Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

  • PlayStop

    GR di sab 14/12 delle ore 22:30

    GR di sab 14/12 delle ore 22:30

    Giornale Radio - 15/12/2019

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di sab 14/12

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 15/12/2019

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di ven 13/12 delle 19:50

    Metroregione di ven 13/12 delle 19:50

    Rassegna Stampa - 15/12/2019

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Snippet di sab 14/12

    Snippet di sab 14/12

    Snippet - 15/12/2019

  • PlayStop

    The Box di sab 14/12

    The Box di sab 14/12

    The Box - 15/12/2019

  • PlayStop

    Il Sabato del Villaggio di sab 14/12 (seconda parte)

    Il Sabato del Villaggio di sab 14/12 (seconda parte)

    Il sabato del villaggio - 15/12/2019

  • PlayStop

    Il Sabato del Villaggio di sab 14/12 (prima parte)

    Il Sabato del Villaggio di sab 14/12 (prima parte)

    Il sabato del villaggio - 15/12/2019

  • PlayStop

    Il Sabato del Villaggio di sab 14/12

    Il Sabato del Villaggio di sab 14/12

    Il sabato del villaggio - 15/12/2019

  • PlayStop

    Pop Up di sab 14/12 (quarta parte)

    Pop Up di sab 14/12 (quarta parte)

    Pop Up Live - 15/12/2019

  • PlayStop

    Pop Up di sab 14/12 (terza parte)

    Pop Up di sab 14/12 (terza parte)

    Pop Up Live - 15/12/2019

  • PlayStop

    Pop Up di sab 14/12 (prima parte)

    Pop Up di sab 14/12 (prima parte)

    Pop Up Live - 15/12/2019

  • PlayStop

    Pop Up di sab 14/12 (seconda parte)

    Pop Up di sab 14/12 (seconda parte)

    Pop Up Live - 15/12/2019

  • PlayStop

    Pop Up di sab 14/12

    Pop Up di sab 14/12

    Pop Up Live - 15/12/2019

  • PlayStop

    Sidecar di sab 14/12

    Sidecar di sab 14/12

    Sidecar - 15/12/2019

  • PlayStop

    Apertura musicale del 14/12/19

    l'apertura musicale del primo giorno di "Abbonaggio" 2019: con Francesco Tragni e Francesca Abruzzese.

    Bollicine - 15/12/2019

  • PlayStop

    Mash-Up di ven 13/12

    Mash-Up di ven 13/12

    Mash-Up - 15/12/2019

  • PlayStop

    Doppia Acca di ven 13/12

    Doppia Acca di ven 13/12

    Doppia Acca - 15/12/2019

  • PlayStop

    Musiche dal mondo di ven 13/12

    Musiche dal mondo di ven 13/12

    Musiche dal mondo - 15/12/2019

  • PlayStop

    Esteri di ven 13/12

    1- Brexit ora a un passo dopo la grande vittoria di Boris Johnson. Ma la Gran Bretagna rischia di ..Ulster…

    Esteri - 15/12/2019

  • PlayStop

    Note dell'autore di ven 13/12

    Note dell'autore di ven 13/12

    Note dell’autore - 15/12/2019

  • PlayStop

    Il demone del tardi - copertina di ven 13/12

    Il demone del tardi - copertina di ven 13/12

    Il demone del tardi - 15/12/2019

  • PlayStop

    Fino alle otto di ven 13/12 (terza parte)

    Fino alle otto di ven 13/12 (terza parte)

    Fino alle otto - 15/12/2019

  • PlayStop

    Fino alle otto di ven 13/12 (seconda parte)

    Fino alle otto di ven 13/12 (seconda parte)

    Fino alle otto - 15/12/2019

Adesso in diretta
Programmi

Approfondimenti

La spaccatura tra i talebani

L’attacco talebano che il 20 gennaio ha fatto strage in una scuola pachistana – a poco più di un anno da un massacro ben più ampio e dalle conseguenze persistenti – segnala come la militanza armata continui ad avere nel mirino le istituzioni scolastiche.

Non è una situazione nuova, dato che nella sola provincia del Khyber Pukhtunkhwa – dove si trova Charsadda con l’Università Bacha Khan colpita l’altro giorno – sono state almeno 400 le scuole fatte oggetto di attacchi integralisti negli ultimi anni.

Inevitabilmente, oltre a alimentare timori e rabbia, l’evento di Charsadda ha alimentato le polemiche sulla sicurezza di potenziali obiettivi civili, proprio come le istituzioni scolastiche, che sono un baluardo contro il tentativo di infiltrazione ideologica dell’islamismo jihadista. Non a caso, da giorni, a Peshawar e nei suoi dintorni erano state sospese le lezioni in numerosi istituti per la probabilità di azioni terroristiche.

La memoria del massacro del 16 dicembre 2014 in un scuola gestita dai militari a Peshawar è d’altra parte ancora viva. Allora, l’attacco di numerosi armati di militanza talebana portò alla morte di 141 persone, in stragrande maggioranza studenti medi e superiori, “colpevoli” di frequentare una istituzione nata in origine per i figli dei soldati della guarnigione locale ma successivamente aperta a tutti.

Quell’evento drammatico, che voleva essere per i talebani un’azione come tante mirata a colpire le forze armate pachistane, divenne di fatto uno spartiacque nella risposta delle autorità e del Paese verso la militanza integralista che proprio nella provincia di Khyber Pukhtunkhwa ha sostegno politico  e roccaforti tra la consistente etnia Pashtun.

Il giorno successivo, il premier Nawaz Sharif dichiarò conclusa la moratoria sulle esecuzioni capitali per condanne dovuti a reati di terrorismo. Iniziativa che nei mesi successivi venne estesa e che ha portato negli ultimi 12 mesi all’impiccagione di oltre 400 condannati. Inoltre, l’8 gennaio 2015, il parlamento ha approvato la modifica alla legge per consentire la piena legalità di tribunali speciali militari anti-terrorismo, come pure la limitazione a libertà e diritti in situazione di emergenza.

La massiccia offensiva in corso da tempo nell’area tribale del Nord Waziristan ha colpito significativamente i gruppi della militanza armata islamista ma anche reso più cruenta la reazione, che coinvolge anche militanti stranieri e non più rivolte contro soli obiettivi militari. La più recente infiltrazione di Isis nel subcontinente indiano, ampiamente pubblicizzata anche se con forti resistenze locali di movimenti già attivi, come per i talebani afghani, ha accentuato i rischi ma, al momento, soprattutto le divisioni tra le varie personalità e tendenze della guerriglia, sovente più legata a interessi locali, etnici e clanici, che non a un jihad universale.

Questa situazione può chiarire la rivendicazione iniziale dell’attacco di Charsadda da parte della fazione del Tehrek-e-Taliban che fa capo al comandante Omar Mansoor, seguita poche ore dopo dalla dura smentita della fazione maggioritaria. “Chiunque abbia utilizzato il nome del Tpp per questa attività anti-islamica (…) sarà punito in base alla Shariah”, ha minacciato il portavoce Muhammad Khorasani. Dopo aver ricordato che la fazione principale guidata dal Maulana Fazlullah “è l’unica rappresentativa dei mujaheddin e del jihad in Pakistan”, Khorasani ha anche fatto un’affermazione sconcertante nel suo cinismo: “Studenti inermi che frequentano istituzioni non militari sono importanti per il futuro del nostra jihad e per questo la loro protezione è un nostro dovere”.

Ancora un volta, tuttavia, nell’incrocio delle azioni e dei proclami, i talebani sembrano ignorare che le loro iniziative degli ultimi anni hanno accentuato, insieme a reazioni militari e politiche, un rigetto da parte della società civile e delle organizzazioni religiose, incluso l’islamismo maggioritario.

Occorrerà ancora tempo, come avverte la società civile pachistana, affinché si sviluppino anticorpi adeguati alla minaccia estremista. Al momento, i timori sono che l’infiltrazione “straniera” dell’Isis potrebbe incentivare una ripresa di azioni che hanno come vittime anzitutto cittadini inermi, che rappresentano buona parte dei 40.000 morti nei 15 anni di azione talebana in Pakistan.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Laos, tra vecchia guardia e nuove sfide

Con l’apertura del dodicesimo Congresso del Partito comunista laotiano, la comunità internazionale ma anche la maggior parte dei cittadini di questo Paese del Sudest asiatico hanno la possibilità di gettare uno sguardo su un potere insieme riservato e senza opposizione. Un evento dalla cadenza quinquennale che definirà la nuova leadership politica e le priorità economiche per il prossimo futuro.

I 684 delegati in rappresentanza di oltre 200mila iscritti avranno il compito di scegliere i membri del Politburo e del Comitato centrale del Partito, i due organi principali, responsabili di fatto della gestione del Paese. A rendere ancor più importante l’avvenimento, la coincidenza con l’assegnazione al Laos della presidenza Asean (Associazione delle nazioni del Sudest asiatico) che di conseguenza vedrà per 12 mesi intensificarsi le visite ufficiali, i rapporti diplomatici, governativi e commerciali che serviranno anche a concretizzare con maggiore chiarezza e slancio la comunità economica Asean nata ufficialmente il 1° gennaio.

I comunisti governano il Laos dal 1975, solo in tempi recenti hanno aperto a massicci investimenti cinesi e, in misura minore, di altri Paesi. Il tentativo di mantenere nell’isolamento un Paese che non ha sbocco sul mare e in maggioranza montuoso, per garantirsi una maggior presa ma anche per impedire che un’apertura troppo rapida potesse destabilizzarlo, lo ha reso uno dei più poveri del continente, costretto in fondo alle classifiche economiche e sociali tra i dieci Paesi dell’area Asean. Va riconosciuto, però, che queste scelte hanno generato minori divaricazioni sociali e tensioni che altrove e un alto livello di conservazione dei modi di vita della sua popolazione divisa in decine di etnie, oltre che una maggiore tutela delle risorse.

