo “ Cuba. Tatuare la storia” rimanda all’unicità dell’esperienza di una rivoluzione che ha lasciato un segno indelebile ed eccezionale nella storia del secolo passato e anche di questo nuovo secolo.

Tornando al percorso espositivo, nello spazio d’ingresso leggiamo una grande scritta scolpita nel muro in inglese : “Volete comprare la mia miseria ?”. L’artista è Luis Gòmez. La sua frase provocatoria, ironica e sarcastica rimanda a come gli occidentali e il mercato spesso percepiscano l’arte cubana. Infatti nelle loro opere si racconta la difficoltà della vita, la povertà e il malessere. I mercanti occidentali sembrano contenti di comprare la loro disperazione: l’arte cubana nota è quella comprata dalle principali gallerie e collezionisti occidentali. Gòmez è uno integro, che vive e lavora a Cuba e non ha mai voluto rapporti coi grandi del mercato occidentale e c’è dunque nel suo lavoro un atteggiamento critico nei confronti di chi vende la propria arte ai grandi mercanti occidentali.

Sparsi negli spazi del Pac troviamo giganteschi chiodi piegati e arrugginiti. Sono l’opera de Los Carpenteros,un duo di artisti cubani e il titolo dell’opera è “I Falegnami”, lavorano con tecniche artigianali e materiali poveri e costruiscono oggetti d’uso quotidiano che diventano opere d’arte.

Più avanti incontriamo il lavoro di Carlos Martiel, che si fa fotografare nudo con brandelli di una vecchia divisa militare cuciti sulla sua pelle. L’opera rimanda al rifiuto di piegarsi al lungo e indottrinante servizio militare cubano e alla cultura machista, questi sono stati alcuni dei motivi che hanno spinto l’artista a emigrare negli Stati Uniti.

Martiel rappresenta la nuova generazione di artisti cubani ed è il protagonista di una delle performance in programma nei primi giorni di apertura della mostra , come anche quella di Grethell Rasùa, classe ’83, artista che nel 2005  ridipinse le case fatiscenti di un quartiere povero e periferico de L’Avana con una vernice speciale mescolandola con escrementi degli abitanti. Sempre con escrementi e liquidi corporei mischiati ad elementi preziosi, crea gioielli personalizzati col materiale organico della persona.

La performance è una forma espressiva molto importante nell’arte cubana e questa mostra fra i tanti artisti contemporanei rende omaggio ad Ana Mendieta, una delle artiste cubane più apprezzate e un’icona dell’arte contemporanea, con alcune opere esposte che documentano il suo lavoro .Altro grande omaggio a Fèlix Gonzàlez-Torres, un artista che ha dovuto lasciare l’isola per evitare di essere perseguitato a causa della sua omosessualità.

E infine si incontra una piccola stanzetta buia dedicata a un’altra grande artista: Tania Bruguera, che anni fa aveva lasciato molto criticamente Cuba, ma che ora vive tra l’isola e gli Stati Uniti.

Ci siamo fermati solo su alcuni artisti , ma la mostra è davvero ricca e le opere così dense e profonde che richiedono una visita senza dimenticare le performance che sono in programma in questi primi giorni d’apertura:

  • Susana Pilar Delahante Matienzo, martedì 5 luglio alle 19
  • Carlos Martiel, mercoledì 6 luglio alle 19
  • Grethell Rasùa, giovedì 7 luglio alle 19

La mostra è al Padiglione di Arte Contemporanea dal 5 luglio al 12 settembre 2016.

La mostra, prima grande esposizione di arte contemporanea cubane in uno spazio pubblico, è curata da Giacomo Zaza e Diego Sileo che abbiamo intervistato.

Ascolta l’intervista

Diego Sileo

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    Tiziana Ricci
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Festival Parco Lambro, 40 anni e non sentirli

A quarant’anni dalla conclusione del Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro di Milano, una mostra fotografica fa rivivere il clima e il fermento di quei giorni.

Allo spazio Forma Meravigli (via Meravigli 5/7 Milano) sono esposte per la prima volta le fotografie del reporter Dino Fracchia scattate durante le ultime due edizioni del festival (1975 e 1976) e la mostra è curata da Matteo Balduzzi.

Chi c’era può rivivere quell’esperienza e chi non l’ha vissuta può comprenderne la portata. Tanti giovani si riappropriarono dello spazio pubblico in un happening pacifico e danzante come a Woodstock. La rivista Re Nudo di Andrea Valcarenghi li aveva chiamati per tre giorni al Parco Lambro.

Parco Lambro 2

Gli scatti di Dino Fracchia in un continuum fotografico mostrano le danze, gli incontri e il fermento che già conteneva i semi della rivolta giovanile in nome della libertà delle donne, degli omosessuali, e dalle costrizioni sociali. Un’ondata libertaria mal tollerata e ancor meno compresa dalla politica istituzionale.

Il Festival del proletariato giovanile si accompagna alla nascita degli Anni di piombo nel nostro Paese. Vi parteciparono tanti artisti come gli Area, gli Stormy Six, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Eugenio Finardi, Edoardo Bennato, Franco Battiato, Antonello Venditti, Giorgio Gaber e migliaia di giovani che rappresentavano una composita geografia umana.

Durante la visita alla mostra, abbiamo incontrato il fotografo. La mostra è aperta il 24 giugno e si può visitare fino all’8 settembre.

Ascolta l’intervista a Dino Fracchia

Dino Fracchia

Abbiamo inoltre incontrato uno dei protagonisti di quei giorni, l’artista Matteo Guarnaccia.

Ascolta l’intervista a Matteo Guarnaccia

Matteo Guarnaccia

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    Tiziana Ricci
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