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I bambini vittime dell’attentato

84 morti, 50 feriti tra la vita e la morte. Il tremendo bilancio, ancora provvisorio, dell’attentato di Nizza.

Tra queste vittime, purtroppo, anche tanti bambini: secondo Nice Matin, 54 bambini sono stati ricoverati all’ospedale pediatrico Lenval di Nizza e tre di questi sono morti in mattinata.

Una giornalista di Le Monde, Lucie Soullier, ha raccolto alcune testimonianze di bambini che erano lì, sulla promenade des Anglais, quando il camion si è scagliato contro la folla.

Skander, 5 anni, ha raccontato quello che ha visto agli psicologi del centro d’aiuto alle vittime di Nizza. “Là c’è la gente morta, là il mare”, ha detto Skander, descrivendo il suo disegno. Era lì e ha osservato la scena dal finestrino della macchina, ha detto la madre. “Lo so perché è successo. Perché c’era la festa!”, dice Skander al padre che, accarezzandogli i riccioli bruni, gli dice di tornare a casa.

A qualche metro da dove giocava ieri, Aya, 8 anni, resta immobilizzata di fronte al mare. Doveva incontrare Sophia qui, sulla spiaggia più in giù rispetto alla promenade. Le due famiglie dovevano ritrovarsi lì la sera per i fuochi d’artificio. Sophia non è venuta, allora Aya è voluta tornare di nuovo nello stesso posto oggi, non si sa mai. Ma ancora nessuna traccia di Sophia.

Immagini e momenti di terrore che, difficilmente, questi bambini riusciranno a dimenticare. E sono ancora molti quelli stanno ancora lottando, tra la vita e la morte.

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    Simona Saccaro
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Primi nomi per il nuovo governo inglese

Restano alcune caselle ancora da riempire. Chi sarà il segretario alla Salute? Chi si occuperà di Educazione? Chi di Lavoro e Pensioni?

Ma ci sono già i primi nomi per il nuovo governo inglese, quello che, con Theresa May come primo ministro, dovrà presiedere all’uscita del Paese dall’Unione Europea. Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra e tra i maggiori sostenitori della Brexit, è stato nominato agli Esteri. Philip Hammond, ex segretario agli Esteri, diventa Cancelliere dello Scacchiere, quindi il responsabile delle questioni economiche e finanziarie. Amber Rudd va agli Interni e l’euroscettico David Davis si occuperà delle questioni legate all’addio all’Europa.

Il governo che si va a costituire sembra avere un solido orientamento conservatore.

Dopo il primo giorno da premier britannico, sui media inglesi si cerca intanto di interpretare la figura politica di Theresa May, ripercorrendo il suo passato e interrogandosi sulle sue mosse di governo future.

Quello che sembra interessare di più è il modo in cui procederà al “cabinet reshuffle”, il rimpasto di governo. L’Independent annuncia che “Theresa May formerà il governo con più donne nella storia del partito conservatore”. Rispetto, alla “lady di ferro”, Margaret Thatcher, che aveva preferito circondarsi di uomini, la nuova leader ha intenzione invece di circondarsi di donne. “È stata proprio Theresa a lanciare una campagna per eleggere più deputate donna in Parlamento, perché ha sempre creduto che le donne dovrebbero ricoprire delle cariche più importanti nel governo”, ha detto un portavoce della May all’Independent.

“Theresa May nominerà alleate donne per ricoprire posizioni importanti nel governo”, scrive il Guardian. La nuova premier ha intenzione di promuovere un paio di colleghe del partito conservatore, tra cui Amber Rudd, attuale ministro dell’Energia, e Justine Greening, ministro per lo Sviluppo internazionale.  Secondo il Guardian, “con queste nomine si vuole creare un governo più bilanciato dal punto di vista dei sessi”.

Mentre sui media ci si chiede quali saranno le priorità di Theresa May come nuovo premier, sempre sul Guardian si legge tra le opinioni “Theresa May non è liberale, e non c’è da festeggiare per la sua carica di primo ministro”. “Come ministro dell’Interno è stata zelante nel perseguire le politiche di governo più dure. Perché come premier dovrebbe essere diverso?”, riporta il giornale. In particolare le politiche di immigrazione da lei perseguite come ministro dell’Interno, miranti alla riduzione del numero di immigrati in Gran Bretagna, sono “marcatamente illiberali”.

Questi i primi commenti sul nuovo PM britannico, “imprevedibile e moralistico”, come lo  aveva definito il Guardian, che si ritrova già con un’agenda piena. Nei prossimi giorni dovrà occuparsi di formare il governo e presenziare alle prime riunioni di Gabinetto. Non mancheranno, poi, gli incontri con i leader internazionali, con la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Hollande, e la prima conversazione ufficiale con il presidente americano Obama. Ma, prima di tutto, a lei spetterà l’arduo compito di negoziare gli accordi per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

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    Simona Saccaro
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Usa, quanto vale la vita di un nero

Dopo i fatti di Dallas, Ann Morning, professoressa di sociologia alla New York University Ann Morning cerca di dare una spiegazione a quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Proprio nel suo ultimo libro, The Nature of Race: How Scientists Think and Teach About Human Difference, ha analizzato il modo in cui gli scienziati americani comunicano e diffondono il concetto di differenza razziale.

Il fatto che i bianchi temono, tra pochi anni, di diventare una minoranza negli Stati Uniti, potrebbe essere una spiegazione a quanto sta accadendo?