Il sospetto verso l’esterno – in parte anche come reazione alle vicende belliche indocinesi e ai più massicci bombardamenti della storia su un solo Paese come conseguenza della “guerra segreta” della Cia – resta profondo, anche se le necessità hanno spinto il piccolo (236.800 chilometri quadrati) e sottopopolato Laos (6,8 milioni di abitanti) ad accogliere lusinghe e pressioni di Pechino, in particolare riguardo la gestione congiunta del corso del Mekong, con la costruzione di imponenti sbarramenti sul medio corso del fiume o sui suoi affluenti per soddisfare la sete di energia dell’ingombrante vicino, come pure della confinante Thailandia.

Ieri, inaugurando l’assemblea, il primo ministro Thongsing Thammavong ha sottolineato la crescita economica dell’ultimo decennio, con un aumento di ricchezza medio annuo del 7,4 per cento. Il premier ha anche segnalato che nella strategia ufficiale di portare il Paese fuori dalla povertà, l’impegno principale dovrà essere quello di limitare il divario tra città e campagne, ma priorità sarà data anche allo sviluppo delle risorse umane, alla protezione dei diritti dei cittadini e alla tutela ambientale.

Un impegno di tutto rispetto, ancor più necessario per andare incontro alle aspettative della popolazione che ha trent’anni di età o meno, il 70 per cento dei laotiani. Una necessità finora sostanzialmente negata dai settantenni o ottuagenari della vecchia guardia rivoluzionaria, impegnati più a controllare il Paese che ad aprirlo al progresso. Non a caso nel precedente congresso, quello del 2011, la scelta era stata di privilegiare la stabilità, confermando per un altro quinquennio il segretario generale del partito, Choummaly Sayasone. Suo probabile successore alla fine del congresso, venerdì, dovrebbe essere il vicepresidente Bounnhang Vorachith, in vantaggio per gli analisti sul premier Thongsing Thammavong, rivale di Sayasone. Un segnale di frattura nella gestione tradizionale del potere.

Volente o nolente il partito, la transizione tra la vecchia guardia e i nuovi quadri formati anche all’estero è avviata. A confermare il timore ai vertici di influenze esterne, ai mass media stranieri che già abitualmente hanno grandi difficoltà a entrare nel Paese, sono stati negati i permessi per seguire da vicino i lavori, se non per qualche rappresentante cinese e vietnamita. Ufficialmente per mancanza dei tempi necessari alle autorizzazioni.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

I perseguitati dalla Corea del Nord

L’intervista condotta l’11 gennaio dalla rete televisiva statunitense Cnn al pastore evangelico canadese di origine coreana condannato ai lavori forzati per attività eversive ha chiarito con estrema evidenza non solo la durezza delle condizioni nei campi di lavoro nordcoreani ma anche la spregiudicatezza del regime che governa con pugno di ferro 24 milioni di cittadini.

Nell’ora di intervista, obbligatoriamente in coreano nonostante Hyeon Soo Lim conosca ottimamente l’inglese, il detenuto ha parlato delle sue condizioni di detenzione: in totale isolamento in una struttura dove è costretto a scavare buche per otto ore al giorno. Uno dei trattamenti – e nemmeno il più cruento – per i 150mila ospiti involontari stimati nei centri di detenzione del regime che sono costati a Pyongyang la denuncia all’Alto Commissariato Onu per i Diritti umani e la richiesta al Consiglio di sicurezza di un deferimento alla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità.

La sua condanna a vita è stata sentenziata il 16 dicembre 2015 dalla Corte suprema nordcoreana e se fosse confermato lo stato in detenzione per un altro coreano-americano, Kim Dong Chul, Hyeon sarebbe il secondo cittadino nordamericano al momento in carcere in Corea del Nord.

In Canada, a Toronto, Lim guida una delle chiese evangeliche con più alto seguito di fedeli del Paese. A febbraio era stato arrestato durante un soggiorno in Corea del Nord e a luglio aveva confessato pubblicamente i suoi crimini contro lo Stato. Entrato con un visto per attività umanitarie, il canadese avrebbe – secondo le accuse – raccolto informazioni da utilizzare all’estero per propiziare la fine del regime come atto divino. Per la sua Chiesa, la Light Korean Presbyterian Church, Lim, che sarebbe in cattive condizioni di salute, avrebbe visitato il Paese un centinaio di volte dal 1997, fondandovi un orfanotrofio e una clinica.

La sua vicenda è solo l’ultima di una lunga serie che riguarda cittadini stranieri, almeno in parte coinvolti in iniziative religiose proibite o di sostegno alla fuga dal regime. Un altro pastore di origine sudcoreana, lo statunitense Kenneth Bae, era stato liberato dopo due anni di detenzione e una condanna a 15 anni di lavori forzati, uno dei tre cittadini Usa rilasciati nel 2014.

Per quanto riguarda l’anno scorso, a giugno un tribunale di livello inferiore ha condannato due sudcoreani con l’accusa di spionaggio, sempre ai lavori forzati a vita. Complessivamente sono tre i cittadini del Sud in detenzione in Corea del Nord.

Diverso il caso di Matthew Todd Miller, il 24enne statunitense condannato a sei anni di lavori forzati per “atti illegali” verso il Paese. Nello specifico, per esservi entrato illegalmente il 10 aprile 2014 dopo avere strappato il visto all’arrivo all’aeroporto internazionale di Pyongyang, e di avere tentato di compiere azioni spionistiche. Una sorte paradossale, per il giovane che aveva dichiarato di volere chiedere asilo in Corea del Nord e l’intenzione di “conoscere da vicino un carcere nordcoreano”. Anche lui è stato rilasciato, insieme a Bae, l’8 novembre 2014, con una mossa che per il regime è stata una concessione a richieste statunitensi.

Lo scorso autunno, il regime ha diffuso un rapporto di 50mila parole in cui si confutano le accuse internazionali, anche di fonte Onu, riguardo abusi dei diritti umani, carcerazioni e torture, in particolare nei campi di lavoro. Nel rapporto di fonte ufficiale si definisce la Commissione Onu per i diritti umani “una marionetta degli Stati Uniti e dei loro satelliti” e “a loro volta condannabili organizzatori di abusi dei diritti umani”. Nello stesso testo si definiscono i fuggiaschi nordcoreani che hanno fornito la maggior parte delle testimonianze raccolte dall’Onu, “feccia umana che ha tradito la propria madrepatria e la propria gente”.

Proprio per avere favorito l’espatrio di nordcoreani, il 30 agosto 2015 sono stati condannati rispettivamente 10 e 7 anni di carcere Li Mingshun e Zhang Yonghu, cristiani protestanti cinesi. Processati, la prima, sotto l’accusa di “tratta di esseri umani attraverso il confine”, il secondo per avere trasportato cittadini nordcoreani in transito sul territorio cinese. La pena severa comminata in prima istanza da un tribunale cinese della Mongolia interna e stigmatizzata dalle organizzazioni cinesi per la difesa dei diritti umani, contribuisce a gettare una ulteriore luce sul calvario dei nordcoreani che cercano di passare dal territorio della Repubblica popolare cinese per raggiungere ambasciate amiche a Pechino, oppure per cercare, attraverso viaggi lunghi ed estenuanti – che sovente si concludono con l’arresto e la deportazione – di raggiungere la Corea del Sud.

Una delle mete, rese disponibili recentemente dalla loro legislazione che consente a chi vi arrivi da perseguitato, di ripartire verso la Corea del Sud. I due condannati sono parte di un gruppo clandestino di cristiani che hanno finora consentito il passaggio nelle provincie settentrionali cinesi e fino alla salvezza entro i confini mongoli di 61 fuggiaschi. Il loro arresto risale al 29 aprile.

Negli ultimi anni, come conseguenza congiunta della grave situazione economica, che costringe alla fame un terzo degli adulti e il 37 per cento dei bambini, e delle violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa, migliaia di nordcoreani hanno cercato di lasciare il paese, correndo il rischio di una viaggio difficoltoso e di un rimpatri che significa pene severissime in campi di lavoro o anche la pena capitale. Pechino – unico alleato di peso del regime nordcoreano – nega ai fuggiaschi il riconoscimento di rifugiato nonostante sia firmataria della Convenzione Onu e del Protocollo sulla condizione di rifugiato firmati da Pechino nel 1982. Si stima che da 20 a 30mila nordcoreani, impossibilitati a raggiungere paesi terzi, vivano tra i cinesi in uno stato di semiclandestinità.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Indonesia, chi sono i gruppi terroristici legati al jihad

Aggiornamento: l’Isis ha rivendicato l’attentato. A scriverlo per prima l’agenzia di stampa Aamaaq, legata allo Stato Islamico. La Polizia di Jakarta conferma.

Un attacco terroristico ha scosso questa mattina il cuore commerciale della capitale indonesiana Jakarta.

Nella tarda mattinata, un commando terroristico di forse 14 individui ha prima attaccato con azioni dinamitarde suicide un caffè della catena internazionale Starbucks nel centro commerciale Sarinah e il vicino posto di polizia e poi si è disperso in varie direzioni nel centro cittadino, diventando oggetto di una caccia all’uomo da parte della polizia.

Ufficialmente, almeno quattro i morti tra chi si trovava nel caffè e i passanti e tre fra i poliziotti coinvolti nelle esplosioni. Ci sarebbero anche tre militanti morti suicidi, cui si aggiungerebbero altri quattro uccisi negli scontri successivi con le forze di sicurezza.  Dopo le prime esplosioni, altre si sono succedute in aree diverse, tra cui quelle di Cikni, Silpi e Kuningan, in prossimità delle ambasciate turca e pachistana, sempre nel centro della città dove si trovano anche il palazzo presidenziale, il parlamento e diverse altre sedi diplomatiche. Assediato dalla polizia con cani addestrati alla ricerca di esplosivi anche la sala cinematografica Jakarta Theatre dove sono stati segnalati militanti armati. Numerosi gli scambi di colpi di arma da fuoco tra polizia e terroristi la cui origine resta ignota mancando anche una rivendicazione.