“Ormai questa è una cosa risaputa. Anche l’ufficio del censimento ha previsto che entro il 2043, meno del 50% della popolazione statunitense sarà rappresentata dai bianchi. Anche la presidenza di Obama enfatizza questo discorso, perché molti americani bianchi vedono in lui la prova di un futuro in cui loro avranno un peso sempre minore negli Stati Uniti”.

Da parte degli afro-americani, non c’è più un legame identitario forte con la cultura, la bandiera e tutte le tradizione americane?

“Gli afroamericani condividono a pieno la cultura americana. Loro si sentono americani. Ed è per questo che non capiscono perché non debbano essere trattati come tutti gli americani. Gli afro-americani si chiedono perché debbano andare in carcere più spesso. Questa domanda fa crescere un senso di identità afro-americana molto forte che non è in conflitto con quella amer5icana, ma è una dimensione dell’identità afro-americana”.

Perché molti afro-americani rischiano la vita quando vengono fermati dalla polizia?

“Questi episodi riflettono la storia americana, quando il valore di una vita nera non era lo stesso valore di una vita bianca. Un nero non era considerato una persona, un essere umano, come lo era una persona bianca. Abbiamo una lunga tradizione in cui si è affermato questo. E si vede lo stesso nel sistema penitenziario, dove neri e ispanici finiscono più spesso in carcere”.

Tu sei afro-americana, come ti senti in questi giorni?

“Sono tristissima e sono soprattutto molto delusa. Ho studiato i conflitti razziali negli Stati Uniti, dunque quello che succede non mi stupisce più di tanto. Più che altro mi stupisce la mancanza di risposta ufficiale dopo questi episodi di violenza nei confronti delle persone nere. Mi sembra di essere ritornata nell’Ottocento, nel periodo dei linciaggi e della schiavitù, quando era normale uccidere i neri come se le loro vite non valessero niente”.

Com’è potuto accadere?

“È la continuazione di quello che è sempre successo negli Stati Uniti, non c’è niente di nuovo. La novità è che adesso abbiamo gli smartphone e le telecamere per registrare quello che succede, ma la violenza contro le persone di colore, contro gli indigeni, contro gli asiatici…tutto questo esiste da sempre negli Stati Uniti”.

Ascolta l’intervista completa

Ann Morning

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    Simona Saccaro
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I dirigenti accusati di “molestie morali”

Era il dicembre 2009 quando il sindacato francese SUD-PTT sporse denuncia contro la France Télécom, la maggiore impresa di telecomunicazioni in Francia, per “metodi di gestione di una brutalità straordinaria” e “per aver messo in pericolo vite altrui”, dopo l’ondata di suicidi che aveva riguardato l’azienda a partire dal 2006.

Da allora, per quattro anni, l’ex giudice istruttore Pascal Gand ha passato al setaccio migliaia di mail, analizzato PowerPoint, interrogato decine di impiegati e dirigenti. L’inchiesta adesso è terminata. Con un documento di 193 pagine firmato il 22 giugno, il procuratore della Repubblica di Parigi è categorico: sette ex dirigenti di France Télécom devono essere portati in tribunale penale per “molestie morali” sul posto di lavoro.

Tra gli ex dirigenti, Didier Lombard, ex numero uno della France Télécom, il suo ex braccio destro Louis-Pierre Wenes e l’ex responsabile Risorse Umane, Olivier Barberot dovrebbero rispondere di questa accusa.

Allora, gli obiettivi della France Télécom, divenuta Orange SA nel 2013, erano chiari e tutti i dirigenti ne erano al corrente: entro tre anni 22.000 impiegati avrebbero dovuto lasciare l’azienda, altri 14.000 sarebbero stati trasferiti, praticamente una persona su tre. Di contro, sarebbero state assunte 6.000 persone.

Le conseguenze di questo piano furono drammatiche: 60 suicidi in tre anni, di cui 35 soltanto tra il 2008 e il 2009.

Per il procuratore, prima di tutto, bisogna giudicare un sistema intero, quello della “politica della sedia vuota”. In quegli anni, a France Télécom, “le molestie morali” la facevano da padrone. I dirigenti erano formati a dovere per mandare via le persone e mettere la giusta pressione sugli impiegati. Ogni pretesto era buono per farli crollare: dare a delle madri di famiglia un posto a due ore di strada da casa, dare a un altro responsabilità nettamente inferiori rispetto a quelle che aveva prima o “dimenticare” degli impiegati durante un trasloco, lasciandoli per settimane senza sedia o scrivania. Tutto questo a che pro? Un bonus a fine anno per ogni impiegato mandato via.

La legge in Francia prevede che, secondo l’articolo 222-33-2 del codice penale, chiunque “molesti qualcuno ripetutamente avendo come obiettivo o come effetto un degrado delle condizioni di lavoro” è condannato a un anno di prigione e a pagare una multa di 15.000 euro”.

Si aspetta allora che venga effettivamente provato che gli ex dirigenti della France Télécom hanno commesso il reato di “molestie morali”, peggiorando volutamente le condizioni di lavoro dei loro impiegati. E, secondo la procura, di prove che incriminano i dirigenti, ce ne sono a iosa.

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    Simona Saccaro
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“Siemens, giù le mani dall’Amazzonia”

Questa mattina gli attivisti di Greenpeace sono andati nel quartier generale della Siemens, a Milano, per chiedere all’azienda di non partecipare alla costruzione di una mega diga idroelettrica nella foresta amazzonica brasiliana.

Alcuni attivisti sono saliti sul tetto dell’edificio vestiti da animali e alberi della foresta, altri hanno suonato strumenti a percussione per far sentire alla Siemens il cuore pulsante dell’Amazzonia.

Lo scorso maggio, Greenpeace aveva già chiesto all’azienda di dissociarsi pubblicamente, come ha fatto Enel, dal progetto di costruzione della diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós. Non avendo ricevuto alcuna risposta, oggi Greenpeace ha deciso di entrare in azione.

Durante il blitz, gli attivisti hanno mostrato le foto della devastazione causata dalla diga di Belo Monte, in costruzione nello Stato del Parà, dove ora si vorrebbe costruire questa nuova mega diga.

Come nel caso di Belo Monte, il progetto idroelettrico di São Luiz do Tapajós avrà un fortissimo impatto sulla foresta amazzonica e sulle condizioni di vita di migliaia di persone, tra cui 12 mila indigeni Munduruku che si oppongono alla costruzione di questa diga e non sarebbero nemmeno stati consultati, nonostante sia previsto dalla “Convenzione ILO 169 su Popoli indigeni e tribali” e dalla stessa Costituzione brasiliana.

“Chiediamo a Siemens di escludere ogni coinvolgimento nella costruzione della diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós e di prendere pubblicamente posizione contro la distruzione della foresta amazzonica”, ha detto Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia.

“Siemens non deve ripetere l’errore commesso con Belo Monte e includere la protezione delle foreste nel proprio innovativo portafoglio ambientale. Sviluppare soluzioni capaci sfruttare il potenziale dell’energia solare ed eolica del Brasile sarebbe una soluzione molto più sostenibile” conclude Borghi.

Se anche voi volete farvi sentire e volete difendere uno degli ultimi polmoni del pianeta, aderite all’iniziativa di Greenpeace, cliccate qui.

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    Simona Saccaro
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“BLiar, il peggior terrorista del mondo”

Bliar”, è il nuovo soprannome di Blair, ottenuto da un gioco di parole tra il cognome dell’ex premier e l’aggettivo “liar”, bugiardo in inglese. Una guerra sbagliata, una motivazione sbagliata, un piano sbagliato.

Finora i britannici sembrano aver espresso il loro verdetto e non è per niente favorevole: Tony Blair verrà processato? È la questione più urgente sollevata dai media britannici dopo il rapporto di John Chilcot, presidente della commissione d’inchiesta sulla partecipazione britannica all’invasione dell’Iraq nel 2003. Nel rapporto, presentato ieri, le accuse contro Tony Blair sono durissime. L’invasione dell’Iraq è da considerare un crimine di guerra e pertanto l’ex primo ministro meriterebbe di essere processato davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia.

“Il giudizio Chilcot è completamente incriminante, ma ancora non è stata fatta giustizia”, titola il Guardian. Secondo il giornale britannico, “dalla prima guerra mondiale, nessun primo ministro britannico ha fatto qualcosa di così terribile come Tony Blair con l’invasione in Iraq”. Finora, l’ex premier si è nascosto sotto il mantello dell’immunità giudiziaria, ma è tempo che venga fatta giustizia. “Democrazia e giustizia sono inseparabili. Se un primo ministro può scampare all’accusa di aver dichiarato una guerra aggressiva, – aggiunge il Guardian – l’intero sistema politico è corrotto”.

Su questo fronte, a fare maggiore pressione sono proprio le famiglie dei 179 soldati britannici, vittime di questa operazione militare. “Blair è il peggior terrorista al mondo”, così lo definisce un familiare in un’intervista rilasciata al Guardian. E il profondo rammarico espresso dall’ex premier per la perdita di numerose vite umane, non basta a consolare i parenti di tutti i militari britannici morti invano in una guerra che non aveva basi legali per essere intrapresa. “Tony Blair dovrebbe essere portato in tribunale con l’accusa di omicidio. Non può sfuggire più”, le dure parole di un altro parente delle vittime.

In tanti si sono radunati ieri di fronte al luogo in cui si è svolta la conferenza stampa di Chilcot, proprio per protestare contro Tony Blair. I manifestanti chiedevano a gran voce che l’ex primo ministro fosse incriminato.

Anche l’Independent accusa l’ex premier laburista, sostenendo l’idea che adesso “deve essere giudicato per la guerra in Iraq”. Tuttavia, scaglia una pietra in suo favore affermando che “il Parlamento intero è sotto processo. Non è stato soltanto Tony Blair, ma molti deputati laburisti e molti deputati conservatori hanno giocato il loro ruolo”.

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    Simona Saccaro
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Il cementificio francese trattava con l’Isis

“Questa è una storia di deriva, una storia di zona grigia di quelle che producono le guerre. La storia di un cementificio in Siria, uno dei più importanti e moderni del Medio Oriente, che la sua direzione ha tentato di far funzionare a tutti i costi, al centro di un Paese messo a ferro e fuoco, al prezzo di accordi torbidi e inconfessabili con i gruppi armati circostanti, tra cui l’organizzazione dello Stato Islamico”.

Si apre così l’inchiesta sul cementificio francese LaFarge in Siria, pubblicata oggi su Le Monde.