L’attribuzione avanzata da alcuni all’auto-proclamato Stato Islamico (Is) resta incerta e non ammessa ufficialmente dalla polizia, nonostante l’allerta lanciato da tempo per l’infiltrazione dell’ideologia e dei metodi dell’organizzazione attraverso militanti locali che si sono diretti verso le aree di conflitto mediorientale e sono in parte rientrati. L’allarme era già stato lanciato prima di Natale e quasi tutta la polizia nazionale e reparti speciali dell’esercito erano state mobilitati per garantire a indonesiani e stranieri la sicurezza durante le festività di fine anno e l’avvio del nuovo. La polizia aveva comunicato nei giorni scorsi di avere sventato un attentato terroristico nella capitale preparato per Capodanno e l’arresto di almeno due individui di origine straniera coinvolti.

Nel grande Paese musulmano, patria di un Islam moderato ma con frange radicali e anche militanti, si guarda pure a mujahiddin locali che si sono dichiarati a favore dell’Is. L’azione potrebbe essere frutto di elementi dell’organizzazione locale Jemaah Islamiyah, legata un tempo a Al Qaeda e il cui leader storico, Abu Bakr Bashir da ieri si trova in tribunale per la richiesta avanzata dai suoi sostenitori di revisione della pesante pena carceraria comminata nel 2011 per la sua propaganda estremista.

Oltre ai primi messaggi di solidarietà al governo, sono arrivati anche gli avvertimenti di diverse ambasciate – tra qui quella statunitense – ai propri cittadini affinché evitino le zone potenzialmente più a rischio.

L’Indonesia, soprattutto dagli attentati di Bali che nell’ottobre 2002 provocarono oltre 200 morti, è stata colpita da diverse azioni terroristiche mirate insieme a interessi occidentali e alla destabilizzazione del paese che ha 250 milioni di abitanti.

Da ricordare l‘attentato contro l’ambasciata australiana del 2004 con nove morti e il doppio attacco a hotel frequentati da occidentali nel 2009 con sette uccisi. In anni recenti, tuttavia, l’azione decisa del governo ha ridotto di molto consistenza e spazi di azione dei gruppi estremisti, in una situazione in costante evoluzione e che riceve sempre nuovi stimoli dai teatri di confitto asiatici e mediorientali in cui l’Islam ha un ruolo di primo piano.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Si inasprisce la censura sui media

Il Partito comunista vietnamita è vicino al suo Congresso (20-28 gennaio) e ormai da tempo inasprisce il controllo sulla società civile.

Il fatto è che, nonostante la relativa novità dell’uso di Internet e le rigide regole imposte dal governo al suo utilizzo, quello vietnamita sta diventando un entusiasta popolo di “internauti”, con oltre un terzo della popolazione che utilizza abitualmente la Rete.

La crescente popolarità dei social media è diventata però anche una delle preoccupazione delle autorità, sempre timorose di una destabilizzazione. Si stima che 12 milioni di vietnamiti sono rischio di monitoraggio informatico da parte delle autorità.

Una situazione che comunque non è servita a disattivare voglia di comunicare e di conoscere; e anche di condividere opinioni e informazioni su temi che i mass media ufficiali abitualmente ignorano o condannano.

Per questo nel settembre 2013 il regime ha promulgato il Decreto 72, una misura volta a limitare ulteriormente quelle che considera manifestazioni di dissidenza. Con i nuovi provvedimenti, blog, forum, chat, strumenti come Twitter e Facebook sono demandati esclusivamente a “fornire e scambiare informazioni di carattere personale”. Escluso quindi lo scambio di informazioni e idee su temi di carattere politico, economico e sociale; proibita pure la distribuzione di articoli e libri online.

La nuova legge obbliga anche le aziende straniere ad avere i loro server nel paese, sollevando le proteste di chi– come Google e Facebook – vedono nella legge un limite concreto alle loro prospettive di investimento in Vietnam.

Obiettivo primario restano comunque gli oppositori, colpiti da arbitrarietà e pene severe. Significativo in questo senso, l’arresto il 16 dicembre per “propaganda contro lo stato” di Nguyen Van Dai, avvocato e attivista per i diritti umani che pochi giorni prima era stato sottoposto a un pestaggio da parte di ignoti. Un’azione violenta di una ventina di individui che molti, incluso il rappresentate dell’Alto Commissariato per i Diritti umani delle Nazioni Unite, hanno indicato come agenti in borghese. La sorte di Nguyen è ora legata a un nuovo processo che potrebbe portare a una nuova condanna dopo quella del 2007, in parte scontata in carcere in parte agli arresti domiciliari.

L’arresto del noto attivista, fondatore del Comitato per i diritti umani in Vietnam, ha segnalato ancora una volta l’azione del governo e del Partito comunista nei confronti delle voci critiche verso un sistema repressivo che contrasta apertamente con la pretesa di sviluppo economico e di apertura sociale.

Censura e repressione crescono infatti nei confronti dei dissidenti, in particolare quelli che utilizzano blog e social network, e vengono usate leggi sempre più vaghe ma drastiche quanto a punizioni.

Si tratta di uno stato di cose che pone imbarazza Stati Uniti e Unione Europea, che con il Vietnam hanno rapporti economici e di cooperazione sempre più stretti. A fine 2015, Human Rights Watch segnalava che sono almeno 130 i vietnamiti detenuti per ragioni politiche o ideologiche e che solo la necessità del governo di mantenere buoni rapporti con i partner stranieri avrebbe ridotto il numero dei processi e delle condanne.

Le limitazioni non riguardano però soltanto Internet e le sue varie affiliazioni. Davanti al boom dell’informazione tradizionale, dopo la relativa liberalizzazione, le autorità vietnamite hanno deciso di intervenire temendo “effetti negativi sull’opinione pubblica”. Secondo un recente editoriale del quotidiano del ministero della Difesa, sono circa 1.100 le pubblicazioni periodiche ora in corcolazione, quasi il doppio di 15 anni fa. Un processo di “commercializzazione” dell’informazione che i responsabili pubblici hanno deciso di limitare per sottolineare la nuova linea dura del partito e la volontà di non consentire uno sviluppo di media indipendenti o commerciali – ciò che tra l’altro mette a rischio il lavoro di 4.000 giornalisti professionisti e di 6.000 impiegati.

Tra le iniziative adottate, la chiusura dei quotidiani dei Dipartimenti provinciali e dei vari settori economici dell’amministrazione. Inoltre, ogni iniziativa editoriale sarà sottoposta a sezioni regionali del Partito comunista. I quotidiani del partito, dei ministeri della Difesa e della Polizia resteranno ma solo in versione online. Immutati la televisione di stato, la radio Voce del Vietnam, l’agenzia d’informazione Vietnam News Agency.

Si tratta, complessivamente, di un piano di ristrutturazione da completare entro il 2020, approvato segretamente a giugno 2015 e che per i critici farebbe parte della serie di misure di controllo decise in vista del Congresso del Partito comunista.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Vicine al risarcimento le “donne di conforto”

Manca la ratifica dei due parlamenti e manca – non da poco – l’approvazione delle protagoniste su cui il governo di Seul sta premendo – ma l’accordo che il ministro degli Esteri sudcoreano ha definito “finale e irreversibile” dovrebbe realizzarsi entro poco.

I governi di Tokyo e Seul hanno raggiunto il 27 dicembre un compromesso che dovrebbe mettere fine a un contenzioso non solo lungo ma particolarmente doloroso tra i due Paesi. Al centro le “donne di conforto”, sudcoreane in maggioranza, utilizzate come schiave sessuali dalle truppe imperiali durante le loro campagne militari.

Tra 50.000 e 200.000 secondo le fonti, in maggioranza coreane ma anche filippine, indonesiane, cinesi e europee catturate nelle colonie in Asia le cui vicende non solo costituiscono una testimonianza drammatica della brutalità della guerra in Estremo Oriente, ma che hanno pesato e continuano a pesare sull’onore e sulle responsabilità del Giappone post-bellico.

Non a caso il ministro Yun Byung ha indicato, alla fine dei colloqui con la controparte giapponese Fumio Kishida, che l’attestazione di “profonda responsabilità” nipponica dovrà essere seguita da atti che la concretizzino. Tra questi, un miliardo di yen, (7,6 milioni di euro) sarà destinato a compensare quante sono ancora in vita di quante, tra 50mila e 200mila secondo le fonti e le valutazioni, molte anche giovanissime, finirono nei bordelli allestiti negli acquartieramenti militari su vari fronti di conflitto. Le superstiti sono oggi divise tra un cedimento alle esigenze di buon vicinato e normalizzazione e a quelle della loro memoria e di quella collettiva coreana.

“Il premier Abe ha ancora una volta espresso i suoi sentimenti di sincere scuse e rimorso a tutte coloro che, come ‘donne di conforto’, sperimentarono tali sofferenze e riportarono per questo ferite psicologiche e fisiche incurabili”, ha ribadito Kishida, ammettendo apertamente che “il problema delle donne di conforto è “stato reso possibile dal coinvolgimento delle forze armate giapponesi” e il governo giapponese “sente acutamente la sua responsabilità”.

A conferma che la lunga e dolorosa vicenda potrebbe essere giunta al termine con una telefonata tra il capo di governo giapponese Shinzo Abe e la presidente sudcoreana Park Geun-hye, che già si erano incontrati a novembre nel primo dialogo diretto in oltre tre anni. Al centro proprio la spinosa vicenda delle scuse sincere e dei risarcimenti giapponesi alle sopravvissute.

Una disputa che da un lato ha visto per molti anni Tokyo accettare le proprie responsabilità pur considerando chiusa la vicenda con in compensi di guerra versati a Seul, mentre per i sudcoreani le scuse non erano mai state sincere e apertamente rivolte alle vittime che non hanno avuto sostegno economico ufficiale da Tokyo, ma elargizioni di iniziativa privata.

Un punto, quest’ultimo, diventato centrale ma non tanto sul piano pratico, dato che beneficerebbe un numero limitato di sopravvissuto perlopiù ottuagenarie, ma ideale che va di pari passo con la richiesta di una conferma aperta e sincera, pubblica da parte del governo giapponese della questione e delle responsabilità del paese.

A alzare i toni del contrasto il nazionalismo nipponico, che proprio sotto Abe, ha posto il prestigio delle forze di autodifesa e il loro utilizzo anche in ambio internazionale – oltre che un’ardua revisione costituzionale che metterebbe fine al pacifismo ufficiale dell’ultimo settantennio – al centro di un nuovo ruolo di protagonista in Estremo Oriente. Da tempo Abe ha chiarito che – pur riconoscendo come ha fatto lo scorso agosto nell’anniversario della sconfitta – le responsabilità belliche del paese, è finito il tempo delle scuse ai paesi coinvolti dalle sue guerre d’aggressione e conquiste coloniali. La rimozione è nel Dna della maggior parte dei giapponesi attuali e il revisionismo parte integrale delle iniziative culturali e educative del governo in carica.

A sottolineare comunque il senso dell’accordo appena raggiunto, il fatto che quello delle “donne di conforto” è stato nel dopoguerra uno dei tre nodi che hanno mantenuti aspri i toni tra i due paesi. Nazioni accomunate da crescenti e necessari rapporti commerciali e strategici mediati anche dal comune alleato statunitense, ma in cui un peso di rilievo hanno avuto, appunto, esperienza coloniale, donne di conforto e vertenze territoriali. In prospettiva, l’ultima resta ancora da definire ed è da tempo al centro delle iniziative degli opposti nazionalismi. A focalizzarle, il minuscolo arcipelago delle Tokdo/Takeshima (internazionalmente Liancourt) abitato solo da una guarnigione di poliziotti sudcoreani. La contessa territoriale che lo riguarda ha avuto nel tempo toni anche aspri, con iniziative di fanatici nazionalisti delle due parti che potrebbero concretizzare il rischio di conflitto.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La sfida all’oppio

L’emergenza oppio attraversa gli ultimi decenni di storia di Myanmar.

Produzione e traffico non sono infatti mai stati realmente contrastati dal regime militare al potere fino al 2010 e sono anzi diventati fonte di finanziamento delle milizie etniche e dei “signori della guerra” locali nelle aree di conflitto interno.

I narcotici rappresentano un problema in più per i partiti democratici che si troveranno a gestire Myanmar dopo avere stravinto le elezioni dell’8 novembre; questa non è comunque tra le priorità del programma del futuro governo guidato dalla Lega nazionale per la democrazia della Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

“Riconosciamo l’esistenza di un problema legato alla coltivazione di oppio, ma al momento siamo troppo impegnati a preparare il trasferimento dei poteri per potere pensare seriamente anche a questo”, ha confermato Win Htein, tra i leader della Lega.

Non si tratta comunque di un problema indifferente, che appare tra l’altro legato alla transizione. Anche sotto un governo a guida democratica, infatti, i militari, oltre a mantenere il 25 per cento dei seggi riservati in parlamento, conserveranno il controllo dei ministeri della Difesa, dell’Interno e delle Frontiere. Una circostanza, quest’ultima, che consentirà loro di continuare a gestire in compartecipazione con le milizie etniche alleate una parte consistente del traffico di stupefacenti – che ha origine proprio nelle regioni di confine.

Il nuovo esecutivo che guiderà da febbraio il secondo produttore mondiale di oppio dopo l’Afghanistan, riceverà comunque 3,3 milioni di dollari dal governo finlandese. Risorse da destinare alla riconversione delle piantagioni in coltivazioni convenienti per i produttori locali, concentrati soprattutto nello Stato Shan, uno di quelli maggiormente coinvolti nel conflitto avviato tra milizie etniche e governativi ai tempi del regime militare ma ancora in corso.

Secondo le statistiche più recenti di fonte Onu, 200.000 persone basano la loro sussistenza sullo sfruttamento di 55.500 ettari coltivati a papavero da oppio.

L’impegno finlandese sarà diluito in tre anni e amministrato dall’Ufficio della Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) che negli ultimi anni ha già speso sei milioni di dollari nella riconversione delle coltivazioni.

L’idea è impegnativa, come segnala Lashi La, coordinatore del Forum dei coltivatori di oppio del Myanmar. “Nello Stato Shan – dice – gli agricoltori possono essere interessati a far crescere noci, legumi e jackfruit. Noi suggeriamo anche il caffè, in modo che in caso di fallimento commerciale di una produzione, un’altra può subentrare”.

Realistico pensare a un programma di sradicamento totale dell’oppio e la trasformazione delle coltivazioni illegali in piantagioni di caffè come proposto?

La risposta di Lashi La è affermativa: “Abbiamo calcolato che serverebbero più o meno 150 milioni di dollari Usa. Una cifra che appare modesta se confrontata con altre iniziative internazionali contro la produzione di stupefacenti”.

Ovviamente occorre convincere i contivatori della bontà dei progetti di sostituzione, dato che l’oppio è radicato non solo nella loro economia, ma anche nella loro tradizione culturale e medica.“Inoltre – segnala ancora l’attivista – la relativa facilità della coltivazione è un altro ostacolo; senza contare il valore elevato anche in rapporto al suo scarso peso. Condizioni che rendono difficile per la popolazione rinunciare alla coltivazione. Poi c’è anche la situazione di conflitto di diverse aree. Facile, in caso di necessità di fuga, portare con sé il raccolto, non così per altre produzioni agricole”.

Uno degli elementi che potrebbero ritardare la riconversione è poi anche l’utilizzo locale dell’oppio, più elevato nelle aree fuori dal controllo governativo; al punto che le stesse milizie etniche soffrono per l’abuso di oppiacei. Un problema comunque non confinato alle aree di maggiore produzione, ma che riguarda anche quelle circostanti di altri Paesi. Per questo Unodc continua a incentivare il coordinamento regionale della lotta al traffico illegale, che coinvolge anche Cina, Laos e Thailandia.

Per il terzo anno la produzione sembra comunque essersi stabilizzata, con una quantità stimata in 647 tonnellate nell’anno in corso. Stabile anche la superficie coltivata a oppio. Tra le ragioni che spiegano il fenomeno c’è sicuramente anche l’impegno nazionale e internazionale ma, come avverte Jeremy Douglas, responsabile Unodc per l’Asia sud-orientale e il Pacifico, “la produzione rimane a livelli elevati e i contadini sfollati dal conflitto, se senza alternative, potrebbero tornare alle coltivazioni tradizionali”.

Non va poi ignorata la sfida delle metanfetamine, in concorrenza quanto a diffusione con i derivati dell’oppio, tra cui l’eroina, ma con una estensione maggiore, in pratica in tutto il continente asiatico, sostenuta in particolare dalla richiesta cinese.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

4,4 miliardi per ricostruire il Nepal

A quasi otto mesi dal primo devastante terremoto del 25 aprile, seguito il 12 maggio da uno di poco inferiore, con un bilancio di 9 mila morti, il parlamento nepalese ha approvato la legge per la ricostruzione.

Un’iniziativa necessaria per avviare le iniziative che consentano un ripristino della normalità nelle aree più colpite e ipotizzare un futuro diverso, di sviluppo auspicato, per il paese piegato da anni di incertezza politica dopo la rivoluzione pacifica del 2006, la fine della monarchia l’anno successivo e l’avvio di un complesso iter per la nuova costituzione marcato dai contrasti politici e dai particolarismi etnici, approvata solo lo scorso agosto. Finora i 4,4 miliardi di dollari promessi dai paesi donatori con un forte supporto della Cina, non sono stati utilizzati e occorrerà verificare nuovamente la disponibilità, dopo che molti hanno mostrato frustrazione per i ritardi e scetticismo verso i reali interessi delle autorità.

Il cammino della Legge per l’autorità della ricostruzione, approvata insieme a un emendamento costituzionale che ne ha ulteriormente allontanato i tempi e acceso ulteriori tensioni nell’assemblea, ha pure risentito, come peraltro la vita del paese negli ultimi due mesi, della protesta dei Madeshi, popolazione maggioritaria nelle are confinarie con l’India. Fallita la richiesta di vedere riconosciuto nel nuovo statuto federale disegnato dalla nuova costituzione un’autonomia sostanziale, hanno bloccato l’essenziale traffico di merci dall’India, boicottando anche i lavori parlamentari attraverso la loro consistente rappresentanza politica.

Pesanti i danni economici e ampi i disagi per la popolazione per il blocco sostanziale dei commerci frontalieri. Al punto da spingere il primo ministro K. P. Sharma Oli ha segnalare come la situazione allontani “il grande sogno” di fornire al Nepal un futuro di sviluppo. “Il grande terremoto e il blocco del confine indo-nepalese contrastano il mio grande sogno di sviluppare la nazione”, ha detto il premier la scorsa settimana, durante la cerimonia alla Nepal Academy per la presentazione del rapporto annuale sul progresso nazionale.

Il paese, che non ha sbocco al mare, dipende sostanzialmente dal grande e sovente invadente vicino per molti generi essenziali, inclusi carburanti e buona parte dei medicinali. Il timore espresso da Oli – che il mese scorso aveva definito il blocco “più inumano di una guerra” – è che la situazione porterà a un allungamento dei tempi del recupero della normalità e di un ulteriore sviluppo del paese (28 milioni di abitanti su un territorio perlopiù impervio che è circa la metà di quello italiano), tra i più poveri e arretrati dell’Asia nonostante il credito accordato da istituzioni finanziarie internazionali e potenziali investitori.