La storia del cementificio di Jalabiya, città nel nord-est della Siria, comincia nelle mani del gruppo egiziano Orascom, acquisito successivamente da LaFarge nel 2007. La fabbrica, rinnovata, è entrata poi in attività nel 2010. Con una produzione di 2,6 milioni di tonnellate di cemento all’anno, LaFarge è diventata la prima produttrice mondiale di cemento grazie anche alla successiva fusione con la società svizzera Holcim.

Con un valore di progetto stimato a 600 milioni di euro, era uno degli investimenti stranieri più importanti in Siria, oltre a quelli nel settore petrolifero, e uno dei fiori all’occhiello dei cementifici francesi. Cosa fondamentale poi, rappresentava anche un’opportunità di lavoro per la popolazione siriana: la fabbrica contava almeno 250 collaboratori, per la maggior parte del luogo.

La fabbrica, situata tra Raqqa – la capitale dell’Isis in Siria – e la città turca di Kobane, si viene a trovare al centro degli scontri tra le milizie curde e quelle dell’Isis e tra l’esercito siriano e l’opposizione armata. “Fino al 2013, continua la produzione – scrive Le Monde – malgrado l’instabilità crescente nella regione, dovuta alla guerra civile scoppiata nel 2011”.

Ma dalla primavera del 2013, Isis prende il controllo delle città circostanti e il cementificio si trova a negoziare con i jihadisti i diritti di passaggio per i suoi camion e a comprare perfino il loro petrolio. Per poco più di un anno, quindi, LaFarge ha indirettamente finanziato l’organizzazione terroristica e secondo Le Monde, c’è uno scambio di mail che conferma che la direzione della fabbrica a Parigi era al corrente di quello che stava accadendo in Siria.

Il gruppo francese ha così potuto continuare a lavorare fino a quando l’Isis  non ha preso definitivamente possesso della struttura il 19 settembre 2014. Da febbraio 2015, il cementificio è una base delle forze speciali occidentali francesi, americane e inglesi a sostegno delle forze curdo-arabe contro i jihadisti.

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    Simona Saccaro
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Blocco delle raffinerie: quanto durerà?

Continuano in Francia le mobilitazioni contro la riforma lavoro El Khomri: raffinerie ferme o che lavorano a rilento, minacce di blocco dei porti e delle centrali elettriche e una nuova ondata di scioperi da parte dei ferrovieri.

Nel Paese, non entra più nemmeno una goccia di petrolio e il carburante comincia a scarseggiare. Al momento, otto raffinerie francesi su otto sono in sciopero da lunedì sera. Di 12mila stazioni di servizio, 1.500, cioè circa il 20 per cento, sono chiuse o in difficoltà, ha confermato Alain Vidalies, il segretario di Stato per i Trasporti.

Caso emblematico: il blocco del terminal petrolifero di Le Havre, che garantisce il 40 per cento delle importazioni francesi in carburante e rifornisce gli aeroporti di Parigi. Il 95 per cento degli impiegati della Compagnia industriale marittima (Cim), che gestisce i terminal e le riserve petrolifere, ha votato a favore dello sciopero a oltranza.

Il primo ministro Manuel Valls ha tentato di rassicurare i francesi che il carburante non mancherà. Eppure, secondo l’Unione francese delle industrie petrolifere, i francesi stanno consumando carburante da tre a cinque volte in più rispetto alla norma e lo Stato ha già cominciato ad attingere alle sue riserve strategiche, un provvedimento a cui si ricorre solo in casi eccezionali. Soltanto “un annuncio mediatico”, secondo Emmanuel Lépine, sindacalista dei petrolchimici della Cgt, viste le grosse difficoltà poste dai blocchi dei principali operatori petroliferi francesi.

Il governo finora ha fatto prova di grande fermezza di fronte alla situazione, senza alcuna intenzione di cedere a quello che il primo ministro ha definito un “ricatto di una minoranza che prende in ostaggio i consumatori e l’economia del Paese”.

Un’affermazione molto dura, sostiene il sindacalista della Cgt: “Il vero blocco proviene dal governo, è lui la minoranza oggi”, risponde.

Emmanuel Lépine, il segretario generale del settore petrolchimico della Cgt, ha ribadito oggi ai microfoni di Radio Popolare che “l’unico modo per sbloccare la situazione è che il governo ritiri la legge El Khomri”.

Ascolta l’intervista completa a Emmanuel Lépine

 Sindacalista Emmanuel Lépine

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    Simona Saccaro
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Un nuovo colosso nel settore agroalimentare

Negli ultimi giorni, la multinazionale tedesca Bayer ha mostrato interesse per l’acquisizione dell’azienda americana Monsanto. La Bayer ha finalmente svelato le sue carte e ufficializzato la sua offerta che ammonta a 62 miliardi di dollari.

La fusione tra Bayer, azienda chimica e farmaceutica tedesca, e Monsanto, azienda agroindustriale americana, leader nella produzione di Ogm, porterebbe alla nascita del maggior produttore di semi e pesticidi al mondo, con un fatturato annuo di più di 67 miliardi di dollari.

L’eventuale fusione porterebbe questo settore sotto il controllo di pochissime aziende. Di recente, infatti, c’è stata la fusione tra l’azienda svizzera Syngenta, prima nella produzione mondiale di pesticidi con la ChemChina e in questi giorni anche la Dow Chemical e DuPont stanno portando avanti le trattative.