Al centro anche di una forte emigrazione per lavoro, in particolare giovanile. Iniziative di sviluppo attendono però il ripristino e il miglioramento delle infrastrutture il cui collasso non dipende solo dalle scosse telluriche, ma soprattutto – come è apparso chiaro finora – dalla volontà politica e dalla capacità di dialogo. Anche con il grande vicino indiano.L’inasprimento dei rapporti con New Delhi, che sul paese ha da un lato una tutela strategica in funzione di contrasto di simili mire cinesi e dall’altro impone scelte funzionali anche allo politica indiana è ora un ulteriore, inatteso ostacolo alla rinascita, ma aggrava anche la situazione attuale.

L’allarme è stato lanciato a inizio mese dall’Unicef (Fondo Onu per l’infanzia): oltre tre milioni di giovanissimi nel paese himalayano rischiano serie conseguenze o addirittura la morte nei mesi invernali per l’impossibilità di disporre di combustibile, cibo, medicinali e vaccini in quantità adeguata.Responsabile soprattutto il blocco parziale delle frontiere meridionali in cui un ruolo hanno le rivendicazioni dei Madeshi, ma anche le decisioni dell’India, favorevole alle istanze dei Madeshi in buona parte di origine indiana.

Tuttavia New Delhi nega di essere dietro allo stop ai commerci come Kathmandu accusa, ma di limitare i traffici transfrontalieri per ragioni di sicurezza. L’inverno è inoltrato nel paese himalayano, isolando con neve e ghiaccio ampie aree del paese. Ai disagi abituali del freddo e delle precipitazioni, si aggiungono ora anche quelli del dopo-terremoto con una ricostruzione lontana anche dall’essere avviata. Sono almeno 200.000 le famiglie terremotate che vivono in condizioni precarie a un’altitudine superiore ai 1500 metri dove le condizioni climatiche sono più difficili. Elementi che accrescono il rischio di patologie, soprattutto per i più piccoli, che il paese non è in grado oggi di affrontare. I depositi governativi hanno esaurito il vaccino contro la tubercolosi, mentre anche altri vaccini come pure gli antibiotici sono a livello critico. In questo contesto, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha lanciato nei giorni scorsi un appello ai governi di Kathmandu e di New Delhi affinché giungano senza esitazione a un accordo che per ragioni umanitarie ripristini il traffico frontaliero.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Laos, tre anni dal sequestro Sombath

Il 15 dicembre, il terzo anniversario anniversario del sequestro del noto attivista sociale laotiano, Sombath Somphone, è stata occasione non solo per rivalutare la sua vicenda nel contesto di una paese dove la società civile è sottoposta a pesanti pressioni, ma anche per evidenziare che questo non è un caso unico nella regione.

Sono in molti a ritenere che lo specialista per lo sviluppo delle comunità, premiato nel 2005 con il Ramon Magsaysay Award, il “Nobel asiatico”, sia stato prelevato da uomini dei servizi di sicurezza governativi, probabilmente per il suo ruolo nell’organizzazione nel paese del Forum popolare Asia-Europa solo due mesi prima la sua scomparsa.

Nella capitale thailandese Bangkok, dal maggio 2014 al centro del potere militare più che politico che governa senza tollerare alcuna opposizione sull’ex Paese del sorriso, una conferenza ha confermato la convinzione che il rapimento di Sombath, ripreso da videocamere in una frequentata strada della capitale Vientiane, sia stata politicamente motivata, ma anche la determinazione a proseguire nell’opera di Sombath Somphone. Questo, dallo scorso anno, attraverso la Sombath Initiative, nata per tentare di arrivare a risolvere la sparizione di Sombath e di sostenerne gli ideali di pace, partecipazione e sviluppo nel suo paese e non solo.

Il governo laotiano, sollecitato da più parti, all’interno e all’estero, non ha mai aperto indagini ufficiali sul sequestro dell’attivista ma, come ha ricordato la moglie, Shui-Meng, l’impegno è che la sua sorte venga chiarita e, ancor più, che non abbia a ripetersi.

Più volte la comunità internazionale ha criticato il governo di Vientiane per non avere accettato il supporto internazionale a risolvere la vicenda di Sombath Somphone. Non è bastato neppure l’impegno dell’Unione europea, che a più riprese ha inviato delegazioni per cercare di individuare le ragioni della scomparsa del noto attivista. L’Ue ha condannato il rifiuto costante di condividere le immagini del breve video che – ripreso da una telecamera di sorveglianza – mostra il sequestro di Sombath. Considerate “bugie ridicole” le pretese che la persona costretta nel video a salire su un’altra auto dopo che la sua è stata bloccata non sarebbe Sombath , come quella che non sarebbe possibile individuare le persone coinvolte nel sequestro.

In una realtà dominata dal Partito rivoluzionario del popolo laotiano dal 1975 e dove società civile e mass-media sono strettamente controllati, il Forum popolare Asia-Europa era stato visto come uno spazio di dibattito senza precedenti. Tuttavia, i mesi seguenti all’evento hanno visto in Laos un giro di vite della libertà di espressione, intimidazioni di oppositori ed espulsione di attivisti stranieri.

Da tempo il paese è sotto riflettori internazionali per la repressione di diritti umani e libertà civili, inclusa la poco libertà di pratica religiosa. Tuttavia non manca chi all’interno esercita una qualche forma di dissenso politico e sociale verso il governo e la sua gestione totalitaria e ideologica della vita pubblica. In questo sostenuti dalle possibilità di comunicazione e condivisione delle informazioni e delle idee offerte da social-media e blog, nonostante i limiti alle connessioni Internet. Se una dissidenza legata alla minoranza Hmong (Mon), alleata degli Usa durante il conflitto indocinese, è fortemente radicata negli Stati Uniti e forse quella più organizzata, attivisti e critici del governo cercano di far sentire la propria voce, in maggioranza correndo concreti rischi personali.

In un paese con la criminalità comune poco evidente e che ha come problema criminale soprattutto il traffico e l’uso di stupefacenti e il contrabbando, si calcola siano centinaia gli oppositori in carcere. La repressione in tempi recenti si va estendendo anche agli ecologisti e a coloro che si impegnano per la difesa dei modi di vita tradizionali o delle risorse necessarie ai gruppi meno favoriti, che sono nella maggior parte dei casi anche quelli più minacciati da progetti che, più che di sviluppo, sono accusati di sfruttamento delle risorse locali a beneficio soprattutto di nazioni vicine e della leadership. Una situazione che rende ancora più difficile la prospettiva futura per una parte consistente di laotiani.

A minare uno sviluppo concreto per la popolazione, sette milioni di abitanti su 236.800 chilometri quadrati, con un reddito pro-capite di 1500 euro l’anno, non sono gli interessi del partito e delle élite, anche associati a interessi stranieri a partire da quelli cinesi che minacciano seriamente risorse e modi di vita tradizionali.

Come ha ricordato Matilda Bogner, rappresentante per il Sud-Est asiatico dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, le implicazioni del “caso Sombath” per il Laos sono pesanti. “La società civile ha superato grandi difficoltà per molti anni, ma la scomparsa di Sombath Somphone ha inviato un messaggio intimidatorio all’intera società civile, aggravandone la situazione”.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’Indonesia al voto per le amministrazioni locali

Oggi 100 milioni di indonesiani si sono recati a votare per la prima volta contemporaneamente per i responsabili locali a vari livelli. Un esercizio di voto, seppure parziale, proporzionato alle caratteristiche della terza democrazia del mondo come peso demografico: 250 milioni di abitanti sparsi su 1,9 milioni di chilometri quadrati. Una sfida anche organizzativa data la frammentazione dell’immenso arcipelago in 17mila isole di cui oltre un terzo abitate, disteso su 3000 chilometri e tre fusi orari.

Occorreranno diversi giorni per conoscere i risultati, ma i motivi d’interesse per questa consultazione democratica sono molteplici. Anzitutto, perché arriva a maturazione il percorso di decentralizzazione politica avviato dopo la destituzione nel 1998 con una rivoluzione incruenta di Muhammad Suharto, presidente al centro di un sistema di potere paternalistico e clientelare, poco generoso con gli oppositori e repressivo verso i movimenti autonomisti e indipendentisti, come quello (vittorioso) di Timor est, delle Molucche o della provincia di Papua occidentale.

Inoltre, a pesare sulla giornata elettorale, in un tempo di accresciuti timori di azioni del terrorismo islamista che ha in Indonesia centrali di reclutamento per i campi di battaglia mediorientali, per azioni dimostrative nel Sud-Est asiatico e un immenso teatro di azione locale – il rischio di iniziative terroristiche. Non solo teoriche, dato che alla vigilia della giornata elettorale, le autorità avevano confermato l’infiltrazione dell’autoproclamato Stato islamico. Chiamati a vigilare sulla regolarità del voto e sulla sicurezza nazionale, 200.000 tra poliziotti e soldati.

Da sottolineare che le elezioni avevano rischiato di saltare e che si sono invece tenute per la caparbietà del presidente Joko Widodo, che le ha imposte dopo un colpo di mano dell’opposizione che lo scorso anno le aveva cancellate a favore di autorità locali scelte da gruppi di potere e partiti.

Ovviamente, il voto in sé, con i risultati che saranno indicativi insieme delle necessità locali più che delle politiche centrali, ha assorbito buona parte dell’attenzione dei votanti e degli analisti. La varietà delle situazioni nell’arcipelago renderanno assai difficile tracciare delle linee, delle tendenze comuni.