L’azienda Bayer ha un valore di mercato di 90 miliardi di euro, mentre la Monsanto di 42 miliardi di dollari. Quest’operazione porterebbe dunque alla creazione di un vero e proprio colosso nel settore agroalimentare. La Bayer aumenterebbe dal 22 al 40 per cento il fatturato del comparto agricolo, spostando sempre di più la sua attenzione in questo settore.

Questa possibile fusione preoccupa gli investitori ma anche gli operatori del settore agroalimentare e gli ambientalisti. Da quando è stata annunciata, le azioni del gruppo Bayer sono crollate: gli investitori temono che sia un’acquisizione troppo costosa.

La decisione, poi, si colloca all’interno della discussione europea sul rinnovo dell’autorizzazione a usare il glifosato, uno dei pesticidi più diffusi al mondo. La fusione tra un gruppo americano e uno europeo inciderebbe fortemente sull’autorizzazione all’uso di questo pesticida.

In Italia, invece, Legambiente sostiene che “si creerebbe un asse in grado di intervenire negativamente sugli standard di protezione ambientale, di salute pubblica e di qualità delle produzioni agricole certificate in Europa”.

Le conseguenze sul settore agroalimentare saranno enormi: “Si restringerà ulteriormente la rosa dei fornitori mondiali nel settore agricolo”, spiega il nostro collaboratore Alfredo Somoza. “Solo quattro grandi gruppi gestiranno la quasi totalità del mercato delle sementi“.

Ascolta qui il commento integrale di Alfredo Somoza

La fusione Bayer-Monsanto

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    Simona Saccaro
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La Costa d’Avorio avrà il suo cioccolato

Per la prima volta, arriverà sul mercato anche il cioccolato “100% made in Costa d’Avorio”. Il più grande produttore mondiale di cacao ha inaugurato ad Abidjan la sua prima fabbrica di cioccolato. L’obiettivo è di riuscire a esportare su scala mondiale un prodotto finito o semi-finito.

“Volevamo riuscire a produrre cioccolato per gli ivoriani, gli africani e soprattutto per gli abitanti dell’Africa occidentale”, ha detto il Presidente ivoriano Alassane Ouattara, dopo aver visitato la fabbrica. Il cacao è il motore dell’economia dell’Africa occidentale da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1960: la Costa d’Avorio produce più del 35 per cento del cacao mondiale e nel 2014, come primo produttore assoluto, ha raggiunto il record di 1,7 milioni di tonnellate. Secondo la Banca Mondiale, in Costa d’Avorio le fave di cacao rappresentano il 22 per cento del Pil nazionale, più della metà delle esportazioni e oltre il 60 per cento dei posti di lavoro.

Eppure il cibo degli dei non rientra nelle abitudini alimentari degli ivoriani e nei supermercati si trova cioccolato di importazione troppo costoso. “L’Africa occidentale finora non ha potuto beneficiare dei piaceri del cioccolato”, ha detto Patrick Poirrier, direttore dell’azienda francese Cémoi e proprietario del nuovo stabilimento ivoriano. Adesso anche questo Paese vuole la sua fetta di mercato.

Lo stabilimento si estende per 2.000 metri quadrati e sorge nella zona industriale di Youpogon ad Abidjan. Con un investimento di 6,7 milioni di euro e una capacità di produzione di 10mila tonnellate all’anno, il governo spera di riuscire a lavorare almeno il 50 per cento del prodotto entro il 2020, permettendo così alla Costa d’Avorio di diventare leader mondiale nella produzione di cioccolato.

Se prima i produttori ivoriani percepivano solo il 6 per cento del valore di una tavoletta di cioccolato, adesso si creano nuove possibilità di lavoro, nuove entrate per lo Stato e si dà una spinta all’economia. Una piccola vittoria nella battaglia per sfruttare le proprie risorse naturali invece di esportarle e lavorarle altrove, una battaglia che non tutti i grandi produttori di materie prime hanno intrapreso.

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    Simona Saccaro
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Tutti i dubbi sul progetto del governo Modi

Inter Linking of Rivers (ILR) è il nome del più grande progetto idrico mondiale, ideato dal primo ministro indiano Narendra Modi. Il governo vuole trovare una soluzione alla grave siccità che negli ultimi anni ha colpito il paese: 330 milioni di persone soffrono la mancanza di risorse idriche, un numero destinato ad aumentare.

Il super progetto idrico prevede la deviazione di 30 fiumi, di cui 14 sono alimentati dai ghiacciai dell’Himalaya e 16 provengono dalla zona peninsulare dell’India. Inoltre, il premier indiano ha in mente di costruire 3.000 dighe e scavare per 15.000 km per riuscire a connettere e ridisegnare il corso naturale dei principali fiumi indiani, tra cui il Brahmaputra e il Gange. In questo modo, si pensa di irrigare 35.000 ettari di terra e generare 34.000 Megawatt di elettricità.

“Il collegamento fra i fiumi è di primaria importanza per il governo, abbiamo il supporto della popolazione e sono fortemente determinata nel portarlo a termine il più velocemente possibile”, ha detto alla BBC il ministro delle Risorse idriche, Uma Bharti.

Si tratta di un progetto ambizioso, il primo di questo tipo da quando l’India ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947. Tuttavia, sta incontrando molti ostacoli, in quanto sembra un piano davvero irrealizzabile su diversi fronti.

Molti Stati indiani contrari hanno richiesto alla National Water Development Agency, l’agenzia per la fornitura d’acqua, di valutare il modo in cui, effettivamente, le risorse idriche verranno redistribuite su tutto il territorio.

Anche i paesi confinanti cominciano a preoccuparsi: il ministro delle Risorse idriche del Bangladesh ha affermato che “l’India sta dando troppa importanza alla sua gente colpita dalla siccità, ma non deve ignorare i nostri diritti”. Sono 56 i fiumi indiani che attraversano il Bangladesh, motivo per cui il ministro teme che il piano possa avere conseguenze sul territorio. Se le risorse idriche diminuiscono, aumentano le possibilità di nuovi conflitti che hanno l’acqua come posta in gioco.

Anche gli esperti ambientali hanno fatto notare le falle del piano Modi. L’ente asiatico che si occupa di dighe e fiumi ha detto che “il progetto è basato sull’idea di deviare l’acqua da dove ve n’è in eccesso verso le zone più aride, ma non c’è ancora nessuno studio scientifico che determini quali zone hanno più acqua e quali meno”. Inoltre, sostengono gli esperti dello stesso ente, “non è fattibile perché con il cambiamento climatico è impossibile determinare cosa succederà al corso dei fiumi”.

È proprio il cambiamento climatico il più grande nemico dell’India in questo momento: ondate di caldo, temperature che superano i 40 gradi e assenza di monsoni sono le principali cause di questa grave siccità. Anche i ghiacciai dell’Himalaya sono in ritirata e non sono in grado di garantire l’acqua necessaria ai terreni agricoli, mettendo a dura prova l’economia del paese.

Di 29 Stati indiani, almeno la metà soffre di una grave crisi idrica, in particolare il Maharashtra, l’Uttar Pradesh e il Madhya Pradesh.

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    Simona Saccaro
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“Tutti odiano la polizia”: la protesta degli agenti

Dopo mesi di mobilitazione contro il jobs act francese, oggi anche gli agenti e i sindacati della polizia si sono riuniti in Place de la République per manifestare contro “l’odio per la polizia”. “Stanchi di essere ritratti come i soli cattivi della situazione”, i poliziotti scendono in piazza per avere più libertà d’azione negli scontri con i manifestanti.

Tutti odiano la polizia”, è lo slogan preferito degli indignati della Nuit debout e dei manifestanti, slogan che ormai sta facendo il giro del mondo. Eppure, “bisogna rendersi conto della violenza con cui abbiamo a che fare”, insistono gli agenti di polizia.

Tuttavia, l’uso della violenza finora non è stato proprio sconosciuto alla polizia, che è diventata protagonista principale di video e immagini virali che non hanno fatto altro che alimentare sempre più quest’odio.

Il web è invaso da video e immagini che mostrano tutta la loro violenza: visi sfigurati, bruciature causate dai lacrimogeni, ferite alla testa dovute ai colpi di manganello, sono le immagini continuamente condivise su Facebook dai manifestanti.

Su YouTube, invece, si trova il video del poliziotto che, in mezzo alla folla, dà una gomitata al viso di un giovane. Il giovane cade a terra, ma il poliziotto non lo degna nemmeno di uno sguardo. O ancora il video, visto più di due milioni di volte, dei due poliziotti che si avvicinano a un ragazzo a terra e uno dei due gli assesta un bel pugno. Anche il cineasta Matthieu Bareyre, in ricognizione a Place de la République, riprende due ragazzi ammanettati a terra che vengono picchiati dai poliziotti e poi portati davanti a un ufficiale incappucciato che continua a colpirli, uno al viso e uno al ventre, e ottiene 250mila visualizzazioni. “Con Periscope poi si ha la stigmatizzazione perenne dei poliziotti sempre in diretta”, aggiungono i sindacati della polizia.

[youtube id=”geKfJw9AaRM”]

I poliziotti sono, dunque, vittime delle nuove tecnologie? Costantemente giudicati, sono sempre sotto i riflettori e la cosa li stressa, sostengono i sindacati. Ormai “chiunque, minorenni o altri, sfrutta la rete per far passare le sue idee. Questo crea un’immagine distorta della realtà”, aggiungono.

Di certo è impossibile riuscire controllare l’uso dei cellulari durante le manifestazioni e per questo i sindacati si impegnano a far sapere in qualsiasi modo dei “proiettili che ricevono le forze di polizia. Così come arpioni, bombe agricole, acidi, batterie della macchina”. Nessuno conosce la violenza dei manifestanti, motivo per cui i poliziotti hanno chiesto oggi di avere mezzi d’intervento più pesanti.

Il principio di base è che un poliziotto ha il diritto di colpire qualcuno se si fa un uso proporzionato della forza e se lo scopo è di mantenere l’ordine pubblico. Ma fin dove ci si può spingere con l’uso della violenza?

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    Simona Saccaro
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Francia: “Mai più in silenzio”

“Siamo state ministre. Siamo ancora o siamo state in politica. E come tutte le donne che entrano a far parte di ambienti prima esclusivamente riservati agli uomini, abbiamo dovuto subire e lottare contro il sessismo. Non spetta alle donne dover adattarsi a questi ambienti, ma sono i comportamenti di certi uomini che devono cambiare”. Adesso è troppo. L’impunità è finita. Non resteremo più in silenzio”.