Nel contesto indonesiano, ancora una volta, più che ai programmi dei partiti, nella lunga campagna elettorale iniziata a agosto, a emergere sono state le personalità dei candidati, 3.600, in corsa per ruoli-guida in 286 tra province, distretti e municipalità. Gli esperti segnalano che per le caratteristiche di questa tornata elettorale e per una diversa sensibilità che va facendosi strada nell’elettorato indonesiano la politica partitica, che si trasferisce dal centro alla periferia e rende possibile un coordinamento tra amministrazione centrale e locale, dovrebbe in questa occasione avere un peso maggiore.

Difficile più di sempre il coordinamento d’impegni tra centro e periferia che unico rende possibile e riempie di senso un’elezione di questa complessità che per la prima volta ha accorpato anche nove province contrariamente alla prassi seguita finora di votare ogni mese in una diversa provincia delle 34 dell’immenso paese. Una pratica che contribuiva, più che alla decentralizzazione, all’instabilità generale. Obiettivo finale del presidente è consentire di avere un solo appuntamento con le elezioni locali per l’intero arcipelago nel 2027.

Inevitabilmente, la consultazione ha acquisito anche una valenza nazionale, a poco più di un anno dall’entrata in carica del presidente Joko Widodo. Le sue politiche riformiste, in un contesto di aggravata contrazione economica, hanno finora dato risultati inferiori alle aspettative. I suoi piani ambiziosi di sviluppo dell’economia, a partire da massicci investimenti nelle infrastrutture, e di riduzione della povertà non sono decollati e la crescita del paese dovrebbe essere quest’anno inferiore a quella del 4,6 per cento del 2009.

A interferire con le aspettative e le potenzialità contingenze internazionali e regionali, ma anche gli ostacoli politici dei rivali legati in buona parte all’esperienza di Suharto, a partire dal suo antagonista alla corsa alla presidente, l’ex generale Prabowo Subianto. Come conseguenza della sua campagna moralizzatrice, una burocrazia già lenta e infiltrata dalla corruzione e da nepotismo ha rallentato ulteriormente la propria azione per timore di essere messa sotto indagine.

Dati recenti hanno addirittura segnalato che proprio la burocrazia sta diventando un serio ostacolo al progresso del paese. Emblematico il caso della capitale Jakarta, interessata da importante opere infrastrutturali. Entro la fine dell’anno, meno della metà dei 5 miliardi di dollari destinati allo sviluppo dell’area metropolitana saranno spesi come risultato dell’eccesso di cautela e della burocrazia.

Difficile valutare quanto tutto questo potrà pesare sui risultati locali, ma dal Paese profondo dovrebbero arrivare dati utili per eventualmente ricalibrare le politiche presidenziali e governative.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Boat-people: la paura di una nuova emergenza

Vi è un timore diffuso nel Sud-Est asiatico e preoccupazione da parte di organizzazioni umanitarie internazionali che con la fine della stagione delle piogge e dei tifoni si riavvii l’esodo dei boat-people birmani e bengalesi dopo la crisi dello scorso anno.

Purtroppo i network dei trafficanti sono ancora operativi e le condizioni in loco ugualmente problematiche rispetto a un anno fa. Solo, le frontiere sono più chiuse all’accoglienza o al transito. In compenso, l’impegno contro i trafficanti tra aprile e maggio scorsi – che ha avuto come conseguenza un’ondata di boat-people abbandonati nel Mare delle Andamane perché già in viaggio e impossibilitati a sbarcare dal blocco delle coste thailandesi e quello, presto rientrato, delle coste malesi e indonesiane – ha creato solo difficoltà momentanee alle bande che predano su migranti economici dal Bangladesh e sui Rohingya in fuga dalla persecuzione in Myanmar.

La nuova ondata di profughi non dovrebbe superare le migliaia della stagione passata, tuttavia – avvertono gli esperti – non va sottostimata per potere approntare sia meccanismi di prevenzione, sia strutture di accoglienza nei paesi di destinazione (abitualmente a musulmana Malaysia), sia per evitare ulteriori perdite di vite umane. Al momento, le autorità dei paesi interessati sembrano in grave ritardo, ma almeno – dopo la scoperta dei campi di detenzione abbandonati in tutta fretta dai trafficanti al confine thailandese-malese, con fosse comuni contenenti i resti di decine di individui – i governi su cui pesa anche una forte pressione internazionale non possono più semplicemente fingere di non sapere. In Thailandia, l’hub continentale della tratta di esseri umani, l’azione repressiva – sotto vigilanza internazionale e pena l’imposizione di sanzioni – si è fatta concreta e va sempre più coinvolgendo connessioni e compiacenze locali, con decine di arresti finora, tra cui un generale.

Comunque, una situazione generale che non autorizza all’ottimismo per i prossimi mesi.

Al punto che il 1° dicembre l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) ha chiesto “piena collaborazione” alle nazioni del Sud-Est asiatico affinché cerchino soluzioni condivise e concrete per affrontare la possibile ondata migratoria, attesa con la fine della stagione dei monsoni e dei tifoni.

Chiesto di trattare i profughi – in fuga dalla persecuzione in Myanmar e alla ricerca di benessere dal Bangladesh – in modo umano ed evitare iniziative improvvisate che li condannino non solo a rischiare la vita, ma anche a mettersi nelle mani dei trafficanti per superare gli ostacoli posti dai governi al loro arrivo o al loro transito.

Lo scorso anno, dopo che la chiusura improvvisa delle frontiere marittime e terrestri da parte della Thailandia aveva costretto al largo per giorni e settimane migliaia di boat-people, Malesia e Indonesia avevano accettato di accoglierne almeno 4.000 per dodici mesi, con il coinvolgimento economico e operativo dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati e altre organizzazioni. Centinaia si ritiene siano morti in mare, rimasti senza carburante e acqua o dopo un naufragio.

Nonostante l’impegno dei paesi coinvolti dall’esodo a contrastare le reti di trafficanti che da almeno due anni gestiscono la fuga via mare e via terra di individui perlopiù di fede islamica verso la musulmana e finora accogliente Malaysia e, in via subordinata, verso Indonesia e Australia, i rischi per chi dovesse riprendere il mare restano elevati. Anche per questo, oltre a chiedere ai governi locali di non respingere chi dovesse arrivare sulle loro coste, l’Iom auspica che vengano aperte vie più dirette verso i paesi di destinazione e predisposti campi in cui procedere all’accoglienza, al riconoscimento dello stato di rifugiato e aprire una prospettiva di ricollocazione altrove. Evitando, ad esempio, l’imbarco su natanti dei trafficanti e lo sbarco sulle coste della Thailandia, paese che non ha firmato la Convenzione Onu sui rifugiati.

Indubbiamente, al centro del flusso massiccio di boat-people, sta anzitutto la condizione dei Rohingya, popolazione musulmana di 1,3 milioni di individui, ugualmente privata di cittadinanza in Myanmar e Bangladesh, con complessivamente mezzo milione costretti a vivere in condizioni aberranti in campi profughi ai due lati del confine.

Una crisi regionale potrebbe essere il risultato della discriminazione che organizzazioni internazionali indicano come “sistematica”. Crisi che i dieci paesi membri dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico) non sono preparate a affrontare. A lanciare l’allarme sono stati anche, a novembre, i parlamentari Asean impegnati per i diritti umani, un gruppo transnazionale che negli ultimi tempi ha fatto sentire concretamente la sua presenza intervenendo in diverse questioni interne ai diversi paesi membri come pure quelli che coinvolgono più nazioni.

“L’Asean si è confrontata lo scorso maggio sulla crisi dei profughi, ma purtroppo ha evitato di discutere le ragioni dell’esodo, che hanno radici nello stato Rakhine”, ha segnalato il parlamentare malese e presidente dei Parlamentari Asean per i dritti umani, Charles Santiago. “I leader Asean nascondono la testa nella sabbia ma questo si ritorcerà contro di loro”, ha indicato Santiago alla presentazione dell’ultimo rapporto del gruppo: Disenfranchisement and Desperation in Myanmar’s Rakhine State: Drivers of a Regional Crisis (Alienazione e disperazione nello stato Rakhine del Myanmar: Ragioni di una crisi regionale).

A chiarire che questa minaccia è concreta, anche Amnesty International. I trafficanti di esseri umani, ha avvertito l’organizzazione umanitaria con sede a Londra, sono pronti a riprendere la loro pratica brutale in tutto il Sud-Est asiatico e ha segnalato gli “orrendi” abusi a cui rischiano di andare incontro ancora una volta i boat-people in fuga dal Rakhine e dalla persecuzione fomentata dagli estremisti buddhisti con il sostegno delle autorità che negano loro cittadinanza e diritti, lasciando come uniche alternative i campi profughi interni o l’emigrazione clandestina.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Myanmar, i traffici che arricchiscono il regime

Sembra sceso il silenzio sullo smottamento che il 21 novembre ha investito a Hpakant, nel Myanmar settentrionale, una tendopoli improvvisata. L’agglomerato era sorto sulle pendici di un enorme cumulo di detriti, provenienti dalle vicine miniere di giada. Forse duecento i morti, una frazione delle migliaia di disperati che, oltre a essere impegnati legalmente in attività comunque a alto rischio e bassa remunerazione nelle miniere, cercano tra il materiale di scarto delle miniere un pezzo di giada che possa cambiare la loro vita.

Il crollo, eccezionale per numero di vittime, ha evidenziato una situazione tutt’altro che infrequente, in una regione dello Stato Kachin non solo devastata dal conflitto tra milizia etnica e truppe regolari, ma ancor più dalle attività estrattive che hanno ridotto Hpakant a una landa desolata, funestata da frequenti crolli e smottamenti, con un elevato numero di vittime.

La regione, che si trova all’estremo Nord del paese, è da lungo tempo al centro dell’estrazione di giada, una materia la cui produzione e smercio è nelle mani dei militari, nonostante l’avvio di un processo democratico che sta gradualmente erodendo la presa dei generali sul Paese dopo sessant’anni di regime militare. In un certo senso, uno spaccato della realtà del Myanmar dietro la facciata di democratizzazione e affermazione dello stato di diritto degli ultimi anni. Con un benessere comunque ancora lontano per molti.

Si calcola che il valore della giada, avviata in particolare verso l’immenso mercato cinese, abbia raggiunto lo scorso anno i 31 miliardi di dollari, cifra equivalente a metà del Prodotto interno lordo birmano. Con un traffico legale del valore di soli 3,4 miliardi di dollari nel 2014. Il resto è affluito in un mercato nero che include anche l’estrazione di altri minerari preziosi, tra cui i rubini e zaffiri e che continua a perpetuare il potere militare su ampie aree del Paese e settori della sua economia, ma che lascia alla popolazione – come quella di Hpakant, dove decessi per malattia, uso di stupefacenti e violenza sono assai elevati – non solo ben poco in termini di benessere ma con gravi conseguenza in termini ecologici e sociali. Una situazione destinata a durare perché profondamente radicata.

Sino alla caduta formale del regime militare successivamente al voto del novembre 2010, quello politico e strategico (ovvero forza delle armi e sostegno di Cina, Corea del Nord e in misura decrescente Russia) era uno dei due puntelli del regime. L’altro era il fiume di denaro che affluiva nelle casse della giunta, nelle tasche dei generali e lasciava a una popolazione passata in 47 anni dal benessere alla disperazione solo le briciole. Miliardi di dollari che arrivavano (e arrivano) dalle frequentatissime aste di pietre preziose che aggiravano un tempo l’embargo internazionale e ora le dogane e le autorità di controllo. Cifre immense che arrivano anche dalla vendita del legname pregiato, dal controllo della produzione e del traffico di oppio e di droghe sintetiche che inondano il mercato mondiale e anche dal traffico di armi.

Oggi il Myanmar resta il primo produttore mondiale di rubini e di giada (guarda caso, la confinante Thailandia è primo esportatore dei primi e la Cina popolare della seconda), ma la vera manna per i generali e per i loro compagni di affari, in attesa che a beneficiarne siano i birmani tutti, sono i giacimenti di petrolio e gas, in buona parte ancora inutilizzati. Una ricchezza vera e concreta che potrebbe sostenere lo sviluppo del paese e sostituirne altre ormai quasi azzerate da uno sfruttamento predatorio a favore di vicini a volte accondiscendenti, a volte prepotenti. Una ricchezza che per essere sfruttata richiede interventi stranieri e massicci investimenti. Controversi, soprattutto quando provengono da aziende con origine o sede in paesi che sbandierano democrazia e che hanno partecipato e che hanno imposto nel tempo sanzioni sul regime.

Gli impianti per l’estrazione di gas dalle piattaforme di Yadana, al largo della costa birmana nel Mare delle Andamane, dovevano essere, per la propaganda del regime e per la pubblicità di due tra le maggiori aziende petrolifere mondiali, al centro dello sviluppo del Mynmar ed avere un impatto essenziali e positivo sulla vita delle popolazioni. Sono invece diventati un fiume di denaro sporco riversatosi nelle tasche dei generali e un incubo per le ricadute negative sui villaggi costieri prospicienti le piattaforme e sulle aree attraversate dai gasdotti.

Total è stato il maggiore investitore nel progetto Yadana, di cui detiene una quota del 31,24 per cento, dalla sua ideazione nel 1992. Chevron ha il 28%, con il rimanente 40% controllato dal governo birmano e da investitori minori.

Oggi la situazione sta evolvendo, anche nel senso di una maggiore autonomia decisionale e gestionale. Una miccia accesa anche sotto i vecchi poteri in divisa: sotto accusa, infatti, è anche la mancanza di trasparenza nei contratti che concedono alle compagnie straniere ampi poteri senza sostanziale controllo da parte della popolazione locale. Ad esempio, i birmani fanno sentire in modo crescente voci di dissenso verso un rapporto preferenziale con la Repubblica popolare cinese, accusata di pochi scrupoli ambientali e sociali nelle sue attività nel Paese. Si moltiplicano le accuse di sfruttamento incontrollato delle risorse naturali locali, a partire dal legname e dai minerali, ma anche dell’energia idroelettrica prodotta con colossali impianti, sovente in aree abitate dalle minoranze.

Dopo la sospensione dei lavori della diga di Myitsone già avanzati sul medio corso dell’Irrawaddy, le miniere affidate alla gestione cinese sono al centro di controversie, soprattutto sull’esproprio di terreni, danni ambientali e mancati indennizzi alla popolazione locale.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Hong Kong, vince il partito filo-Pechino

Le elezioni di domenica per eleggere i consigli dei 18 distretti in cui è divisa Hong Kong, la metropoli sul delta del Fiume delle Perle, hanno suscitato un interesse superiore, certamente, al loro valore intrinseco.

A concentrare l’attenzione su un voto che ha portato 900 candidati a confrontarsi per i 431 seggi disponibili nei consigli distretturali il fatto che si è trattato della prima consultazione elettorale dopo le proteste e le occupazioni che per oltre due mesi hanno paralizzato nell’autunno dello scorso anno aree strategiche di Hong Kong.

Dai risultati del voto è uscita la scontata vittoria, ma con maggiore frammentazione e sintomi di insofferenza delle giovani leve di votanti, dei partiti filo-governativi e filo-Pechino, che hanno avuto 191 seggi. Hanno migliorato le proprie posizioni rispetto alle elezioni del 2011 i partiti democratici di varia affiliazione, arrivando a 83 seggi, con l’affermazione a sorpresa dei Neo-democratici i cui candidati hanno vinto in 15 dei 16 seggi seggi dove si sono presentati.

Due i dati sostanziali usciti dal voto di domenica. Il primo la messa sotto pressione della “vecchia guardia”, sia dei partiti al potere, sia dell’opposizione pan-democratica. In questo secondo schieramento, la sconfitta di due parlamentari veterani del Partito democratico come Albert Ho e Frederick Fung, ha evidenziato la necessità di un rinnovamento di volti e di idee. Nel partito il cambiamento generazionale già avviato, si può avvalere sostenuto dall’energia del vice-presidente dei Democratici, Lo Kin-hei.

Il secondo dato è la scalata di nuovi protagonisti esterni alla politica tradizionale. Tra i nuovi eletti nei consigli distrettuali della metropoli dal 1997 Regione amministrativa speciale della grande Cina, vi sono anche militanti del Movimento degli Ombrelli. Un riferimento a quelli usati per ripararsi dagli spray irritanti e dall’acqua degli idranti utilizzati lo scorso dalla polizia contro i manifestanti durante l’occupazione avviata per impedire che passasse la nuova legge elettorale locale che non concedeva libera scelta di candidati e suffragio universale richiesti da tempo. La scarsa fama e l’inesperienza non hanno impedito a una cinquantina di cosiddetti “guerrieri dell’Ombrello”, in maggioranza studenti universitari, di candidarsi vincendo almeno sette seggi. Un impegno non facile, ma che i candidati ritengono possa portare agli elettori benefici concreti e non solo le promesse abituali dei politici di maggiore esperienza.

Come ricorda l’analista politico Joseph Cheng, alla fine dell’occupazione dopo quasi tre mesi di aree cruciali, nel dicembre scorso, la maggior parte della popolazione si era ritrovata in dissenso con le iniziative degli studenti. Da qui la necessità di ricostruire il consenso con proposte concrete.

Che non mancano di ambiguità, dato che, tornando alle elezioni del 22 novembre, diversi candidati del movimento studentesco si sono proposti non solo come alternativa ai candidati filo-Pechino, ma anche contro altri di parte democratica. All’accusa di operare per frammentare l’opposizione e di favorire il controllo di Pechino sul territorio, la loro risposta è stata di volere agire per propiziare una svolta interna al sistema, contraria non solo ai limiti imposti da Pechino, ma anche all’immigrazione di cinesi dall’entroterra e alla loro crescente pressione sulle risorse di Hong Kong.

Il timore che il connubio tra politica cinese e poteri economici locali porti a una pressione ulteriore su risorse, potere d’acquisto e in generale benessere degli abitanti va diventando determinante. A fianco dell’abituale opposizione dei democratici locali al tentativo di Pechino di limitare diritti e possibilità garantiti dalla Legge base (la mini-costituzione) che è erede diretta degli accordi cino-britannici che consentirono il ritorno pacifico di Hong Kong alla madrepatria cinese dopo oltre150 anni di controllo coloniale ma anche di decenni di diritti e benessere ignorati nella Cina maoista prima e del socialismo di mercato poi.

L’esperienza dell’occupazione che nell’autunno dello scorso anno portò la sfida di studenti, intellettuali e attivisti al governo locale e alla lontana Pechino che lo controlla non resta solo cronaca del passata. Al contrario, si è riproposta spesso nel 2015, sia con i procedimenti giudiziari in corso contro i suoi protagonisti, a partire dai leader dei movimenti Occupy Central, Scholarism e Federazione degli Studenti, sia per il continuo impegno dei partiti democratici a mantenere aperti spazi di libertà e diritti in un serrato confronto politico.

Tuttavia, se il governo interviene come può, magari forzando la mano sulle sue prerogative anche con il rischio di sollecitare a una nuova iniziativa di piazza, gli oppositori sanno sfruttare al meglio gli spazi rimasti di manovra legale.