Queste le parole di 17 ex ministre della Repubblica francese che, sul Journal du dimanche, hanno voluto lanciare un appello contro il sessismo. Adesso sono pronte a raccontare quello che hanno taciuto per troppo tempo.

L’appello arriva qualche giorno dopo le accuse e l’inchiesta per molestie sessuali nei confronti dell’ex vicepresidente della Camera, Denis Baupin, per dare voce a tutte coloro che finora hanno taciuto e invitare a denunciare “sistematicamente tutte le osservazioni sessiste, i gesti fuori luogo, i comportamenti inappropriati”.

Il sessismo è ovunque, in qualsiasi ambiente, dalle aziende alle università, dai media alla politica, in forme più o meno eclatanti. “Non si può dire a una donna, qualunque sia il suo status, che sia impiegata, studente, disoccupata, casalinga o politica, a proposito di una collega: ‘A parte un seno magnifico, che tipo è’. Non possiamo dirle con toni osceni: ‘La tua gonna è troppo lunga, bisogna accorciarla’ oppure ‘Porti un perizoma?’”, così riferiscono le ministre nell’appello.

“Ci siamo impegnate in politica per motivi diversi, difendiamo idee diverse, ma condividiamo tutte la volontà che il sessismo non trovi più spazio nella nostra società”, aggiungono. Per questo motivo, le firmatarie, tra cui figura anche Christine Lagarde, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale (FMI), invitano “tutte le vittime di molestie sessuali e aggressioni a parlare e a sporgere denuncia”.

“Chiediamo ai nostri partiti e ai nostri gruppi politici di verificare se sono stati commessi questi atti e, in quel caso, di aiutare le vittime a far venire a galla la verità”. Oggi ci sono gli strumenti giudiziari, ma le leggi non sono applicate come si deve”, lamentano le ministre sul Journal de dimanche.

“Il codice del lavoro protegge le donne impiegate, ma non viene rispettato. Sono poche le donne che sporgono denuncia e ancor meno le denunce che diventano condanne”, concludono le ex ministre che avanzano, inoltre, alcune proposte come “l’allungamento dei tempi di prescrizione per il reato di molestie o la possibilità per le associazioni competenti di denunciare al posto delle vittime”.

Le 17 ex ministre approfittano, così, del via libera dato dal caso Baupin, segno che le donne sono stanche di nascondersi e che c’è grande desiderio di cambiamento.

Le firmatarie dell’appello:

Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale

Roselyne Bachelot, ministra della Sanità e dello Sport nel governo Sarkozy

Michelle Demessine, segretaria di Stato al Turismo nel governo Jospin

Cécile Duffot, ministra della Giustizia Territoriale e degli Alloggi nel governo Ayrault

Elisabeth Guigou, Guardasigilli e ministra dell’Impiego e della Solidarietà sociale nel governo Jospin

Aurélie Filippetti, ministra della Cultura e delle Comunicazioni nel governo Ayrault

Chantal Jouanno, ministra dello Sport nel governo Fillon

Nathalie Kosclusko-Morizet, ministra dell’Ecologia, dello Sviluppo Sostenibile, dei Trasporti e dell’Edilizia nel governo Fillon

Marylise Lebranchu, ministra nei governi Jospin, Ayrault e Valls

Corinne Lepage, ministra dell’Ambiente nel governo Juppé

Monique Pelletier, ministra nel governo Barre

Fleur Pellerin, ministra della Cultura e delle Comunicazioni nei governi Ayrault e Valls

Valérie Pécresse, ministra del Budget, dei Conti pubblici e della Riforma dello Stato e portavoce nel governo Fillon

Yvette Roudy, ministra dei Diritti della donna nei governi Mauroy e Fabius

Catherine Trautmann, ministra della Cultura e delle Comunicazioni nei governi Rocard e Jospin

Dominique Voynet, ministra della Gestione del territorio e dell’Ambiente nel governo Jospin

Rama Yade, ministra dello Sport nel governo Fillon

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    Simona Saccaro
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Le città povere sempre più inquinate

L’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), condotto su 3 mila città, rivela che i livelli di inquinamento dell’aria sono aumentati dell’8 per cento  negli ultimi cinque anni. E’ nelle città più povere che si registra l’aumento maggiore.

Mentre la maggior parte dei Paesi ad alto reddito, infatti, hanno visto diminuire i livelli di inquinamento fino al 56 per cento, il 98 per cento delle città a basso-medio reddito, con più di 100.000 abitanti, superano di molto i parametri dettati dall’OMS. Le percentuali più elevate si registrano soprattutto nei paesi del Sud-Est asiatico e in Medio Oriente, dove si superano di 5-10 volte i limiti stabiliti per tante ragioni legate alla povertà; diminuiscono, invece, i livelli di inquinamento in Europa e nelle Americhe. In generale, però, più dell’80 per cento delle persone che vive nelle città urbane monitorate dall’OMS è esposto ad un inquinamento urbano che supera i limiti fissati dall’organizzazione.

Se la qualità dell’aria diminuisce, aumentano i rischi per la salute: ictus, malattie cardiovascolari, malattie polmonari e respiratorie croniche, sono i principali rischi a cui sono esposti gli abitanti delle città maggiormente inquinate. Secondo il rapporto, questo incremento metterà a rischio la salute di 2 miliardi di persone: l’inquinamento, sottolinea l’OMS, causa più di 3 milioni di morti l’anno ed è la principale causa di morte al mondo, più della malaria e dell’AIDS.

“La risposta per ridurre le cause deve venire dai governi, dai ministeri e anche dalla società”, ha detto la dottoressa dell’OMS, Maria Neira a Radio Popolare, visto che l’inquinamento urbano rappresenta sempre più un’emergenza pubblica globale che, per questo motivo, coinvolge finanziariamente i governi. Ridurre le emissioni delle industrie, sfruttare a pieno le energie rinnovabili, scegliere uno stile di vita meno inquinante, sono le principali linee guida dettate dall’OMS per riuscire a contrastare o ridurre il problema.

Al contempo, però, si può affermare che “è in aumento la consapevolezza del problema e molte città stanno monitorando la loro qualità dell’aria”, ha ribadito la dottoressa Maria Neira. La dimostrazione è data proprio dalla diminuzione dei livelli di inquinamento del 5 per cento in più della metà delle città monitorate.

Gli effetti devastanti dell’inquinamento dell’aria saranno oggetto di discussione dell’Assemblea Mondiale della Sanità, l’organo legislativo dell’OMS, che si terrà dal 24 al 30 maggio. In questa occasione, gli Stati membri discuteranno un piano d’azione per trovare una risposta globale e concorde al problema. Il rapporto completo si può consultare qui.

Ascolta l’intervista

Che cosa dice il rapporto

Il rapporto dell’Oms

Perché nei Paesi poveri l’inquinamento è più alto

Perché le città dei Paesi poveri sono più inquinate

Come dovrebbero reagire i governi

Le risposte dei  governi

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    Simona Saccaro
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La Francia è più tollerante

I francesi non sono stati mai così tolleranti: è quanto emerge dal Rapporto 2015 su razzismo, antisemitismo e xenofobia, pubblicato il 2 maggio dalla Commissione nazionale consultiva dei diritti dell’uomo. Secondo questo rapporto, infatti, l’ “indice longitudinale di tolleranza”, è migliorato progressivamente rispetto all’anno precedente.

La Commissione nazionale consultiva dei diritti dell’uomo (CNCDH) della Repubblica francese, è un’autorità amministrativa indipendente che, dal 1947, lavora per creare dialogo e dibattito tra governo, Parlamento, istituzioni e società civile sul tema dei diritti dell’uomo, del diritto all’azione umanitaria e della lotta contro il razzismo. Uno dei principi fondamentali dei diritti dell’uomo è l’uguaglianza degli esseri umani, motivo per cui la lotta contro il razzismo e l’intolleranza sono una prerogativa della Commissione. Dal 1990, dunque, ha ricevuto l’incarico di elaborare, ogni anno, un rapporto dettagliato per conoscere meglio questo fenomeno. In questo rapporto, la Commissione dà una valutazione quantitativa e qualitativa del fenomeno, raccogliendo ed analizzando dati, cause e contesto, cataloga le misure di lotta attuate ogni anno e formula delle proposte per rafforzare queste misure e renderle più efficaci.

I rapporti annuali riuniscono i risultati di diversi attori: i ministeri e le istituzioni impegnate nella lotta al razzismo, riflessioni della società civile e sondaggi ed analisi provenienti da Università e ricercatori.

Dal rapporto del 2015 è emerso che il numero di francesi che si dichiarano “per niente razzisti”, è aumentato fino a raggiungere il 53 per cento, la percentuale più alta dal 2010. L’indice longitudinale di tolleranza, poi, uno strumento costruito su 69 domande che valutano e misurano l’opinione pubblica rispetto al tema della diversità, ha ottenuto 64 punti, facendo piazzare la Francia nella top 5 dei più tolleranti. La tolleranza nei confronti dei neri è aumentata di 7 punti, così come quella nei confronti dei musulmani, quella nei confronti degli ebrei di 4 punti, 12 punti per i magrebini e 8 punti per i rom. In generale, come afferma la presidente della Commissione Christine Lazerges, “è un netto progresso verso maggiore tolleranza, dopo aver già intrapreso discretamente questa strada nel 2014, segno che la Francia ha preso consapevolezza della sua multiculturalità”.

Un risultato inaspettato, a fronte degli attentati terroristici che hanno insanguinato Parigi lo scorso anno. Si tratta, forse,di un nuovo approccio nei confronti del mondo, come sostiene Nonna Mayer, direttrice del Centro studi europei di Sciences Po, che sostiene che gli attentati abbiano portato i francesi a un “riesame critico della propria opinione”. Eppure, lo choc avrebbe potuto tradursi in una chiusura perché “gli avvenimenti in quanto tali influiscono meno sull’opinione pubblica generale rispetto al modo in cui questi vengono inquadrati dalla politica”.

E, inoltre, nonostante il bilancio degli atti razzisti sia aumentato notevolmente negli ultimi anni, l’aumento della tolleranza non viene messo in discussione: “la logica degli atti razzisti non è quella dell’opinione”, così ripete Nonna Mayer. Di sicuro l’aumento della tolleranza spinge all’ottimismo e a lavorare di più sulla questione, come afferma la presidente della Commissione; nulla toglie, però, che sia necessario far diminuire il numero di atti razzisti, a partire da una serie di proposte che intendono eliminare stereotipi e pregiudizi spesso strumentalizzati, banalmente, dalla politica e poco discussi nelle scuole.

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    Simona Saccaro
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