La stessa polizia di Hong Kong, abitualmente rispettata più che temuta, è stata portata davanti a un comitato delle Nazioni Unite per la violenza usata contro un esponente dell’opposizione democratica. Ken Tsang, attivista per le libertà civili e parlamentare del Partito civico, venne aggredito e duramente picchiato da poliziotti in borghese nel Tamang Park, adiacente al Palazzo di governo, il 14 ottobre 2014. Le modalità del pestaggio hanno convinto Tsang a portare davanti al Comitato Onu contro la tortura presso l’Alto Commissariato per i Diritti umani a Ginevra il suo caso. Una iniziativa che vuole anche premere sulle autorità di Hong Kong affinché i sette poliziotti e l’ispettore già sotto processo per aggressione, abbiano una condanna commisurata all’eccezionalità del loro comportamento.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’ombra del terrorismo sul confronto USA/Cina

Non è stato un vertice facile quello della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Asia-Pacific Economic Cooperation, Apec) ospitato il 18 e 19 novembre nuovamente nella capitale filippina Manila dopo un ventennio.

Non solo per gli eventi di Parigi e la volontà Usa di ribadire che le pretese cinesi hanno un limite nel diritto internazionale e nelle convenzioni marittime, ma anche per i duri scontri che lo hanno accompagnato

Un migliaio di manifestanti organizzati dalla Nuova alleanza patriottica, formazione di sinistra, hanno cercato di superare gli sbarramenti che isolavano nel raggio di un chilometro il Centro congressi internazionale delle Filippine, sede degli incontri, cui hanno partecipato anche il presidente statunitense Barack Obama e la sua controparte cinese Xi Jinping.

Anche loro tra gli obiettivi della protesta: il primo accusato di cercare di imporre proprie basi permanenti all’arcipelago, il secondo perché minaccerebbe con la politica di espansione unilaterale dei confini marittimi i diritti delle Filippine e di altri paesi costieri su aree marittime ricche di risorse ittiche e energetiche.

Le forze di polizia hanno usato cannoni a acqua e bastoni per consentire il passaggio delle auto degli ospiti e impedire il degenerare della protesta, che era soprattutto rivolta contro le politiche economiche dell’Apec, del predominio dei paesi più ricchi e delle multinazionali a scapito dei poveri che costituiscono una parte non indifferente degli oltre tre miliardi di individui che vivono nei paesi membri.

Il raduno filippino dei rappresentanti di 21 economie sviluppate e in via di sviluppo (ne fanno parte tra gli altri Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone, Corea del Sud, Australia, Canada, Indonesia, Filippine, Thailandia, Malaysia) che assommano il 57% del Pil mondiale, oltre la metà del commercio globale e più di tre miliardi di individui, aveva avuto un prologo lunedì e martedì con l’incontro dei ministri economici.

Le imponenti misure di sicurezza, oltre 20 mila effettivi di polizia e esercito mobilitati, lo sgombero dalle strade di passaggio degli ospiti stranieri di 20 mila senzatetto, il blocco selettivo di alcune arterie cittadine che ha reso altre aree un incubo per la circolazione, non hanno avuto solo lo scopo di proteggere gli ospiti dal dissenso anche duro degli attivisti pacifisti e anti-capitalisti, ma soprattutto di mettere in sicurezza il vertice dopo i fatti di Parigi e le minacce dirette dell’Is inviate il giorno prima dell’inizio.

Inevitabilmente, quindi, la minaccia terroristica che dal Medio Oriente si diffonde in Occidente ma non lascia indifferente il continente asiatico ha segnato il vertice: per le misure di sicurezza, nei colloqui bi- e multilaterali e nel comunicato finale in cui i leader Apec hanno sollecitato un incremento urgente della cooperazione tra gli stati membri per combattere il terrorismo.

Citati espressamente recenti eventi terroristici: gli attacchi di Parigi, ma anche le esplosioni di Beirut e l’abbattimento dell’aereo passeggeri russo sul Sinai. A poche ore dalla chiusura del Vertice è arrivata la notizia dell’uccisione da parte dello Stato Islamico di un cittadino cinese e il presidente Xi Jinping ha segnalato l’organizzazione come “nemico comune dell’umanità” e promesso azioni di contrasto.

Forte la necessità di trovare una convergenza tra le esigenze di paesi attivi nei centri di conflitto alimentati dall’islamismo radicale in Medio Oriente e Asia e dunque oggetto di ritorsioni – Stati Uniti, Russia -, con quelli che sono a loro volta a rischio come potenziali obiettivi – Australia, India, economie sviluppate dell’Estremo Oriente, Cina, Filippine – e altri che – in maggioranza di fede islamica<<<<. Bangladesh, Indonesia, Malaysia, Pakistan – sono allo stesso tempo centrali di reclutamento del jihadismo, teatro di azioni terroristiche e di persecuzione dei non-musulmani come dei musulmani moderati.

Giovedì 18 il presidente statunitense Barack Obama ha ignorato il desiderio cinese di non affrontare le controversie territoriali nel Mar cinese meridionale, indicando che l’ampliamento artificiale delle isole e degli atolli e la costruzione su di essi di strutture permanenti, anche con scopi bellici, deve finire.

Un argomento su cui Pechino aveva chiesto il silenzio ma che gli Stati Uniti hanno deciso di non ignorare davanti al moltiplicarsi di azioni unilaterali cinesi, che rischiano di innescare contese armate e limiti al transito di navi e aerei nella regione, vitale per le rotte tra Oceano Indiano e Pacifico che da sole accolgono oltre la metà del traffico merci mondiale.

Dopo l’incontro con il presidente filippino Benigno Aquino, Obama ha descritto il programma di aiuti marittimi verso gli alleati dell’Asia sudorientale. Un piano del valore di 250 milioni di dollari che include la fornitura di una nave da guerra alla marina filippina.

Sul piano economico, abitualmente dominante, l’obiettivo era soprattutto mettere in luce e consolidare il ruolo delle piccole e medie imprese (Small and Medium Enterprises, Sme) per consentire, come indicato dal tema del vertice, “la costruzione di economie aperte per la costruzione di un mondo migliore”. Non è un caso, visto che le Sme rappresentano il 97% dell’intera imprenditoria Apec e sono la tipologia produttiva che meglio può utilizzare l’ingente capitale umano ancora disponibile, anche se in un contesto di invecchiamento sostenuto della forza lavoro.

I temi economici e politici, rimasti in sordina nel vertice di Manila, saranno dibattuti nel vertice Usa-Asia e in quello dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico) nel fine settimana nella capitale malese Kuala Lumpur, cui parteciperà una parte consistente delle nazioni parte dell’Apec e con la presenza ancora di Obama.

Una presenza importante, necessaria in particolare per la promozione del Tpp , il Partenariato trans-pacifico, nato ufficialmente a ottobre dopo sette anni di trattative tra 12 paesi delle due sponde del Pacifico e che rappresenta la più ricca e attiva area di libero scambio del pianeta. Una iniziativa di matrice americana, cui altri paesi stanno valutando se associarsi e che, nel contesto attuale, finisce inevitabilmente per essere percepita come rivale di iniziative commerciali, finanziarie e strategiche sponsorizzate dalla Cina.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

I primi passi di governo di Aung San Suu Kyi

Con i 391 seggi raggiunti domenica e con solo una circoscrizione ancora in ballottaggio, il partito di Aung San Suu Kyi ha superato di gran lunga i 329 seggi necessari per avere la maggioranza assoluta in entrambe le camere parlamentari, che ne contano congiuntamente 664, di cui solo tre quarti in lizza, dato il quarto di seggi assegnati dalla costituzione alle forze armate.

Di conseguenza, la leader non solo potrà gestire legittimamente la vita del Paese per il prossimo quinquennio, ma ha la forza sufficiente per controllare l’elezione del prossimo presidente che a sua volta designerà il premier del nuovo governo.

Una carica, quella presidenziale che sfuggirà probabilmente a Aung San Suu Kyi, più probabile candidata al premierato.

Per renderle possibile accedere in futuro alla massima carica dello stato, occorrerà infatti modificare la costituzione successivamente all’inaugurazione del nuovo parlamento, a febbraio. Una operazione complessa, dato che i militari hanno ancora diritto di veto con il 25% dei voti di diritto in parlamento, contro il 76% necessario per emendamenti costituzionali.

La Lega nazionale per la democrazia ha vinto con ampia maggioranza le prime elezioni realmente democratiche del paese in 25 anni ma, contrariamente a quelle del 1990 in cui risultato venne negato dal regime militare che avviò una dura persecuzione, questa volta la via di una restaurazione militare è sbarrata da un risultato corale che ha coinvolto ogni settore sociale, etnia e fede e dall’attenzione internazionale sulla sorte della più immatura democrazia asiatica.

Quasi unanime è stata infatti la soddisfazione per la vittoria della Lega e la comunità internazionale è ora ancora più disponibile a sostenere la volontà di progresso di un Paese un tempo ai vertici del benessere asiatico e affondato nella povertà dal controllo militare iniziato nel 1962.

Da una prima analisi del voto, appare essenziale nella sconfitta degli avversari del Partito per l’unità, la solidarietà e lo sviluppo, erede del regime militare, la forte contrazione dei partiti regionali, a base etnica, i cui elettori hanno optato in maggioranza per il partito che garantisce il progresso del paese nel suo complesso, rispetto gli interessi locali.

A più riprese negli ultimi giorni – e anche ieri dopo il colloqui con il presidente del parlamento, l’ex generale moderato Shwe man cui sarà probabilmente assegnata al carica di capo dello stato – Aung San Suu Kyi ha specificato che il suo vuole essere un programma e un governo di unità nazionale cui chiederà di partecipare al Partito per l’unione, la solidarietà e lo sviluppo (41 seggi finora), che aveva stravinto nelle elezioni del 2010 dalle quali la Lega nazionale per la democrazia si era astenuta.

Alle forze armate la costituzione in vigore, da essi dettata, assegna il controllo dei ministeri dell’Interno, delle Aree di confine e degli Esteri.

  • Autore articolo
    Stefano Vecchia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni